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Anche le parole devono respirare

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Anche le parole devono respirare
Anche le parole devono respirare
Francesco Messina
Parecchi anni fa, rientrando da un soggiorno di lavoro a New York trascorso nello
studio di Milton Glaser, mi pareva di aver portato con me alcune forti convinzioni. Tra
queste, il fatto che - come mi ha insegnato lui stesso - il centro di ogni problematica
legata al grahic design è semplicemente la dialettica tra le parole e le immagini. Ero
fermamente convinto che fare una copertina di un libro fosse una questione a due:
il titolo dell’opera e l’immagine scelta per fargli compagnia; anzi a tre, con un terzo
incomodo
dirsi. Per un po’ di tempo ho vissuto nella fondante semplicità di questa lezione. Ma le
cose giuste non sembrano essere sempre affare di questo mondo, e dopo un po’ di anni
ho dovuto rassegnarmi al fatto che la famiglia è smisuratamente più grande: la coppia
il direttore editoriale, qualcuno del marketing, l’autore stesso, a volte il suo agente. E,
come incognite, la forza vendita e la possibilità che ogni tanto passi di lì anche qualche
amministratore delegato. Da un rapido conto siamo di poco sotto le dieci unità.
Una squadra di basket con le riserve.
Si sa, per far nascere un progetto servono un padre e una madre (committente
confusione, specialmente se costantemente pressata da crescente ansia da prestazioni.
Ecco, sarebbe giunta l’ora di adottare un nuovo modo di voler bene al mercato:
non ascoltarlo. Perché a forza di adattarsi ad accontentarlo, si giunge ad impervie
cattivo servizio al libro, sepolto in un inappropriato ginepraio visivo. Kubrik diceva
di per sé l’80% della sua promozione. Parole sante. Ho
imparato ad apprezzare la forza delle immagini e di conseguenza anche a dubitare di
un loro indiscriminato utilizzo, ma ho fortunatamente mantenuto una considerazione
profonda per la scrittura. Le lettere dell’alfabeto, evolutesi nei millenni, vanno viste
come vere e proprie architetture. La diversità tra le parole e tra le font utilizzate
compongono facciate di palazzi sempre diversi, sempre distinguibilissimi. Un titolo
è già un concentrato di intelligenza, intuizione e armonia; è un linguaggio vicino alla
poesia. Meglio sarebbe allora far respirare un po’ le parole, lasciando loro lo spazio
per illuminarsi da sole, per dirla alla maniera di Emily Dickinson. Battiato, che se ne
intende (seppur in altro campo), mi diceva sempre durante la fase compositiva: «se
troviamo il titolo abbiamo anche la canzone». Per questo preferisco le copertine che
e suggestioni visive che non avanzano la pretesa di illustrare il titolo ma solo di essere
arrivando alla Bompiani è stato progettare una nuova esclusiva font per caratterizzarne
il più possibile l’identità. Un elogio alla parola.
I lettori comprano i libri guidati dalla voglia di leggere le parole, non di guardare
immagini che da subito li privano della possibilità di usare l’immaginazione. I volti dei
protagonisti se li devono inventare da soli? È il bello della lettura. Altrimenti uno va al
cinema. Lo so, lo so, la risposta del genitore committente sarà certamente: «ma non
tutti hanno molta immaginazione». Va bene, ho capito, continuiamo a fare biciclette
solo per quelli che ci sanno già andare.
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