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GIACOMONE Il vecchio Giacomone aveva bottega nella città bassa

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GIACOMONE Il vecchio Giacomone aveva bottega nella città bassa
GIACOMONE
Il vecchio Giacomone aveva bottega nella città bassa. Una stanzaccia con un banco da falegname,
una stufetta di ghisa e una cassa.
Dentro la cassa, Giacomone teneva un materasso di crine che, la sera, cavava fuori e distendeva sul
banco: e lì dormiva.
Anche il mangiare non era un problema serio per Giacomone perché, con un pezzetto di pane e
una crosta di formaggio, tirava avanti una giornata: il problema era il bere.
Giacomone, infatti, aveva uno stomaco di quel tipo che usava tempo addietro: quando, cioè, c’era
gente che riusciva a trovare dentro una pinta di vino il nutrimento necessario per vivere sani e svelti
come un pesce. Forse perché, allora, non avevano ancora inventato le calorie, le proteine, le vitamine
e le altre porcherie che complicano la vita d’oggi giorno.
Giacomone, quindi, finiva sbronzo la sua giornata: d’estate dormiva sulla prima panchina che gli
capitava davanti. D’inverno, dormiva sul banco. E, siccome il banco era lungo ma stretto e alto, Giacomone, agitandosi, correva il rischio di cascare per terra: allora, prima di chiudere gli occhi, si avvolgeva nel tabarro serrandone i lembi fra le ganasce della morsa. Così poteva rigirarsi senza il pericolo
di sbattere la zucca contro i ciottoli del pavimento.
Giacomone accettava soltanto lavori di concetto: riparazioni di sedie, di cornici, di bigonci e roba
del genere. La falegnameria pesante non l’interessava. E, per falegnameria pesante, egli intendeva
ogni lavoro che implicasse l’uso della pialla, dello scalpello, della sega. Egli ammetteva soltanto l’uso
della colla, della carta vetrata, del martello e del cacciavite. Anche perché non possedeva altri strumenti.
Giacomone, però, trattava anche il ramo commerciale e, quando qualcuno voleva sbarazzarsi di
qualche vecchio mobile, lo mandava a chiamare. Ma si trattava sempre di bagattelle da quattro soldi e
c’era poco da stare allegri.
Un affare eccezionale gli capitò fra le mani quando morì la vecchia che abitava al primo piano della
casa dirimpetto alla sua bottega. Aveva la casa zeppa di roba tenuta bene e toccò ogni cosa a un nipote
che, prima ancora di entrare nella casa, si preoccupò di sapere dove avrebbe potuto vendere tutto e
subito.
Giacomone si incaricò della faccenda e in una settimana riuscì a collocare la mercanzia. Alla fine,
rimase nell’appartamento soltanto un gran Crocifisso di quasi un metro e mezzo con un Cristo di legno scolpito.
«E quello?» domandò l’erede a Giacomone indicandogli il Crocifisso.
«Credevo che lo teneste» rispose Giacomone.
«Non saprei dove metterlo» spiegò l’erede. «Vedete di darlo via. Pare molto antico. C’è il caso che
sia una cosa di valore».
Giacomone aveva visto ben pochi crocefissi in vita sua: comunque era pronto a giurare che, quello,
era il più brutto Crocifisso dell’universo. Si caricò il crocione in spalla e andò in giro ma nessuno lo voleva.
Tentò il giorno dopo e fu la stessa cosa. Allora arrivò fino a casa dell’erede e gli disse che se voleva
vendere il Crocifisso si arrangiasse lui.
«Tenetevelo» rispose l’erede. «Io non voglio più saperne niente. Se vi va di regalarlo regalatelo. Se
riuscirete a smerciarlo, meglio per voi: soldi vostri».
Giacomone si tenne il Crocifisso in bottega e, il primo giorno che si trovò senza soldi, se lo caricò in
spalla e andò in giro a offrirlo.
Girò fino a tardi e, prima di tornare in bottega, entrò nell’osteria del Moro. Appoggiò il Crocifisso
al muro e, sedutosi a un tavolo, comandò un mezzo di vino rosso.
«Giacomone» gli rispose l’oste «dovete già pagarmi dodici mezzi. Pagate i dodici e poi vi porto il vino».
«Domani pago tutto» spiegò Giacomone. «Sono in parola con una signora di Borgo delle Colonne.
È un Cristo antico, roba artistica e saranno soldi grossi».
L’oste guardò il Cristo è si grattò perplesso la zucca:
«Io non me ne intendo» borbottò «ma ho l’idea che un Cristo più brutto di quello lì non ci sia in
tutto l’universo».
«La roba antica più è brutta e più è bella» rispose Giacomone. «Voi guardate le sculture e le pitture
del Battistero e poi ditemi se sono più belle di questo Cristo».
L’oste portò il vino, e poi ne portò ancora perché Giacomone aveva una tale fame che avrebbe bevuto una damigiana di barbera.
L’osteria si riempì di gente e il povero Cristo sentì discorsi da far venire i capelli ricci a un brigadiere dei carabinieri pettinato «all’umberta».
A mezzanotte Giacomone tornò in bottega col suo Cristo in spalla e, siccome due o tre volte si trovò
a un pelo dal cadere lungo disteso perché quel peso lo sbilanciava, tirò fuori di sotto il vino che aveva
nello stomaco delle bestemmie lunghe come racconti.
La storia del Cristo si ripeté i giorni seguenti: e ogni sera Giacomone faceva tappa a un’osteria diversa e passò tutte le osterie dove era conosciuto.
Così continuò fino a quando, una notte, la pattuglia agguantò Giacomone che, col Cristo in spalla,
navigava verso casa rollando come una nave sbattuta dalla burrasca.
Portarono Giacomone in guardina e il Cristo, appoggiato a un muro della stanza del corpo di
guardia, ebbe agio di ascoltare le spiritose storie che rallegravano di solito i questurini di servizio notturno.
La mattina Giacomone fu portato davanti al commissario che gli disse subito che non facesse lo stupido e spiegasse dove avesse rubato quel Crocifisso.
«Me l’hanno dato da vendere» affermò Giacomone e diede il nome e l’indirizzo del nipote della
vecchia signora morta.
Lo rimisero in camera di sicurezza e, verso sera, lo tirarono fuori un’altra volta.
«Il Crocifisso è vostro» gli disse il commissario «e va bene. Però questo schifo deve finire. Quando
andate all’osteria, lasciate a casa il Cristo. La prima volta che vi pesco ancora vi sbatto dentro».
Fu, quella, una triste sera per il Cristo: perché Giacomone se la prese con Lui e gli disse roba da
chiodi.
Si ubriacò senza Cristo ma, alle tre del mattino, si alzò, si caricò il Cristo in spalla e, raggiunta per
vicoletti oscuri la periferia, si diede alla campagna.
«Vedrai se questa volta non riesco a rifilarTi a qualche disgraziato di villano o di parroco!» disse
Giacomone al Cristo.
Era autunno e incominciava a far fresco, la mattina: Giacomone s’era buttato addosso il tabarro e
così, col grande Crocifisso in spalla e il passo affaticato, aveva l’aria di uno che viene da molto lontano.
All’alba, passò davanti a una casa isolata: una vecchia era nell’orto e, vedendo Giacomone con la
croce in spalla, si segnò.
«Pellegrino!» disse la vecchia. «Volete una scodella di latte caldo?»
Giacomone si fermò.
«Andate a Roma?» s’informò la vecchia.
Giacomone fece segno di sì con la testa.
«Da dove venite?»
«Friuli» rispose Giacomone.
La vecchia allargò le braccia in atto di sgomento e gli ripeté che entrasse a bagnarsi le labbra con
qualcosa.
Giacomone entrò. Il latte, a guardarlo, gli faceva nausea poi lo assaggiò ed era buono. Mangiò
mezza micca di pane fresco e continuò la sua strada.
Schivò le strade provinciali; prese scorciatoie attraverso i campi e batté le case isolate.
«Passo di qui perché la strada è piena di sassi e di polvere e ho i piedi che mi sanguinano e gli occhi che mi piangono» spiegava Giacomone quando traversava qualche aia. «E poi ho fatto il voto così.
Vado a Roma in pellegrinaggio. Vengo dal Friuli.»
Una scodella di vino e un pezzo di pane non glieli negava nessuno. Giacomone metteva il pane in
saccoccia, beveva il vino e riprendeva la sua strada. Di notte smaltiva la sua sbronza sotto qualche capanna, in mezzo ai campi.
In seguito era diventato più furbo: s’era procurato una specie di grossa borraccia da due litri. Non
beveva il vino quando glielo davano: lo versava dentro la borraccia:
«Mi servirà stanotte se ho freddo o mi viene la debolezza» spiegava.
Poi, appena arrivato fuori tiro, si attaccava al collo della borraccia e pompava. Però faceva le cose
per bene in modo da trovarsi la sera con la borraccia piena. Allora, quando si era procurato il ricovero, scolava la borraccia e perfezionava la sbornia.
Il freddo incominciò a farsi sentire, ma, quando Giacomone aveva fatto il pieno, era come se avesse
un termosifone acceso dentro la pancia.
E via col suo povero Cristo in spalla.
«Vado a Roma, vengo dal Friuli» spiegava Giacomone. E quando era sborniato e traballava, la gente diceva:
«Poveretto, com’è stanco!».
E poi gli era cresciuta la barba e pareva un romito davvero.
Giacomone, che aveva la testa sulle spalle, aveva fatto in modo di gironzolare tutt’attorno alla città:
ma l’uomo propone e il vino dispone. Così andò a finire che perdette la bussola e si trovò, un bel
giorno, a camminare su una strada che non finiva mai di andare in su.
Voleva tornare indietro e rimanere al piano: poi pensò che gli conveniva approfittare di quelle
giornate ancora di bel tempo per passare il monte. Di là avrebbe trovato il mare e, al mare, freddo che
sia, fa sempre caldo.
Camminò passando da una sbronza all’altra, sempre evitando la strada perché aveva paura di imbattersi nei carabinieri: prendeva i sentieri e questo gli permetteva di battere le case isolate.
L’ultima sbronza fu straordinaria perché capitò in una casa dove si faceva un banchetto di nozze e
lo rimpinzarono di mangiare e di vino fino agli occhi.
Oramai era quasi arrivato al passo. La notte dormì in una baita e, la mattina dopo, si svegliò tardi,
verso il mezzogiorno: affacciatosi alla porta della baracca si trovò in mezzo a un deserto bianco con
mezza gamba di neve. E continuava a nevicare.
«Se mi fermo qui rimango bloccato e crepo di fame o di freddo» pensò Giacomone e, caricatosi il
Cristo in spalla, si mise in cammino.
Secondo i suoi conti, dopo un’ora avrebbe dovuto arrivare a un certo paese. Aveva ancora la testa
annebbiata per il gran vino bevuto il giorno prima, e poi la neve fa perdere l’orizzonte.
Si trovò, sul tardo pomeriggio, sperduto fra la neve. E continuava a nevicare.
Si fermò al riparo di un grosso sasso. La sbornia gli era passata completamente. Non aveva mai
avuto il cervello così pulito.
Si guardò attorno e non c’era che neve, e neve veniva giù dal cielo. Guardò il Cristo appoggiato alla roccia.
«In che pasticcio vi ho messo, Gesù» disse. «E siete tutto nudo...»
Giacomone spazzò via col fazzoletto la neve che si era appiccicata sul Crocifisso. Poi si cavò il tabarro
e, con esso, coperse il Cristo.
Il giorno dopo trovarono Giacomone che dormiva il suo eterno sonno, rannicchiato ai piedi del
Cristo.
E la gente non capiva come mai Giacomone si fosse tolto il tabarro per coprire il Cristo.
Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Poi fece seppellire Giacomone nel piccolo cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra queste parole:
Qui giace un cristiano
e non sappiamo il suo nome
ma Dio lo sa
perché è scritto nel libro dei Beati.
Giovannino Guareschi
da «Candido» n. 4, 1952,
raccolto nel volume Ciao, don Camillo,
Rizzoli, Milano 1996.
© RCS Libri SpA
Disegno di Roberto Meli che ha illustrato il racconto «Giacomone»
nel volume Passa il giro della collana “Don Camillo a fumetti”, Re Noir SAS, Milano 2011
© 2011 – RENOIR SAS
Associazione culturale
«Club dei Ventitré»
Organizzazione non lucrativa di utilità sociale
via Processione, 160 - 43011 Roncole Verdi (PR)
tel. 0524/92495 - fax 0524/91642
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