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Marco Revelli - Lavorare in Fiat - associazione lavoratori pinerolesi

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Marco Revelli - Lavorare in Fiat - associazione lavoratori pinerolesi
Marco Revelli
Lavorare in Fiat
Torino, autunno 1989
2
Introduzione
Uno "stato nello stato". La Fiat ha costituito, da sempre, un
caso d'eccezione nel panorama industriale italiano: per la
grandezza e potenza dei suoi impianti e del suo organico (ancora
oggi, a ristrutturazione avvenuta, sono oltre 277.000 i dipendenti
del gruppo); per il tipo di organizzazione, che la rende un
microcosmo coeso e accentrato come un esercito; per la mentalità
del suo management, fedele e "limitato" come la corte di un monarca
assoluto. Ma da qualche tempo a questa parte sembra aver accentuato
i tratti della sua eccezionalità. Sembra aver cessato, cioè, di
essere un semplice centro di potere economico, sia pure il più
grande centro di potere economico nazionale, ed essersi avviata a
diventare qualcosa di diverso: una realtà distante, nella sostanza,
dagli altri gruppi industriali e finanziari; e assai simile a
quello che si potrebbe definire un "potere sovrano". Una di quelle
entità - come recita la teoria politica classica - "quae superiorem
non recognoscunt", che non riconoscono altri poteri al di sopra di
sè. E che non accettano altri limiti che non siano quelli che esse
stesse si danno.
Non è tanto - o comunque non è solo - questione di dimensioni.
Certo, c'è molta Fiat in Italia. Troppa: automobili, autocarri,
autobus, trattori, ma anche
- l'elenco, riguardante il "gruppo
Agnelli", è tratto direttamente dal libro di Cesare Romiti, da una
fonte dunque ineccepibile - assicurazioni, fondi d'investimento,
supermercati, motori d'aereo, difese spaziali, prodotti chimici,
quotidiani d'informazione, settimanali, mensili, libri, calciatori,
scavatrici, parti di centrali nucleari, cuori artificiali, grandi
costruzioni, apparecchiature biomedicali, acque minerali, robot,
cementifici,
banche,
telecomunicazioni,
treni,
sistemi
1
d'armamento… Più di un regno. Un impero. Ma su questo forse ha
ragione chi sostiene che le dimensioni per reggere il confronto
3
economico a livello continentale sono, piaccia o dispiaccia,
enormi. E che non sarebbe la Fiat a essere troppo grande per
l'Italia, ma l'Italia a essere troppo piccola per la Fiat.
La questione è comunque un'altra. Di qualità, non di quantità;
di sostanza, non di dimensioni. Più che nella sua estensione,
l'anomalia della Fiat sembra consistere nella natura della sua
presenza: nella capacità di stare all'interno dell'ordinamento
statale italiano come una forza tendenzialmente indipendente, un
"corpo separato", per certi versi un territorio autonomo ai cui
cancelli le norme generali si arrestano, e inizia una sovranità
nuova. Nonostante le rassicurazioni formali - «la Fiat è sempre
stata governativa, istituzionale», dichiara Romiti2 -, in questi
dieci anni, gli anni del successo, il decennio del grande rilancio,
il suo gruppo dirigente è andato accentuando i propri caratteri di
"contro-potere". O, se si preferisce, di potere parallelo. Ha reso
massiccia
la
penetrazione e la concentrazione in settori
(l'informazione e l'editoria) decisivi più che sul piano economico,
su quello del controllo culturale e della formazione dell'opinione
pubblica. Ha usato costantemente lo Stato per quello che poteva
dare - finanziamento pubblico e controllo delle tensioni che la
ristrutturazione produceva -, ostentandone nel contempo un altero
disprezzo. Novello principe, è giunto a stabilire non solo gli
equilibri confindustriali, ma lo stesso assetto
dovrebbe essere il suo avversario principale,
ridisegnandone identità,
Soprattutto ha fornito
di quello che
il sindacato,
livelli di forza e modelli d'azione.
un permanente esempio di "autarchia
imprenditoriale", dimostrando come la società civile - purché
costituita in potere - possa governarsi in forma indipendente dal
sistema politico; e di come la struttura d'impresa ne sia la vera
anima, il potenziale principio d'organizzazione generale. Neppure
il campo, fino ad ora rispettato, della morale si è sottratto a
questa voglia di governo e di totalità: ho contato, nel libro di
Romiti, ben 20 volte la parola «etica» o «morale» o «moralità», in
un capitolo di appena 22 pagine. E la stessa proclamazione del
profitto come esclusivo principio di responsabilità, come unico
4
vincolo riconosciuto, da parte non di un piccolo imprenditore, ma
del capo del più potente gruppo industriale italiano, non fa che
confermare l'esistenza di un punto di vista totalizzante, orientato
alla centralità dell'impresa e al primato del "governo delle cose"
su quello delle leggi e delle istituzioni.
E' questa implicita tendenza a elevare la logica d'impresa a
"costituzione
materiale",
sovrapposta
e
giustapposta
alla
Costituzione giuridica, che fa dell'Italia un paese a sovranità
limitata. E
della Fiat di oggi un fenomeno per alcuni aspetti
inedito. Il quale, in omaggio all'aureo principio della continuità,
eredita dalla Fiat di ieri, dall'esperienza vallettiana, il
gigantismo e il carattere chiuso, autarchico, gerarchizzato proprio
delle strutture burocratico-militari. Con in più, tuttavia, la
vocazione egemonica: quell'aspirazione a costituirsi in potenza
universale, capace di competere per il governo pieno della società
(per la facoltà di attribuire autorità generale alle proprie
decisioni particolari), che la rende simile più che a un'impresa a
un partito. L'introvabile, sempre evocato e mai materializzato,
"partito del capitale",
paradosso, al modello
più vicino, si potrebbe dire con un
leninista che non a quello liberal-
democratico, proprio perché portatore, nelle sue stesse strutture,
di un innovativo principio di organizzazione globale della società.
E per questo pronto, tendenzialmente, a sostituirsi allo Stato.
Cercare di contribuire alla comprensione di come questo abbia
potuto avvenire - riflettere su come nasca un "potere sovrano" - è
il compito di questo libro. Il quale muove da due ipotesi di
lavoro, entrambi parziali. Entrambi - come dire? - sperimentali e
grezze.
La prima si fonda sulla
constatazione
che
se si cerca di
ricostruire i meccanismi attraverso i quali un nuovo potere viene
affermandosi - un potere che aspiri a possedere i crismi della
sovranità senza tuttavia poter contare nè su una tradizione, nè su
un ordinamento normativo -, prima o poi si incrocia, in qualche
forma, quello che si potrebbe definire il "problema della guerra"
5
(«Il Potere - scrisse Bertrand de Jouvenel - è legato alla
guerra»3 ). O, per dirla in termini più gentili, la questione del
"conflitto". E presuppone quindi l'idea che anche la Fiat, nella
sua metamorfosi da grande gruppo economico a potere (sia pur
tendenzialmente e in pectore) "sovrano", abbia dovuto conquistare
la propria legittimazione mediante una qualche rottura conflittuale
di ampia portata. Attraverso una qualche "ordalia".
Per questo, nell'economia del volume, tanta
importanza
è
attribuita a quanto avvenne a Torino tra il settembre e l'ottobre
del 1980, in quelli che sono stati consegnati alla cronaca come i
"35 giorni della Fiat". Allora essa
dichiaratamente frontale (e mortale),
affrontò, in uno scontro
un sindacato dall'aspetto
invincibile ma in realtà già minato da una crisi profonda, e lo
sconfisse in campo aperto. Sfidò, col rifiuto programmatico della
mediazione, un ceto politico apatico se non ostile, e lo umiliò e
conquistò. Soprattutto riuscì a disperdere l'aggregato di risorse
umane e di valori, di comportamenti collettivi e di codici morali
che era andato lentamente formandosi all'interno delle sue
gigantesche strutture meccanizzate. E che nel corso degli anni '70
era anche riuscito a divenirvi egemone; a porsi come autentica,
reale alternativa globale al suo potere. Da quella vittoria sul
campo il suo gruppo di comando ha tratto buona parte del carisma
necessario a legittimare la sua nuova autorità. Dal carattere
generale di quello scontro ha derivato non solo prestigio e
notorietà, ma il "diritto" a porsi come potere tendenzialmente
universale.
Come
"altro
Stato",
appunto.
Dalla
forza
dell'avversario vinto,
infine,
politica, ideologica, "morale".
ha
mutuato
l'attuale
forza:
E' per questo motivo che quel conflitto sembra possedere
carattere costituente. Valore fondante. Hanno operato - come
negarlo? - anche ragioni strutturali. Processi radicati nella lunga
durata: uno Stato incapace di formulare regole del gioco certe e di
imporle ai poteri sociali; una gestione della cosa pubblica che
farebbe
accettare
anche
al
più
accanito
statalista
le
privatizzazioni; un ceto politico incompetente e invadente, che sta
6
portando la società civile all'eutrofia; l'assenza storica, nel
capitalismo italiano, di altri poteri industriali capaci di
bilanciare lo strapotere Fiat. Ma se l'evento ha ancora un qualche
ruolo nella storia, non foss'altro che quello di simbolizzare e
sintetizzare i movimenti sommersi delle strutture; se almeno in
qualche caso è possibile dare una data e un nome a ciò che ci viene
mutando la vita, e quindi "narrarlo", l'autunno '80, per lo meno
per l'Italia, quel ruolo l'ha avuto. E l'ha avuto a tal punto da
segnare, come ogni rottura storica degna di questo nome,
l'effettivo punto di separazione tra due decenni che sono, in
realtà, due mondi. Da una parte il mondo antico, ancora abitato da
soggetti collettivi, che sia pur fra errori e ingenuità, seppero
comunque elaborare una propria etica della solidarietà, diversa e
contrapposta a quella dell'individualismo acquisitivo, egualitaria
e comunitaria. Dall'altra parte il mondo nuovo, dell'abbondanza e
della solitudine, fondato sull'etica della sopravvivenza, in cui al
conflitto è sostituita la competizione, ai diritti il successo. E
dove ci si salva o si fallisce da soli. Due epoche tanto diverse
tra loro che la dimensione temporale si esprime ormai in forma
spaziale: chi appartiene all'una, appare straniero nell'altra.
La seconda ipotesi di lavoro, in buona parte implicita nella
prima, consiste nella convinzione che non si possa comprendere la
Fiat attuale, la Fiat di Romiti e della Uno, del profitto padronale
e del silenzio operaio, la Fiat Grande potenza degli anni '80,
senza confrontarla con quella di ieri: con la Fiat Istituzione
totale di Valletta e, soprattutto, con la Fiat Comunità operaia
degli anni '70. Senza misurarsi con quel doppio movimento che prima
portò dal silenzio coatto e dalla disciplina assoluta degli anni
'50 e '60 a una delle più radicali, tenaci e spontanee rivolte
operaie; e poi sostituì, con un capovolgimento totale, al potere
sindacale e operaio formatosi in fabbrica nel decennio seguito
all'autunno
padronale.
caldo
una
nuova,
totale
e
incontrastata
egemonia
7
E questo non solo per un omaggio formale alla processualità
storica, la quale pur lascia intravvedere, nella violenza dei
mutamenti, nella nettezza dei contrasti, sempre estremi, sempre
esasperati, la straordinarietà di questo universo separato che è la
Fiat. Ma anche, e soprattutto, perché qui, in forma specifica,
presente e passato sono legati da un nesso indissolubile di causaeffetto. Sarebbe incomprensibile la perentorietà estremistica del
"vogliamo tutto" operaio nell'autunno caldo e nel periodo
successivo, senza il confronto con l'estremismo produttivistico
della fabbrica entro cui era maturato: senza gli anni duri, il
dispotismo della catena di montaggio e della gerarchia di fabbrica,
i ritmi spinti ai limiti fisiologici, la salute perduta, la dignità
offesa. Così come sarebbe probabilmente inconcepibile l'aura che ha
circondato, dal 1980 in poi, in Italia e all'estero, il gruppo
dirigente della Fiat, senza alle spalle, e come termine di
confronto, le lotte operaie del decennio precedente: senza la
grande illusione e la grande paura degli anni '70, i cortei e la
conflittualità permanente, la "dittatura" operaia in fabbrica e
l'egemonia sindacale nella società.
Senza la Mirafiori "capitale operaia" di ieri, in sostanza, la
Mirafiori "capitale del capitale" di oggi non si spiega.
Con quali mezzi fu combattuta e vinta quella "guerra"? Quali
furono le "armi del principe"?
Si è discusso a lungo, nell'ultimo decennio, sulle ragioni di
quel "prodigio aziendale" che in brevissimo tempo ha trasformato
un'industria ormai giunta ai margini del mercato in un'impresa
leader a livello europeo. E che nello spazio di una stagione ha
liquidato la più riottosa e combattiva concentrazione di potere
operaio e sindacale italiana. Si sono indicati, in successione, la
capacità di decisione e l'assoluta determinazione ad andare fino in
fondo del suo establishment, gli errori per certi aspetti
catastrofici del vertice sindacale, gli umori mutati dell'opinione
pubblica,
la
testardaggione
e
l'estremismo
degli
operai,
l'atteggiamento
dei
media,
le
influenze
politiche…
Motivi
8
plausibili (alcuni più, altri meno). Ma nessuno, devo dire,
pienamente convincente. O comunque adeguato allo spessore delle
cose. Perchè la Fiat non appartiene all'"economia di carta",
all'universo mobile e un po' effimero della finanza à la page. Non
si lascia plasmare docilmente dagli uomini. Li plasma piuttosto, e
li riduce alla sua logica. Non si lascia "spiegare" dalla politica,
tutt'al più la spiega. E la determina. E' in primo luogo
produzione: ferro, cemento, uomini, macchine. Lavoro massificato ed
esercizio di comando diretto. Ogni sua svolta rinvia a sommovimenti
profondi, implicati con gli elementi fondamentali, costitutivi con l'essenza, si potrebbe dire - del sistema industriale: il
processo di lavoro e la circolazione delle merci. Tecnologia e
Mercato. Tanto più una svolta "storica" come quella in questione,
la quale ha mutato alla radice i rapporti in fabbrica. E che come
tale - è questa, in fondo, la tesi centrale del libro - sembra
rinviare necessariamente, come strumenti forti dell'iniziativa
aziendale, proprio al terreno dell'innovazione tecnologica e dei
vincoli di mercato. Ai due ambiti, cioé - ironia della sorte! - sui
quali aveva scelto di qualificare la propria sfida (facendone la
propria bandiera) il movimento operaio. E su cui trova la propria
sintesi "spirituale" - l'unica
l'attuale "modernità matura".
sintesi
ancora
circolante
-
Dal Mercato - un mercato fattosi d'un colpo, dopo la crisi
energetica,
turbolento,
imprevedibile, durissimo, senza più
enclaves entro cui percepire rendite di posizione - la Fiat ha
derivato le proprie "ragioni storiche". Il senso di necessità, anzi
d'ineluttabilità, del proprio agire (una sorta di «vincere o
morire»). Dalla Tecnologia ha tratto la forza. La capacità di
smontare ed erodere pezzo a pezzo le basi materiali, tecniche, su
cui poggiava il potere sindacale e operaio, di dissolvere la stessa
composizione di classe che per lungo tempo l'aveva costretta a un
duro confronto, mutando a fondo la propria morfologia, trasformando
il proprio sistema di macchine. E introducendo una nuova,
rivoluzionaria, filosofia produttiva, vicina in misura inquietante
ai modelli culturali dell'intelligentzja sindacale e di sinistra
9
(flessibilità, automazione, ridimensionamento della catena di
montaggio, modo nuovo di fare l'automobile), ma letale per il suo
potere sociale.
Sarebbe difficile
dar
conto
della
repentinità
del
crollo
sindacale e operaio, e della globalità del ribaltamento dei
rapporti di forza nel passaggio dagli anni '70 agli anni '80, senza
inserire la variabile tecnologica. Senza considerare, cioè il fatto
che per oltre cinque anni - per tutta la seconda metà degli anni
'70 -, silenziosamente, la Fiat era andata trasformando la fabbrica
nei suoi segmenti cruciali, nei reparti chiave, frantumando le
linee, automatizzando spezzoni di ciclo lavorativo, marginalizzando
il lavoro umano, aumentando la produttività potenziale. Costruendo
nell'involucro immobile della vecchia fabbrica, la nuova, la Fiat
dei miracoli, ricca di robot e povera di uomini. Fino al momento in
cui fosse diventato possibile presentare il conto. Mostrare che
decine di migliaia di lavoratori erano divenuti esuberanti. Che le
loro pratiche conflittuali erano ormai obsolete. Che lo stesso
modello sindacale non era più adeguato alle nuove esigenze tecniche
e organizzative. E che tutto ora, in fabbrica e fuori, doveva
cambiare.
Non fu dunque una "rivoluzione manageriale", quella di Agnelli
e Romiti. Nè una semplice riorganizzazione finanziaria. Non fu
neppure - come spesso la si presenta - una vittoria politica che
preparò il rilancio tecnico ed economico dell'impresa, quasi fosse
indispensabile prima liberarsi del controllo operaio e sindacale
per poter poi innovare. Fu invece, in primo luogo, una rivoluzione
tecnologica, la quale
vittoria politica.
preparò
e
rese
possibile
la
successiva
Si potrà dire forse che i vinti di allora erano, in qualche
modo, "superati dalla storia". Che nella loro tardiva battaglia
difensiva assomigliavano, pateticamente, a quel cavaliere che
«continuava ad andar combattendo senz'avvedersi d'esser morto». E
che i vincitori avevano con loro, se non dio, per lo meno gli idoli
del tempo attuale: la potenza della tecnica e la logica stretta del
10
conto profitti e perdite. Ma ciò non vuol dire che le ragioni dei
primi non fossero giuste. E che il mondo prodotto dai secondi sia
veramente il migliore di quelli possibili. Soprattutto non basta a
cancellare i costi pesanti - sociali, umani, politici, e anche
culturali
vicenda.
(spirituali, si sarebbe
detto un
tempo) - di quella
Per questo il discorso si apre con uno sguardo - soggettivo,
impressionistico - sugli anni '80 e su Torino, la Torino del
"giorno dopo", del disagio sociale e dell'egemonia aziendale, in
cui la fabbrica continua a dominare ma non più ad aggregare, e il
futuro, oltre l'orizzonte del consumo, appare chiuso. Muove quindi,
per così dire, dall'epilogo. Ma poi si affretta a ritornare
dall'inizio, ai primi anni '60 (quando tutto incominciò a
muoversi). E in fabbrica, per ricuperare lì il filo di una doppia
identità: quella degli uomini che l'abitarono, l'animarono, la
trasformarono e ne furono trasformati, e quella della struttura
tecnica, di comando e di organizzazione, che ne scandì le fasi. E
di una doppia narrazione: quella, venata di pathos, calda, di un
leggendario viaggio - bruscamente interrotto - dalla miseria alla
forza, dalla marginalità al protagonismo storico, dalla periferia a
un provvisorio centro; e quella, impersonale, fredda, della
macchina cui fu demandato il compito di incorporare, normalizzare,
ridurre a ordine (a fattore produttivo) quell'esplosiva miscela
umana.
Nel lettore potrà sorgere a tratti - ne sono consapevole - la
sensazione di un sovrapporsi di piani, di una tensione costante tra
un esplicito parteggiare per le ragioni dei primi, dei ribelli che
tentarono, forse per l'ultima volta, la propria «scalata al cielo»,
e un implicito riconoscimento della forza e della logica stringente
- iuxta propria principia - con cui la seconda ha proceduto. Tra la
soggettiva speranza che quelle ragioni potessero diventare, per un
qualche soprassalto della storia, Ragione, valore condiviso, e
l'oggettiva
constatazione
dell'ineluttabilità
di
naufragio. Ma
la
contraddizione è nelle cose.
quel
Sta
loro
nelle
caratteristiche strutturali di quella fabbrica, nella natura del
11
modello Fiat: nel suo ridurre tutto alla sua ultima istanza, a
questione vitale di potere, a nudo confronto di forze, senza
possibilità
discussione
né
di
mediazione. Senza
soluzioni
intermedie. E nel carattere particolare di quella vicenda, che
trasformò una sconfitta sindacale in una catastrofe sociale e
politica, resa tanto più definitiva dalla specifica congiuntura
culturale in cui si svolse. Dalla condizione di monopolio
ideologico in cui la Fiat poté compiere le proprie mosse, garantita
dal fatto che i principii-guida su cui aveva incentrato la propria
battaglia - il primato dell'Efficienza d'impresa come fattore
discriminante, il Mercato come vincolo e come criterio di verifica
unico delle strategie aziendali, il Profitto come condizione di
sopravvivenza, la Tecnica come funzione e misura unica del
Progresso - erano ormai tanto generalmente accettati, tra le stesse
file del movimento operaio, da apparire universali, naturali,
oggettivi. E da attribuire, alla forza capace di affermarli
storicamente, tutti i caratteri dell'egemonia, intesa in senso
gramsciano come la «capacità di assumere l'interesse generale come
proprio programma politico».
Fu, non c'è dubbio, questa mancanza assoluta di una organica
visione del mondo, autonoma e contrapposta a quella proposta dalla
Fiat, la ragione per cui la sconfitta sindacale e operaia alla Fiat
si trasformò in crisi d'identità, dando luogo non a un semplice
riaggiustamento dei rapporti di forza in fabbrica, ma a una vera e
propria dissoluzione del soggetto collettivo che per un decennio
aveva rappresentato un'organica alternativa di potere. In fondo
l'intera esperienza delle lotte operaie alla Fiat nel corso degli
anni '70 può essere interpretata come un complesso, accidentato, e
anche incerto tentativo di realizzare una più compiuta forma di
democrazia industriale: una "democrazia radicale", capace di
estendersi dal terreno politico a quello sociale e produttivo, di
varcare i confini, finora ben guardati, delle sfere separate (a
cominciare dalla fabbrica), realizzando una piena "socializzazione
del potere", in alternativa tanto al programma vetero-comunista
(incentrato sulla socializzazione della proprietà) quanto a quello
12
democratico formale (limitato all'ampliamento della cittadinanza
politica). Per resistere, e strutturarsi, un tale progetto avrebbe
dovuto poter contare su un solido sistema di valori, su un grande
sforzo collettivo di elaborazione, in grado di restituire a quei
comportamenti dignità e consistenza storica. Fu invece abbandonato
a se stesso. Alla "democrazia dei soggetti collettivi" fu preferita
la "democrazia dei partiti" (che il potere lo socializza, ma solo
tra chi l'ha già); all'iniziativa dal basso la decisione dall'alto.
E come in un antico mito di restaurazione, chi aveva tentato altre
vie fu condannato dalla stessa ambizione del suo progetto dall'ubris, si direbbe - alla dissoluzione e al silenzio.
Non so se abbia senso rompere questo silenzio. Ma se un senso
ce l'ha, è dato dal carattere assoluto, prepotente, di questa
"assenza".
E' questa assenza - tanto evidente sul piano descrittivo quanto
impensabile su quello progettuale - che rende in qualche modo la
vicenda qui raccontata parte integrante della più ampia storia
della sinistra italiana e del suo incerto suicidio. E che
attribuisce alla "memoria immemorabile" che qui prende la parola
carattere di critica radicale (come può essere radicale nei
confronti dell'esistente solo la critica di chi non l'abita più). E
anche, vorrei aggiungere, un certo qual tono d'ingenuità, intesa
(nel senso impiegato da Schiller) come quel sentimento, frutto
della distanza da un qualche passato irreparabilmente perduto, che
può forse strappare allo sguardo freddo del calcolo intellettuale
un sorriso di «derisione», ma che, non appena «dilegua il trionfo
dell'intelletto», si risolve in «ammirazione della semplicità…
rispetto e mestizia»4 .
13
Capitolo 1
EPILOGO DI UNA SCONFITTA. OPERAI SENZA FABBRICA
Ci sono giornate di vento, a primavera, in cui Torino pare di
vetro. Le distanze allora si abbreviano fino a scomparire, e nella
luce trasparente e fredda, tutto sembra confluire in un unico
punto: ovunque si sia si è ovunque. D'inverno, invece, Torino si
fa d'un grigio terrigno, come un blocco di roccia compatta. E i
flussi di vita che l'attraversano nelle strade simmetriche si
riducono a
l'incrinano.
sorde
vibrazioni
lungo
le
venature
chiare
che
Comunque sia, Torino appartiene al regno minerale. Per
"vivere", ha sempre richiesto grandi energie che l'agissero,
passioni
incapace
forti che l'animassero dall'interno. Creatura ctonia
di adattarsi
alle superfici, quando la tensione
s'acquieta, finisce per riflettere,
geometrie, l'inerzia e l'angoscia.
lungo
le
sue
semplici
Da quest'esilio, nel 1854, scrivendo all'amico Pasquale
Villari, così Francesco De Sanctis lamentava: «Qui è il Giappone,
mio caro; non vi è ombra di vita intellettuale: io mi ci sento
impaludare. Sto senza libri, senza progetti, senza speranze,
fantasticando
infastidivano,
tutto
il dì e
non
concludendo nulla».
di Torino, la freddezza degli abitanti,
consorterie ipocrite che gli sbarravano ambiguamente
dell'accademia, il clima uggioso, una gioventù tutto
Lo
le
la via
sommato
"buona", ma che si augurava s'annoiasse in fretta «di tutte queste
scuole meccaniche» e si aprisse «a più ampi orizzonti». Forse De
Sanctis
poteva
intravvedere
nella
pur
moderata
passione
risorgimentale, la scintilla tenue in grado d'alimentare l'anima
di Torino. Certo è che, quantomeno dal 1900 in poi, l'unica entità
capace di sollecitare questa forza inerte è stata, nel bene come
nel
male,
la
carica
di
entusiasmo
e
di
rischio
implicita
14
nell'avventura industriale; il sotterraneo, sempre instabile
intreccio di calcolabilità razionale e di smisurata, imprevedibile
potenza. E il suo prodotto più inquietante e inquieto: gli operai.
Ogniqualvolta il conflitto si è acceso, Torino è diventata,
d'un colpo, laboratorio sociale di livello europeo, luogo per
eccellenza dell'innovazione politica e sociale e sede reale di
produzione
e
riproduzione
di
comportamenti
pericolosamente
collocati sul fronte avanzato del tempo. Con le sue nervature
sociali scoperte,
come forse nessun'altra struttura urbana
moderna, con la sua dimensione esistenziale ossessivamente sociocentrica, essa offriva senza pudore, con imbarazzante chiarezza,
alla vista di ognuno, la chiave politica dei suoi più intimi
atteggiamenti. Ma quando la fabbrica tace, e si ripiega vinta su
se stessa, allora l'orizzonte si chiude. Torino ritorna un mistero
pietrificato. Da indagare negli anfratti.
Da un
Scomparsi
decennio almeno la
i
confini
netti
superficie qui si è fatta
che
separavano
ceti
e
muta.
mondi
contrapposti, cancellate - o comunque sommerse - le identità forti
che avevano dato alla città quel carattere profilato e duro, quel
senso di profondità e di verità che da sempre ha colpito anche il
visitatore più distratto, ogni spazio è stato occupato da un ceto
medio anonimo e pervasivo. E' come se dal giorno della grande
marcia dei capi e dei quadri intermedi che chiuse i 35 giorni
della Fiat, un'entità nuova avesse preso stabilmente possesso del
centro. E di lì fosse dilagata ovunque, tutto livellando e
tacitando entro le maglie strette del conformismo
nell'agitazione nervosa della carriera e del consumo.
aziendale,
La città divisa, spezzata in territori separati, con il centro
borghese, ossequioso e quieto, e le barriere operaie chiuse in se
stesse e minacciose, non c'è più. Nella "folla solitaria" che
l'attraversa ora in ogni direzione, senza più distanze nè
passioni, i volti stessi si fanno incerti e uguali, i linguaggi si
omologano, i luoghi diventano indifferenti. Non più classi, nè
"popolo",
nè culture "altre", protette
nella loro separatezze,
15
simbolo di un universo di senso ancora incontaminato. Solo questo
infinito, onnipresente, sussurrante "popolo delle scimmie". Certo,
le "barriere" giacciono sempre là, eterna periferia ai confini del
nulla. Ma come entità puramente geografiche, ormai prive di vita,
incapaci di racchiudere memoria e progetto. Di fondare alcunché.
Testimoniano di una scommessa perduta, dell'impossibilità di
riscattare, con la forza collettiva, lo squallore quotidiano della
metropoli di produzione.
Del passato sepolto non rimangono che tracce. Frammenti
affioranti a testimoniare che non fu sempre così. Qualche scritta
sbiadita
ricordi.
sui
muri.
Sequenze
casuali
d'immagini.
Pochi
stinti
Un primo frammento risale all'inizio degli anni '80: 2,30 della
notte, stazione di Porta
Nuova.
Biglietterie, una troupe televisiva
Nell'atrio
irreale delle
filma, impietosa, la vita
notturna dei barboni. La luce gelida dei riflettori fruga tra
poveri mucchi di cenci, in squallidi giacigli; interrompe brevi
dialoghi bisbigliati, solitarie bevute. E produce un'imprevista
selezione. A poco a poco, prima uno o due, poi altri a grappolo,
alcuni si separano dal gruppo; si trasferiscono, con gesti
casuali, alle spalle dell'operatore. Cercano il dialogo. Parlano
dei "barboni di Porta Nuova" con straordinaria oggettività,
indicano i loro compagni con una vena di commiserazione. Sono gli
ultimi arrivati. Quelli che da poco hanno varcato la linea che li
separa
dal
resto
della
città
e
che
ora,
attraversando
l'immaginario confine della macchina da presa, ponendosene 'al di
qua', vivono la breve illusione di un ritorno 'nel mondo'. Tra
loro Giuseppe D., ex operaio della Venchi Unica, per anni in Cassa
integrazione guadagni, poi, da undici mesi, scaduta l'ultima
tranche dei sussidi, totalmente privo di reddito. Qui a Porta
Nuova era arrivato, molti anni or sono, nel '68, forza lavoro
fresca immigrato dalla Sardegna.
questo lento crepuscolo torinese.
E qui è stato risospinto, in
16
Cos'è Giuseppe D.? - mi chiedo. Forse un atomo vagante sfuggito
alla rete di sicurezza di un welfare più o meno «nero», più o meno
istituzionalizzato ma tuttavia efficace. Un vagabondo d'eccezione,
casualmente dimenticato dal sistema di assistenza. Oppure, ancora
una volta, un' «avanguardia». Un presagio di quanto va maturando
sotto la superficie. Quanti come lui sono ritornati, in questi
mesi, a Porta
sconfitti.
Nuova, per ripartire verso
il paese? Come lui,
Giugno 1983. Amici, in Fiat, mi accorgo di non averne quasi
più. Mario Marcelli era tra i migliori delegati della Carrozzeria.
Con un senso della responsabilità spinto fino al tormento,
un'intelligenza ironica e testarda, in fabbrica era stato un punto
di riferimento pulito. Quando era stato eletto delegato raccontava - aveva trascorso giorni tentando di capire come
diavolo facesse il capo a far passare, senza che gli operai se ne
accorgessero, più scocche del dovuto sulla linea. Poi era ricorso
a un espediente: decine di taccuini, ogni scocca un foglietto con
un numero
smascherare
appiccicato. Una lunga catena di foglietti per
il capo. Dai 35 giorni era uscito con l'ulcera
perforata. E' tornato nelle Marche, al suo paese.
Franco Vivona, palermitano, massiccio e solido, un senso della
solidarietà istintivo. Quando ci si ritrovava in collina, nel
breve appezzamento di uno di loro davanti al bosco, per mangiare
la carne alla brace e la porchetta arrosto, era lui il gran
cerimoniere. Ha aspettato a lungo in Cassa integrazione un
improbabile ritorno. Come Rocco Civita, emigrato ragazzo dalle
Puglie in Germania, poi a Torino, le notti trascorse dormendo per
strada o in stazione in attesa di un posto Fiat e di una stanza in
pensione. Mai mancato a un picchetto.
Gianni Molteni era invece manutentore, e per questo guardava
gli altri con una sottile superiorità, sopra a due grossi baffi
spioventi. Militante Pci ortodosso, fiero della fabbrica, l'ho
ritrovato in una scuola a manovrare, per conto di una cooperativa
locale, la macchina per proiezioni.
17
E poi i giovani. Alfredo, fatto fuori al primo dei 35 giorni,
nell'autunno dell''80. Anna, finita a fare l'archivista per il
Comune. Carmelo, che gli stabilimenti Fiat se li era girati tutti,
già licenziato Lancia, liquidato con i '61. Licio, pacato e
intransigente, che nel settembre del '79 aveva tentato ancora uno
sciopero della fame davanti alla fabbrica, per opporsi al
licenziamento. Giancarlo, riparato a Parigi, Giovanna, Maria…
Degli oltre cento, conosciuti alla Lega di Rivalta e nella piccola
scuola grigia
fabbrica.
A
di
Mirafiori,
Tetti
Francesi,
resisteva
non
Pietro
ne
rimane
Perotti
uno
come
solo
punto
in
di
riferimento. Pietro che nel '68 aveva capito tutto: dal paese,
aveva intuito che si preparava qualcosa di grosso, che il cuore
del mondo si andava facendo straordinariamente vicino, e aveva
lasciato la sua terra a Ghemme per approdare, 80 chilometri a sudovest, alla più grande fabbrica d'Italia. Per esserci, quando
tutto fosse incominciato. Usciva, ogni pomeriggio alla fine del
"normale", dalla porta "9", nel paesaggio grigio di cui era
entrato stabilmente a far parte, delimitato a perdita d'occhio dal
profilo basso e dentato dei reparti Fiat, tra i ferri incrociati
dei tralicci e delle ciminiere, lasciandosi alle spalle il
brontolio sordo delle Fucine. Manutentore dei Servizi centrali,
girava con una bicicletta nera dell'azienda l'intera fabbrica,
raccogliendo notizie in ogni
provincia dell'impero. «Pensa
dell''85
gattini,
officina,
- aveva
in ogni pur piccola
raccontato un giorno
- che oggi abbiamo dovuto salvare una famiglia di
rimasti intrappolati in un immenso capannone deserto,
svuotato la settimana scorsa dalla ristrutturazione». Era il suo
modo di dire a qual punto fosse arrivata la rivoluzione
tecnologica che da anni andava mutando il volto di fabbrica e
operai, attraversando come un invisibile vomere i reparti,
desertificando intere aree, altre rendendole in pochi giorni
irriconoscibili: erano più di 50.000, a Mirafiori, nel '68, quando
effettivamente
"tutto
era
incominciato";
ora
ne
restavano
a
18
malapena la metà, quasi tutti anziani (l'età media in Fiat è al di
sopra dei 45 anni), quasi tutti silenziosi e delusi.
Poi, qualche giorno più tardi, il 25 aprile, nel 40° della
Liberazione, aveva preso la penna in mano, e si era deciso a
scrivere al "Direttore del personale - Fiat Auto Spa - Settore
energia - Mirafiori": «Egr. Signor Direttore - diceva la breve
lettera, parafrasando esattamente il testo con cui l'azienda usa
comunicare il licenziamento ai dipendenti - considerato che l'art.
25 del Contratto nazionale di lavoro, 1 sett. 1983, stabilisce che
"le dimissioni del lavoratore possono aver luogo in qualsiasi
giorno della settimana" con un preavviso (nel mio caso) di 12
giorni
lavorativi,
scelgo
questo
giorno,
storicamente
e
politicamente significativo, per comunicarVi che non intendo
proseguire il mio rapporto di lavoro con codesta Ditta; cioè che
intendo ritornare in possesso della mia libertà. Applicando il
coefficiente 1,2 come da Contratto, la mia permanenza in Fiat
dovrebbe terminare, salvo errori, il giorno 8 maggio (data,
peraltro, essa pure significativa). Vi invito pertanto, entro tale
data, a dar corso alle procedure relative
spettanze. Distinti saluti. Pietro Perotti».
a
tutte
le
mie
Non sopportava più quella fabbrica che aveva visto piena di
uomini e di rumore, e di passioni e di tensioni, ridotta ora a un
gigante muto. Odiava i nuovi reparti, deserti e bisbiglianti per i
fruscii elettronici dei robo-carries. Pativa il silenzio degli
uomini ancora inchiodati alle vecchie macchine, con la fatica di
prima ma senza più la rabbia nè la forza. Negli ultimi tempi,
sempre più spesso, nei suoi solitari percorsi, lasciava i reparti
e saliva sui tetti bassi dei capannoni a cercare con lo sguardo le
montagne, e tra le fessure del cemento, stentati germogli verdi
chissà come spuntati lassù. Li aveva fotografati infinite volte,
quei timidi segnali di vita d'una natura sopravvissuta nel deserto
di fabbrica, e li mostrava come preziosi reperti. C'erano licheni
e arbusti dal pallido fiore giallo, e persino un papavero rosso.
Una volta ci aveva accompagnato anche un vecchio compagno, ormai
prossimo alla pensione e condannato da un male incurabile, perché
19
per qualche istante potesse vedere anche lui il mondo accanto ai
suoi quarant'anni di Fiat.
Da allora anche i più testardi se ne sono andati. Anche quelli
che avevano attraversato il lungo tunnel della Cassa integrazione:
quei sette anni di "tempo vuoto", in cui la garanzia di un salario
era
pagata
lavorativa,
tentazione
pugno di
con
pena
l'impegno a non
il licenziamento
svolgere alcuna attività
immediato. E in cui la
di abbandonare per non impazzire, di accettare quel
milioni che la Fiat offriva come incentivo per
l'autolicenziamento, era grande.
Pino Bonfiglio era uno di
questi.
Leader
naturale,
con
un'istintiva capacità di unire gli uomini e di farli comunicare,
era stato dal '69, a Mirafiori, il Grande tessitore. Quando
durante l'"autunno caldo", in una sera di forte tensione, era
stata decisa l'occupazione della fabbrica, Pino, in piedi su un
tavolo, al centro di un reparto, aveva organizzato il presidio
delle tredici porte della Carrozzeria, chiamando per nome, ad uno
ad uno, centinaia di operai, e smistandoli lungo un perimetro di
chilometri. Conosceva la fabbrica a menadito. E sapeva suscitare
un'immediata fiducia. Era stato una figura centrale nel momento
del grande inizio. Ma quando nel '72 l'avevano trasferito in un
reparto confino - un magazzino con pochi, anziani e pacifici
lavoratori in attesa della pensione -, aveva accettato con
serenità e ironia quel suo precipitare ai margini della storia. E
aveva continuato, nella piccola trattoria dove a fine turno
cucinava, a tessere rapporti umani; a cercare di tenere uniti gli
antichi compagni che la diaspora dei tardi anni '70 andava
irrimediabilmente disseminando lungo percorsi solitari.
Il
tempo
rarefatto
della
Cassa
integrazione,
l'aveva
attraversato con dignità, fino alla fine. Rientrato in Fiat nel
1987, in un reparto per ex cassintegrati dal nome ridondante e
sconosciuto - Robassomero -, gettato in quella terra di nessuno
che si stende tra la periferia nord torinese e il polo industriale
di Chivasso, invisibile e inascoltabile, aveva però capito che
20
quella non era più la sua patria. Che quelle poche centinaia di
militanti operai sopravvissuti alla "rivoluzione dall'alto" degli
anni '80, isolati e taciturni, avevano terminato il loro viaggio
attraverso la Fiat. «Deve averlo intuito subito anche il Capo del
personale, che lì io non ci volevo restare - racconta -. Perché mi
ha sentito l'odore alle mani (sapevano di ferro), e mi ha chiesto
se io, che fuori dalla Fiat facevo evidentemente il fabbro, non
avrei accettato qualche milione per andarmene. Avrebbe potuto
arrivare anche a cifre alte. Gli ho detto che da solo no, ma
collettivamente, forse. "Più siete, più avrete", ha risposto.
"Anche un miliardo?", ho fatto io un po' per gioco. "Anche un
miliardo!"». Era incominciata così, come per sfida, una complessa
ricerca per mettere insieme un "pacco" di uomini sufficientemente
pesante da giustificare una liquidazione straordinaria. E Pino era
ritornato come un tempo - come sempre - a fare il tessitore.
La racconta con lo stesso sguardo divertito, quell' ultima
avventura in Fiat, in tutte le sue alterne vicende. Non era stato
semplice costruire e tenere unito il gruppo: quell'arricchimento
facile, quei soldi tutti insieme, in fondo spaventavano. «Poi,
finalmente, siamo stati pronti per la trattativa. Sono andato
dall'ingegnere e gli ho detto: "Siamo in dieci, vogliamo un
miliardo". Ha fatto una faccia stupita; ha cercato di prender
tempo: "A questo livello non dipende da me, non posso decidere
io". E si è attaccato al telefono. E' incominciata una trattativa
come quelle di un tempo, quando andavamo su in direzione col
reparto bloccato dallo sciopero. Loro a cercare di stancarci e
dividerci per abbassare il prezzo. Noi a sostenerci l'un l'altro
per resistere. Era il pensiero delle mogli, e delle loro reazioni
per quel salto nel buio, l'insidia più pericolosa, soprattutto per
gli anziani. E al mattino, al ritorno in reparto, erano molti i
fili da ricucire. Ma alla fine, dopo un bel po' di giorni, abbiamo
transato: 900 milioni in tutto; più o meno 90 milioni a testa.
Ricordo il più vecchio di noi: rideva come un matto. Tra due anni
sarebbe andato in pensione: pensava alla sorpresa in famiglia, per
quella sua ultima trovata.»
21
In quanti hanno accettato, per una cifra più o meno grande, di
abbandonare quella fabbrica che per anni, nel bene o nel male,
aveva costituito l'unico orizzonte pubblico e il centro stabile
intorno al quale si era costituito e ruotava l'intero proprio
mondo vitale? Dei 102.508 dipendenti (operai e impiegati) che
ancora nel 1979 costituivano l'organico della Fiat Auto in
Piemonte, nel 1984 non ne restavano che 55.398: 36.666 (oltre il
35%!) se ne erano già andati. E altri 10.444 stavano ancora fuori,
in Cassa integrazione5 .
All'inizio, subito dopo l'autunno '80 - quando a migliaia,
venuta meno la "protesta", erano pronti all'"uscita" -, valeva
circa 6 milioni l'autolicenziamento di un operaio "normale". Assai
di più quello di un'"avanguardia": fino a 20, anche 30 milioni se
davvero negli anni caldi aveva rotto le scatole. In spogli
ufficetti periferici, appartati dalla vista degli operai ancora al
lavoro, una piccola schiera di impiegati efficienti e impersonali
hanno sbrigato ogni giorno, per anni, decine di queste pratiche
particolari: un breve colloquio, l'offerta, spesso accompagnata
dalla concessione di qualche mese ancora di sussidio, a volte una
controproposta poi, dopo una più o meno accorta negoziazione, il
tratto di penna che segnava la fine del rapporto in Fiat. Non so
se questo commercio di uomini e vite fosse legale; certo è che
tutti sapevano e nessuno ha eccepito. So invece che, secondo le
buone regole dell'economia neoclassica, l'utilità marginale è
andata, nel corso del tempo, aumentando: chi più ha saputo
attendere, più ha potuto ottenere. Negli anni più recenti, quando
ormai il grosso era stato smaltito, un autolicenziamento poteva
valere decine di milioni.
Non dev'essere costato comunque molto, alla Fiat, ricomprarsi
il futuro dei suoi superflui operai. Anche calcolando in 15
milioni la media per ogni transazione (ma sono in realtà di meno),
e in 40.000 il numero di coloro che hanno abbandonato la fabbrica
dietro compenso (c'è anche chi, come Pietro Perotti, si è ripreso
gratuitamente la sua libertà), non si superano i 600 miliardi6 .
22
Meno della metà di quanto la Fiat, nello stesso periodo, ha
ottenuto, a vario titolo (per mutuo diretto, per contributi in
conto capitale, per finanziamenti bancari) dallo Stato, in base al
solo inserimento del settore auto nell'ambito della legge 6757 , per
il quale tanto si erano battuti i sindacati e le sinistre nel
1980, al fine di sostenere l'occupazione! Circa un quindicesimo
degli 8.000 miliardi che una recente indagine ha indicato come la
quota dei finanziamenti pubblici, diretti e indiretti, alla Fiat
nel periodo che va dal 1980 al 19888 .
Senza contare che c'è chi ha liberato il posto senza costi
aggiuntivi. Sarebbero più di cento - secondo i dati raccolti da un
avvocato torinese9 - i suicidi conclamati tra i cassintegrati; a
cui si aggiunge l'area assai vasta del disagio psichico, delle
depressioni
invalidanti,
dell'autoesclusione
muta.
La
rete
invisibile dei mille percorsi silenziosi
dell'identità,
di
cui
la
morte
o
la
alla dissoluzione
psichiatrizzazione
costituiscono l'esito estremo10 . Da una delle poche ricerche
condotte a Torino sul fenomeno, risulta che il 55,4% dei
cassintegrati denuncia nel disagio psichico il principale effetto
negativo della propria condizione11 . Come reazione all'improvviso
svanire del tempo strutturato di fabbrica e al vuoto incerto
seguito alla brusca emarginazione dai ruoli produttivi - recita il
rapporto finale - «riscontriamo una comune, marcata presenza di
una sorta di "nocciolo duro" caratterizzato dal senso di
inutilità, al limite del "blocco" psicologico, da una vera e
propria incapacità di reagire e dalla sensazione di smarrimento e
paura»12.
Piero Santangelo era il portavoce del piccolo gruppo d'invalidi
che nell'autunno dell''80 si erano ritrovati a presidiare il
tunnel di Via Onorato Vigliani: l'unico accesso ferroviario allo
stabilimento di Mirafiori, e il meno agevole. Incerto sulle gambe
fragili di poliomielitico, faticava a mantenere l'equilibrio sui
ciotoli smossi della massicciata, in quel posto fuori mano che
volutamente
avevano
scelto
in una sorta di testarda sfida al
23
proprio handicap. Ma il suo discorso era fermo e chiaro. Ricordava
che solo attraverso il lavoro e la lotta quelli come lui potevano
continuare a partecipare pienamente al mondo degli "altri".
Ripeteva di non voler vivere da assistito: «Noi non vogliamo
l'elemosina, nè dalla Fiat nè dallo Stato - scandiva, tra
l'approvazione del gruppo che aveva trovato in lui una guida - Noi
vogliamo continuare a vivere col nostro lavoro». Non aveva mai
sofferto d'altro che della sua inabilità. L'ha stroncato un
infarto tre mesi dopo l'inizio della Cassa integrazione.
C.B. da sempre era stato un capo-corteo. A quarantacinque anni
passati, aveva continuato a ritmare sul suo tamburo, ricavato da
una latta di Olio Fiat, le marce convulse degli ultimi giorni in
fabbrica.
Poi,
il lungo esilio senza
suoni della
Cassa
integrazione, in un quartiere di periferia dal nome inopportuno:
Borgata Vittoria. Finché un mattino, quattro anni più tardi, s'era
alzato di buon'ora come un tempo, aveva staccato dal muro la
bandiera
vecchio
rosso-mattone dell'FLM, s'era rimesso a tracolla il
tamburo,
e in un ultimo
solitario corteo
aveva
attraversato la città per un'estrema, estemporanea protesta.
Robi Sibona, invece, è rientrato in Fiat e ci è rimasto. Robi
roccioso e impenetrabile fin nei tratti severi del volto. «Della
mia esperienza in fabbrica - aveva raccontato nell''81 a un suo
vecchio compagno, Guido Viale, che lo intervistava per una ricerca
sulla Cassa integrazione13 - non ho nessun rimpianto. Ho incontrato
un mondo nuovo che non conoscevo, e sono contento. Adesso ho 39
anni. La vita vale molto di più se fai qualcosa che ti piace.
Magari l'ideale è solo un'illusione, come lo è Dio per i
cristiani, e come lo è sempre di più il socialismo per noi. Ma è
una cosa bella lo stesso. Invece, se vivi in funzione di avere,
non realizzi niente e sei sempre povero. Guarda un bel corteo
riuscito, con
tanti operai dentro la Fiat - continuava -,
realizza una cosa che non la potrai mai comprare. Non è solo una
cosa materiale, perché viene dal di dentro. Sono cose che
raggiungi tu. Invece i soldi o te li dà la fortuna, o li prendi a
24
un altro, non vengono mai da te. E te li possono
L'ideale, invece, non te lo può prendere nessuno».
prendere.
A quel credo è rimasto fedele, pur nella metamorfosi della
Cassa integrazione durata sette anni: «All'inizio, per sei sette
mesi - racconta -, sono vissuto di giorno. Andavo ai giardini,
facevo passeggiate, leggevo il giornale, andavo al bar. Ho
imbiancato qualche casa. Poi ho perso il giro: contatti con i miei
compagni di lavoro non ne avevo più. L'ultimo che mi informava di
dentro è andato in pensione, e aveva un cancro. Poco per volta ho
cambiato abitudini». Ha incominciato a dormire di giorno e a
girare la notte, in birreria, nei vari locali, rientrando alle
quattro per vedersi ancora un film alla TV, leggersi un libro e
addormentarsi al mattino. Ma anche quando l'offerta Fiat per
l'autolicenziamento ha sfiorato i cento milioni, ha trovato la
forza di dire di no. E quando, infine, è stato richiamato e
confinato a Robassomero, c'è rimasto, per un estremo gesto di
sfida. «Lì non c'è mica più niente da fare - constata sereno -. Io
da sei mesi contesto al capo il livello della produzione, e faccio
due pezzi in meno. Non perché abbia un gran significato politico;
cosa vuoi che contino due pezzi in più o in meno? Più che altro
per continuare a sentirmi vivo».
Un giorno, quando il capo l'aveva trattato con più arroganza
del solito, e l'aveva insultato, aveva avuto uno scatto violento:
«Gli sono marciato addosso come se lo volessi picchiare. E in
effetti era proprio quella la mia intenzione - racconta - Ma
quando gli sono stato vicino, invece di un cazzotto gli ho dato un
bacio sulla bocca. Proprio sulla bocca! Avresti dovuto vederlo: è
rimasto come fulminato. E poi per quindici giorni ha girato al
largo. Ma si capiva che era perplesso, e alla fine mi ha chiesto
il perché. "Guardi - gli ho risposto -, mi ha fatto una pena! Mi
sembrava così solo…»
Estate 1987. Porta 2 di Mirafiori. Sparuti gruppi di operai, a
lenti intervalli, scendono dai tram, e si avviano in fabbrica.
Volti chiusi, poche parole. Nemmeno uno sguardo ai banchetti che
25
affollano
il
piazzale,
all'edicola
che
permanentemente vi
staziona. Non un volantino, nè un discorso, nè un'espressione che
aiuti a capire. Eppure era a queste porte che aveva guardato, per
anni, chiunque - politico o
giornalista, ricercatore o semplice
curioso - avesse voluto tastare il polso sociale alla città,
misurarne sentimenti e tensioni. Sfilano radi, i pochi operai,
davanti al capannello dei delegati che indugiano di fianco al
cancello, diversi nei visi, negli abiti, nell'atteggiamento; quasi
due mondi incomunicanti. Alcuni - atteggiamento disinvolto, un
fascio di giornali sotto il braccio tra cui spiccano "Repubblica"
e "Il Sole-24 0re" - quando si decidono infine a entrare, a tempo
quasi scaduto, più che operai sembrano parlamentari romani.
Professionisti
società.
Il
della
cambio-turno
politica,
a
ormai
Mirafiori
è
appartenenti
pur
sempre
a
un'altra
un'esperienza
conoscitiva d'eccezione. Si potrebbe scrivere la storia sociale di
Torino, attraverso le sue immagini, assumendo come scenario fisso
una porta qualsiasi di corso Tazzoli: lo spiazzo largo una
trentina di metri e lungo un centinaio, tagliato in alto dal bordo
in cemento della pista di
vetrate della Carrozzeria.
prova e delimitato in fondo dalle
E lasciandovi scorrere dentro le
diverse generazioni
succedute.
che
operaie
nel
corso
del
tempo
si
sono
Ho in mente la folla compatta e scura che riempie le
panoramiche in bianco e nero di un documentario, Scioperi a
Torino14, girato con mezzi di fortuna e fine intuizione sociale
all'inizio degli anni '60. Quel muro di giacconi in pelle marrone
o nera, appena tagliato dalla striscia chiara dei volti sotto i
baschi scuri calati fin sulle orecchie, che invadeva lento e
silenzioso il piazzale e lo schermo, parlava di un mondo separato
e solido, come sospeso in attesa.
Il '68 - e, soprattutto, il '69 - avevano aggiunto movimento
alla scena. E il sonoro. S'era mantenuto il senso imponente della
massa - quando là, al confine dei reparti, si materializzava come
26
un fiume la folla in uscita -, ma tutto appariva più accelerato,
in qualche modo più convulso. E animato da una babele di linguaggi
e dialetti, da un confuso schiamazzo, che rompeva
immagine di rigidità, mantenendone però la compattezza.
l'antica
La fine degli anni '70, poi, aveva portato il colore. Con
l'ingresso delle donne e di migliaia di nuovi assunti - la prima
generazione di figli di operai, non più di contadini, a entrare in
fabbrica; la prima leva operaia altamente scolarizzata -,
l'entrata e l'uscita di un turno
assomigliare sempre più a quelle di
sociale: un
distinguersi
cittadino.
forse non
avevano incominciato ad
un qualunque altro luogo
cinema, lo stadio, un grande magazzino.
dal movimento multiforme e casuale del
A non
centro
Ancora folla, certo, fitta e densa come prima.
più massa, con quei mille profili individuali
incominciavano
scena.
a
increspare
la
superficie,
a
frastagliare
Ma
che
la
Finché il muro s'è infranto. Lo stillicidio rado che ha
sostituito il flusso massiccio di un tempo, quest'uscita solitaria
che non riesce più a riempire il piazzale, sgrana adesso lungo il
percorso che separa i reparti dai cancelli volti e figure ormai
nettamente distinti, eterogenei. Racconta di una grande occasione
mancata per la sinistra italiana; di una forza non utilizzata. E
spiega che davvero si è nel mezzo di una di quelle svolte che poi,
a giochi fatti, si chiamano «storiche», e segnano il confine tra
mondi e tempi diversi.
Tra i volti anziani che costituiscono la stragrande maggioranza
dei superstiti, si possono distinguere con chiarezza - quasi
individualmente -, zona per zona, le origini regionali, i
differenti retroterra contadini, le identità pregresse che per una
lunga stagione si erano armonizzate e fuse, e che ora son tornate,
mute, a dominare. C'è anche qualche donna, residuo della
democratizzazione del collocamento dei tardi anni '70, ora però
simbolo
della
diversità
inconciliabile.
Di
un'alterità
incomponibile, all'interno della composizione operaia. E un certo
27
numero di giovanissimi. Fanno parte di quei 1550 nuovi operai
(1468 maschi e 82 donne) "avviati [tra il gennaio del 1986 e il
luglio 1987] alla Fiat auto con contratto di formazione lavoro"15 :
una formula inedita di "sostegno all'occupazione", in
base alla
quale l'azienda può utilizzare per due anni forza lavoro giovane,
riservandosi la libertà di deciderne l'assunzione a fine periodo,
ed ottenendo anche l'affitto dei macchinari utilizzati. Sono lì a
dimostrare che la fabbrica non è morta. Nè si è ridotta a
territorio inerte su cui concentrare e controllare la folla
solitaria dei sopravvissuti a un modo di produzione estinto,
mentre la vita fluisce altrove.
l'orizzonte è ancora aperto.
Che
sul
fronte
industriale,
Anzi, dal punto di vista tecnologico, quegli stabilimenti così
radi di uomini e così deboli di vita, continuano a collocarsi sul
fronte avanzato del tempo. Basta osservare il reparto di
Verniciatura di Mirafiori, con i robot antropomorfi che tastano e
palpano la scocca per poi infilarvi i lunghi bracci snodati a
seguire alla perfezione le linee mutevoli, variando il movimento
modello per modello, e sempre eseguendo il programma senza
sbavature
nè
incertezze. Oppure il Digitron, quell'immenso
monumento all'impersonalità della scienza che ha sostituito i 120
uomini che lavorando otto ore al giorno a braccia alzate al
famigerato reparto soprannominato "le fosse", assemblavano la
parte meccanica alla carrozzeria. Ora due soli operai, seduti su
minuscoli seggiolini, attendono che un silenzioso montacarichi
trasferisca dal convogliatore aereo, all'altezza del soffitto, le
scocche al piano terra, dove motorini automatici le fissano ai
relativi supporti. Quando si accende la luce verde, si alzano e
fissano due cappelletti di gomma agli ammortizzatori. Poi
ritornano a sedere in attesa, mentre il carrello automatico avvia
il prodotto a un altro reparto.
Qui il tasso di robotizzazione e di automazione è senz'altro
più elevato che nelle equivalenti strutture produttive francesi, e
anche
americane.
Forse
-
secondo
autorevoli
dichiarazioni
di
28
Vittorio Ghidella -, per lo meno negli stabilimenti più moderni
del gruppo, si raggiungono addirittura livelli giapponesi. A
Termoli 3, per esempio, terminato nel 1985, sono «concentrati 103
calcolatori
elettronici
che
governano
la
gestione
e
la
programmazione della produzione, oltre 90 manipolatori automatici,
56 robot, 78 stazioni automatiche e 73 stazioni di "colloquio
gestionale" tra linee di montaggio e calcolatore centrale»16 . Erano
appena 20 i robot in Fiat, nel 1974; nel 1980 si erano già
decuplicati. Nel 1984 raggiungevano le 812 unità, la maggior parte
(601) concentrate nelle sezioni di carrozzeria, quella più densa
di uomini e dove più intensa, nel decennio precedente, era stata
la conflittualità. E da allora hanno continuato, sia pur con un
ritmo più rallentato (economicamente tornano
uomini piuttosto che le macchine), ad aumentare.
Mirafiori,
dunque,
vivrà.
Come
strumento
a
di
convenire
produzione
gli
di
merci, resterà a lungo "centrale". E forse saranno ancora numerose
le generazioni operaie che vi troveranno la fonte della propria
riproduzione materiale, l'occasione per un salario.
Ma non tornerà mai più a essere quello che era stata finora:
luogo d'incrocio e di confluenza di una molteplicità di percorsi
individuali, d'intelligenze e di esperienze, fusi in un progetto
comune. Punto archimedico per migliaia di uomini, su cui poggiare
la leva per sostenere e mutare la propria esistenza e il mondo. La
Mirafiori mito, storia collettiva e strumento di produzione
utopica - comunità operaia generata nel pieno dell'atto produttivo
e consolidata nel conflitto -, quella è morta definitivamente.
Nessuno più troverà lì il fondamento stabile e certo, nella sua
durezza e grandezza, della propria identità collettiva. Nè la
condizione per attribuire razionalità e senso a smisurati disegni
di palingenesi, quali solo identità lungamente lavorate nello
sforzo comune possono immaginare e sperare. Dissolti i confini che
per un lungo ciclo avevano delimitato e formato il campo di uno
scontro certo e in qualche misura "decisivo", lo spazio sociale
torna
a
costituirsi
in
universo
infinito
e
vuoto,
dove
le
29
strategie individuali non possono che farsi relative e incerte,
senza centri nè fini.
Come per una perversa rivoluzione astronomica, l'idea di un
"cuore del mondo" torna a ritrarsi da Torino, in attesa di
materializzarsi nuovamente chissà dove.
30
Capitolo 2
La FIAT degli anni '60: Behemoth di metallo
«A Lucera non si viveva male. Severo, il fratello più grande,
aveva ordine da mio padre di fare il fuoco per la cena, e
organizzava i più piccoli alla ricerca di legna secca, della
paglia, e intanto preparava le pietre per il fornello. Ma da anni
la gente partiva, per Milano, per Torino, per la Germania, e noi
li vedevamo per le ferie: gente cui non mancava nulla, che parlava
della propria vita come qualcosa che finalmente si è raggiunto. E
allora anche noi facemmo domanda per la Fiat, e partimmo. Severo
no. Ricordo che gli scrissi, raccontandogli come si viveva e cosa
si faceva a Torino. Gli dissi che era possibile vivere anche qua
senza "perdersi". Severo mi rispose raccontandomi del vino e del
granturco. Poi mi chiese di mandargli dei libri sulla coltivazione
dei fiori» (Dario M., classe 1950, Lucera, 10 anni di Fiat)17 .
«La soffitta dove mi portarono appena arrivato era proprio un
tugurio, e la ragazza veneta che aprì l'uscio per vedere chi era
il nuovo arrivato mi raccontò che la settimana prima ci stava un
vecchio che si era impiccato. Non si sa perché. Ma mi fece vedere
il chiodo cui aveva appeso la cravatta. Era dura stare a Torino,
così in solitudine. Parlavo con qualcuno solo in fabbrica, e
quando facevo la spesa. Era come se la lingua fosse tagliata»
(Salvatore F, classe 1940, Potenza, 9 anni di Fiat)18
«Arrivai a Porta Nuova una mattina di novembre del 1961, alle
7, direttamente da Messina, con due valigie e nessun indirizzo. Ma
quando mi affacciai fuori, non vidi nulla. Solo un muro grigio e
umido. Sentivo i rumori della città, la potevo immaginare, ma non
la vedevo. Prima, non sapevo neanche cosa fosse la nebbia» (Pino
B., classe 1942, Messina, 20 anni di Fiat)19.
Erano arrivati così, in masse compatte ma soli, negli anni
ingenui del miracolo economico, attirati dal mito produttivo e
31
consumistico Fiat, dai manifesti di reclutamento sparsi in ogni
più piccolo paese, dai racconti fantastici di chi già v'era stato.
Li aveva seguiti la catena dei parenti, degli amici, delle donne.
Oltre 400.000 negli anni '50; quasi 200.000 nel decennio
successivo, dopo la breve pausa della "congiuntura", investendo la
città a ondate massicce secondo i flussi e riflussi di un mercato
nervoso; dilatandone la popolazione dai 719.300 abitanti del 1951
al 1.025.000 del 1961, e poi ancora al 1.184.223 del 1971.
Affluivano dalle campagne del Piemonte (quasi 200.000 nei primi
anni '50) e del Veneto (circa 50.000, dopo le grandi alluvioni del
Po). Scendevano dal nord, dalla Germania, dal Belgio, dalla
Svezia,
lungo
l'intero
circuito
dell'emigrazione
italiana,
portando con sè una coscienza industriale di recente acquisita.
Salivano dal sud, dalle estese sacche della disoccupazione
meridionale - il 37% dalle Puglie, il 23% dalla Sicilia, il 13%
dalla Calabria, il 10% dalla Campania20 -, consumando, nel lungo
viaggio, una lacerazione delle radici contadine maturata da tempo.
Tutti in una sola direzione: dalle campagne alla città. Tutti in
qualche modo impegnati in un faticoso percorso geografico, ma
anche sociale e politico: dalla periferia al centro, dalla
marginalità al protagonismo, dalla subalternità al potere.
Era il tempo in cui la città industriale si poneva, di per sè
stessa, come la «sede del progresso storico»21 : il "luogo altro"
cui la periferia guardava come a una mitica meta, e verso cui
incominciavano a muovere le energie migliori. E quell'esercito di
pionieri
senza frontiera cercava appunto, disordinatamente,
questo: non solo un salario, un lavoro, una sistemazione, ma "un
centro". Un punto cardinale su cui innestare l'elaborazione di una
nuova cittadinanza.
Trovavano invece una metropoli opaca e ostile, indecifrabile
nella sua complessità indifferenziata, impassibile nei suoi flussi
meccanizzati, priva di servizi e sentimenti, in cui il rischio di
smarrirsi e disperdersi appariva costante, la solitudine totale. I
doppi turni nei letti affittati a ore in sordide pensioni, le
notti trascorse sulle panchine di un parco o nell'atrio della
32
stazione, i cartelli alle porte, espliciti nel negare alloggio "ai
meridionali", non sono leggenda. Costituiscono la fenomenologia di
una città disposta a "vedere" i nuovi venuti come forza lavoro e
basta. A riconoscere loro una qualche cittadinanza esclusivamente
entro quel particolare territorio che è la sfera della produzione.
Entro il confine della fabbrica.
E la fabbrica diventerà fin da subito, in quel deserto, per
quella moltitudine dispersa, l'unico punto di riferimento certo.
L'unico centro visibile.
Quasi 3 milioni di metri quadri, per metà coperti, 37 porte
d'accesso, distribuite lungo un perimetro di oltre 10 chilometri,
una popolazione dai 30 ai 60 mila uomini, a seconda dei tempi, con
una rete stradale interna di 22 chilometri e una ferroviaria di
40.
Otto
locomotori,
130
vagoni
altrettanti in entrata. Quasi 40
in
uscita giornalmente,
chilometri di catene di
montaggio, 223 chilometri di convogliatori aerei, 13 chilometri di
gallerie
sotterranee,
13.000
macchine
utensili.
Una
rete
telefonica
apparecchi
pari a quella di una città come Ivrea, con 10.000
e
667
chilometri
di
cavi;
una
capacità
di
autoproduzione elettrica tale da coprire il 50% del fabbisogno
energetico - l'equivalente di un milione di lampadine o, se si
preferisce, il consumo globale di una città come Trieste -. Una
quantità di carburante bruciato annualmente capace di riscaldare
22.000 alloggi22 .
E' Mirafiori: la fabbrica più grande del mondo. In un certo
senso, il simbolo della fabbrica per eccellenza. E' stata, si può
dire per ogni operaio che sia approdato alla Fiat negli anni '60,
la prima immagine del "mondo nuovo" in cui stava per essere
introdotto.
E
insieme
il
medium
della
prima iniziazione
all'universo industriale. Behemoth di metallo, capace di rompere,
con la sola forza della sua smisuratezza, i consolidati equilibri
spaziali per rifondare alle radici, intorno alla propria legalità
tecnica, il paesaggio stesso, essa finiva inevitabilmente per
apparire, a chi superasse per la prima volta le sue mura, come
33
"prodigio" fascinante e terrificante insieme. E per occupare,
inevitabilmente, con la potenza di un mito, memoria e racconto:
«All'inizio ero un po' titubante - racconta C.M., 33 anni, da
Torre Annunziata -, perché avevo in mente che la Fiat fosse un po'
diversa da come la vedevo… Vedevo troppi pezzi che camminavano per
aria
dentro
ai
gabbioni,
vedevo
scintille
che
partivano
dappertutto. Io pensavo che era una cosa più piccola, più vicina a
noi, che ti insegnassero magari ad aggiustare una macchina. Invece
mi piazzano vicino a una puntatrice, dove facevano i bracci di
sospensione
della
850:
lì veramente sembrava Piedigrotta,
scintille da tutte le parti!»23 .
«Ero abituato a piccole fabbrichette con pochi macchinari - gli
fa eco I.L., classe 1945, nato a Locri, entrato a Mirafiori nel
'68 -, e quando sono entrato in Fiat mi sembrava di essere in una
giungla. Una cosa enorme, con questi macchinari grandissimi e
tutte queste linee che giravano. Ero come incantato nel vedere
quelle cose. Mi sembrava tutto irreale: i macchinari, la gente che
lavorava, le linee. All'inizio, la notte, non riuscivo neanche a
dormire»24 .
«Quando entravo lì dentro - confesserà C.G., uno degli ultimi
assunti - mi sentivo diventare piccolo piccolo. Era come se il mio
corpo si restringesse»25 .
Era, quel paesaggio inquieto, quello scenario stridente e
semovente, il contesto di un rapporto di potere totalizzante. La
forma attraverso la quale lo smisurato si poneva di per sè come
strumento di dominio manifestandosi, fin dal primo impatto, con
una vertiginosa sproporzione spaziale tra il proprio mondo - il
mondo dell'individuo singolo nella sua quotidianità - e quel
mondo. E con la rappresentazione fisica di un potere che non
tollera incrinature, nè autonomie individuali, nè diversità non
contemplate negli statuti produttivi. Di un'organizzazione che
conosce un solo principio, la disciplina, e un solo modello, la
caserma.
Ma era
anche, quella città nella città, l'unica patria che
migliaia di nuovi arrivati trovavano. Il territorio in cui,
nella
34
radicale alterità di un ambiente integralmente rimodellato dalla
tecnica, tentare quella palingenesi in cui avevano sperato al
momento della rottura delle radici, e che nella città non aveva
trovato punti d'appoggio, nè appigli.
La fabbrica che li incorporava, era la Fiat vallettiana dei
primi anni '60. Una struttura rigida e gerarchizzata, impegnata,
allora, in uno sforzo produttivo senza precedenti, che andava
sottoponendo ogni struttura, ogni segmento del ciclo lavorativo a
tensioni violente, a sfide sovrumane. E che avrebbe portato, in
meno di quindici anni, a un aumento del fatturato superiore al
500%, alla moltiplicazione del volume produttivo annuo di oltre 10
volte e al potenziamento della capacità degli impianti di circa 14
volte (dalle 500 auto giornaliere del 1952 alle oltre 7.000 del
1968).
Già
dall'inizio
del
decennio
precedente
-
grosso modo dal
viaggio americano di Agnelli e Valletta che sanzionò, per molti
versi, il passaggio alla fase "neocapitalista" della produzione e
del consumo di
riorganizzazione
massa26 - era stato avviato
aziendale
di
carattere
un processo di
sostanzialmente
"intensivo", diretto a moltiplicare il volume di merci attraverso
un aumento netto della produttività del lavoro e il contenimento
dell'occupazione. Al termine della "ricostruzione", il mercato
offriva in Italia una situazione per certi versi eccezionale,
comunque unica, con appena un'auto ogni 94 abitanti (mentre già in
Inghilterra circolava «una vettura per 20 abitanti, in Francia una
per 25, in Belgio una per 27, in Svizzera una per 28»27), e con
una prospettiva di medio raggio che prevedeva, per il decennio
successivo, un fabbisogno pressoché certo di oltre due milioni di
autoveicoli e un incremento annuo oscillante tra il 10 e il 14%.
La Fiat l'aveva sfruttata a pieno, utilizzando al massimo delle
loro possibilità uomini e impianti. Liquidata la possibile
resistenza delle avanguardie politiche, con l'attacco frontale al
Partito comunista in fabbrica (207 licenziamenti individuali per
rappresaglia, tra cui la storica "purga" di 55 operai comunisti
35
dopo lo sciopero del 22 gennaio 1953 contro la "legge truffa")28 e
il crollo della Fiom alle elezioni di Commissione interna del
1955; dissolto il potere di controllo sul ciclo lavorativo da
parte
dei
residui
settori
di
classe
operaia
altamente
professionalizzata,
con
oltre 1400
licenziamenti
collettivi
motivati da "ragioni tecniche"; la direzione d'impresa aveva
potuto contare su una disponibilità piena della forza lavoro: «Non
più, dal 1955, alcun sciopero (sic), nemmeno di un'ora, nè
agitazioni a fini politici di
Relazione agli azionisti sul
partito - si
Bilancio del
proclamerà nella
1956 - Con le
Commissioni interne, costituite prevalentemente di esponenti dei
Sindacati liberi democratici (CISL e UIL) e solidali con l'Azienda
nell'indirizzo di sviluppare sempre più il lavoro, le discussioni
sono franche, costruttivi gli accordi»29 . In poco più di sei anni
lo staff vallettiano aveva così triplicato il volume produttivo
senza praticamente aumentare l'organico se non di poche migliaia
di uomini (dai 57.000 operai del '52 ai 61.512 del '58)30 . E
l'aveva fatto puntando esclusivamente sulla meccanizzazione dei
sistemi di movimentazione interna (sulla moltiplicazione, cioè,
delle macchine trasfert e delle catene di montaggio), e sulla
pressione della gerarchia di fabbrica nei confronti di una
manodopera ormai profondamente trasformata nella sua composizione
(gli operai "generici", per tradizione scarsamente sindacalizzati,
che nel 1947 costituivano appena il 37%, passeranno nel 1957 al
47,6%).
Poi, in pieno "miracolo economico", messo a punto, per così
dire, il modello, si era passati alla fase estensiva realizzando
un salto di scala, attraverso uno sviluppo orizzontale degli
impianti
e dell'occupazione. Alla Nuova Officina Meccanica
Mirafiori Sud (220.000 mq. coperti), entrata in funzione nella
seconda metà degli anni '50, si erano aggiunti gli ampliamenti
della Mirafiori Presse (20.000 mq.) e della Mirafiori Centro
(25.000 mq, con le nuove lavorazioni di verniciatura, carrozzeria
e montaggio finale su linea), completati nel 196231 ; poi, con
l'agosto del 1967, l'avviamento dello stabilimento di Rivalta, «i
36
cui reparti di meccanica e di carrozzeria copr[iranno] una
superficie di oltre 300.000 metri quadrati»32 , e il cui organico
previsto si aggirava sulle 18.000 unità. E' questo il momento in
cui la Fiat diventa il gigante che oggi conosciamo33: a ondate di
diecimila uomini l'anno, in
cancelli degli stabilimenti
meno di
torinesi
un decennio varcherà i
un esercito di oltre
settantamila operai, per la maggior parte dequalificati (la
percentuale dei "generici" raggiungerà nel 1970 la quota record
del 65%): una manodopera ancora assai poco socializzata al lavoro
industriale organizzato, immessa, d'un colpo, e massivamente,
all'interno di un sistema di macchine altamente integrato e
razionalizzato. Una sorta di fiume lavico che irrompe all'interno
di una struttura rigida ma solidissima, ponendone in tensione ogni
articolazione,
mobilitando ogni livello della struttura di
comando, sottoponendo alla massima pressione ogni segmento del
processo lavorativo.
I risultati saranno clamorosi: il fatturato, già più che
raddoppiato nel 1960 rispetto al 1952 (545 miliardi rispetto a
240), raggiungerà nel 1968 la cifra record di 1335 miliardi.
Il numero delle auto si moltiplicherà per più di tre volte in meno
di dieci anni, passando dalle 430.000 unità prodotte nel 1959 a
1.452.297 nel 1968. Ma le stesse cifre lasciano intendere il
grado di tensione che deve aver caratterizzato in quella fase
l'impiego degli uomini. L'intensità della pressione che deve
essere stata scaricata sulla massa ancora informe dei nuovi
operai. Se si considera infatti il grafico seguente, in cui le
curve della produzione e del fatturato sono confrontate con quella
relativa all'occupazione, si può constatare come quest'ultima
fosse cresciuta sì, passando dagli 85.117 dipendenti del 1959 ai
158.445, ma a un ritmo assai inferiore a quello delle altre due.
Il che significa che
a
sostenere
37
Grafico 1: Fatturato, auto prodotte, dipendenti Fiat (1958-70)
1800
1600
1400
1200
1000
800
600
400
200
0
'58
'59
'60
'61
'62
Fatturato
miliardi
'63
'64
Auto fatt.
migliaia
'65
'66
'67
'68
'69
'70
Dipendenti
migliaia
l'impressionante boom deve essere stata soprattutto la crescita
della produttività individuale, passata infatti dalle 5,71 auto
per dipendente nel 1960 (nel 1952 il rapporto era di
7,57 del 1963, e
balzata, infine, alle
9,16 del
2,O1) alle
1968. Una
dinamica straordinaria, tenuto
conto del livello relativamente
basso degli immobilizzi tecnici, consistenti in appena 271
miliardi nel decennio 1953-1963, e in circa 500 miliardi nel
periodo successivo, indicativo di quanto poco l'innovazione
tecnologica, di per sè, debba aver influito sull'aumento della
produttività individuale. E di quanto debba essersi giocato,
invece, sul terreno strettamente organizzativo del comando sulla
forza-lavoro:
sulla
mobilitazione
totale
di
una
struttura
gerarchica giunta, nella fase più calda, a contare oltre 10.000
capi (uno ogni 15 operai), sull'intensificazione dei ritmi
produttivi, e sulla massimizzazione della capacità degli impianti
mediante la saturazione dei tempi di lavoro. I quali si trovavano,
alla fine degli anni '50 - quando la nostra vicenda prende le
mosse -, a un livello assai vicino ai limiti fisiologici. Al punto
di rottura.
38
«I primi tempi che ero in Fiat, maledicevo i giorni in cui ci
ero entrato: forse era l'aria, forse era l'ambiente… Poi mi sono
abituato. Ma all'inizio è stato duro, come togliere il latte a un
bambino di colpo»(G.C., classe 1938, da Altamura)34 .
«Quando ero in Fiat, altri lavori non ne ho fatti, non ne
avevo la forza, dopo otto ore lì dentro. E poi, dopo tanti anni,
il mestiere l'avevo perso, invece di impararlo. Il lavoro era
duro. Non difficile, duro. E ci ho lasciato la salute, lì dentro:
la pressione continua della macchina contro il fegato e il rene mi
ha rovinato. Alle pedaliere ci sono stato sei anni; sei anni che
mi hanno rovinato» (Salvatore R., classe 1937, originario di Sasso
di Castalda)35 .
«Avevo a sufficienza delle mie otto ore, proprio ne avevo a
basta. Non ce la facevo fisicamente: come arrivavo a casa la prima
cosa era il letto. In quel periodo mi sono sposato, e la Fiat mi
ha condizionato come una bestia, proprio sulla mia persona. Non
avevo più rapporti con mia moglie, con la donna. Arrivavo a casa e
dormivo!
Era stanchezza psicologica, la mia, più che fisica. Era
proprio
la
fabbrica
che
ti
ammazzava,
l'insieme
della
36
fabbrica...».(P.R., di Cuneo, classe 1943, 15 anni di Fiat) .
Con chiunque si avvii il colloquio, a qualunque memoria si
faccia appello, è questo il dato ricorrente nell'esperienza di chi
ha vissuto allora la Fiat: questo carattere assoluto, fisico, per
certi versi vorace della sua dimensione produttiva. I vecchi
operai la chiamavano "la Feroce", e ne restavano segnati e
affascinati, per quel suo rapporto con gli uomini sempre diretto,
totale. Mai superficiale o indifferente. Un rapporto che agiva
direttamente sul corpo, rendendo palpabile, visivamente evidente
il trasferimento di "forza vitale" dall'uomo alla macchina, dalla
massa dei lavoratori all'apparato meccanico che l'incorpora e la
domina. I giovani, per parte loro, cercavano di imparare in fretta
i trucchi
occulti per allentare la pressione del lavoro. Per
dilatarne, in qualche modo, la porosità: il piolo piantato nella
catena di trazione della linea per incepparne il movimento poteva
fruttare mezz'ora di fermata; la pistola di verniciatura battuta a
39
terra e danneggiata forse anche un'ora per l'intera squadra; la
scocca rovesciata "per errore" nel forno quasi una mattinata…
La sociologia del lavoro, quando ancora non era diventata
un'estenuata scolastica, e si occupava di problemi grandi, e
reali, aveva identificato in quel tipo di fabbrica un modello
puro: il modello "fordistico-tayloristico", caratterizzato da
un'elevata
intensità
di
forza-lavoro
dequalificata,
da
un'organizzazione del lavoro rigida e integrata e da un primato
strutturale dell'organizzazione sulla tecnologia. E ne aveva
indicato uno dei tratti distintivi proprio nella crucialità che in
esso assume il lavoro vivo come fattore strategico e pressoché
esclusivo
della valorizzazione del capitale. Nel carattere
esasperato e assorbente assunto dal rapporto uomo-macchina. Oltre
che nell'importanza, in un quadro di questo tipo, della questione
del comando. Del problema dei mezzi e dei metodi attraverso i
quali garantirsi la subordinazione della forza lavoro in assenza
di una sufficiente mediazione tecnologica
compartecipazione professionale dei dipendenti.
e
di
una
reale
Nel racconto dei lavoratori, invece, l'immagine giunge - come
accade per ogni fenomeno che arrivi a incidere sulle radici stesse
della vita -, per così dire velata dall'aura del mito; elaborata
attraverso quella
tecnica complessa dell'invettiva e della
lamentazione che nel disegnare la fabbrica con i tratti della
sofferenza e del sacrificio permette, in qualche modo, di
appropriarsela, esorcizzandone gli elementi d'impersonalità.
Ma la sostanza non cambia. Nella Fiat degli anni '60 la durezza
assorbente
disciplina
del
una
lavoro
sembra una presenza
opprimente; la
dimensione totale. Una disciplina capillare,
scientificamente
enfatizzata dalle
predisposta
e
sistematicamente
caratteristiche strutturali di una
attuata,
fabbrica
organizzata intorno alla centralità della catena di montaggio, con
più del 70% della forza lavoro impiegata in lavorazioni su linea37 .
Una fabbrica, anzi, di cui la linea era venuta a costituire il
simbolo più diffuso e insieme l'anima reale.
40
Presente, con l'ambivalenza di un personaggio scomodo, in ogni
descrizione tecnica come in ogni memoria operaia, la linea
rappresenta l'estraneità assoluta, il corpo metallico tra i corpi
vivi e, nel contempo, il nesso più tenace che tiene uniti gli
uomini. Che trasforma, con la forza della propria rigidità
meccanica, una massa di individui atomizzati in un organismo
produttivo.
La sua funzione è appunto quella di costringere nelle geometrie
unidimensionali della produzione a catena l'eterogenea moltitudine
umana che affolla la fabbrica, per piegarla all'uniformità del
capitale costante, alla sincronia delle sue cadenze meccanizzate.
Il che implica una costrizione superiore a quella richiesta da
ogni altra forma di cooperazione produttiva, perché la sequenza
razionalizzata del ciclo lavorativo, programmata a priori e
incorporata nell'apparato metallico della linea, non tollera
scarti. Pretende sincronismi millimetrici (quasi l'80% dei
lavoratori ancor oggi impiegati in catena opera con cadenze
comprese tra i 12 secondi e i 2 minuti). E' sufficiente un intoppo
di pochi secondi nella lavorazione a valle, per disorganizzare e
congestionare l'intera catena delle operazioni a monte. Un
ritardo, sia pur minimo, in un qualunque punto del percorso
rettilineo lungo il quale il prodotto, stazione per stazione,
viene facendosi, rischia di riprodursi e ingigantirsi nell'intera
catena delle lavorazioni che seguono.
In questo spazio ridotto a una sola dimensione, il tempo
diventa tiranno. Pretende il dominio assoluto di uomini e cose:
quel tipo di disciplina che, per un lungo ciclo tecnicoproduttivo,
ha sostituito, appunto, alla Fiat, quasi del tutto
l'innovazione, divenendo, per così dire, la vera e unica
costituzione materiale di questa strana città fuori dal tempo e
dallo spazio
normali. «Una disciplina asfissiante, ossessiva,
sempre presente», racconta chi l'ha vissuta. Una sensazione
fastidiosa di essere sempre seguiti, controllati, diretti, che ci
si porta dietro anche fuori, ancora adesso, dopo anni, come
un'abitudine e un istinto: «Un passo fuori dalla linea che è un
41
passo, non lo potevi fare. Parlare, non potevi parlare. Se ti
vedevano chiacchierare un po', finito il lavoro, prima che scadese
il turno, passava un capo e ti diceva: "Sa, sa, via circolare,
prendi una scopa e fai pulizia...". Dopo mangiato, in refettorio,
non potevi stare cinque minuti in più perché subito attaccavano la
catena di montaggio. Anche al gabinetto ti cronometravano»38 .
Gli ultimi anni '50, e poi - in forma sempre più esplicita,
man mano che ci si avvicina al culmine del ciclo - gli anni '60,
sono letteralmente dominati da questa ossessione della disciplina.
Ogni voce che filtri dalla fabbrica, ogni racconto operaio, lascia
intuire
l'impiego
di
un sistema disciplinare estremamente
sofisticato, composto da un repertorio aggiornato di tecniche di
gestione del personale e dello spazio produttivo per molta parte
informale, affidato a quella "cultura d'officina" che non si trova
nei manuali di organizzazione scientifica del lavoro, ma che ne
costituisce comunque il necessario know how, operante e attivo nel
decalogo non scritto di ogni responsabile della produzione. Tra le
cui maglie, tuttavia, sembra farsi strada, via via più esteso, un
sordo tentativo, ancora
individuale, di resistenza.
«Entrai alla Fiat nel 1959, e tutti quelli che erano assunti
venivano messi sotto una disciplina bestiale - ricorda Luciano
Parlanti39 -: dopo aver bollato andavi a lavorare, non avevi nessun
contatto con i tuoi compagni, più che in tre non potevi parlare,
mangiare non potevi mangiare se non nei dieci minuti di
intervallo. In linea avrebbero dovuto darti il cambio per andare
al gabinetto, invece i capi non te lo davano. Ti dicevano
piuttosto di andare più in fretta, di anticipare il lavoro che
così, magari, invece di dieci minuti ti avrebbero dato un quarto
d'ora d'intervallo. C'era chi
pisciava
nelle scocche per
risparmiare tempo e perché non ce la faceva più. A me è capitato
di pisciare nelle scocche tante volte. Poi un capo reparto ci
chiamò a rapporto per dirci che l'orina ossidava le scocche, e che
non bisognava più fare così. Allora si pisciava dentro le
bottiglie della Coca Cola».
42
Parlanti è un osservatore per molti aspetti straordinario. Ha
vissuto, e odiato a tal punto la Fiat, che questa è diventata, per
lui, come una seconda natura. Licenziato nel '73, negli anni più
caldi, aveva ottenuto, su sentenza del Tribunale, la riassunzione,
ma la Fiat aveva preferito continuare a pagargli il salario
tenendolo fuori dai cancelli, piuttosto che reintegrarlo al suo
posto. Costretto, per una sorta di nemesi storica, all'esterno del
luogo che era diventato il centro della sua vita, ha continuato
allora a ripensarlo e a viverlo - a "elaborarlo" - dall'interno,
come memoria rappresa, giungendo a formulare una fenomenologia
della disciplina in Fiat certamente parziale, ma proprio per
questo esemplare. E riuscendo a raccontarla, quella "sua" Fiat che
ora porta dentro di sè, con un linguaggio talmente concreto da far
apparire che sia, in qualche modo, la fabbrica stessa a parlare:
«Erano tanti i modi per fregarci. A volte loro facevano andare per
una settimana la linea più veloce, e ti facevano finire un po'
prima, in modo da lasciarti un po' di tempo libero. Magari invece
di farti finire il tuo orario alle undici precise ti facevano
finire alle dieci e mezzo, poi alle dieci e venti…per farti vedere
che avevi tempo. E noi operai, purtroppo, si lavorava. C'era il
ruffiano che faceva a gara, c'era l'operaio stesso che voleva
farsi vedere più in gamba dell'altro. Più la linea andava veloce,
più facevano a gara a chi era velocissimo, e sembrava che ti
sfottessero quando tu non ce la facevi. C'era l'odio anche tra di
noi, perché non c'era più la fiducia. Ognuno si vedeva nemici
dentro la fabbrica, era difficile anche trovarsi un amico. Quando
poi loro aumentavano la produzione, senza neanche prendere il
tempo, e gli operai si incazzavano, allora ti mandavano il
cronometrista, e invece di due macchine magari riscontrava che
potevi farne quattro o cinque in più. Scopriva che in quella
mezz'ora che avevi guadagnato alla fine dell'orario, a conti
fatti, potevi anche fare dieci macchine. Erano riusciti a
tagliarti i tempi, a farti lavorare più in fretta, con quello
scherzetto del tempo libero a fine orario…»
43
«Era un periodo, quello - è ancora il racconto di Parlanti -,
in cui la Fiat ci torchiava al 100%, a un punto tale che si capiva
che se avesse aumentato ancora la produzione di qualche macchina
sarebbe successo il casino. Noi ci difendevamo come potevamo.
Ricordo che nel '59 noi tiravamo al massimo, quando venimmo a
sapere che sarebbero arrivati di nuovo i cronometristi a prenderci
il tempo, il che significava un quasi certo aumento di lavoro. Ci
bastò guardarci negli occhi, senza neppure parlarci, per capire
che era ora di svegliarci. Difatti un compagno, un meridionale,
uno del sud - me lo ricordo ancora -, tirò una riga col cacciavite
per terra (il pavimento della linea è di terra battuta, quella
terra nera e scura). Nè il capo, nè l'operatore, nessuno aveva
capito cosa era 'sta riga. E invece era un'arma fortissima per gli
operai. Perché? Bisogna sapere che per lavorare ogni operaio deve
salire sulla linea in movimento, fare le sue operazioni sulla
macchina che sta passando, e poi scendere dalla linea per risalire
a
lavorare
sulla
macchina
successiva.
Quando
arrivano i
cronometristi, la linea viene fatta tirare al massimo, con cadenze
brevissime, in modo che i tempi delle diverse operazioni risultano
più brevi del solito e si stabilisce una produzione che impone
ritmi velocissimi. Quando la linea funziona con queste cadenze,
praticamente l'operaio perde la nozione del tempo, e fa le
operazioni più in fretta di quanto le farebbe normalmente. Non
puoi nemmeno guardare l'orologio, perché è proibito: se guardavi
l'orologio ti potevano anche licenziare perché pensavano che lo
facessi apposta per fregare il cronometrista. L'unico modo per
accorgerti se vai più in fretta del solito o no è che tu fai un
percorso più corto o più lungo sulla linea. E quel segno per terra
serviva proprio per questo: mentre lavorava l'operaio teneva
d'occhio la riga, e quando arrivava alla sua altezza scendeva
dalla catena di montaggio. Lavorava, e quando arrivava alla riga
che rappresentava il punto in cui, con i tempi normali, di prima,
avrebbe dovuto finire le sue operazioni, saltava giù. Questo,
secondo me, era un principio di organizzazione rivoluzionaria,
anche
se
non
esistevano
ancora
i
rivoluzionari,
come
44
organizzazione politica. E infatti vennero giù tutti, il capo
reparto, il capo officina, c'erano i cronometristi, e dicevano "Ma
cos'hanno? Hanno l'orologio nella testa?». Me lo ricordo ancora:
"Hanno l'orologio nella testa? - dicevano - che smettono sempre al
momento giusto?". Non si erano accorti che c'era 'sta riga per
terra, e non riuscirono a tagliare i tempi. Però cosa ci fu? Che
dopo un po' ci spostarono tutti, e al nostro posto misero dei
ruffiani.»
Così era dunque la Fiat vallettiana alla fine degli anni '60.
La Fiat più dura e feroce, ma anche, in qualche modo, quella più
autentica, quale si era venuta formando e strutturando in un lungo
ciclo storico.
Intanto essa non faceva che inverare, portandole alle estreme
conseguenze senza tuttavia mutarle qualitativamente - traducendole
anzi in un "modello puro" - le tendenze già implicite nella scelta
"fordista" operata da Giovanni Agnelli fin dal 1912. Scelta
sintetizzabile - per usare la definizione di Arnaldo Bagnasco nel triplice carattere di una organizzazione gerarchico-funzionale
accentrata, di una rigida divisione fra decisione ed esecuzione, e
nel ricorso ad attività esecutive semplici
rapidamente apprese e ripetute senza errori40 .
che
possano
E
poi
esprimeva
l'accumulazione
di
una
densa
conflittuale. Il riproporsi, in forma estremizzata,
essere
memoria
di una
costante storica, ricorrente dopo ogni momento conflittuale, e
identificabile con la tendenza della direzione d'impresa a
"pacificare" l'ambiente attraverso un riallineamento tecnico e
organizzativo dei rapporti di forza con la propria manodopera,
scartando a priori la via dell'integrazione mediata e della
gestione negoziale. Così era stato nel 1911-12, quando l'industria
dell'auto torinese aveva risposto alla "crisi di disciplina"
aperta dai vecchi operai di mestiere, con la scelta "americanista"
e la prima,
ancor parziale, massificazione
della propria
manodopera. Così era stato ancora nel 1921, quando i licenziamenti
di
massa
dei
modellisti e
dei calderai eliminarono
il
nucleo
45
portante che l'anno precedente aveva guidato l' occupazione delle
fabbriche; e nei primi anni '50 quando lo smantellamento delle
Ausiliarie aveva segnato la liquidazione di quella classe operaia
specializzata che aveva costituito la base naturale del Pci.
Nè era estraneo alla struttura di "quella" Fiat, il fascino del
modello
burocratico-militare
sabaudo
rimasto
comunque
in
sospensione all'interno della storia torinese, e incorporato, ora,
in forma più o meno consapevole, nel modernissimo sistema
organizzativo tayloristico, sotto forma di un metodo di gestione
centralizzato e personale, intreccio di vocazione burocratica
(«tra l'operaio di linea e Valletta esistevano ben 14 livelli
gerarchici»41) e di paternalismo, di ossessione organizzativa e di
mentalità
Valletta,
gerarchica. «Anche nell'azienda - aveva
proclamato
nel momento di massima fortuna del suo modello
organizzativo - gli uomini contano individualmente, ognuno secondo
la propria personalità in qualsiasi grado e posto di lavoro.
Collettivamente, per l'interesse di ciascuno e di tutti al buon
funzionamento dell'azienda, conta l'ordine gerarchico dei valori e
delle attribuzioni: quadri del comando responsabili e personale
esecutivo. Da questa struttura dipende il successo o l'insuccesso
dell'azienda»42 . Era una concezione della centralità strategica del
comando e del personale chiamato a esercitarlo, che sulla base di
quella acuta distinzione tra dimensione individuale del merito e
dimensione collettiva del lavoro, attribuiva alla esclusiva
mediazione gerarchica il compito di garantire il carattere sociale
- collettivo, appunto
- del processo lavorativo, se non
addirittura l'esistenza dell'azienda stessa in quanto "organismo".
E che in quanto tale aveva il merito di proporre un principio
forte e organico agli uomini della
paradigma incentrato su un modello
produzione: una sorta di
di gestione dell'impresa
centralizzato e personale (anziché "differenziato" e "sistemico")
e su un tipo di razionalità intenzionale, sostanzialmente
garantita dal soggetto individuale che la pone in essere e la
controlla (la razionalità che i sociologi chiamano "sinottica",
per distinguerla da quella "interattiva", discorsiva, debole).
46
Su
quel
organizzativo
paradigma
si
Fiat: bizzarra
era
plasmato
l'intero
sistema
riproduzione, alla periferia della
grande metropoli di produzione, della medesima struttura ancien
régime che meno di un secolo prima aveva dominato il centro.
Impressionante intreccio di modernità e tradizione, indubbiamente
adeguato a massimizzare i vantaggi in condizioni di "ordine"
sociale e produttivo. In contesti stabili. Ma, come ogni modello
ancien règime, strutturalmente incapace di affrontare fasi di
movimento,
d'imprevedibilità,
di
"turbolenza"
dell'ambiente
interno ed esterno. E suscettibile di provocare, nei punti di
frattura e di crisi, come reazione eguale e contraria, sussulti di
rivolta altrettanto totali e organici. Di crescersi in seno i
propri giacobini.
47
Capitolo 3
La FIAT nell' "autunno caldo": comunità operaia
Il 1969 operaio colse di sorpresa l'establishment Fiat. Appena
due anni prima Giovanni Agnelli aveva potuto aprire la propria
Relazione agli azionisti celebrando gli sviluppi senza precedenti
dell'azienda, che avevano permesso alla quota Fiat di superare il
21% della produzione automobilistica CEE, e di passare dal 5 al 6%
sul piano mondiale. E ancora l'anno precedente - il 1968! -, in un
clima di euforia, la Relazione si era conclusa con un «vivissimo
encomio al nostro personale - dirigenti, impiegati, maestranze per lo spirito di corpo ed il senso del dovere dimostrati
nell'adempimento dei compiti a ciascuno affidati»43 . E con la
constatazione che il livello di utilizzazione degli impianti era
giunta a sfiorare il 90%.
D'improvviso ci si trovava ora a dover registrare quasi 20
milioni di ore di sciopero (circa il 7% del totale nazionale:
294.850.000) e una «produzione mancata valutabile in 277.000 autoveicoli e 7.800 trattori». A fronte di una "produzione teorica"
superiore a 1.600.000 unità, resa possibile dall'ampliamento degli
impianti e dall'aumento dei dipendenti da 158.000 a 170.000 informava il "Notiziario degli azionisti" - la produzione
effettiva aveva superato di poco la soglia di 1.400.000, con un
calo del 3,3% rispetto al 1968: la cifra di 1.480.000 auto
fatturate era stata raggiunta solo grazie al prelevamento dagli
stocks, e comunque non era stata sufficiente a coprire l'intera
domanda di mercato, che aveva visto di conseguenza crescere le
vendite delle case automobilistiche straniere del 37%.
In realtà l"autunno caldo" era incominciato alla Fiat fin dalla
tarda primavera. Per la precisione dall'11 aprile, quando lo
sciopero nazionale di tre ore per i fatti di Battipaglia44 era
imprevedibilmente
riuscito,
e
gli
operai,
soprattutto
gli
48
immigrati, avevano abbandonato il lavoro in massa sfilando davanti
ai capi e ai guardioni allibiti. Nel refettorio della Mirafiori
Sud un operaio coraggioso45 - Francesco Morini, iscritto alla Fim e
militante del Psiup -, era saltato su un tavolo e aveva parlato
davanti a 1500 lavoratori dell'unità tra nord e meridione, e della
condizione di fabbrica. Era la prima assemblea all'interno della
Fiat dalla metà degli anni '50, la prima
incrinatura in un
46
sistema di comando totale . Da allora si era messo in movimento un
meccanismo che gli storici sociali conoscono bene, e che vede il
conflitto, in situazioni estreme, esplodere e diffondersi con una
velocità e un'intensità uguali e contrarie al grado di costrizione
subìto, innescandosi, generalmente, nei settori a più alto grado
di qualificazione e a più maturo livello di coscienza, tra le
cosiddette "aristocrazie operaie", ed estendendosi quasi per
contagio, con rapidità e radicalità via via crescenti, agli strati
massificati e dequalificati.
Avevano iniziato, il 13 maggio,
gli 8.000 delle Ausiliarie,
47
- «il
fior fiore della
qualificazione
alla
sud Presse
professionale del complesso», come li definirà "L'Unità"48 -, da
tempo
preoccupati
per
la
perdita
di
autonomia
provocata
dall'introduzione delle nuove macchine a controllo numerico,
coinvolgendo immediatamente, in forza del loro ruolo cruciale, un
vasto numero di officine contigue, e ponendo in crisi punti
delicatissimi del meccanismo produttivo. Chiedevano l'abolizione
della terza categoria, il passaggio alle qualifiche superiori a
giudizio dei gruppi di lavoratori interessati, la regolamentazione
dei superminimi: rivendicazioni messe a punto in una lunga serie
di assemblee alla Camera del lavoro e ai cancelli49 . Li avevano
seguiti, il 18, 19 e 20 maggio, secondo una reazione a catena
incontrollabile,
i
1000
carrellisti
della
Mirafiori
sud,
utilizzando i telefoni interni per collegarsi tra loro; i gruisti
(il 21 maggio) - riducendo con la loro sola immobilità «l'officina
Grandi Presse a un ammasso di lamiere e ferraglie che impediscono
addirittura di passare tra le macchine»50 -; gli addetti alla
Grandi Presse (il 22 maggio), poi, il 23, quelli delle Medie e
49
Piccole Presse. Il 26, infine, si era bloccata l'officina 13
(preparazione gruppi lastroferratura), una postazione strategica
collocata nel punto di passaggio tra la sezione Presse e la
sezione Carrozzeria, ed il 27 aveva avuto luogo il primo corteo
interno di circa 5.000 operai. Ovunque si erano tenute assemblee.
In ogni reparto raggiunto via via dalla lotta erano stati eletti i
delegati.
Il 28
maggio
era
stato
concluso
un
primo
accordo
tra
le
organizzazioni sindacali e la Direzione. Ma gli scioperi non erano
cessati. Anzi, si erano estesi per la prima volta alle
Carrozzerie: una concentrazione di oltre 15.000 operai, quasi
tutti di linea, quasi tutti immigrati. Prima si erano bloccate la
verniciatura e il montaggio, già da tempo funzionanti a singhiozzo
per
mancanza
di
materiale
dalle
Presse
(il
lunghissimo
convogliatore che collegava le Presse alla Carozzeria, unico
"polmone" tra le due sezioni, garantiva appena 24 ore di
autonomia). Poi le fermate spontanee si erano estese a macchia
d'olio alla selleria e lastroferratura, dove da tempo erano aperte
vertenze per la regolamentazione del lavoro a catena. Il coinvolgimento delle Carrozzerie aveva drammatizzato la situazione, e
modificato profondamente i caratteri stessi del conflitto. Si
trattava della sezione più delicata dell'intero complesso, quella
dove più cruciale era la questione del comando sulla forza lavoro,
più
violente
le
tensioni, più impetuoso il processo di
incorporazione degli uomini entro il sistema di macchine (ogni
mese vi entravano quasi 1.000 nuovi lavoratori, l'intero organico
di una media fabbrica, e ogni mese quasi altrettanti ne uscivano
per disperazione, incapaci di sopportarne i ritmi)51 . Qui gli
operai
non
scioperavano
ordinatamente, eleggendo
i propri
delegati, come alle Ausiliarie e alle Presse. Si esprimevano
piuttosto con improvvise, rabbiose fiammate, usando le fermate a
"gatto selvaggio", il
blocco non annunciato delle linee,
l'invasione in massa dei reparti contigui. Non presentavano
richieste elaborate, nè partecipavano alle riunioni nelle sedi
sindacali; si muovevano
per obiettivi semplici, ma immediatamente
50
unificanti: «più soldi, meno lavoro», la seconda categoria per
tutti e ritmi meno massacranti.
La Direzione aveva, a questo punto, deciso di usare le maniere
forti minacciando la sospensione di migliaia di lavoratori a monte
e a valle dei reparti bloccati dalle agitazioni, e lasciando
intravvedere la possibilità che, in caso di precipitazione del
conflitto, la Fiat venisse scorporata dalla vertenza contrattuale
nazionale dei metalmeccanici. I sindacati avevano risposto a muso
duro. Ma in realtà nè l'una nè gli altri sapevano bene come
padroneggiare quell'emergenza, di cui risultava difficile fin
anche penetrare il principio generatore.
In effetti quello che già all'inizio di giugno aveva accumulato
nella sola Mirafiori 1.134.000 ore di scioperi interni, e che in
40 giorni di guerriglia rivendicativa aveva causato una perdita
totale di 40.000 autovetture (circa un quarto della produzione
totale prevista nel periodo), era un modello di conflitto del
tutto particolare, dotato di un meccanismo di diffusione per molti
versi
anomalo.
Preparato
con
un
capillare
lavoro
di
sensibilizzazione da parte dei militanti della Fiom e della Fim, e
del quadro di fabbrica Pci e Psiup, esso sembrava però non trovar
più, come nella tradizione, il proprio principio generalizzatore
prevalentemente nell'apparato associativo, nell' Organizzazione
sindacale o politica esterna, ma direttamente nell'articolazione
tecnica della fabbrica. Nella stessa organizzazione del lavoro, si
potrebbe dire.
A governare la diffusione della lotta e dell'informazione non è
più, qui, in primo luogo la struttura formale del sindacato, la
circolazione della parola orale o scritta, il progetto di un
qualche gruppo organizzato52. E' piuttosto, per lo meno nella fase
della crescita più intensa, il linguaggio muto delle cose, che si
trasmette lungo i nastri delle catene di montaggio, e si esprime
nel rarefarsi del flusso di pezzi, nel rallentare della catena,
nell'immobilità delle macchine. E' la stessa natura integrata del
ciclo lavorativo che fa ripercuotere, attraverso il labirinto dei
51
convogliatori,
dentro la rigida linearità delle transfert,
rallentamenti e arresti della produzione da un punto all'altro
dell'immensa fabbrica per esclusivo effetto delle interdipendenze
tecniche. E che rimodella il circuito accidentato della lotta
sopra il percorso del prodotto, facendolo in qualche modo aderire
alla complessa morfologia del ciclo lavorativo, prima occulta agli
occhi
operai,
ed
ora
visibile
di
colpo
nel
reticolo
dell'insubordinazione. Cosicché si potrebbe dire che al di sotto
della spontaneità degli uomini, sta la geometrica razionalità del
sistema di macchine, con le sue regole implacabili.
Certo,
l'importanza
degli
uomini,
delle
«avanguardie»,
dell'accumulazione di esperienza e di sapere, continua a valere.
Come continuano a svolgere un ruolo di rilievo le migliaia di
volantini
quotidianamente
distribuiti,
e
gli
appassionati
capannelli che trasformarono allora i piazzali delle porte in una
sorta di convulsa agorà, con l'intervento di una miriade di
formazioni organizzate53 . Ma quello che risulta in ultima istanza
determinante, ai fini della diffusione del conflitto, in questo
perfetto meccanismo d'orologio messosi a girare d'improvviso alla
rovescia, e prima che si scoprano strumenti più soggettivi di
generalizzazione, come i cortei interni, sono le contiguità
tecniche. E' il perfetto gioco di ruoli produttivi e mansioni
l'una all'altra indispensabile che, posto in crisi in un punto
qualunque, finisce per comunicare e riprodurre su scala sempre più
ampia crisi di comando e rifiuto. Sarà questo il canale attraverso
il quale, nonostante i numerosi accordi raggiunti (le vertenze
transate a Mirafiori in quei due mesi sfioreranno il centinaio),
gli scioperi spontanei continueranno a moltiplicarsi (clamoroso lo
sciopero a oltranza dell'officina 54, che bloccò l'intera
Carrozzeria dal 16 al 21 giugno, con la richiesta di 100 lire di
aumento e della 2^ per tutti), trovando addirittura, il 3 luglio,
negli
estesi
scontri
di
corso
Traiano,
un
momento
di
precipitazione violenta54 . E sarà, d'altra parte, ancora questo il
meccanismo attraverso il quale, all'inizio di settembre, uno
sciopero
selvaggio
esploso all'officina 32
(uno
dei
punti più
52
delicati della fabbrica, collocato allo snodo tra Meccaniche,
Presse e Carrozzeria), farà divampare fin da subito alla Fiat, con
una radicalità senza precedenti, e secondo tempi non previsti nè
voluti nè tantomeno controllabili da nessuno, lo scontro
d'autunno.
«Siamo partiti il 2 settembre - ricorda Gerolamo Chinzer,
l'operaio che diede inizio a quello sciopero -. Nel giro di pochi
minuti la lotta s'innescò nella nostra squadra e si trasmise a
tutta l'officina: 3.000 operai sui tre turni, e tutti e 3.000 si
fermarono. Ricordo che avevamo concordato con la mia squadra, che
era un punto di riferimento per tutta l'officina, di fermarci alle
dieci. Già alle dieci meno dieci tutti guardavano la mia squadra.
E tutta la mia squadra guardava me. Io imperturbabile continuavo a
lavorare. Lavorai fino alle dieci esatte, poi spensi il cannello e
uscii in mezzo al corridoio. Di fianco a me c'erano le piccole
presse che battevano le valvoline. Più lontano si sentiva il
rumore dei torni e sul fondo il soffio dei forni. Fu una cosa
impressionante: appena
uscii nel corridoio partì un fischio, e
incominciarono a fermarsi le piccole presse. Poi si arrestarono i
torni, seguiti a breve distanza dai forni. A poco a poco tutto,
tutto, tutto si spegneva. In capo al qualche minuto l'intera
officina era silenziosa. E ognuno seduto al proprio posto di
lavoro. Nei settori più lontani non sapevano neanche perché si
erano fermati; avevano spento le macchine perché se le avevamo
spente noi voleva dire che c'era un motivo. Seduti tutti quanti al
nostro posto aspettammo».
«Di lì a un paio d'ore
-
continua
Chinzer
-
arrivò
la
Commissione Interna. Volevano che riprendessimo il lavoro. Ci fu
un'assemblea su in mensa: c'erano due tavoli, su un tavolo io da
solo, sull'altro si alternavano i vari membri della CI. E si andò
avanti per diverse ore in un contraddittorio, con loro che parlavano del contratto, e io che sostenevo le 100 lire e le 36 ore.
Quello che conquistò tutta l'officina era proprio il calore, la
passione,
l'aggressività
con
cui
mettevo in difficoltà l'altra
53
parte. Fu a questo punto che si inserì Agnelli con le 30.000
sospensioni, già il secondo giorno, per drammatizzare la
situazione. E per dimostrare, proprio perché si era alla vigilia
delle trattative per il contratto, che in una situazione come la
Fiat il sindacato non controllava i lavoratori. Il fatto ebbe una
risonanza che sorprese tutti quanti noi, me compreso, facendomi
sentire proprio schiacciato dal peso di questa responsabilità:
inviati speciali dai giornali italiani, addirittura corrispondenti
di giornali stranieri, c'era una folla enorme di cronisti, di
giornalisti fuori dalle porte 31 e 32. Mentre fino ad allora la
Stampa di Torino aveva taciuto tutto, ora dedicava l'intera prima
pagina. Continuammo fino al 7 settembre. Io fui l'ultimo a
riprendere il lavoro.
contrattuali»55 .
Il
giorno
dopo
iniziarono
gli
scioperi
C'è in questo racconto - nell'immagine di quel cono di silenzio
che partendo dal centro si dilata, in cerchi concentrici,
all'intero spazio produttivo dell'officina, sostituendo al rumore
delle macchine la ripresa della parola da parte degli uomini, e
poi in quella temporanea immobilità che sembra sospendere il tempo
all'arrestarsi della produzione - una sintesi efficace di quanto
avvenne alla Fiat nella primavera e nell'autunno del '69. Intanto
perché si mostra visivamente il primato che vi ebbe il momento
della "liberazione" su quello della "negoziazione". E poi perché
in quel diretto coinvolgimento dello spazio e del tempo, le due
dimensioni fondamentali dell'esistenza, si rivela il carattere di
mobilitazione totale che quell'esperienza di ribellione ebbe, la
sua tendenza a raggiungere le radici stesse dell'esistenza,
ponendo in gioco integralmente gli uomini che vi parteciparono.
Forse
proprio in questo sta il carattere più specifico del
nuovo ciclo di lotte inaugurato dal 1969. In questo suo far
proprii, rovesciandoli, gli aspetti di straordinarietà del modello
produttivo e organizzativo entro cui si genera. Maturata in una
fabbrica che per la sua stessa costituzione materiale aveva
stabilito con gli uomini un rapporto totale, la rivolta finisce
54
per aderirvi a tal punto che non si limita a ripercorrerne le
forme, ma ne incorpora e riproduce, con segno mutato, le stesse
caratteristiche strutturali: gli stessi tratti forti, conservando
loro il medesimo carattere di eccesso e di violenza. La Fiat aveva
reso assoluto il rapporto uomo/macchina, spingendolo fino ai
limiti fisiologici di tolleranza: ora le nuove forme di lotta
facevano del corpo stesso dell' operaio, della sua irriducibilità
ai ritmi cadenzati dell'apparato meccanizzato, il principale
ostacolo alle esigenze di uniformazione poste dal ciclo tecnico.
Aveva utilizzato il proprio gigantismo, la smisuratezza spaziale,
come strumento di comando: ora l'iniziativa operaia, rioccupando
quell'immenso territorio, annettendoselo, per così dire, assurgeva
alla dimensione di grande potenza. Costruiva a se stessa una
"patria" e lanciava un messaggio irresistibile al mondo. La Fiat,
ancora, aveva fatto della disciplina e della struttura gerarchica
il proprio principio organizzativo quasi esclusivo: ora gli operai
verificavano quanto quella disciplina, invincibile sul piano
individuale, fosse invece vulnerabile dall'iniziativa collettiva,
una volta dissolte solitudine e paura; quanto dirompente rispetto
al processo lavorativo fosse la sua crisi. E concentravano la loro
azione contro l'anello più debole, e più prossimo, della catena
gerarchica: il caposquadra, il capofficina, le incarnazioni del
potere così nettamente personificate dal modello vallettiano. La
Fiat, infine, aveva lavorato con sistematicità per cancellare ogni
forma di sindacalismo autonomo, ogni fermento organizzativo non
si
ritrovava
ora
con
subordinato
o
conciliante56 :
un'insubordinazione endemica difficilmente controllabile proprio
perché scarsamente inquadrata sindacalmente.
Le stesse
rallentramento
forme di lotta usate ne recano
sistematico della produzione; lo
i segni: il
sciopero ar-
ticolato interno, a scacchiera, a gatto selvaggio; il presidio e
il blocco dei cancelli. Soprattutto: il corteo interno, che di
quell'esperienza è diventato per molti versi il simbolo, con la
sua mobile linearità, capace di ricomporre al di fuori del
dispotismo delle macchine quella stessa omogeneità che la catena
55
aveva prodotto. E di riconquistare nella sua marcia cadenzata, col
suo accumulo di forza, a volte con la sua violenza, l'immenso
spazio produttivo che altrimenti separava e scomponeva.
«Il primo corteo che si fece da una sezione all'altra
ricorda ancora Luciano Parlanti - è il miglior corteo che si possa
ricordare. Dalle Carrozzerie di Mirafiori si doveva andare alle
Meccaniche, passando per un sottopassaggio, di quei sottopassaggi
lunghi un chilometro, fatti costruire da Valletta. Allora non era
chiuso, non ancora (più tardi ci metteranno dei grossi cancelli di
ferro, e noi allora incominceremo a usare la fiamma ossidrica).
C'era una discesa di cemento, che scendeva giù, verso il buio, e
il corteo indugiava. Io parto, vado a metà, ma nessuno veniva. Si
erano fermati tutti sopra. Allora ritorno su, li riprendo: "Forza,
cosa abbiamo da perdere? andiamo a fare una passeggiata. Andiamo a
vedere 'ste Meccaniche". Era difficile. Ma a poco a poco sette,
otto, dieci, si muovono. Poi via, ho visto venire giù tutti. Ho
detto: "ci siamo". Bisognava vederlo, quel corteo, in questo
tunnel, con tutte queste grida che rimbombavano, sembravano
impazziti. Mi sentivo un cerchio alla testa, mi sembrava che si
spaccasse. Anche a gridare mi facevano male gli orecchi. Quello è
stato un grosso corteo. Era importante unire le due sezioni. In
quel momento non bastava che la tua squadra si fermasse. Dovevi
necessariamente allargare la lotta. E per farlo avevi bisogno del
corteo. Corteo praticamente voleva dire che tu non facevi passare
una certa disciplina, una dittatura del padrone»57 .
Rino Brunetti, detto Zorro, quel corteo lo vide dall'altro capo
del percorso, dalle Meccaniche: «Minchia, quando si sentì il
corteo arrivare, "bum, bum, bum", proprio le mura tremavano. Altro
che le Presse. Qui c'è il terremoto, porcodio. Che sta succedendo?
Arrivava il corteo. E già a un chilometro prima la gente
incominciava a scappare. Scappavano i capi. A un bel momento vedo
entrare Luciano Parlanti, Roby, Antonio il Prete, Zappalà, tutti
questi qui… Quando ho visto così, ti giuro, noi che eravamo lì
alle Meccaniche, ci siamo messi a piangere. Lì abbiamo capito…
56
forse è incominciata la nostra éra, forse possiamo riscattarci,
adesso sì. Abbiamo fatto bene a venire qui al nord. Ti giuro, sai
quando vuoi parlare e non riesci. Mi sembrava quegli incontri
festosi che facevano i partigiani che ritornavano dopo aver
liberato una città. Io avevo detto che passava la storia alla
Carrozzeria di Mirafiori. E lì ho incominciato a conoscere questi
uomini straordinari, che avevano avuto la capacità di portare
tutte le Carrozzerie di Mirafiori al di qua del muro, alle
Meccaniche. Ci siamo abbracciati, e quello poteva veramente
significare tutto. Poteva voler dire "abbiamo vinto", "ci siamo
finalmente tirati fuori dalla merda", "abbiamo riscattato il
nostro onore, il nostro orgoglio". Pensavi a tuo padre, alla vita
che aveva fatto, pensavi a tutti questi vecchi che erano lì. Anche
a quel vecchio che magari avevi rincorso il giorno prima perché
faceva il crumiro, e che stava dentro quella merda, e che adesso
non ci dovrà più stare»58 .
«I cortei
sono
venuti nell'autunno
caldo. Son nati lì - è
nuovamente Parlanti a ricordare - E son nati non, come dicevano
tanti, per spontaneismo. Sì, spontaneismo, ma alla mattina c'era
sempre gente che si prendeva quella responsabilità. Perché il
corteo non è che nasce così, dal niente. Anche se erano periodi
infuocati, però c'era sempre qualcuno che organizzava. Non era
mica facile fare un corteo. Prima di tutto dovevi conoscere bene
tutte le officine. Si diceva: domani ci troviamo alla tal pilia59 ,
o ci troviamo tutti ai mascheroni60 . Ci si trovava un gruppo di una
decina, quindici. Uno prendeva una latta, l'altro anche, e si cominciava a battere. E si girava, si girava, finchè la gente si
staccava dalle linee e veniva nel corteo. Era il rumore che
aggregava. E dovevi usare il cervello, non fare così, cortei teste
di cavolo. Li dovevi fare su cose giuste. Allora ti seguivano. Era
molto importante chi prendeva la testa del corteo. Noi si
decideva, per esempio, domani andiamo alle Meccaniche. Si prendeva
la testa del corteo e si andava alle Meccaniche. Domani andiamo
alle
Fonderie;
si
andava
alle
Fonderie.
Si
buttavano
giù
i
57
cancelli. Il corteo serviva proprio per unirsi, tra reparti così
lontani, in quella fabbrica immensa. Serviva a rompere quei
compartimenti stagni. Il meridionale non guardava se c'era in
testa il piemontese, come il piemontese non guardava ce c'era in
testa il meridionale».
«I primi cortei - aggiunge A.Z. - erano una cosa incredibile.
La paura
degli operai a uscire dal loro posto di lavoro. Dopo
quindici, vent'anni, sotto Valletta, col capo con quella medaglia
che aveva sempre terrorizzato, vedevano questi dieci, quindici,
venti operai che gridavano lungo i corridoi, avevano paura di
uscire dalla linea. E allora noi con la forza, con delle corde
lunghe venti metri, dieci metri, girare intorno a gruppi di
quattro, cinque operai, e tirarli in mezzo ai cortei. A spintoni,
con le corde. Un po' volevano anche essere trascinati, potevano
poi dire al capo: "avete visto, sono stato costretto, mi hanno
spinto…" Quando uscivano fuori dalla loro squadra, non si era più
in venti, si era già in cinquanta. Allora di nuovo con queste
corde, spintoni… Te lo confesso, io ho picchiato. Si picchiavano.
Prenderli e picchiarli. C'era gente che scappava nei gabinetti,
quando arrivava il corteo. Però quando questi si trovavano in una
zona diversa della fabbrica, lontano dai loro capi, diventavano
peggio di noi. Erano quelli che tiravano i bulloni. Più il corteo
diventava grosso, più si allontanava dalla loro squadra, e più
questi venivano più sfuriati, più violenti. I primi cortei
bisognava usare questi metodi, spingere, tirare bulloni, corde,
perché se tu non riuscivi a fare queste cose qui, tu ritornavi
indietro. Subito. Voleva dire che tu avevi perso. L'autunno caldo
non veniva. La violenza noi l'abbiamo usata. Io l'ho usata. Contro
gli operai. Ma hanno avuto il loro frutto. Hanno avuto un mese di
ferie, hanno avuto le pause, hanno avuto tutto. E non per merito
nostro: per merito loro, delle masse. Poi avevano rotto il
ghiaccio, vinto la paura, e allora venivano dietro spontaneamente.
Anzi, erano i capi stessi a fermare le linee. Perché era il
terrore il corteo. Quando sentivano in lontananza i tam tam di Ho
chi minh, "tun-tun-tutun", con gli slogan "Agnelli l'Indocina ce
58
l'hai nell' officina", i capi sparivano e tu vedevi gli operai che
entravano nel corteo tutti insieme.
A quel punto il capo non
aveva più potere. Perché nel corteo, quanti capi sputtanati di
brutto! Quante medaglie dei capi strappate… ci sono dei compagni
che le hanno attaccate in casa, le medaglie dei capi, come trofei.
Il capo l'abbiamo distrutto, praticamente. Era far saltare il
primo anello a contatto con l'operaio. Se riesci a spezzare quello
strumento, Agnelli è fottuto. Una volta fatto il corteo, tornati
nelle squadre a lavorare, il capo non era più lui.
Questo in fabbrica. Invece fuori dalle mura della Fiat, per noi
era un mondo nuovo. Non siamo mai riusciti a uscire nella città.
Era proprio un mondo nuovo, quello esterno. E il corteo andava a
rotoli. Gli operai come operai Fiat non erano abituati a fare i
cortei fuori. Fuori dalla fabbrica si sentivano finiti»61 .
A poco a poco, sotto la spinta di quegli assalti, la fabbrica
incominciò a cambiare. Si allentarono i ritmi. Comparvero le prime
pause. La stretta del sistema di macchine sugli uomini si fece
meno feroce. I meccanismi formalizzati di regolazione delle linee,
l'emergere di un potere informale di controllo da parte della
squadrar, il materializzarsi nel
titolare di potere, contrapposta
reparto di
al capo -
un'altra figura
il delegato -,
sembrarono attenuare la pressione, predisporre meccanismi
autodifesa, limitare la natura dispotica del ruolo di comando.
di
E con la fabbrica, si trasformarono gli uomini: «Il nostro
cervello atrofizzato mi ricordava quegli uccelli in gabbia, che
quando andavamo a liberarli, per farli scappare, non sapevano più
volare. Mi faceva una tristezza: "Dio fa - mi dicevo - il nostro
cervello non ce lo fanno più pensare". Poi, di colpo, col '69, ha
ripreso a funzionare. Abbiamo sfondato la gabbia e abbiamo
ricominciato a volare», ricorda Rino Brunetti. E aggiunge: «Noi
giovani, almeno. I giovani erano ancora, sai, come i cavalli
appena domati. Il cavallo appena domato tira ancora calci. Il
vecchio domato invece è paziente. Ha fatto tutto quello che poteva
fare, poi ha preso la carretta. E tu li vedevi, le facce con
59
quelle rughe, quegli occhi del sud, sai, stanchi della terra. E
invece era un metalmeccanico. C'era questa trasformazione, da un
puledro purosangue a un asino da tiro da soma. E 'ste cose ti
facevano impazzire: "Io dovrei finire così?". Allora invece di
andare a mangiare
apposta per poter
si discuteva. A volte facevamo gli scioperi
stare insieme, per poter vivere insieme. Si
parlava della nostra vita».
Era
una
trasformazione
profonda:
il
brusco
passaggio,
attraverso il conflitto, dentro il processo di liberazione, da una
condizione atomizzata e vinta a una dimensione collettiva e forte
dell'identità. «Quella sera lì dopo il corteo, quando andai a
piedi da Mirafiori alle Vallette, - continua Brunetti - ero solo,
ma mi sentivo in dieci, cento, mille. Ero da solo ma mi sentivo
così sicuro! Camminavo e sentivo le voci di Zappalà, di Luciano
Parlanti, di Antonio il Prete, di Roby». Gli fa eco R.V., di
Potenza: «Mi sentivo di far parte di una classe forte e di un
padrone forte. Essere alla Fiat mi dava… come andare in giro da
solo o andare in giro in quattro o cinque: io andavo in giro da
solo, ma ero con tutta la classe operaia. Mi sentivo un operaio,
un operaio della Fiat. Non tanto per un vanto che ero della Fiat,
ma che facevo parte di un gruppo forte, di un gruppo massiccio.
Prima lavoravo con quattro o cinque e non contavo niente. Mentre
alla Fiat io conto, noi contiamo come classe, imponiamo al padrone
le nostre idee»62 .
Quando ad "autunno caldo" inoltrato un cronista del "Corriere
della Sera" si avventurò tra quegli operai per registrarne la
voce, il processo di strutturazione dell'identità era già andato
così avanti sul piano delle idee e del linguaggio, aveva
consolidato una concezione del mondo così netta e
diversa
dall'immagine
rozza che se ne
voleva
dura, così
dare, che
l'intervista fu giudicata impubblicabile63 : «Dice che con gli
scioperi si distrugge ricchezza? - aveva risposto allora Ennio
Furchì, operaio all'officina 13 di Mirafiori, uno di quelli che in
maggio avevano gestito le prime assemblee nei refettori - Ma
quanta ricchezza si distrugge quando milioni di miei compaesani
60
meridionali non possono lavorare? Quanta ricchezza si distrugge
quando un operaio a quarant'anni si sente finito? E questa è
ricchezza vera, sono uomini in carne ed ossa. Noi lottiamo perché
in primo luogo finisca questa distruzione di ricchezza umana. Vede
- aveva continuato -, è finito il tempo in cui milioni di schiavi
morivano per costruire l'inutile piramide di un faraone. Questa
società può apparire a voi bella, buona, grande, colossale (il
reddito aumenta, le esportazioni anche…), ma se serve per la
potenza di qualche faraone e non per dare dignità, libertà,
soddisfazione agli uomini, allora è proprio come una piramide, una
tomba inutile che per la gloria di qualche potente richiede il
sacrificio di tanta povera gente». «L'operaio è maggiorenne in
Italia - aveva aggiunto Sergio Gaudenti - Non diamo deleghe in
bianco a nessuno, i nostri problemi vogliamo risolverli con le
nostre mani e la nostra intelligenza. Le organizzazioni che sono
al nostro servizio sono organizzazioni nostre, quelle che si
interessano di altre cose, dei giochi parlamentari, degli accordi
di vertice, non avranno deleghe, saranno come scatole vuote, senza
potere, senza fiducia operaia…»
Quanto avvenne in Italia nell'"autunno caldo" è stato descritto
come un gigantesco assedio degli esclusi alla Città dei diritti. E
gli anni successivi come un ingresso in massa
da parte del
grande esercito degli "ultimi"; come un massiccio processo di
estensione della cittadinanza64 . L'immagine è affascinante. Ma non
sembra corrispondere a quanto avvenne allora in Fiat. O meglio:
descrive forse l'atteggiamento del ceto politico e sindacale, di
una parte dei protagonisti per così dire tradizionali di quella
stagione, ma non quello dell'esteso strato di nuovi protagonisti,
di quelli che si affacciarono allora per la prima volta sulla
scena dell'azione collettiva, e che le impressero i caratteri di
novità e di radicalità che si sono descritti. Questi - che alla
Fiat furono, per lo meno nella fase iniziale, la maggioranza - non
volevano entrare nella Città (avevano conosciuto la sua durezza, e
la sua impersonalità). E neppure cambiarne le regole. Volevano
61
costruire una città tutta per sè, con diritti propri, e con propri
codici d'onore e di dignità. Una piccola città, le cui mura
coincidessero non con quelle, sproporzionate, della nazione (per
cui
valgono
le
regole
tradizionali
della
politica,
la
rappresentanza e la delega) ma, più limitatamente, col perimetro
ristretto del proprio luogo di lavoro. Dell'universo in cui si
consumava, appunto, giorno per giorno, la loro vita. E che, come
tale, potevano controllare direttamente.
Più che una città, una comunità. Questo volevano. E in parte,
per un periodo almeno, ci riuscirono. Lentamente, negli spazi
aperti a colpi d'ariete, allargati a spallate, contesi con un
duro, continuo braccio di ferro, si andò infatti, in quegli anni,
formando un tessuto operaio culturalmente autonomo. Un "secondo
mondo" - interno ma non dissolto in quello tecnico-produttivo -,
con regole, valori, appartenenze, linguaggi e identità sue
proprie. Una "Fiat operaia" solo topograficamente coincidente con
la "Fiat impresa": «Tanta gente dice: "alzarsi alle cinque per
andare in fabbrica è dura".- confesserà A.G., originario di
Napoli, in Fiat dal 1968, delegato dal 1969 - Sì, è dura, però per
me varcare quei cancelli la mattina voleva dire andare dentro la
squadra, e questo mi faceva sentire vivo, mi faceva sentire me
stesso. Quando ero giovanotto mi dicevano che ero ribelle. Ebbene,
io in Fiat riscontravo che mi trovavo a mio agio, che la gente mi
capiva. Stavo bene dentro. Stavo bene perché stavo in mezzo alla
gente operaia. Gli amici li avevo tutti lì, tutti in fabbrica…»65 .
R.L., classe 1931, siciliano, aggiungerà, con la trasfigurazione
mitica che accompagna il ricordo di un passato perduto: «In
squadra eravamo come fratelli, ci si voleva bene, eravamo uniti,
soprattutto nella lotta e nei cortei»66 : un vincolo assai simile a
quello famigliare, costruito su una lunga
consuetudine e
comunanza, nell'ambito di un processo di lunga durata in cui
conoscenza, solidarietà, sacrificio comune, fiducia consumata
nella durezza delle cose di tutti i giorni confluiscono a formare
una "seconda natura" collettiva, determinata dal luogo, confermata
nel
tempo, e
destinata
a rompere
i limiti
della diffidenza e
62
dell'individualismo. Rescissi i
patriarcale e agrario; dissolta
rapporti
l'antica
originari, di tipo
solidarietà organica
delle lontane periferie, è come se nel cuore della metropoli, al
centro dell'area della razionalizzazione per eccellenza, sul
territorio infido della tecnica, si fossero riprodotti i fili
dell'antica comunità, non più fondata sull'etnia e sul suolo,
sulla lingua e sulla parentela, ma piuttosto sulla comune appartenenza a un'entità totalizzante, sulla comune capacità di
nutrirla col lavoro e di trasformarla con la volontà.
Un tempo, nel lontano 1955, in pieno clima di
sconfitta
sindacale, Valletta aveva descritto la Fiat con i tratti forti
della comunità famigliare: «Dovunque incontriate un nostro
operaio, in Italia o all'estero - aveva scritto -, egli vi dirà
per prima cosa che è operaio della Fiat. Questo intimo orgoglio è
genuina espressione del prestigio della Fiat, ma attesta altresì
attaccamento personale all'ambiente del suo lavoro, familiarità.
La familiarità è rafforzata anche dal fatto che pochi sono gli
operai e gli impiegati i quali non abbiano almeno un congiunto o
altro parente alla Fiat. Padri madri e figli, mariti e mogli,
fratelli e sorelle al lavoro nella stessa azienda - e insieme sono
migliaia
di
dipendenti le
costituiscono
una
trama di
consanguineità, che dà forza naturale alla colleganza aziendale,
allo spirito di corpo. I figli continueranno l'opera dei genitori.
Sulle linee di lavoro della Fiat le generazioni si succedono per
famiglie. Così nella grande industria moderna si ripetono talune
prerogative già proprie delle età artigianali del lavoro»67 . Per
ironia della sorte, ora, a 15 anni di distanza, quella stessa
dimensione comunitaria e famigliare la Fiat se la ritrovava
contro, come cemento della rivolta, e come fattore costitutivo di
un'identità nemica.
63
Capitolo 4
I PRIMI ANNI '70: IMPRESA, SINDACATO, SPONTANEITA' OPERAIA
«Sul piano sindacale - recita una nota dell'Isvor-Fiat - il
rinnovo del contratto collettivo del gennaio '70, pur essendo
stato onerosissimo per le aziende in quantità e qualità e molto
pesante per i lavoratori, in termini di ore perse per sciopero,
non assicurò nemmeno per un poco una tregua nelle rivendicazioni.
Subito dopo la firma del contratto riprendono le agitazioni per le
rivendicazioni a livello aziendale»68 . Nel 1970 la quantità di ore
perdute per scioperi supererà i 4 milioni. Contemporaneamente si
registrerà un «eccezionale incremento dell'assenteismo»69 , passato
dal 7% nel primo semestre all'11% nel secondo (con punte del 25%).
L'utilizzo degli impianti, capaci di una produzione giornaliera di
7.000 auto, risulterà pari al 72%, con un'uscita quotidiana di
appena 5.500 unità70 . La mancata produzione supererà le 130.000
autovetture. Per distruibuire un dividendo, si dovrà ricorrere al
"Fondo oscillazione dividendi ed eccedenze attive residui esercizi
precedenti", come d'altra parte già era stato fatto nel 1969. Lo
stesso verbale dell'Assemblea chiamata ad approvare il Bilancio
reca le tracce del clima d'irritazione e di rancore che doveva
aleggiare tra gli azionisti: Stefano Enriotti, per esempio, «si
chiede
se
non
sia
possibile
ridurre
il
grave
fenomeno
dell'assenteismo,
suggerendo,
come
mezzo
di
riduzione degli investimenti». Angiolo Provera,
pressione, la
per parte sua,
«avverte che la situazione del risparmiatore va sempre più
deteriorandosi e che l'unica reazione efficace sarebbe, a suo modo
di vedere, lo sciopero del risparmio». Il Presidente Giovanni
Agnelli,
respinge
però
«il
suggerimento
di
ridurre
gli
investimenti a titolo di rappresaglia contro l'assenteismo, in
quanto ritiene che il solo mezzo per combattere tale fenomeno sia
il miglioramento del clima del lavoro in generale», e «considera
64
che gli investimenti costituiscono la strada da seguire per il
divenire dell'azienda e del suo modo di lavoro»71.
Ma le cose non sarebbero andate meglio negli anni successivi.
Nel 1971 le ore lavorative perdute per scioperi supereranno i 3
milioni, e la produzione di autoveicoli oltrepasserà di appena
35.637 unità la cifra dell'anno precedente, nonostante una
pressione crescente della domanda. Nel 1972, le ore di sciopero
saliranno a 4 milioni e mezzo, con un tasso di assenteismo del 14%
(pari a circa 30 milioni di ore perdute) e un utilizzo degli
impianti vicino al 70%72 . Avevano contribuito a mantenere elevata
la
mobilitazione
le
due
vertenze
aziendali
relative
rispettivamente al premio di produzione (conclusa nel luglio 1970)
e all'accordo integrativo Fiat (agosto 1971). Ma anche nei periodi
di "normalità", la micro-conflittualità era stata elevatissima,
praticamente quotidiana. E quando, nella primavera del 1973, la
vertenza per il nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici si
concluse con tre giorni di presidio (in pratica di occupazione)
degli stabilimenti Fiat, divenuti punto di riferimento generale,
si comprese che quel tipo di comportamento operaio, lungi dal
rappresentare un episodio occasionale, o comunque congiunturale,
aveva ormai assunto caratteri strutturali. Era diventato una forma
permanente e "naturale" del modo d'essere della forza-lavoro
all'interno di un sistema tecnico-organizzativo come quello Fiat,
il cui riassorbimento avrebbe presupposto lo smantellamento e il
superamento del modello vallettiano.
Ne portano un segno
evidente le statistiche
aziendali, le
quali indicano una brusca inversione di tendenza rispetto
all'intera storia precedente: a un aumento del 26,6% del numero
dei dipendenti nel periodo 1968-1973 fa riscontro infatti una
crescita del numero di auto prodotte pari ad appena il 12,1%. La
produttività per uomo ora, che era stata, appunto, la chiave di
volta del "miracolo Fiat" nel ventennio precedente, mostra
per
l'intero quinquennio un andamento costantemente decrescente (da
9,16 auto per dipendente nel '68 si passa a 8,11 auto nel '73),
sintomo di quel progressivo allentarsi della pressione del sistema
65
tecnico-organizzativo sulla forza-lavoro - o, se si preferisce, di
quella "crisi di comando" - che costituì il tratto più
caratteristico di
quel ciclo di lotte.
Produzione per dipendente (1968-1973)
Anno
1968
1969
1970
1971
Auto per dip.
9,16
8,09
8,83
8,56
(Fonte: Fiat)
73
1972
8,33
1973
8,11
Impacciata dalla rigidità del suo stesso modello produttivo,
priva di margini di manovra di fronte a un'iniziativa operaia che
la colpisce nel punto più delicato - il processo lavorativo -, e
che ne disorganizza la struttura portante - la catena gerarchica , l'impresa vive un lungo periodo di travaglio e di crisi di
strategia. Costretta a una brusca trasformazione nei metodi di
gestione e nella mentalità, e quindi a un radicale rinnovamento
sembra
inaugurare
una
fase di dualismo
del
management74 ,
decisionale che da più parti si è voluto riferire rispettivamente
alla gerontocrazia vallettiana, in declino ma ancora forte, e alla
nascente
tecnocrazia
legata
a
caratterizzate
da
un
ottimismo
Giovanni
Agnelli.
A
decisamente
infondato
fasi
(la
convinzione, alla vigilia di ogni accordo, di un rapido ritorno
alla normalità) si succedono periodi di rancoroso pessimismo (il
ricorrente rinvio di responsabilità al quadro politico e alle
controparti sindacali), alternando illusioni d'integrazione e
tentazioni di restaurazione, parziali aperture politiche e sociali
e velleitari tentativi di ripristino dell'ordine produttivo
mediante prove di forza spesso controproducenti (è convincente ad
esempio l'ipotesi di chi ritenne che la repentina ripresa della
conflittualità nel gennaio del 1970 fosse stata determinata, o
quantomeno accelerata, proprio dal tentativo di un violento
ripristino del comando con tagli dei tempi, accelerazione dei
ritmi, autoritarismo da parte dei capi, ecc.). E mostrando una
sostanziale incapacità di
conflitto che la travaglia.
risolvere,
con
mezzi
propri,
il
66
Il sindacato trovò invece in quell'incontrollabile spinta dal
basso un decisivo terreno di rilancio, ma anche una sfida che non
riuscirà mai completamente a vincere.
L'onda di piena del 1969 l'aveva colto in un momento delicato
del guado75 . Le organizzazioni che per oltre un decennio avevano
garantito ordine produttivo e subordinazione alla direzione
aziendale - la Uil, il Sida - mostravano un'usura crescente.
D'altra parte la componente più conflittuale e seria, quella che
con maggiore forza avrebbe potuto essere "interlocutore più
difficile, ma valido" anche nei confronti dell'azienda - la Fiom e
la parte più combattiva della Fim - si trovava ancora nella
situazione di debolezza cui l'aveva costretta la repressione
vallettiana. La Fiom, in particolare, che all'inizio degli anni
'50 aveva avuto in fabbrica un livello di rappresentanza operaia
pressoché monopolistico (11.763 iscritti a Mirafiori su 12.940
operai, pari al 90,9%, nel 1949; 37.520 iscritti su 41.882 operai
nell'intero complesso Fiat)76 , aveva subìto dopo la sconfitta del
1955 una drammatica caduta che l'aveva ridotta, nel 1967, ad
appena 176 iscritti a Mirafiori (1041 nel complesso Fiat), saliti
nel 1968 a 536 (1586 nel complesso). Nè molto più ampia era la
dimensione della Fim, con i suoi 600 iscritti circa77 . Il che
creava un evidente vuoto di presenza. Le stesse strutture
sindacali in fabbrica apparivano del tutto inadeguate non solo a
raccogliere la spinta dal basso, ma anche a esercitare una sia pur
minima forma di rappresentanza: appena 16 membri di Commissione
interna in uno stabilimento come Mirafiori di quasi 50.000 operai,
un rappresentante ogni 3.000 lavoratori. La stragrande maggioranza
del
quadro sindacale,
poi, apparteneva
a una generazione
culturalmente,
politicamente
e,
si
potrebbe
dire,
"esistenzialmente" diversa da quella che era andata occupando gli
spazi produttivi Fiat. Da un'inchiesta condotta proprio alla
vigilia del 196978 risulta che oltre il 60% dei quadri sindacali
torinesi aveva superato i 41 anni di età; che il 54% possedeva una
militanza sindacale superiore ai 20 anni (che aveva iniziato cioè
la
propria
attività
o
nel
periodo
della
Resistenza
o
67
nell'immediato dopoguerra); che per il 90% dei casi l'adesione al
sindacato era maturata per motivi in qualche modo definibili
di"ordine ideologico"79; che il 55% da almeno 20 anni aveva vissuto
al di fuori della fabbrica o perché ne era stato licenziato o
perché non vi aveva mai lavorato. La quasi totalità di essi,
infine, era di origine piemontese. Rappresentavano la parte più
selezionata e cosciente dell'antica classe operaia di mestiere,
forte della propria qualificazione, legata alla fabbrica e al
lavoro da un rapporto stretto di identificazione e, per certi
versi,
di
dedizione,
diversi
dalla
nuova
classe operaia
massificata
e
dequalificata
tanto
da
giungere
quasi
all'incomunicabilità: «Il lavoro era l'essenza della tua vita dirà in un'intervista Giovanni Longo, uno degli esponenti più
tipici di quella generazione operaia, classe 1923, operaio
specializzato, tra gli organizzatori degli scioperi del 1943 poi
comandante partigiano, membro di commissione interna in Fiat dal
'45 al '58 con anni di reparto confino, licenziato per
rappreseglia - E quando il lavoro è l'essenza, alla Fiat, diretta
da Valletta e dal suo gruppo dirigente che è il tuo diretto nemico
di classe, passando di lì vedi un chiodo arrugginito per terra, ti
chini e lo raccogli, la scopa per pulirti il posto di lavoro non
la butti, la posi; ecco che la vita per il lavoro con queste
caratteristiche si scontra con il nuovo modello, si è scontrato
con questi giovani - voglio sottolineare questa parola: giovani diciamo proprio con questo modo di intendere la vita e la società.
Perché noi - aggiungerà - entravamo all'interno delle fabbriche
senza raccomandazioni, ma con capacità lavorative, quindi è vero
che lavoravamo 10-11 ore al giorno, è vero tutto quello che
vogliamo, però a testa alta, perchè "caro padrone se non ti va,
arrivederci, io vado a lavorare in un altro posto, giro l'angolo e
il lavoro me lo trovo". Invece questi nuovi giovani in un modo o
nell'altro o con il parroco o con il maresciallo dei carabinieri
per trovare lavoro hanno dovuto trangugiare
amarezza te la ributtavano addosso»80 .
amaro,
e
questa
68
In tali condizioni, è evidente che questo tipo di sindacato,
che pur incarnava un modello forte di militanza, non poteva però
aggiudicarsi il monopolio nè della promozione di un ciclo
conflittuale quale quello esploso in Fiat nel 1969, nè tanto meno
del suo controllo. Poteva, piuttosto, stabilire con esso un
qualche tipo di rapporto, una di quelle relazioni di parziale
conflitto ma anche di uso reciproco che in modo ricorrente hanno
caratterizzato la dialettica tra forme nuove della composizione di
classe e strutture organizzative consolidate.
E così fece, infatti. Per un intero quinquennio il movimento
sindacale costruisce in Fiat un rapporto col movimento "dal basso"
fecondo e insieme ambivalente - di servizio e di conflitto sforzandosi di offrire, di volta in volta, l'involucro negoziale a
istanze che negoziabili erano solo in parte. Traducendo, per così
dire, in termini mediabili per lo meno sul breve periodo, e
adeguati al rapporto di forza di volta in volta raggiunto, le
pressioni emergenti dal movimento di massa. E lasciandosene, entro
certi limiti, trasformare. Ma mantenendo anche, nei confronti dei
suoi contenuti più radicali profondi - una certa distanza.
e
forse, per certo
versi, più
D'altra parte lo stesso gruppo dirigente del sindacato torinese
pareva particolarmente adatto a realizzare un tale tipo di
relazione nei confronti del movimento. La Camera del Lavoro era
diretta da uomini come Pugno, Alasia, Garavini - una generazione
di dirigenti operai di grande prestigio, caratterizzata da una
cultura della "centralità della fabbrica", maturata negli anni
duri, sopravvissuta alla sconfitta e fatta da questa attenta fino
all'ossessione al rapporto concreto di lavoro81 . Alla Cisl, per
altro verso, era arrivato Cesare Delpiano, un uomo che credeva
nella democrazia diretta e nella necessità di "partire dalle
esigenze della gente"; e alla Fim Alberto Tridente e Adriano
Serafino, figure emblematiche del nuovo quadro del sindacato
cattolico
sensibile
determinare
attento alle
alle istanze
le
autonomie delle situazioni di base,
egualitarie. Tutto ciò contribuì a
caratteristiche
di
quel
tipo
particolare
di
69
sindacalismo nato nella Fiat degli ultimi anni '60 e dei primi
anni '70, nè movimento nè istituzione, nè contrapposto nè
identificato
spinta
dal
con la
basso,
magmatica, turbolenta pulsionalità della
fabbrichista,
consigliare,
conflittuale.
Destinato, per la stessa forza delle cose, a ricercare la propria
legittimazione nel rapporto diretto, quotidiano, con ciò che si
muoveva in fabbrica.
Il primo ambito in
cui
si concretizzò
questo rapporto, fu
quello organizzativo. L'istituzione sindacale usa la spinta
fisiologica manifestatasi in Fiat per radicarsi all'interno dello
spazio produttivo. Nascono i delegati, prima in forma spontanea,
come elementare sviluppo delle forme di lotta adottate, del loro
articolarsi per segmenti produttivi, poi come esplicito oggetto di
contrattazione. Era la grande svolta: il "sindacato in fabbrica".
Di colpo la rete di rappresentanza nelle officine si dilatava fino
a farsi
capillare: 643 delegati ufficialmente riconosciuti
dall'azienda e dotati di "copertura sindacale" nella sola
Mirafiori (all'incirca uno ogni 80 lavoratori); un numero di
"gruppi omogenei" (le unità produttive legittimate a esprimere un
rappresentante) individuati superiore a 1200. Un nuovo potere si
affermava all'interno del processo produttivo stesso, trasformando
qualitativamente la struttura del modello Fiat: da monocratica e
gerarchica
negoziale.
che era, essa diviene necessariamente poliarchica e
Sconta
un
inevitabile
dualismo
di
potere non
risolvibile sul breve periodo. E vi si adegua: in un ambiente
tecnologico concepito
per funzionare secondo linee di decisione
verticali, la logica che forzatamente finisce per prevalere, nel
quadro di una conflittualità endemica e diffusa, è invece quella
della crescente disseminazione dei poteri e delle autonomie e, in
ultima istanza, della "consultazione permanente".
Il
secondo
terreno
fu
quello
dei
contenuti:
critica
dell'organizzazione del lavoro, potere e salario. Sui primi due
aspetti il sindacato torinese arrivava preparato. Aveva da tempo
posto al centro della propria elaborazione il rapporto uomomacchina, la critica della catena di montaggio, le problematiche
70
dei tempi, dei ritmi, dell'ambiente di lavoro. E quando la lotta
era esplosa proprio al punto più alto di tensione nel rapporto tra
lavoro vivo e sistema di macchine, aveva potuto proporre con
efficacia una griglia rivendicativa adeguata: la rete normativa
che attraverso il complesso sistema di controllo operaio su
saturazioni e cadenze ribaltava il modello "formale" tayloristico
facendolo funzionare per così dire a rovescio, come "garanzia"
operaia anziché come strumento di comando padronale. In questa
direzione un capolavoro era stato l'accordo dell'8 agosto 1971,
col quale erano «stati introdotti a livello generalizzato vincoli
all'utilizzo della forza-lavoro (livelli massimi di saturazione
degli impianti, riduzione dell'ambito di variazione del cottimo,
fissazione di pause individuali e collettive)»82 ; era stata cioè
fissata, in termini minuziosi, la forma normativa di quella che
negli anni successivi diverrà nota con l'espressione "rigidità
operaia".
Sul terzo tema, invece, su quello del salario, il sindacato
partiva spiazzato. In particolare la CGIL era arrivata fino alla
primavera del 1969 gravata da un forte pregiudizio antisalarialista e da una sostanziale cultura della professionalità,
meritocratica
e
disegualitaria.
Ancora
alla
conferenza
d'organizzazione tenuta dalla Fiom a Rimini all'inizio di maggio
del 1969, immediatamente a ridosso della definizione della
piattaforma del contratto nazionale dei metalmeccanici, l'opzione
anti-egualitaria era stata vincente: «La soluzione dell'aumento
uguale per tutti non convince - aveva detto in quell'occasione
Bruno Trentin, segretario nazionale Fiom -, perché la 'qualifica'
è un bene dell'operaio costato sacrifici (proprio perché c'è la
scuola di classe), da difendere e da far pagare ai padroni. Certo
il sistema delle qualifiche è da trasformare - aveva aggiunto -,
non distruggendo però quello che c'è perché in tal modo si aumenta
solo il potere del padrone, che può intervenire poi con il salario
nero, il salario dato a sua discrezione, isolando magari alcuni
gruppi operai, finendo col dividere i lavoratori che intendevamo
unire»83. E d'altra parte tenace era stata la resistenza del quadro
71
tradizionale di fabbrica alle spinte "salarialiste" presenti nelle
lotte di maggio e giugno alla Fiat, giunta fino ad attribuire la
richiesta operaia di soldi alle "provocazioni" dei capi e dei
gruppetti esterni («La Fiat ha fatto di tutto per esasperare la
spinta salariale dei lavoratori - afferma ad esempio un documento
Fiom dell'estate del 1969 - facendo girare i capi a dire che era
giunto il momento di chiedere i soldi e facendo credere che erano
i
sindacati
a non volerli prendere; aiutati anche
qui,
oggettivamente, dai gruppi esterni alla fabbrica»84 . Solo la forza
con cui in quella vicenda la questione del salario era stata posta
spontaneamente dagli operai, e il pronunciamento plebiscitario in
questo senso emerso dalla consultazione di massa svolta dalle
organizzazioni sindacali nazionali in preparazione della vertenza
d'autunno, avevano imposto la linea egualitaria poi prevalsa nella
piattaforma85. Ma non per questo l'atteggiamento "culturale" del
quadro dirigente sindacale era mutato. L'esperienza degli anni
duri li aveva portati a sublimare a tal punto, sul piano etico, la
propria militanza, fino a considerare quello salariale come un
terreno
politicamente
"deteriore"), rispetto a
poco
quello
significativo
(addirittura
"puro" della coscienza e del
potere. La lunga resistenza li aveva abituati a considerare la
propria capacità professionale come un'arma irrinunciabile nel
rapporto col padrone. Non condividevano nè gli obiettivi nè i
metodi di quei nuovi protagonisti che pretendevano di comandare
sulla propria composizione di classe, sui propri livelli di unità,
attraverso la leva salariale; e che con la lotta contro la
divisione in categorie, nel rifiuto della professionalità come
criterio remunerativo, tentavano di distruggere l'articolato
sistema di frantumazione e isolamento su cui si reggeva l'ordine
produttivo.
Così
come
erano sostanzialmente
estranei
alla
dimensione esistenziale che fece da sottofondo all'esperienza
vissuta alla Fiat tra il 1969 e il 1973. La maggior parte di quei
quadri sindacali si era formata all'interno di un ciclo storico
che aveva fatto dell'Organizzazione (politica e sindacale) il fine
ultimo di ogni esperienza operaia; e della militanza, nel partito
72
come nel sindacato, il luogo per eccellenza dei valori, il
contesto esclusivo in cui si produce senso in forma pubblica. In
quella cultura il conflitto assumeva la natura esplicita di mezzo,
rispetto al fine intermedio dei contenuti rivendicativi e al fine
superiore della crescita organizzativa. Ora si trovavano di fronte
un soggetto collettivo che assumeva, in forma più o meno
esplicita, la lotta come fine. Che tendeva comunque a privilegiare
il momento ludico del conflitto, il meccanismo collettivo della
liberazione,
obbiettivi e
sul
momento
negoziale,
subordinando
ad
esso
modelli organizzativi. Era una nuova generazione
operaia, che - per usare una felice espressione di Hannah Arendt,
a proposito dei movimenti dei tardi anni '6086 - aveva ritrovato
nella «gioia dell'azione» il fondamento di una insperata «felicità
pubblica». E che era andata elaborando, dentro lo spazio
comunicativo
creato
dal
conflitto,
la
propria
dimensione
comunitaria in una forma per molti versi indipendente dal livello
formalizzato della politica e dell'ideologia, attingendo a livelli
culturali forse più primordiali ma anche più profondi.
Con quella dimensione il sindacato non riuscì mai piemamente a
identificarsi. Anzi, se ne pose in qualche modo in concorrenza,
proponendo il proprio modello "associativo" come alternativa sia
pur parziale al modello "comunitario". Offrendo le proprie
strutture
procedure
organizzative, i propri valori storici, le proprie
consolidate nel tempo e garantite dalla durata come
allettante surrogato a una dinamica dell'azione collettiva certo
travolgente nella sua spontaneità istantanea, ma pericolosamente
esposta al rischio dell'incostanza e del riflusso. I dati sulla
sindacalizzazione parlano di una riuscita solo parziale di questo
progetto. Tra il 1969 e il 1971 l'organizzazione sindacale cresce
impetuosamente: alla Mirafiori il numero di operai iscritti alla
Fiom si moltiplica per nove volte (da 539 a 4799); nel complesso
Fiat si passa da 1882 iscritti a 11.863. Sviluppo analogo vedono
le altre due componenti sindacali, la Fim e la Uilm. Il che mostra
come una parte consistente dell'onda di piena s'incanali entro le
strutture sindacali, trovi in esse una forma di consolidamento,
73
oltre la fase incandescente dell'inizio, convertendo la propria
originaria spontaneità in organizzazione. Ma nonostante questo, la
percentuale di sindacalizzati alla Fiat non giungerà a superare,
neppure nei momenti più favorevoli, la soglia del 40% (nel 1971 il
numero degli operai degli stabilimenti Fiat
torinesi tesserati
alla FLM era di 33.751), quasi che, appunto,
continuino a
convivere
separati,
due principii di aggregazione differenti. Due modi
anche
se
non
necessariamente
antagonistici,
di
strutturare la dimensione collettiva dell'azione, i quali spiegano
lo sconcertante squilibrio tra livelli di conflittualità e livelli
di organizzazione. E danno ragione dell'apparente paradosso per
cui alla fabbrica che registrò, all'inizio degli anni '70,
l'ondata di lotte più estesa e radicale, corrisponde uno degli
apparati sindacali più esigui e meno capillari.
Grafico 2: Tesserati Fiom in provincia di Torino
(1946-1973)
120
100
80
60
40
20
0
'46 '47 '48 '49 '50 '51 '52 '53 '54 '55 '56 '57 '58 '59 '60 '61 '62 '63 '64 '65 '66 '67 '68 '69 '70 '71 '72 '73
Iscritti
%iscr/dip.
1975-1979: LA TREGUA. VECCHI E NUOVI OPERAI NELLA FIAT CHE CAMBIA
«Signori azionisti,
il bilancio che stiamo per presentarVi segna, sotto molti punti
di vista, una svolta nella storia della Fiat. Come a ogni svolta
importante le previsioni sono incerte. Non si è più in grado di
congetturare il futuro solo proiettando le tendenze passate,
mentre l'angolazione della nuova rotta rispetto alla precedente è
ancora incerta».
74
La svolta annunciata - col tono del leader politico più che del
capitano d'industria - da Giovanni Agnelli il 29 aprile del 1975,
in occasione della presentazione agli azionisti del Bilancio Fiat
relativo all'anno precedente, era reale. Prendeva atto delle
trasformazioni strutturali maturate nell'ambito dell'impresa nel
quinquennio compreso tra il trauma sociale dell'"autunno caldo" e
lo shock economico della crisi petrolifera. Annunciava un
programma per il futuro senza dubbio inedito nell'ambito della
filosofia Fiat.
Era, innanzitutto,
una svolta
economico-finanziaria. Per la
prima volta nella sua storia, la Fiat vedeva rovesciato il proprio
rapporto col sistema bancario. Da una situazione di elevata
liquidità e di autofinanziamento pressoché assoluto, d'un colpo si
scopriva insidiata da un indebitamento pesante e da un fabbisogno
di credito crescente. Lo dichiara, in termini diplomatici e
vagamente allusivi, Agnelli: «Per la prima volta - annuncia agli
azionisti - il nostro bilancio reca i segni di un diverso rapporto
col sistema bancario, rapporto che vogliamo ispirato alla rigorosa
concezione che Mattioli aveva dei ruoli e delle responsabilità
relative dell'industria e della banca». Lo confermerà, col
linguaggio grezzo che lo caratterizza, ma anche con l'animo di
chi, libero da colpe proprie, sa di scoprire le magagne altrui,
Cesare Romiti, proprio allora approdato a Corso Marconi: «Li
guardammo ben bene [quei conti] il 18, il 19, il 20 e il 21
ottobre [1974] - ha raccontato di recente a Gianpaolo Pansa -, e
venne subito fuori che alla Fiat non avevano i soldi per fare le
paghe e gli stipendi della fine dell'anno. Non c'erano!»87 . E che i
debiti accumulati fino a quel momento ammontavano a circa 1800
miliardi, «destinati a crescere in fretta»88 . La crisi energetica
aveva colpito duro il settore automobilistico. E tanto più duro
aveva colpito la Fiat, che arrivava a quella stretta in condizioni
di particolare vulnerabilità. Tra il 1974 e il 1975 sul mercato
mondiale si
autovetture.
era
Nel
registrato un crollo di oltre 4 milioni di
secondo semestre del 1974 la flessione sul
mercato italiano era stata del 40%.
Alla fine del 1975 la quota
75
di mercato interno controllata dalla Fiat risultava paurosamente
assottigliata: appena il 56,5% contro il 74,9% del 1968! La
necessità di un'inversione di tendenza nei criteri di gestione era
quindi nei fatti.
Ma quella del '75 era anche, e forse soprattutto, una svolta
politica. Oltre ad ammettere una difficile situazione finanziaria,
in quella cruciale relazione del Consiglio di amministrazione agli
azionisti, Agnelli aveva aggiunto altre decisive osservazioni.
Intanto la precisazione che il «rapporto di indebitamento» e «gli
oneri
finanziari conseguenti» erano l'effetto di una scelta
sociale
e
politica
consapevole:
quella
di
amplificazione del ciclo delle scorte, resa
accettare
necessaria
«la
per
ammortizzare il ciclo dell'occupazione, che ha costituito la
peculiarità della nostra risposta al primo e più duro impatto con
la crisi energetica»; di rassegnarsi, in altre parole, a una
situazione (costosa) di temporaneo mantenimento delle capacità
produttive a un livello notevolmente
domanda effettiva di mercato, pur
superiore a quello della
di garantire i livelli
occupazionali. Pur di evitare, cioè, sul terreno dell'occupazione,
uno scontro con la propria forza-lavoro giudicato in quella fase
insostenibile, o comunque troppo traumatico. In secondo luogo la
proposta, ufficiale, alla controparte sindacale e al governo, di
una forma di confronto, e per molti versi di "cogestione della
crisi": «Abbiamo deciso di pagarlo [questo prezzo] - si legge
infatti
nella
responsabilità
Relazione
[…]
per
legittimare,
con
dei
nostri
comportamenti,
la
richiesta
la
di
comportamenti altrettanto responsabili da parte dei Sindacati e
del Governo, la ricerca costruttiva d'una definizione dei ruoli
atta a far uscire il Paese dalla crisi ed a mantenerlo nella
grande corrente del progresso europeo». Infine il riconoscimento,
esplicito, del carattere "epocale" della fase di transizione in
corso, resa necessaria sia dalla crisi energetica che dalla crisi
sociale determinatasi nella prima metà del decennio, e segnata da
processi di riconversione industriale tanto profondi da mutare
nella sostanza il modello economico-produttivo occidentale. E da
76
richiedere una quota
precedenti: una tale
di consenso politico e sociale senza
trasformazione, si affermava infatti,
«richiede investimenti colossali che nessuna azienda potrebbe
intraprendere se non in presenza di una larga base di consenso
organizzato, di adeguate forme di finanziamento della ricerca e
delle
esportazioni,
di
mercati
pubblici
di
dimensioni
continentali, di trattamenti fiscali e parafiscali coerenti e, in
definitiva, di una capacità di cooperazione internazionale e di
programmazione sovranazionale almeno a livello europeo»89 .
Nel pieno del trapasso da un'epoca all'altra dello sviluppo
industriale, la politica prendeva dunque il posto di comando. La
logica d'impresa si faceva logica politica. Il piano specifico
dell'azienda e del profitto
potere e del consenso.
rinviava
al
terreno
generale
del
D'altra parte, già da alcuni anni - e assai prima della crisi
petrolifera - si era fatta strada, nell'establishment Fiat, la
convinzione dell'impossibilità di superare la crisi di comando nei
confronti della propria manodopera e le contemporanee difficoltà
di mercato, con mezzi esclusivamente aziendali. E della necessità
di ricercare soluzioni politiche tali da porre in movimento un
fronte consensuale ampio e da implicare una trasformazione
qualitativa del modello produttivo e delle relazioni d'impresa.
Sotto l'impulso della personalità di Giovanni Agnelli e del suo
stile nuovo rispetto a quello vallettiano, ma anche per effetto
delle mutate condizioni sociali, fuori e dentro l'impresa, le
annuali Relazioni di bilancio avevano visto crescere sempre più la
parte
di
riflessione
"politica",
rispetto
alle
parti
specificamente tecniche sulla situazione aziendale. All'assemblea
del 28 aprile 1972, la Relazione del Consiglio di amministrazione
si era addirittura aperta con un inconsueto richiamo diretto alle
elezioni politiche, più adatto a un'assise di partito che a quella
di una società per azioni: «La nostra assemblea - aveva detto
Agnelli - cade quest'anno in un momento importante della vita
politica
del
Paese:
siamo
alla
vigilia
delle
elezioni
e
non
77
dobbiamo passare sotto silenzio questa coincidenza dal momento che
l'andamento
economico
è
strettamente
legato
alle
vicende
politiche». E aveva aggiunto: «Siamo probabilmente a una grossa
svolta della nostra vita nazionale. Alla speranza di una maggiore
chiarezza politica […], si contrappone il timore di tentazioni
estremiste a destra come a sinistra, tentazioni che la storia
recente, l'esperienza e i nostri profondi sentimenti ci inducono a
respingere»90.
L'anno successivo, poi, netta era stata la presa d'atto che «la
crisi
sembra
esigere
interventi
sulle
strutture
e
sui
eliminazione
di
diseconomie
e
comportamenti
sociali»91 :
inefficienze, ridimensionamento del «crescente peso delle rendite
di posizione», riforme innovative come quelle «della casa, della
sanità e dei sistemi formativi, la concessione di un salario
garantito
per
quanti
sono
coinvolti
in
processi
di
ristrutturazione e di ammodernamento, la migliore organizzazione
dei servizi civili e dei trasporti pubblici…». Un programma e un
linguaggio non molto
differenti da quelli
della sinistra
parlamentare del tempo, cui si proponeva in sostanza un'esplicita
collaborazione nel tentativo di «gestire i fenomeni di mutamento
sociale e culturale». In primo luogo di controllare i nuovi
comportamenti operai, rispetto ai quali si chiedeva che a un più
esplicito
impegno
aziendale
a
favore
della
"sicurezza",
corrispondesse un equivalente impegno sindacale nel senso della
"responsabilità". Contemporaneamente,
turbolenta conclusione del contratto
proprio a ridosso
dei metalmeccanici,
della
nella
primavera del 1973, era stata lanciata dai vertici Fiat una
massiccia compagna di stampa sull'"impegno sociale" dell'azienda,
consistente in significativi investimenti nel Mezzogiorno, e nella
trasformazione dell'organizzazione del lavoro in fabbrica al fine
di superare gli aspetti più deprecabili del modello tayloristicofordista.
Era l'esplicito
formulazione di un
riconoscimento del fatto che senza la
nuovo "patto sociale" che mutasse nella
sostanza la qualità delle relazioni industriali e che prendesse
78
atto del nuovo rapporto di forza determinatosi all'interno delle
unità produttive, l'intero sistema avrebbe rischiato il blocco.
Una
tematica
che
non aveva trovato orecchi distratti nè
all'interno del Partito comunista, impegnato a varare la linea del
"compromesso storico", nè del movimento sindacale, affascinato dal
mito del "nuovo modo di produrre".
Ora,
nella
prima
metà
del
1975,
dopo
l'assunzione
della
Presidenza della Confindustria da parte di Giovanni Agnelli,
quelle generiche dichiarazioni e aspettative potevano diventare
concreto programma. I due "Accordi interconfederali" del 21 e 25
gennaio, rispettivamente sulla Cassa integrazione guadagni e sulla
modifica del sistema della contingenza, prefigurano con nettezza
le condizioni del patto. Ne costituiscono, per così dire, la
cornice e il fondamento. Col primo accordo, in
industriali accettavano una sorta di "tregua"
pratica, gli
sul terreno
dell'occupazione, sganciando - per lo meno sul breve periodo, e
per via tutta "politica" - i processi di ristrutturazione e di
innovazione tecnologica dal piano occupazionale, e contribuendo a
porre in essere un istituto capace di "garantire" il posto di
lavoro anche in presenza di lunghi periodi di paralisi produttiva,
fosse essa di natura tecnologica o commerciale. Si procedeva
infatti all'unificazione delle varie gestioni, ordinaria e
straordinaria,
della Cassa
integrazione,
in
modo tale da
assicurare, comunque, una copertura salariale - anticipata dalle
aziende - pari almeno all'80% della retribuzione lorda. Col
secondo accordo si realizzava, sia pure in forma graduale (entro
un biennio), l'unificazione e la rivalutazione del punto di
contingenza allineandolo ai valori riconosciuti alla categoria più
alta. Si dava vita, così, a un meccanismo di tutela nei confronti
dell'inflazione (che aveva raggiunto in quel periodo il livello
del 20%) di particolare efficacia e indubbiamente costoso per le
aziende.
Il
quale aveva però
il
fondamentale merito di
neutralizzare il terreno salariale come occasione di conflitto,
affidando la dinamica retributiva a una procedura automatica ed
79
evitando quella moltiplicazione di vertenze aziendali e nazionali
che avevano segnato il quinquennio precedente.
Per questa via, e grazie al posto di responsabilità ricoperto
alla guida della Confindustria, Agnelli riusciva a far pagare
all'intero capitalismo italiano i costi della riorganizzazione di
quell'anomalo "gigante malato" che aveva ereditato da Valletta,
sovrapponendo, di fatto, i propri particolari problemi produttivi
e la specifica logica delle relazioni industriali in Fiat a quelli
della struttura industriale italiana nel suo complesso.
Contemporaneamente - sotto la copertura di questo
generale
meccanismo di neutralizzazione dei conflitti - si registra una
netta inversione di tendenza in fabbrica, evidente soprattutto
all'interno degli stabilimenti del
coinvolto
dall'ondata
conflittuale
gruppo
e
il
torinese, il più
più
esposto
ai
contraccolpi della crisi energetica. Per effetto congiunto del
forte calo della domanda di mercato, del mantenimento contrattato
dei livelli occupazionali, dell'avvio di un intenso
ristrutturazione tecnologica e organizzativa che per
ciclo di
quasi un
quinquennio renderà discontinua e precaria la produzione, d'un
colpo la pressione del sistema tecnico produttivo sulla forza
lavoro si
"porosità"
allenta. I tempi si fanno sempre meno rigidi, la
della giornata lavorativa si dilata, il processo
lavorativo si snoda secondo cadenze relativamente rallentate. E
ciò non più, come negli anni precedenti, per l'attiva resistenza
operaia, ma secondo dinamiche per così dire "fisiologiche", quasi
che la fabbrica rispondesse ora a una logica diversa da quella,
feroce e vertiginosa, della produttività. E che,
centralità diversa da quella precedente regolata
assunta una
sulle leggi
ferree dell'accumulazione, si limitasse ora a funzionare più come
luogo di riproduzione allargata di consenso (sociale e politico),
che come mezzo di produzione di merci. Secondo i criteri della
mediazione politica, più che dell'efficienza aziendale92 .
Incominciava, in fabbrica, una lunga "tregua produttiva". Nel 1975
-
«il
peggiore
anno
dal
dopoguerra
per
il
nostro
settore
80
automobilistico», come lo definirà Giovanni Agnelli - il numero di
auto prodotte in Italia dal gruppo Fiat precipita al livello
minimo di 1.182.200 unità: 445.900 vetture in meno rispetto al
1973 (-27,4%); 235.100 in meno rispetto al 1974, il primo anno
della crisi energetica (-16,6%). Nè la situazione migliorerà negli
anni
successivi,
mantenendosi,
fino
al
1980,
su
valori
costantemente inferiori a quelli, già particolarmente bassi,
ottenuti nel 1969, con perdite, rispetto al 1973, oscillanti tra
il 20 e il 30%. Perdite non assorbite da una dinamica dell'
occupazione negozialmente rigida verso il basso, la quale viene
inevitabilmente a determinare in fabbrica una quota relativa di
sovra-occupazione; o comunque un rapporto tra organico e
produzione nettamente più favorevole agli operai. L'indice di
produttività per addetto, fatto uguale a 100 il 1973, si mantiene
su livelli inferiori mediamente del 15/20% per l'intero
Indice numero auto prodotte per dipendente (1973=100)
1973
100
1974
94
1975
79
1976
87
1977
82
1978
83
1979
82
1980
81
periodo. Una percentuale che indica la portata del rallentamento
produttivo nel settore "caldo" dell'auto (per circa un quinquennio
non nascerà alcun nuovo modello di rilievo; alla fine del
decennio, la Fiat risulterà precipitata dal 5^ al 20^ posto nella
classifica mondiale dei produttori d'auto). E che "misura" con una
certa precisione l'ampiezza di quella fascia di "tempo di
fabbrica" da cui la presenza incalzante delle esigenze produttive
sembra essersi ritratta ed in cui le istanze tutte "politiche" di
mediazione e pacificazione sembrano prevalere su quelle duramente
efficientistiche della produttività.
Non che l'impresa abbia abdicato alla
propria vocazione al
profitto. Proprio in questo periodo l'asse portante della
valorizzazione - la linea strategica lungo cui muove la produzione
effettiva di profitto - viene spostato al di fuori delle grandi
unità
produttive
attraverso
un
processo
congiunto
di
diversificazione-internazionalizzazione,
di
decentramento
81
produttivo, e di potenziamento delle pratiche finanziarie e
monetarie rispetto a quelle direttamente produttive. Ma per
intanto "sganciata" una forza-lavoro rigida e inquieta dal
meccanismo cruciale dell'accumulazione -, la fabbrica rimane, per
così dire, "congelata"; scivola lentamente ai margini del sistema
di potere Fiat. E vede maturare, al proprio interno, una profonda,
graduale metamorfosi nei comportamenti di quella classe operaia
che aveva fatto dell'ambito produttivo il territorio privilegiato
della propria identità.
Sembrano ormai lontani
i
tempi in
cui
i ritmi
erano
così
intensi, il lavoro così "saturato" e privo di "pori" che si
correva il rischio costante di "imbarcarsi", di lasciarsi cioè
trascinare "giù", lungo la catena di montaggio, dietro al pezzo
non finito, fino a invadere le posizioni degli altri operai e a
disorganizare l'intera squadra "a valle". Ora, ci si poteva
addirittura "tirare su", anticipare cioè le operazioni risalendo
la linea e "andando incontro" al prodotto, in modo da guadagnare
qualche minuto. Spesso, anche un'ora prima dello scadere del turno
la linea si fermava, perché la produzione era completa. Compare
così, per la prima volta, un impalpabile, frantumato, informale
"tempo libero di
crescente,
dalla
fabbrica". Una fascia
provenienza
incerta,
temporale stabile e
libera
dal
lavoro,
disponibile a un'inedita socialità. Se prima, infatti, negli anni
dello scontro radicale, tutto il tempo strappato al lavoro era
riempito dalla lotta, e dalle forme dure, assorbenti e organiche
della cooperazione conflittuale, ora quelle ore, quei minuti
lasciati liberi dal ritrarsi del tempo di lavoro, dall'allentarsi
spontaneo dell'impegno produttivo, rimanevano a piena disposizione
dei singoli lavoratori. Costituivano una sorta di involucro vuoto
da riempire con una socialità tranquilla, quotidiana, sottratta
alla straordinarietà epica del periodo precedente. A poco a poco,
senza l'intervento di uno speciale evento a scandire la svolta, i
comportamenti di quella "comunità operaia" che si era formata nel
conflitto e che del conflitto si era alimentata traendovi i
connotati di una politicità tanto intensa quanto irriducibile alla
82
logica della mediazione, subiscono un mutamento di sostanza.
Perdono, o comunque vedono fortemente ridimensionato, il loro
carattere "pubblico", e ricadono in una dimensione genericamente
"privata". Non più alimentati dalla potenza animatrice della
lotta, isolati rispetto al più generale contesto politico nel vivo
del quale la precedente centralità della fabbrica li aveva
collocati, mantengono una propria rigidità e costanza, ma ricadono
in una dimensione irrimediabilmente "impolitica".
«Nella mia squadra mi ero organizzato - racconta M.C., delegato
delle Meccaniche -, e tutte le mattine compravo un fascio di
giornali, dalla "Stampa" al "Manifesto", così i miei compagni,
quella mezz'ora, quell'ora che ricuperavano a fine turno, la
passavano lì, nel fumoir a leggere. Ma c'erano squadre dove si
giocava solo a carte. La gente tirava sulla linea, si prendeva la
pelle, cercava di guadagnare più tempo possibile per correre nella
stanzetta e farsi la partita. Non che la produzione non fosse
fatta, eh! Si faceva il proprio dovere, si rispettava la
produzione richiesta. Ma il tempo che si guadagnava, e se ne
poteva guadagnare parecchio allora, lo si passava in quei modi lì.
Giocavano a tutto: tutti i giochi di carte regionali, ma
specialmente a scopone. E poi a dama. C'erano dei veri e propri
tornei di dama. Oppure, quei cinque minuti strappati alla catena
tirandosi su, li passavano a chiacchierare. Fino a qualche tempo
prima si gridava, nei cortei, negli scioperi, tutti insieme;
adesso si bisbigliava, a piccoli gruppi, come sulla piazza del
mercato»93 .
«In quegli anni
carrozzerie - c'era
lì - aggiunge N.S., un giovane delle
una gran vita sociale in fabbrica, una
quantità
incredibile
di
rapporti,
conoscenze,
iniziative. Intanto, a Mirafiori potevi comprare
amicizie,
di tutto,
dall'accendino, al giubbetto, alla radiolina: c'era una specie di
mercato delle pulci circolante, e chi al di fuori aveva
l'occasione di trovare merce a buon prezzo la commercializzava
dentro. Eravamo produttori e consumatori insieme! C'era un
delegato, ricordo, che aveva addirittura messo su una specie di
83
bar informale interno: entrava al mattino con un bello scatolone
di brioches, col caffé già macinato e tutto, poi alle 11 accendeva
un piccolo fornellino elettrico e serviva colazione a tutti a
prezzo politico. C'era anche un progetto di far le cose più in
grande e comprare collettivamente una griglia per cuocere le
braciole. Ai capi, d'altra parte, andava bene così: la produzione
gliela facevamo, e in più stavamo tranquilli, meno incazzatura,
meno casino. Andare in Fiat era ormai una cosa quasi umana».
E mentre la dimensione comunitaria e autonoma si ritrae a poco
a poco negli interstizi del privato, la sfera pubblica, per così
dire,
viene
occupata,
pervasivamente,
dalla
dimensione
istituzionale: dall' "organizzazione formale" sindacale e, in
forma via via più massiccia, dal "sistema dei partiti". Nel
rifluire di quella politicità spontanea, generata direttamente nel
confronto duro, quotidiano, all'interno del processo lavorativo,
che era stata forse il dato più originale del quinquennio
precedente, il campo della politica ritorna stabilmente nelle mani
delle
istituzioni
che
di
specializzazione
funzionale,
essa
hanno
fatto
la
propria
e
di
cui
rivendicano
ora
insistentemente il monopolio. Contano, sempre di più, i grandi
apparati, sindacali e politici. Parlano, sempre di più, quelli che
possono
farsi
interpreti
di
una
linea
"generale".
Muta
profondamente la composizione e la natura stessa dei delegati:
alla
figura
del
delegato
tipica
degli
anni
precedenti,
caratterizzato in primo luogo dalla capacità di agitazione e di
mobilitazione, dalle doti prevalentemente conflittuali del "capopopolo" capace di suscitare fiducia nei compagni e timore nei
capi, si sostituiscono nuovi modelli umani e culturali. Le doti
caratteristiche della maggior parte dei delegati sono ora la
competenza tecnica, la capacità di discutere adeguatamente col
capo conoscendo perfettamente la tecnologia specifica del reparto
e sapendo applicare con precisione il complesso sistema di regole
e di accordi sorto e stratificatosi negli anni precedenti; la
disponibilità
a
misurarsi
con
le
problematiche
di
un
sistema
84
tecnologico che cambia nel quadro di una profonda trasformazione
del rapporto tra fabbrica e mercato, e che si intende far cambiare
in
forma
negoziale e non conflittuale, con una diretta
responsabilizzazione dell'organizzazione sindacale. Oppure la
competenza
politica
generale,
il
confronto
col
contesto
complessivo, l'impegno a frequentare le sedi partitiche cittadine,
a stabilire relazioni all'esterno della fabbrica. I dati relativi
alla verifica dei delegati alla Fiat-Mirafiori, realizzata tra il
dicembre
1976
e
il
gennaio
1977
con
una
notevolissima
partecipazione al voto (le percentuali oscillano tra l'83% della
Carrozzeria e il 95% delle Presse), sono di per sè significativi.
Indicano la presenza di una svolta94 : su 1034 delegati eletti 536
(pari al 52%) sono "nuovi", non avevano cioé
Consiglio
precedente
costituitosi,
appunto,
fatto parte del
nel pieno del
conflitto; una percentuale che raggiunge rispettivamente il 67% e
il 59% alle Presse e in Meccanica, le sezioni più "politicizzate",
dove maggiore è la sindacalizzazione95, e che scende invece al 37%
(89 nuovi delegati su 241) in Carrozzeria, la sezione in qualche
modo più "selvaggia", dove più intensa era stata la spinta
"autonoma", e dove per tradizione era stato privilegiato il
momento della lotta su quello dell'organizzazione e della
mediazione96 . Il "Consiglione" di Mirafiori rimaneva ancora
un'entità particolare nel panorama sindacale italiano, segnato
com'era da una tenace cultura della resistenza e della rigidità, e
fiero della propria autonomia
e intransigenza. Ma finiva
inevitabilmente per operare in una situazione crescente di delega
muta, di silenzio pubblico operaio, vedendo prevalere, in qualche
modo, sempre più spesso, l'ordinaria amministrazione burocratica
sulla permanente eccezionalità della fase precedente.
Fu proprio in quel vuoto aperto dalla regressione indolore nel
"privato"
della comunità operaia, in quel
lento rifluire
dell'iniziativa dal basso, che s'inserì, con violenza, la sfida
terroristica, tentando di forzare il silenzio operaio con la leva
potente
dell'azione
armata,
e
d'insidiare
nel
contempo
il
85
monopolio
istituzionale
della
rappresentanza
in
fabbrica
accreditandosi come il vero "partito operaio". Come l'autentico
detentore di un programma generale, capace di prolungare l'
"eccezionalità" dell'azione. Di garantirne la "durata" attraverso
la continuità dell'"avanguardia combattente" e, insieme, di
ripristinare le antiche centralità, la precedente capacità di
trasferire la forza sociale accumulata in fabbrica fin dentro il
complesso sistema della società politica.
Tra il 1975 e il 1980 sono 16 i dipendenti Fiat feriti in
azioni terroristiche rivendicate, per la maggior parte (14), dalle
Brigate Rosse: 5 dirigenti, 3 funzionari, 6 capi-reparto, 2
sorveglianti, 1 medico di fabbrica. Un'azione dotata di una
relativa continuità, che culmina, in crescendo, nel settembre del
1979, con l'uccisione di Carlo Ghiglieno da parte di un gruppo di
fuoco di Prima linea. E che se determina, certo, uno sbandamento
nel quadro di comando aziendale, finisce, con uno straordinario
effetto boomerang, per accrescere oltre misura il disorientamento
operaio, accelerando i processi - già in corso - di disgregazione
e di privatizzazione. Non furono molti gli operai Fiat a compiere
la scelta della lotta armata: 62 in tutto ne segnala il Ministero
dell'Interno, di cui 2 membri della direzione strategica entrambi delegati sindacali - e molti militanti con ruoli minori,
concentrati con maggior intensità alle Presse di Mirafiori. Ma
l'effetto sulla comunità di fabbrica fu devastante, paragonabile a
quello dell' "avvelenamento dei pozzi" nelle comunità rurali. I
delicati canali della comunicazione informale e della fiducia,
costruiti pazientemente in anni di conflitto, furono d'improvviso
disseccati. Il meccanismo della diffidenza e della paura ritornò a
isolare e dividere. Il mito della piena trasparenza dei rapporti
interpersonali - l'idea antica che in fabbrica si conoscono gli
uomini nella loro piena autenticità - fu infranto. L'ombra della
clandestinità di alcuni finì per rendere ognuno clandestino a ogni
altro; per inibire la comunicazione e la solidarietà con chi non
si sapeva più quale identità celasse. Divenne impossibile
denunciare pubblicamente un capo, quando si rischiava che questo
86
pochi
giorni
dopo
venisse "gambizzato". Divenne
difficile
continuare a usare lo stesso linguaggio del conflitto, il lessico
che per quasi un decennio aveva strutturato un modo d'essere e di
comunicare collettivo, una volta fatto proprio dai messaggi di
morte dell'area armata. Gli spari delle BR non ruppero il silenzio
operaio. Contribuirono a renderlo più avaro, e pesante.
E' in questa fabbrica "congelata", come sospesa
e
silenzio,
in
all'incandescenza
tra conflitto
qualche
modo
"normalizzata"
rispetto
degli
anni
immediatamente
successivi
all'"autunno caldo", e insieme traumatizzata da una violenza
nuova, e inquietante, che irrompe la variopinta fiumana dei nuovi
assunti. A partire dal 7 febbraio del 1978, quando la Fiat, dopo
più di quattro anni di blocco del turn-over, riapre le assunzioni,
a ondate successive, simili a quelle dei tempi della grande
immigrazione, una nuova classe operaia si presenta ai cancelli
della fabbrica: circa 1000 assunzioni nel mese di febbraio, altre
1.800 nei mesi di marzo e aprile. Entro la fine dell'anno saranno
più di 9.000 i chiamati in Fiat, di cui però solo due terzi
resteranno stabilmente. Altre 6.000 assunzioni avverranno nei
primi mesi del 1979. Nel gergo di fabbrica verranno chiamati i
"nuovi
assunti".
E
tali
resteranno
per
sempre,
senza
assimilazioni, a sottolineare le differenze che li separavano
dalle precedenti generazioni operaie; che li facevano da queste
radicalmente diversi per cultura, formazione, atteggiamento nei
confronti del lavoro, aspettative.
E' trascorso meno di un decennio dall'ultima, massiccia leva
operaia che aveva saturato le linee di Mirafiori, eppure rispetto
a questa nuova figura sociale che approda ora alla grande fabbrica
la distanza è tale da apparire, ormai, quasi incolmabile. Se un
tratto colpiva, ad esempio, nella vecchia composizione di classe,
nel profilo antropologico dell'"operaio massa", era la sua
omogeneità sessuale: diversi per origini, tradizioni, etnie e
dialetti quegli operai erano tutti, indistintamente, maschi. Tra i
nuovi assunti, invece, prevale nettamente la componente femminile.
87
Per effetto della "democratizzazione del collocamento" e della
parificazione tra uomini e donne sancita dalla legge 906 del 9
dicembre 1977, sul totale dei 6685 entrati in fabbrica e rimastivi
nel corso del 1978 le donne erano 4433, cioè il 65%, per una parte
ragazze
al
primo
impiego
ma
anche,
in
una
percentuale
significativa, casalinghe in età relativamente avanzata, mogli di
operai costrette a integrare così il salario familiare, vedove con
la famiglia a carico97 . La maggior parte di quei nuovi operai, poi,
soprattutto dei maschi - il 67% contro il 43,5% delle donne aveva un'età compresa tra i 18 e i 25 anni e una scolarizzazione
decisamente elevata: si era formata, cioè, interamente dentro il
sistema della scolarizzazione di massa, vivendo i primi anni '70
dall'interno di quel luogo cruciale che è la scuola e realizzando
la propria "iniziazione alla politica" nell'ambito dell'esperienza
radicale dei movimenti giovanili di rivolta del tempo. Da
un'indagine campione risulta che il 45% dei nuovi assunti aveva
frequentato una scuola media superiore o l'università, e che il
27% possedeva un diploma di scuola media inferiore, mentre solo il
28,3% non aveva che la licenza elementare; nella fascia d'età
compresa tra i 18 e i 25 anni, poi, la scolarizzazione superiore
raggiungeva addirittura il 66,6% mentre quella elementare si
riduceva ad appena l'8,3%. La totalità di essi arrivava in Fiat
direttamente dalla scuola. Una buona parte aveva partecipato al
movimento del '77, o era stata comunque influenzata dalla sua
incandescente e disperata critica della società e della politica;
dalla sua rottura frontale con la tradizione stessa del movimento
operaio ufficiale.
Era dunque, quella che rumorosamente irrompeva in fabbrica, una
nuova "generazione" operaia nel senso più proprio del termine: il
prodotto, per certi versi, di quel "mondo nuovo" che furono i
primi anni '70, con i loro miti e le loro incertezze, le crescite
impetuose e le indigenze laceranti, le rinnovate speranze e le
nuove angosce. Un pezzo di "società trasformata", trasferito di
colpo dentro il "motore" della trasformazione, al centro della
produzione di grande fabbrica. La prima vera classe operaia di
88
"seconda
generazione";
rivoluzionaria".
la
prima
generazione
operaia
"post-
Negli stessi percorsi individuali che conducono alla fabbrica,
nelle motivazioni e nei racconti, si esprime questo carattere da
"società nuova", non più solida e compatta nel suo dualismo tra
città e campagna, nella sua ottimistica rappresentazione di
percorsi percorribili dalla periferia al centro, ma frantumata e
mobile, attraversata da inquitudini ormai tutte metropolitane, da
immaginari surriscaldati o da disillusioni fredde. Non ci sono
più, qui, l'esperienza corale del treno dal sud, l'epopea
collettiva dell'immigrazione e della rifondazione esistenziale
dominata dal lavoro, ma i fili esili di ricerche esistenziali
solitarie, frantumate, mosse da una molteplicità di spinte
interiori cui è comunque estranea la forza del bisogno, la
violenza della miseria. E che attraversano invece l'intero
ventaglio esistenziale giovanile, dal perseguimento di un mito
politico alla fuga dalla famiglia al semplice bisogno di riempire
un vuoto:
Nino Scianna, 23 anni al suo ingresso in Fiat: «Perché sono
andato in Fiat? Perché io ero uno che gridava 'operai e studenti
uniti nella lotta', capito? Perché anch'io avevo il mito della
fabbrica, di Mirafiori. Mirafiori… Vedevi questa gente enorme,
forte. Parlavano tutti di Mirafiori. Un tantino per curiosità, un
tantino per ideologia. Forse la mia generazione, forse io, forse
tanta gente, abbiamo agito per ideologia. Mirafiori era il posto
dove si giocava tutto; se cambiava la fabbrica, si pensava,
sarebbe cambiato tutto. Tu eri stimolato ad andare a lavorare là,
a diventare un metalmeccanico. Quando vedevo i cortei dei chimici,
mi sembravano una cosa molto diversa dai metalmeccanici, coloriti
fin che vuoi, con le tute bianche, ma una cosa diversa. Quelli
avevano qualcosa in più. Non so cosa, ma mi davano l'impressione
che facessero cose più sentite. Avevano una carica…io ne ero
affascinato. E poi tutta una serie di storie che raccontavano…e i
89
capi…e la fatica… Insomma, far parte di Mirafiori era far parte di
un'élite. Cazzo, far parte di Mirafiori: attenzione a parlare!»98 .
Raffaella, 22 anni nel 1978: «Sono partita da Civitavecchia
così, non avevo un lavoro nè un'idea di quello che dovevo fare,
era solo un modo per andarmene da casa. C'era una realtà che non
riuscivo più a sopportare, una repressione senza limiti. L'unica
via di uscita era questa, andarmene il più lontano possibile»99 .
Ovicchio, 20 anni, fonditore: «Bucavo forte, mi facevo roba
pesante… Poi è successo che mi sono stufato, sono riuscito a
smettere di bucare ed è stato bellissimo, ho fatto delle ferie
molto belle, sono andato in Jugoslavia con un mio amico, ho
conosciuto un sacco di gente, ho visto un bellissimo concerto dal
vivo. Poi, beh, sono tornato a Torino, sono entrato in Fiat. E lì
è stata proprio la paranoia più assoluta»100 .
L'impatto con la fabbrica, e soprattutto con gli operai, è per
tutti traumatico. L'incomprensione reciproca quasi totale. Quella
stessa fabbrica che per il vecchio operaio era divenuta una sorta
di "patria", quel territorio che era stato trasformato e
"lavorato" con le lotte e una solidarietà duramente costruita fino
a diventare centro del proprio mondo vitale, appare al contrario,
nel primo approccio, alla maggior parte di quei nuovi venuti,
luogo di oppressione e di dissoluzione esistenziale, struttura
inerte
entro
cui
si
consuma
la
lacerazione
della
rete
adolescenziale di relazioni sociali e la morte della soggettività:
«Quando entro il fabbrica - dichiara Emma, 21 anni, pochi mesi di
Fiat - io devo ammazzare una parte di me, quella più bella e
libera […] Ogni volta che esco di qui - aggiunge - so che ho
perduto otto ore della mia vita e che non le ritroverò più»101 . «Il
giorno che, finita la visita medica, ti dicono che sei assunto racconta Giovanna, 20 anni - è il giorno più brutto della tua
vita, perché secondo me uno che è abbastanza sensibile è capace di
buttarsi sotto una macchina se è cosciente di dove va»102 . Nè molto
diversa è la reazione di chi alla Fiat era approdato sull'onda
dell'entusiasmo ideologico: «Aspetto per otto ore il capo officina
90
- racconta Nino Scianna, del suo primo giorno di lavoro - poi vado
all'83. Un caldo bestia, cattivo odore, rumore. La prima
impressione è stata di casino, con tutte quelle macchine che si
muovono, che ti passano sulla testa, di fianco, le cabine di
verniciatura, gli operai con le mascherine, tutti sporchi… 'Sono
questi i metalmeccanici?', mi sono detto. Il giorno dopo ci
dividono in squadre, e lì è peggio di prima: tutti questi motorini
per avvitare, un fracasso della madonna, una cosa enorme, motori
alzati per avvitarli… Quando poi sono uscito, beh, lì ho avuto
veramente un momento di panico, quando ho visto questa marea di
gente che usciva con me: gente che spingeva, che fischiava, che
cantava, che sbraitava. Era giornata di paga, era l'ultimo giorno
della settimana, per cui la gente era contenta, si liberava
finalmente della tuta per due giorni, e vrummm, tutti a correre, a
schiacciare il pulsante dell'imparziale103. Io mi sono messo da
parte e mi ricordo che mi stava venendo persino da piangere, a
vedere queste cose, a sentirmi parte di questa massa qua, a
respirare questa violenza che c'è, questa forza
tremenda… tutti
che escono. E lì allora ho detto: 'Va beh, ci sono anch'io'».
Giocava, su questi atteggiamenti, senza dubbio la scolarità
relativamente elevata della maggior parte dei nuovi assunti, la
quale poneva inevitabilmente la fabbrica o come declassamento, o
come soluzione transitoria, "sperimentale". Così come doveva
influire
in
organizzato,
buona
misura
l'istintivo
rifiuto
del
eterodiretto; il bisogno prepotente di
lavoro
libera
espressione della soggettività che era stato parte integrante
delle culture giovanili dei primi anni '70. E d'altra parte la
reazione immediata di quei "nuovi operai" di fronte al gigantismo
e all'"aggressività" dell'apparato di fabbrica, non era molto
diversa da quella che aveva accompagnato l'"iniziazione" al lavoro
in Fiat delle generazioni precedenti. Ma ciò non toglie che tutto
ciò apparisse incomprensibile ai vecchi operai. Quasi una sorta di
"tradimento", di negazione della loro storia e della loro memoria:
«Da noi - lamenta A.R., 48 anni allora, da oltre un decennio in
91
Fiat - sono arrivate molte ragazzine con la testa per conto suo.
Le differenze erano rispetto al lavoro e rispetto a tutto: non ci
pensavano neanche! Non è che fossero come noi, che eravamo già
vecchi della Fiat, che ci hanno spostati da tutte le parti e non
ci siamo rifiutati. Questi prendevano la vita come se comandassero
loro, erano più sicuri. Io ero lì da 11 anni e non ero sicuro,
figuriamoci…»104 .
«I nuovi assunti - aggiunge R.S., trentacinquenne, piemontese,
avanguardia del '69 - quelli che arrivavano di fuori, ci dicevano
'Ma voi siete pazzi a lavorare così!'. Non riuscivano ad adattarsi
ai ritmi nemmeno ora. Ma i vecchi, quelli che erano in Fiat da
prima del '68 rispondevano 'Qui si sta bene adesso. Non avete idea
di com'era una volta'. Tra di loro - prosegue - c'era anche
qualche anziano, gente abituata a lavorare (abituarsi vuole dire
essere domati). Questi riuscivano ad adattarsi, e trovavano anche
che si stava bene. Ma i giovani no. Non riuscivano a legare con i
vecchi (e per loro vecchi erano tutti). Anche tra di loro sembrava
che legassero meno, c'era meno scambio che nel '69. Allora la
fabbrica era veramente in mano ai nuovi assunti, comandavano loro
che erano appena arrivati dal meridione. Nel '79 invece, i nuovi
assunti venivano da un anno di coda
fabbrica non era in mano a loro…»105 .
al
Collocamento,
ma
la
La fabbrica, infatti, non era "in mano" a loro. Era "intorno" a
loro.
Se
l'appropriavano
percorrendola
e
conoscendola,
attraversandola in casuali vagabondaggi individuali da un reparto
all'altro, nei tempi morti strappati al lavoro, nelle pause
guadagnate "tirandosi su", rompendo la geometria delle squadre e
dei reparti e ricercando i propri simili culturalmente ed
esistenzialmente in spazi lontani da quello lavorativo. Una
pratica, questa, talmente diversa da quella del giovane immigrato
degli anni '60, per il quale il tramite culturale e sociale era
stata la lotta e l'esperienza della comunità di lavoro, del
"gruppo omogeneo", della solidarietà di squadra, da apparire
incomunicabile, incomprensibile, assurda. «Io - racconta Adelina,
giovanissima nuova assunta del 1979 -, per quei pochi mesi che mi
92
hanno tenuta in fabbrica, il lavoro ho cercato di viverlo in modo
manuale, nel senso che non doveva assolutamente prendermi a
livello di testa. Cercavo di leggere il più possibile tra una
macchina e l'altra, si parlava, si vedeva gente che magari mi
veniva a trovare da altre squadre. Non volevo farmi assorbire
totalmente otto ore da questo lavoro, perché mi rendevo conto che
queste otto ore si mangiavano a poco a poco tutta la mia vita.
Neanche fuori mi lasciavano più spazio per vivere una vita mia,
decisa da me. E allora cercavo di organizzarmi. Eravamo in quattro
nel mio gruppo di lavoro, e ci eravamo accorti che tirando ognuno
un po' di più, ne bastavano in realtà tre, così che uno, a turno,
poteva riposare una mezz'ora ogni ora e mezza. E io quella
mezz'ora me la spendevo andando in giro per la fabbrica. Gli altri
tre giravano meno, io invece abbandonavo questo posto, giravo,
cercavo altra gente. E questo dava fastidio. Non il fatto della
pausa, perché erano in tanti a organizzarsi così, ma il fatto
dell'andare in giro. Questo non andava giù ai capi, e nemmeno agli
operai più anziani. Perché loro, quando ti piazzano sul posto di
lavoro, loro pensano che tu stai automaticamente bene, veramente
bene con la gente che c'è lì. E invece non è vero, ci puoi stare
bene per un po', ma quando si tratta di comunicare con una realtà
che è più vicina alla tua di giovane, di donna, di compagna, gli
amici te li vai a trovare altrove, perché hai altre cose da dire.
Qui si vede la differenza tra il giovane e l'operaio che è meno
giovane. Perché questi qui più anziani, la loro vita la vivono
interamente sul lavoro. Produzione o non produzione, linea ferma o
sciopero, tutto quello che succede loro sono lì, non fanno tre
passi più in là. Stanno lì. Non c'è il problema di cercarli da
qualche altra parte. Al massimo sono alla macchinetta del caffè, o
a giocare a carte, però sempre lì vicino, sempre a osservare il
loro posto di lavoro»106 .
La fabbrica, dunque - la fabbrica, rallentata produttivamente e
neutralizzata politicamente, dei tardi anni '70 -, sembra per
certi
versi
"disgregarsi".
Allentato
il
ritmo
dispotico
della
93
produzione, finisce per introiettare le forme del sociale, le
contraddizioni e le identità irriducibili del territorio, perdendo
la compatta uniformità originaria e aprendosi alle sfaccettature
irrelate del "mondo della riproduzione". Se negli anni '50 e '60
la forza assorbente del processo lavorativo aveva prodotto unità
amalgamando le molteplici identità etniche e culturali proprie di
un paese da poco uscito dalla dimensione rurale, ora, al
contrario, la forte reattività relazionale della fabbrica finisce
per rivelare a fondo i profili di un quadro infranto. Per
evidenziare le fratture che, al di là dell'apparente omologazione
propria della dimensione metropolitana, spaccano il soggetto
produttivo in spezzoni separati, se non contrapposti, identificati
ormai non più dal comune ruolo produttivo, ma da più profonde
specificità di genere, di età, di formazione. Non più "operai", ma
"giovani", "donne", "anziani", ognuno con le proprie solidarietà,
i propri linguaggi, i propri valori.
«Il primo giorno che sono entrata sono stata proprio male racconta Elena -. Il rumore mi assordava; dopo un
po' non lo
senti più, ma ti senti intontita, ti senti sempre una sonnolenza
addosso. Poi vai dal caporeparto, che ti manda dal capo-officina,
e questo dal capo squadra che non sa dove sbatterti perché sei una
donna. Ho girato parecchie gabbie metalliche dalle pareti di
vetro, piene di porci incravattati con falsi sorrisi e false
cordialità, a ricordarti sempre la ripida scala della gerarchia
con i 'seguimi', gli 'aspettami qui', i 'mettiti là', 'me la
prendo io, te la prendi tu', quasi fossi un oggetto. Mi aspettavo
di vedere macchine enormi e catene veloci, ritmate, invece la
prima impressione è stata quella di un movimento lento ma
continuo. E vedevo segnata sul viso di parecchi anziani la
monotonia, sguardi vuoti che sembravano scivolare verso una sorta
di sonnolenza scandita da suoni e gesti ciclicamente ripetuti. La
prima cosa che mi sono detta è stata 'non mi ridurrò come loro,
qui il tempo si ferma'. I primi a farsi avanti sono i delegati.
Per tesserarti. Poi sono gli operai maschi a farsi conoscere. Ti
vengono vicino, scherzano, si fanno belli, si realizzano con le
94
loro battute stronze. Se scoprono che rispondi, e magari sei
femminista, mollano immediatamente la preda, e ti guardano come se
fossi bacata o pazza. Pensa che uno un giorno mi ha detto 'Beato
chi ti monta'. E dire che è uno che durante gli scioperi per il
contratto era
volevano fare
in prima fila, si incazzava con quelli che non
sciopero, criticava la gestione sindacale perché
troppo moderata, per cui magari te lo sentivi più vicino, avevi
fiducia in lui»107 .
Così come Elena esprime, in forma esemplare, il punto di vista
"femminile" sulla fabbrica, parlando come
"operaia", Giò propone il "suo" punto di
"donna" non come
vista, altrettanto
radicale e irriducibile, di giovane: «Guardami, guardami bene - mi
disse la prima volta che l'incontrai, il 17 luglio del 1979, sul
piazzale di Rivalta -. Le scarpe sono da discoteca, la camicia da
estremista, l'orecchino da omosessuale, i capelli lunghi da
cantante: niente che ricordi un operaio! Perché io voglio che se
qualcuno entra lì dentro, nel reparto, e mi vede, capisca subito
che non sono come gli altri. Quelli che sono lì, sono proprio
morti, sono morti vivi. Cadaveri che continuano a lavorare. E'
gente che vegeta. Già solo quando entrano, già con gli occhi
chiusi… Perciò io lì mi sento un nulla… E' proprio un rinunciare a
tutto, cadere lì
orecchino, vestito
dentro.
normale,
Fuori posso magari girare senza
ma qui io devo accentuare la mia
diversità…». Giò aveva 20 anni, la terza ragioneria, un posto di
rilievo
negli
Ultras
Granata,
e
possedeva
un
linguaggio
straordinariamente immaginifico, misto di gergo sportivo, di slang
di periferia, di scuola e di televisione, con cui narrava una
"sua" fabbrica, incerta tra invenzione e realtà: «Al caporeparto racconta - gli ho parlato subito chiaro: 'Senta, gli ho detto, noi
qui siamo in tre, giovani, lavativi, tre teste di serie. Lei
imposti la squadra senza di noi, che chiaramente le roviniamo
tutto. Ci tenga in
giocatore, e vedrà.
panchina. Io posso fare il capitano non
Adesso, così come siamo messi, finché noi
restiamo in panchina, la nostra è una squadra da Coppa Uefa. Se
95
poi lei ci dà anche quell'operaio là (e ho fatto il nome di uno di
un'altra squadra che si distingue per la sua produttività, uno che
ha già avuto tre collassi, che gli piace lavorare alle Presse,
farebbe il doppio turno tant'è vero che lavora anche fuori dopo
aver finito), se fate come con Rossi al Perugia e ci prestate
questo per due anni, possiamo puntare subito allo scudetto, e
magari tra un po' alla Coppa dei Campioni. Ma mi ascolti, noi ci
tenga in panchina'. 'Proveremo', ha risposto. Era un capo nuovo quello prima era andato via per pazzia - e così adesso siamo
abbastanza liberi, facciamo poco e per giunta ci divertiamo,
giriamo per la fabbrica, corriamo, facciamo delle esibizioni,
anche per dimostrare agli altri come si deve fare.
L'altro
giorno, io e un mio amico, siamo venuti a lavorare vestiti da
donna, con il cappellino rosa, occhialoni bianchi, quelle tute
rosse, sai, che vanno di moda adesso. E' stato un bel casino
arrivare fin qui in vespa, conciati in quel modo pauroso. E ci
siamo messi a lavorare tranquilli alle presse, ben in vista, sulla
pedana in alto. E' arrivato il capo e si è messo a guardarci. Io
ho detto, un po' minaccioso 'Beh?', e allora lui si è affrettato a
dire 'Meno male che ci siete voi che tenete un po' alto il
morale…'
Un'altra
volta
siamo
venuti
tennistica,
maglietta
bianca
Lacoste,
in
perfetta tenuta
calzoncini
bianchi,
calzettoni, scarpe da tennis, racchetta, e lavoravamo così, seri
seri. Oppure facciamo i mixaggi, che sono delle urla improvvise,
proprio forti… alte si levan le grida! L'ultimo pezzo è tremendo,
fortissimo. Pensa, tu sei lì alle Presse che ruschi, e a un certo
punto si alza un affare del genere. Allora tutti si voltano a
guardarci, e noi siamo lì a lavorare, e gli facciamo 'Beh?, cosa
c'è da guardare?'.
Abbiamo un atteggiamento
divistico,
bisogna
dirlo, cioè li
teniamo sulle loro. Specialmente i capi, loro non riescono a
tenerci testa, a farci del male, perché noi siamo più cattivi, più
intuitivi, più tutto. Sappiamo parlare meglio, abbiamo più ironia.
Per loro è un topolino e una montagna, non riescono a tenerci
testa. I delegati, un po' si incazzano con noi, gli diamo fastidio
96
quando rompiamo le palle, però quando ci esibiamo ridono come gli
altri, si dimenticano di essere delegati. Se venissero a dirci
qualcosa li manderemmo via, noi non deleghiamo a nessuno.
Un giorno però abbiamo proprio esagerato. E' finita che si è
incendiata una macchina. Era arrivato un gruppo di nuovi assunti,
e noi eravamo lì che ci esibivamo. Io sono andato da loro, e gli
ho spiegato come era la faccenda, che noi eravamo una squadra di
serie A, dei migliori, e quale era il nostro gioco, cioè di fare
schifo, non lavorare, fare girare le palle. E gli ho anche detto
che se volevano entrare bene qua, che noi li accettassimo,
dovevano fare qualcosa che li ponesse al nostro livello, cioè
superare una prova del fuoco. Loro hanno preso troppo alla lettera
questa cosa qua della 'prova del fuoco', e quando mi sono girato
dopo dieci secondi faccio 'Cosa è successo?'. 'Abbiamo infuocato
la macchina'. Avevano buttato uno straccio imbevuto di qualcosa
dentro lo scarico e sembrava un fumogeno, perché c'erano tutti i
solventi in mezzo alle lamiere. Hanno detto 'Adesso siamo in
grado di essere di voi?' 'Si, si', ho risposto. C'è stato un
casino, capireparto, delegati, operatori, tutti che giravano, e
non capivano come aveva fatto. Bellissimo. E' stata una delle
nostre pietre miliari. Ci sono stati dei giorni in cui noi proprio
siamo scoppiati nel pieno della nostra classe, che proprio abbiamo
fatto vedere il nostro valore».
"Fondo del barile" li definirà, in un articolo su "La Stampa",
Adalberto Minucci, a sottileare il carattere deteriore di quel
particolare "materiale umano". Eppure, aldilà della superficie,
quegli
atteggiamenti
"nuovi"
e inquietanti segnalavano un
mutamento reale del rapporto tra società e fabbrica, tra culture
generazionali e modello produttivo. Mostravano la contraddizione,
ormai evidente, tra sistema delle aspettative e dei bisogni
formatosi
nell'ambito
di
un
modello
democratico
ad
alta
scolarizzazione e sistema di organizzazione e di comando proprio
della fabbrica fordista-taylorista; l'improponibilità del vecchio
modello produttivo di fronte alla nuova forza-lavoro. Sia pure nel
97
linguaggio disarticolato delle idee che non hanno ancora parole, i
nuovi assunti esprimevano un sostanziale rifiuto di accettare
quella riduzione della propria vita e del proprio tempo a "merce"
che era stato all'origine dello stesso conflitto operaio. E
ponevano, implicitamente, una più
proprio agire produttivo, e di
alta domanda
autonomia -
di "senso" del
"bisogni post-
materialistici" o "post-industriali" li definirà la letteratura
sociologica -. Nè si può dire che, superata la diffidenza del
primo approccio, l'incomunicabilità con i vecchi operai fosse
assoluta, la solidarietà impossibile: «Lì comunicavi con tanti - è
ancora Nino Scianna a ricordare -, con i giovani, con i vecchi,
soprattutto con questi, che ti mettevano a disposizione il loro
sapere, che ti insegnavano come si fa un lavoro, magari come si fa
a inceppare una macchina e stare fermo mezz'ora, e che nello
stesso tempo si incazzavano se non riuscivi a fare bene il lavoro
perché ti dicevano 'Se tu riesci a lavorare bene, il padrone non
ti potrà mai dire nulla…' Avevano fiducia in te perché capivano
che anche se eri giovane, anche se avevi studiato, comunque eri
uno di loro, avevi scelto di fare l'operaio. Ci si aiuta tra
simili: questa era una morale operaia, una forma di consapevolezza
che si era
solidarietà.
tutti sfruttati, e
In
questo
ogni
da cui nasceva una grossa
appartenenza,
regionale
o
generazionale, si perdeva, diventava meno importante. Nel lavoro
c'era solo una cosa: tu cercavi di aiutare chi era con te, non
certo dall'altra parte della
l'irriducibile
espressione di
barricata». E lo
una soggettività
stesso Giò,
radicalmente
"altra" rispetto a quella operaia tradizionale, a un certo punto
del suo lungo racconto mostra i segni di un cedimento; gli effetti
di quel lavorio che la fabbrica - "quella" fabbrica - opera
sull'identità anche più selvaggia, segnandola a poco a poco, e
annettendosela: «Probabilmente sarà anche una crisi di valori confessa -, ma io adesso sto tagliando i ponti con un sacco di
gente. Crisi di amicizia. Le amicizie di prima le faccio vegetare,
sperando che le cose tornino come prima. Ma le amicizie più belle
adesso le ho lì dentro, in fabbrica. Io mi sento, non dico più
98
serio…, però gli altri non capiscono le lotte che faccio io in
Fiat… la loro politica è talmente stupida. La loro politica sono
gli spinelli, per certa gente, oppure il concerto, oppure fare
sciopero a scuola perché hanno il termosifone spento. Invece per
me la politica più vera è quella del lavoro. Come dire? la
fabbrica ha ingigantito la mia presunzione. Sì, io adesso mi sento
di capire delle cose che gli altri non capiscono. Una volta
parlavi di lotte, di proletari, di comunismo, di compagni, però io
queste cose le ho incominciate a vivere sulla pelle. Adesso io
penso che ogni cosa che uno deve fare, ogni lotta, deve essere
filtrata attraverso dei sacrifici, delle cose che uno non vorrebbe
fare e le fa per qualcosa. Le amicizie si cementano, secondo me,
quando fai qualcosa
qualcosa insieme».
Certo,
insieme
quando nella
per
primavera
tanto
del
tempo
1979
e
quando
rischi
la vertenza per il
contratto - l'ultimo contratto dei metalmeccanici firmato con la
Fiat in lotta - era entrata nel vivo, la delusione tra i vecchi
operai era stata forte. Quei giovani così riottosi, così estremi
nel rifiuto del lavoro organizzato industriale, si estraniavano
dallo scontro, disertavano cortei e assemblee e saltavano il muro,
ogniqualvolta se ne presentasse l'occasione, per fuggire dalla
fabbrica. Per ritagliarsi un qualche scampolo di tempo libero
fuori dall'ambito produttivo. Ma fu questione di pochi giorni.
Presto anche i nuovi assunti trovarono una propria collocazione:
furono loro a "inventare" i blocchi stradali invadendo i grandi
corsi intorno a Mirafiori e a Rivalta; spostando il terreno dello
scontro dalla fabbrica - che non conoscevano e che sapevano ormai
congelata
e
consideravano
inerte,
comunque
controllata
da
quelle
che
"istituzioni" - alla città, che invece avevano
imparato
quasi
per
istinto
paralizzavano
giocando
sulle
a
padroneggiare.
E
che
ora
interdipendenze dei flussi di
traffico (esattamente come i loro predecessori avevano fatto con
la fabbrica bloccando convogliatori e catene), e percorrevano,
dirottando
i
pullman
di
linea,
in
rapide
scorribande.
La
99
conclusione del contratto del 1979 fu decisa interamente a Torino.
Sul terreno dell'ordine pubblico.
Fu, quella, la prima e l'ultima lotta che li vide protagonisti.
Ma sta ad indicare, pur tra mille contraddizioni, che, al
crepuscolo del decennio, dentro quella fabbrica travagliata dai
processi
di
ristrutturazione,
in
bilico
tra
automazione
tecnologica e nuova esigenza di comando, quando i termini della
tregua produttiva e del patto sociale sembravano ormai vicini al
limite, avrebbe forse potuto nascere un'inedita cultura operaia.
Un modo di vivere la fabbrica libero indubbiamente dai consolidati
capisaldi della tradizione produttivistica e lavoristica, più
sensibile e aperto alla dimensione esistenziale, alle esigenze e
alle ansie individuali, ma non per questo meno capace di
contrapposizione. Una nuova dimensione culturale che avrebbe
richiesto
un
paziente
lavoro
di
riflessione
e
revisione
ideologica, di ricerca, di ricucitura e discussione. Il movimento
operaio, invece, nella sua grande maggioranza, ad esclusione di
qualche
limitato
settore
del
sindacato
torinese,
preferì
privilegiare il terreno del potere, la propria dimensione
istituzionale, la fedeltà a un "patto dei produttori" ormai con
evidenza logoro. Scelse, come temi identificanti quello
produttività e della governabilità, nella fabbrica come
società. S'illuse, che se avesse
garantire
l'ordine
nell'ambito
saputo dimostrare
produttivo,
si
della
nella
di saper
sarebbe
automaticamente legittimato a partecipare del potere politico.
E quando, il 9 settembre 1979 la Fiat aprì le ostilità
licenziando 61 operai e dando il via a un' efficacissima campagna
sulla "normalizzazione produttiva", potè farlo nella certezza di
avere dalla propria parte, se non politicamente, quanto meno
"culturalmente", buona parte della sinistra e del movimento
sindacale.
100
Capitolo 6
AUTUNNO '80: I 35 GIORNI
Quando
il
10
settembre
1980
la
Fiat
licenziamenti
(12.934
nel
settore
auto,
siderurgico, 166 alla Lancia di Varrone), in
chiara la
battaglia,
annunciò
1369
in
quello
fabbrica fu subito
portata della posta in gioco. «Questa non
questa è la guerra», ripetevano, con quella
sincronicità lessicale che a
vecchi operai. Sapevano che
14.469
è una
strana
volte si verifica ai cancelli, i
lì, su quei piazzali grigi che
rapidamente si andavano affollando di tute blu e di bandiere
rosse, su quell'incerto confine tra fabbrica e città, si sarebbero
giocati tutto: i dieci anni di lotte trascorsi, le conquiste
materiali e la solidarietà costruita, ma anche le loro vite spese,
il senso collettivo delle proprie
proprio protagonismo. Sapevano che
esistenze,
da quello
le ragioni del
scontro non si
sarebbe usciti con una mediazione. Che era una di quelle occasioni
in cui uno solo può essere il vincitore, perché in discussione non
è una qualche distribuzione di reddito, o di potere, ma l'identità
stessa dei contendenti. E vollero mettere in campo, fin da subito,
tutta la propria forza residua.
Quanto d'altra parte vedesse
giusto
il
loro
istinto,
lo
dimostrerà, postuma, la memoria stessa del loro avversario. Le 156
pagine dell'ampia intervista di Cesare Romiti dedicate a "La
svolta" dell''80 - le uniche, in fondo, interessanti in quel lungo
cicaleccio su fatti e misfatti del capitalismo italiano che è
Questi anni alla Fiat - sono un vero e proprio diario di guerra.
Parlano il linguaggio duro dei manuali di arte militare.
Raccontano della minuziosa preparazione di uno "scontro finale"
secondo le più aggiornate regole della strategia e della tattica:
i fitti contatti con Milano, col quartier generale di Mediobanca,
con Cuccia, per precostituire le necessarie alleanze all'interno
del sistema bancario; le auto fatte affluire dalle affiliate di
101
mezzo mondo, per far fronte a un lungo blocco produttivo; la
ristrutturazione del gruppo di comando, con l'unificazione delle
funzioni dirigenti nella figura di Romiti e la riduzione al minimo
delle
responsabilità
della
famiglia
Agnelli.
Mostrano,
soprattutto, la determinazione, da parte della Fiat, ad andare
fino in fondo. La volontà esplicita di uno scontro non negoziabile
(«Ci dicemmo che qualunque cosa avessimo potuto concedere, era
tutta roba sprecata, perché un trauma doveva esserci. Sì, ci
doveva essere un trauma. E noi dovevamo fare il primo passo»108 ).
E tuttavia quella consapevolezza, così chiara "sul campo", così
presente nella coscienza dei protagonisti reali dello scontro, si
stempera e si attenua man mano che ci si allontana dall'epicentro
risalendo la catena delle istituzioni del movimento operaio e
sindacale. Alla V^ Lega109 , il tradizionale luogo di ritrovo dei
delegati più impegnati, proprio in faccia alla Palazzina littoria
di Mirafiori, si afferma ancora l'intransigente difesa della
rigidità operaia. Si discute di Cassa integrazione a rotazione, di
blocco del turn-over, di prepensionamenti. Ma già in via Porpora,
nella sede dell'FLM torinese, affondata nell'estrema periferia
nord della città, sono in molti quelli che ritengono eccessiva la
reazione degli operai Fiat, che spingono per una graduazione e
articolazione della lotta. E all'FLM nazionale, a Roma, si parla
esplicitamente di accettazione della mobilità esterna, della
disseminazione di alcune migliaia di lavoratori Fiat entro un
raggio di 50 chilometri dall'originario posto di lavoro, se ne
studiano i meccanismi, si ipotizzano le garanzie. Sono due modi
diversi d'intendere il conflitto, e il ruolo stesso del sindacato.
Da una parte la difesa, disperata, della comunità operaia,
dell'identità collettiva, dell'accumulazione di forza, conoscenza,
potere realizzata nel corso del tempo e vissuta come patrimonio
non
negoziabile. Dall'altra parte,
la tutela formale del
lavoratore singolo, la gestione della "merce-lavoro" sul mercato,
la ricerca di un'allocazione ottimale della manodopera in forma
indifferente
alla
storia
collettiva
e
individuale sedimentata.
102
Alle Confederazioni poi, dove si concentra il maggior potere e si
misura la maggior distanza dalla fabbrica, i termini in cui si
ragiona sono ancora diversi. Erano molti, già allora, i dirigenti
che, come lo stesso Lama, pensavano «che la Fiat aveva bisogno di
ritrovare una sua competitività, che aveva troppa gente nei
reparti, che doveva vincere la sua battaglia con la concorrenza
estera, altrimenti sarebbe andata al tappeto»110 . Costituivano un
altro sindacato ancora, diverso tanto da quello cresciuto in
fabbrica
quanto
dall'FLM:
il
compatibilità, della concertazione
sindacato
dell'Eur,
delle
neocorporativa. Il sindacato
che andava privilegiando sempre più la legittimazione dall'alto,
proveniente
da
imprenditori
e
governo,
sulla
propria
rappresentatività sociale. Per quel sindacato l'indipendenza
d'azione e di coscienza di Mirafiori, la sua ribelle democrazia
industriale, il suo modello consiliare, erano stati una fastidiosa
spina nel fianco. Un deprecabile disturbo in una comunicazione che
per essere efficace avrebbe dovuto giungere dalle sale del Palazzo
fino ai più lontani reparti produttivi. Prima fossero stati
ridimensionati, meglio sarebbe stato.
Così, mentre la Fiat dà il via allo scontro nelle condizioni
ideali, compatta e preparata da un anno di grandi manovre, gli
operai vi giungono praticamente soli, con alle spalle le rovine di
un quinquennio di sbandamento e divisioni, e alla testa uno stato
maggiore logoro e infido, da cui sanno di doversi guardare più che
fidare.
Il primo operaio che incontrai, la mattina dell'11 settembre,
alla porta 5 di Mirafiori, mi salutò come per un lungo congedo:
«Noi siamo i dinosauri - mi disse, con un sorriso forzato -, una
razza in estinzione». Intorno, gli altri si andavano riunendo in
una massa compatta. Dalle Presse confluiva un robusto corteo con
in testa un grande ritratto di Marx, disegnato dagli operai. Dalla
porta 3 una fitta folla usciva della Carrozzeria. Come ai vecchi
tempi, avevano rastrellato i reparti, attraversandoli in lungo e
in largo, e ora si riversavano nell'antico punto di riferimento,
103
davanti alla Palazzina di Mirafiori. Giungeva notizia che Rivalta
era bloccata; che da Lingotto era partito un lungo corteo, guidato
dai giovani e dalle donne; che alla Lancia di Chivasso il
Consiglio di fabbrica aveva dichiarato fin da subito il blocco e
il presidio dei cancelli. Ovunque la stessa atmosfera di
combattività e di determinazione. La stessa consapevolezza di non
avere altra alternativa che la lotta, nelle sue forme più radicali
e acute. E insieme, sullo sfondo, come una zona d'ombra
inconfessata ma mai completamente rimossa, quella sensazione
inquietante di opporsi a una sorta di destino. Quel dubbio
inespresso di marciare in direzione opposta a quella della storia,
contro processi forse ineluttabili, la cui forza solo una grande
testimonianza, un gesto estremo, avrebbe potuto compensare.
La prima fase dello scontro sarà comunque all'insegna della
festa e della ripetizione. Una grande replica, dal vivo, dei primi
anni Settanta. A prendere in mano la guida delle operazioni sono,
in queste prime battute, i protagonisti di allora, quelli
dell'autunno caldo: il soggetto operaio dotato di maggior
consuetudine con la mobilitazione di massa, di più agili capacità
di egemonia all'interno degli stabilimenti. Quello più adatto a
gestire i momenti radicali di rottura. Sue sono le forme di
azione, suoi il rituale di lotta, gli slogans e i modelli
organizzativi: ancora i grandi cortei interni che attraversano la
fabbrica e la rovesciano sui cancelli, ancora il suono ritmato dei
tamburi, il consueto rumore operaio trasferito fin nel centro
della città.
Tra l'11 settembre e la fine del mese si va avanti così, con
scioperi di sei ore che permettono di concentrare nelle prime due
ore del turno la massa operaia nei reparti per poi farla confluire
nelle decine di assemblee, comizi, sfilate in città, verso la
Prefettura, la Regione, la Rai, l'Unione industriale… E tutto
sembra, d'un colpo, tornato uguale a prima, quando si era
incominciato. Persino il senso di centralità e di forza - la
coscienza da "classe generale" - che aveva caratterizzato lo stato
104
nascente
del
movimento sembra
riproposto da una "felice"
congiuntura politica, che attribuisce ai comportamenti operai una
crucialità e un'universalità da tempo perduta. Sono gli ultimi
giorni del governo Cossiga. Per il Partito comunista la lotta è
una risorsa da spendere; un modo per dimostrare l'incapacità
governativa di sciogliere i grandi nodi sociali. Per le forze di
governo, per Dc e Psi soprattutto, è un'occasione per manifestare
la propria vitalità: se il ministro del lavoro Foschi riuscisse a
disinnescare la "bomba Fiat", sarebbero ridimensionate le ragioni
dell'opposizione. E così, come nei tempi in cui gli equilibri
generali si decidevano qui, sui ritmi sociali con cui pulsava la
grande fabbrica, le forze politiche accorrono ai cancelli, si
allineano frettolosamente alle ragioni operaie, senza avvedersi
che la situazione è ormai in movimento. Che, saltato il patto
sociale, i rapporti tra capitale e lavoro si stanno bruscamente
rovesciando. Il 24 settembre sono tutti lì, sulla pista di prova
di Mirafiori, ad attestare una solidarietà tardiva. E a prendersi
i fischi operai: solo il comunista Minucci, e Luciana Castellina,
si salvano.
Anche il movimento operaio ora mostra agli scioperanti il
proprio volto migliore. Non più le rampogne aspre di Amendola, nè
le prediche sulla governabilità della fabbrica, ma il volto amico
e la retorica accattivante del sindaco Novelli, impegnato a
ricostruire un clima di fiducia, la coscienza della portata
storica dello scontro in atto, la sua continuità con un patrimonio
di esperienza e di valori creduti dissolti da tempo: «E' una
battaglia dura, aspra, la vostra - aveva detto il 19 settembre, a
una folla sterminata di operai preoccupati e attenti - Una delle
battaglie più difficili, più importanti che il movimento operaio
italiano ha condotto negli ultimi trent'anni. Una battaglia che ha
un valore nazionale, perché combattete contro chi vorrebbe far
tornare in questa città il clima degli anni '50!». E aveva
aggiunto, raccogliendo un'ovazione: «E se qualcuno si è illuso,
magari
con
qualche
irresponsabile
compiacenza
romana,
di
far
105
passare questa linea, lo diciamo anche qui, compagni, senza
neanche alzare il tono della voce, con estrema serenità ma con
estrema fermezza: se lo tolgano dalla testa. Se qualcuno pensasse
di insistere nel far passare con la forza quel disegno, ebbene,
quel giorno noi non saremo davanti ai cancelli di Mirafiori, ma
saremo dentro a Mirafiori»111.
E' il tempo delle grandi promesse, delle parole e degli impegni
solenni. Anche il sindacato corre al ricupero di una base operaia
tanto diffidente quanto generosa. Tenta di serrare i ranghi, di
ricucire lo strappo tra la fabbrica e Roma. Tace Lama, parla
Garavini: «Devo dirvi un'altra cosa - promette alla folla che
richiede a gran voce lo sciopero generale -: ce la faremo tutti
insieme! Potete essere certi che nel movimento operaio ci sono
forze, coscienze… e dirigenti che guideranno la lotta di tutti i
lavoratori, che saranno con voi da ieri, a oggi, a domani, fino in
fondo (applausi). E' vero, lavoratrici e lavoratori, compagne e
compagni - concede -, vi sono state e vi sono difficoltà nel
rapporto tra le organizzazioni sindacali e i lavoratori, e come
sempre quando vi sono queste difficoltà, le responsabilità non
sono mai dei lavoratori, sono sempre dei dirigenti sindacali. Ma
questa è una grande occasione che abbiamo tutti insieme per uscire
da queste difficoltà, perché se ce la facciamo, se otteniamo
successo in questa risposta all'attacco padronale, allora sarà una
grande, decisiva vittoria sociale e politica di tutto il movimento
operaio del nostro paese»112 .
Nella memoria degli scioperanti ci
sono
ancora le immagini
dell'estate operaia polacca, che aveva tenuto a lungo le prime
pagine dei giornali: «Torino come Danzica», si grida nei cortei.
«Trattative in fabbrica, come ai cantieri Lenin» si proclama dagli
striscioni. L'immagine di Marx, affissa ai cancelli, segna la
distanza dalle madonne di Solidarnosc, ma per il resto il modello
rimane quello di una lotta operaia che si vorrebbe di portata
generale. Di una classe operaia che vuole ancora considerarsi il
centro dell'universo sociale e politico. Eppure proprio questa
presenza
forte
della
cornice
politica,
questa
apparente
106
universalità della lotta Fiat, ne nasconde, e costituisce
contemporaneamente, la debolezza. E' e rimane indotta dall'esterno
dei meccanismi concreti di gestione della mobilitazione, mentre
dentro la composizione operaia non riesce a costituirsi e ad
esprimersi alcuna seria capacità di elaborazione politica autonoma
in grado di determinare, o quantomeno di condizionare, i termini
della trattativa. Di esercitare un controllo effettivo sul suo
andamento. Certo, si forma subito una rete di dirigenti operai
conosciuti e credibili: i Falcone, i Norcia, i Perotti, le decine
di altri capi naturali che prendono in mano l'organizzazione, e la
fanno funzionare. Ma il loro ruolo nasce e finisce ai cancelli,
esaurendosi in estenuanti funzioni logistiche. Il resto della
società, ancora una volta, è un mondo sconosciuto.
Piazza San Carlo il giorno dello sciopero generale piemontese,
il 25 settembre, ribollente di rabbia e rumore, straboccante di
folla e bandiere, offre l'immagine di questa grande forza acefala,
priva di un
soggetto egemone, di un principio
unificante. Carniti, fischiato, rimane, nel bene e
razionale
nel male
l'unico riferimento capace di durare oltre il momento effimero
della mobilitazione. La stessa discussione operaia, a ben
guardare, ossessivamente incentrata sul problema dell'occupazione
della fabbrica - che sembra ormai imminente -, riflette questa
opacità politica. Questa tendenza a rinviare alla radicalità delle
forme di lotta, al gesto esemplare, la riproposizione testarda di
una centralità della fabbrica ormai offuscata.
La presenza di Enrico Berlinguer a Torino, venerdì 26
settembre, segna il punto più alto, e insieme la conclusione, di
questa prima fase. Al mattino il segretario generale del Partito
comunista visita le fabbriche in lotta: Lingotto, Rivalta, le
Meccaniche di Mirafiori. Alle 11 è alla porta 5 delle Carrozzerie,
il simbolo e il cuore della Fiat. Qui, a un delegato, Liberato
Norcia, che gli chiede pubblicamente quale sarebbe l'atteggiamento
del Pci in caso di occupazione della fabbrica, testualmente
risponde: «Nell'eventualità che trovandosi di fronte a un ritardo
107
nella soluzione della vertenza, a una intransigenza che rimanga da
parte dei dirigenti della Fiat, si debba giungere a forme più
acute di lotta, comprese forme di occupazione… (è interrotto dagli
applausi. Poi riprende)…Ripeto che queste forme di lotta, come del
resto è avvenuto nelle settimane passate, come avviene credo quasi
ogni giorno, dovranno essere discusse e decise dai lavoratori
stessi nelle loro assemblee. Se si giungerà a questo, è evidente
che ci dovrà essere un grande movimento in tutto il paese (oltre,
naturalmente, in primo luogo, nella città di Torino, in Piemonte)
per sostenere i lavoratori che saranno impegnati in queste più
acute, più stringenti, e anche più pesanti forme di lotta. E in
questo senso, potete esserne certi, vi sarà l'impegno politico,
organizzativo e anche di idee e di esperienza del Partito
comunista…»113 . I termini del discorso sono certamente prudenti.
Berlinguer non istiga nè minaccia. Si limita ad affermare - ed è
il minimo, per un partito "di classe" - che se i lavoratori della
Fiat decideranno, in piena autonomia, di occupare la fabbrica, il
Pci darà loro una mano. Ma per gli operai è un segnale
liberatorio. La conferma delle loro ragioni, la fine di una lunga
incertezza: se sceglieranno forme di lotta adeguate alla portata
dell'attacco subìto non resterano soli.
La sera, la piazza che nell'aria ancor tiepida di quel tardo
settembre, nel centro di Torino, segue il comizio di Berlinguer,
ricorda altri tempi: la passione politica degli anni '50, l'attesa
di
eventi
importanti,
forse
decisivi,
la
sensazione
dell'inevitabilità di uno scontro aspro e giusto. Ricompaiono i
volti seri, le espressioni intense delle "ore gravi".
Il giorno dopo, il 27 settembre, il governo cade. Messo in
minoranza da un pugno di franchi tiratori, Cossiga è costretto
alle dimissioni. A Torino la crisi è presentata come una "grande
vittoria operaia". Ma gli unici che riusciranno a trarne vantaggio
sono in realtà gli uomini della Fiat. Mentre la lotta operaia,
sbilanciata, incespica come chi veda spalancarsi di colpo la porta
che si era lanciato per sfondare, dagli uffici di Corso Marconi si
108
cambia, con tempismo invidiabile, tattica. I licenziamenti sono
sospesi "per spirito di responsabilità" (subito ricambiato dalle
Confederazioni sindacali che si affrettano a revocare lo sciopero
generale). In compenso, lunedì 29 settembre si annuncia che 23.000
lavoratori verranno posti in Cassa integrazione a zero ore per tre
mesi, a partire dal 6 ottobre.
Le liste sono compilate con cura, sulla base di una capillare
selezione: comprendono la maggior parte dei quadri più attivi, la
spina dorsale del sindacato in fabbrica, una grande quantità di
donne, e l'intera massa degli inidonei e degli invalidi.
Rispondono a un'esigenza feroce di razionalizzazione non solo
politica, ma fisiologica, della forza lavoro, che giunge a
incidere sullo stesso corpo operaio; che lo seleziona e lo piega a
un efficientismo tecnocratico assoluto, fatto di darwinismo
produttivo e di esaltazione
subordinazione
biologica
a
della macchina
essa.
Nella
spinta
"nuova
fino alla
fabbrica"
dell'informatica e dell'elettronica, nel territorio asettico
dell'innovazione, non v'è spazio per corpi resi inefficienti dalla
scoliosi o dall'artrosi, per cuori deboli e schiene rigide. Il
materiale umano danneggiato dalla fatica e dalla catena dovrà
essere drenato ed eliminato. I segni lasciati dal lavoro morto sul
lavoro vivo dovranno essere cancellati.
Il meccanismo innescato è devastante, perverso. Se la minaccia
iniziale dei 14.000 licenziamenti anonimi aveva unificato il
fronte operaio, ora le liste di proscrizione, i lunghi elenchi di
nomi appesi nei reparti, personalizzano, distinguono. Lasciano
emergere il profilo netto delle due aree contrapposte di chi resta
e di chi deve lasciare la fabbrica. Paradossalmente, dal 6 di
ottobre,
i "privilegiati",
decimazione e che rimangono
coloro che sono
sfuggiti alla
in fabbrica, sarebbero chiamati a
lottare (e a perdere salario) contro l'espulsione di 23.000 loro
compagni che manterrebbero, invece, quasi intatta la paga. La
divisione è nei fatti. Superarla richiede risorse eccezionali.
109
Si è rinfacciato a lungo, dopo la caduta, agli operai della
Fiat l'estremismo delle forme di lotta. Si è predicato quanto
dannoso sia stato quel blocco totale degli stabilimenti inaugurato
all'inizio di ottobre. E quanto migliori sarebbero state forme di
articolazione che permettessero di mantenere i
l'intera massa operaia e di diluire nel tempo
contatti con
l'iniziativa.
Parole. In realtà chiunque conosca anche solo lontanamente la
realtà di fabbrica sa che non c'era scelta. Lo sciopero interno
richiede un livello altissimo di organizzazione, una presenza
capillare nei reparti, e con
l'intera struttura sindacale
espulsa, con la quasi totalità dei militanti di base tagliata
fuori dal gioco, la scelta dell'articolazione avrebbe significato
il fallimento certo. La chiusura anticipata dello scontro. L'unica
alternativa sarebbe stata, ora sì, la forzatura in avanti,
l'occupazione della fabbrica come terreno di riunificazione
operaia e di rilancio politico dell'iniziativa. Ma a questo punto
più nessuno si azzarda a parlarne. Non resta che attestarsi a metà
tra il "dentro" e il "fuori", sulla linea di confine tra la
fabbrica e la città. Nascono i presidii.
Insidiati da un potere che sentono sempre più generale e forte,
incerti sul proprio futuro, privi di una guida sicura, gli operai
si attestano sull'unico terreno che conoscono e controllano. Si
aggrappano ai cancelli. Fanno della fabbrica la propria trincea.
Avvertono che la caduta del governo ha "sganciato" la loro vicenda
dal livello politico, ne ha oscurato la dimensione universale.
Vedono il Pci, privo ora del suo ruolo di opposizione al governo,
risucchiato bruscamente entro la logica del sistema dei partiti,
considerare sempre meno la loro lotta come "risorsa" e sempre più
come "problema". Sanno che le altre forze politiche, incerte,
scrutano
ora
prudentemente
tra
le
pieghe
del
conflitto,
consapevoli che dal nuovo equilibrio in fabbrica dipenderà il
carattere del futuro quadro istituzionale. Soli, da "classe
generale" ritornano "comunità".
proprio territorio il perimetro
Eletto, ancora una
della fabbrica - i
volta, a
familiari
piazzali dei cancelli - vi si attestano in una dichiarata volontà
110
di
radicamento,
innalzando,
ben
visibili,
i
simboli
dell'insediamento, le insegne di una testarda solidarietà. I muri
si coprono di immagini, di segni, di bandiere.
C'è in quel Marx accigliato e severo, in quel drappo rosso
bianco e nero salito sul cancello della Palazzina centrale il 2 di
ottobre e diffusosi in un lampo su tutti i piazzali, il simbolo di
questa comunità solidale che cerca identificazione nella propria
memoria e nella propria "alterità". Gli si affiancheranno ben
presto, in un curioso processo di emulazione, altri ritratti,
altri simboli e immagini: molti Gramsci, di ogni foggia e stile,
qualche Togliatti, numerosi Lenin, e poi Che Guevara, Ho Chi Minh,
Di Vittorio, antiche stampe della Comune di Parigi, manifesti
della Rivoluzione di ottobre, come se, sul limite della propria
esistenza, alla soglia della dissoluzione, quella classe operaia
volesse incorporare ai muri della fabbrica l'intera propria
storia, rivivendola tutta in quell'esperienza ultima, in quella
sintesi estrema. E sacralizzandola. Nascono anche i primi ripari,
all'inizio improvvisate baracche in legno, col tetto di tela
cerata, poi via via vere e proprie strutture, rafforzate e
abbellite giorno per giorno, prova tangibile della stanzialità del
gruppo. Della sua determinazione a persistere. Alla sera si
accendono i fuochi. Riuniti in cerchio, si racconta e ricorda, si
canta e si tace.
Il 6 ottobre è, per molti aspetti, il giorno della verità. La
scadenza in cui i centomila "salvati" dovrebbero riprendere a
lavorare, lasciando fuori i 23.000 "sommersi". La Direzione ha
comunicato che se questi ultimi si azzarderanno a entrare, saranno
denunciati. Il sindacato ha invitato tutti a
fabbrica, bollare la cartolina senza varcare
presentarsi in
la soglia dei
reparti, e tornare ai cancelli. Davanti a Mirafiori - ancora una
volta cuore e simbolo dell'intero universo Fiat -, tra la piccola
folla di osservatori esterni e sindacalisti, c'è un'attesa
preoccupata e silenziosa. Nessuno sa cosa accadrà. Come reagirà
quella massa dopo quasi un mese di paralisi totale.
111
Dopo l'entrata, avvenuta ordinatamente alle 6 di mattina, il
silenzio dura a lungo. I capannoni grigi, distanti alcune
centinaia di metri dalla cinta, restano inerti e misteriosi.
Inaccessibili. Non il consueto rumore della lotta, il ritmo dei
tamburi, gli slogans che scandiscono la marcia dei cortei. Ma
neppure il ronzio delle macchine, la cadenza monotona del lavoro.
La fabbrica rimane una sfinge muta. Poi, improvvisamente, una
massa compatta si rovescia sul perimetro interno, trabocca al di
fuori, circonda come un'immensa fascia scura gli stabilimenti. Non
ci sono bandiere, nè altri colori, nè suoni, a incrinare
l'omogeneità densa di quell'aggregato umano. Solo un improvvisato
striscione bianco con su scritto: "Agnelli, ci volevi dividere e
invece ci hai unito". Ci sono tutti, gli operai di Mirafiori:
decine di migliaia, a testimoniare la propria residua unità. Per
un'ultima
volta,
hanno
fatto
prevalere
quell'etica
della
solidarietà che era stata a lungo l'anima più vera della loro
esperienza politica ed esistenziale, sulla nascente etica della
sopravvivenza. Sullo spirito avaro e arido che dominerà il
decennio successivo. Sono lì a testimoniare che il corpo
collettivo costituitosi fra tanta durezza e fatica non può essere
dilaniato nè diviso. Che quel "tutto" non può subire l'amputazione
di una sua parte senza dissolversi. Dietro la muraglia umana le
barriere
ai cancelli
impenetrabili.
Sono passati appena
si
rafforzano.
I
presidii
si
fanno
26 giorni dai primi cortei che avevano
reagito alla notizia dei licenziamenti. Eppure la trasformazione è
evidente. Quella massa è già un'altra, nelle forme d'azione che si
dà, nel linguaggio, nelle parole d'ordine, nei tratti stessi dei
volti. In modo silenzioso, quasi impercettibilmente, è cambiata
anche l'egemonia interna. Non sono più i trentenni, i protagonisti
del '69, a dare l'impronta culturale e organizzativa, ma gli
operai più anziani, quegli degli anni duri, formati nella
solitudine della sconfitta, abituati a reggere la lunga durata, ad
affrontare le fasi oscure di contenimento. Sono loro, ora, che
112
tengono le fila di un'organizzazione capillare, poco chiassosa ma
efficiente, da "stato nello stato". Alla rumorosa gestualità dei
primi giorni, radicale, festosa, socievole, tipica delle fasi di
"movimento", sostituiscono la coriacea staticità propria della
"guerra di posizione". Quell'intreccio di pazienza, prudenza e
durezza che nulla concede all'espressività, e che si esprime
soprattutto in permanenza e
stabilimento sono collegate
organizzazione. Le 32 porte
tra loro da una rete di
dello
radio
ricetrasmittenti facenti capo a una centrale operativa. Il
perimetro della fabbrica è pattugliato in permanenza da squadre
operaie e illuminato, di notte, da una miriade di fuochi. Le
parole d'ordine, il codice di segnali che occorre conoscere per
passare,
organico
accentuano il senso di appartenenza a
e solidale. Il camion che passa tutte
un
le
universo
notti a
rifornire di legna i fuochi, diventa ben presto una consuetudine,
un evento consolidato che scandisce la vita collettiva e la
conferma.
La settimana dal 7 al 14 ottobre, è dominata da un'attesa priva
di prospettive, rotta soltanto dall'iniziativa dei capi e dei
quadri intermedi, prima sporadica e frammentata, poi via via più
intensa e massificata. Già il 7 un comunicato del "Coordinamento
capi intermedi" aveva denunciato «la situazione di violenza»
richiedendo alle autorità che il «diritto al lavoro» fosse
garantito. A Rivalta un centinaio di capi aveva attaccato
violentemente il picchetto, penetrando in fabbrica. Il 9 altro
sfondamento a Mirafiori, con quattro operai feriti. Lo sciopero
generale del 10, finalmente attuato dopo tante richieste operaie,
rompe per un giorno l'accerchiamento. E offre, nel discorso di
Benvenuto - con la sua incredibile conclusione: "O la Fiat molla,
o molla la Fiat" -, un esempio storico di demagogia sindacale. Ma
non attenua la pressione. La cintura intorno alla fabbrica si fa,
se possibile, più stretta. Lo stillicidio di azioni di disturbo
più insistente.
113
La notte del 12 ottobre sono alla porta 28, una sorta di terra
di nessuno perduta sul retro delle Meccaniche, tra lo scalo merci
e l'autostrada. Qui, in questo isolato avamposto della civiltà
industriale, in un paesaggio interamente composto da tralicci e
containers, svincoli di cemento e ciminiere, gli operai mimano
l'esercizio di un "potere" a lungo sognato, di cui ormai temono di
veder condannata anche la speranza. Lo stretto camminamento che
conduce alle altre porte - soprannominato il "sentiero di Ho Chi
Minh" - è punteggiato dal rosso dei fuochi e sorvegliato da ronde
operaie che rispettano turni rigorosi. Il piazzale, è difeso da
pesanti barriere di legno e da un triplice sbarramento di pietre e
filo spinato. Per accedervi, occorre essere ben conosciuti, o
accompagnati da gente di fiducia. Sotto una tenda, che funziona da
"comando", si riuniscono i responsabili del presidio.
Seduti in cerchio intorno al fuoco si parla. E i racconti
ripercorrono un intero ciclo di storia nazionale, dall'epopea
della Resistenza all'occupazione delle terre e alle lotte
bracciantili nel meridione, alle alluvioni del Polesine, risalendo
poi, nei decenni: il luglio '60, Piazza Statuto, il risveglio del
'68, il riscatto del '69… Disegnano uno spaccato di memoria
sociale.
Una
sintesi
della
dopoguerra, sedimentatasi nel
sinistra
corso di
italiana del secondo
più di un trentennio.
Pacati nel linguaggio, controllati nei toni, si infiammano solo
quando il racconto ritorna nella fabbrica, affronta il tema dei
capi, del nemico di sempre: «Pensa - mi confessa uno di loro - che
io mi alzavo sempre alle quattro, quando facevo il turno del
mattino, perché non gli volevo dare al capo la soddisfazione di
vedermi entrare in fabbrica di corsa. La consideravo una cosa poco
dignitosa». E aggiunge, determinato: «Noi ci batteremo fino
all'ultimo, ma tornare indietro mai, mai, mai… A costo di rimanere
qui notte e giorno, a costo di far fame, di qui non ci muoveremo».
La mattina del 14 ottobre quello spirito che il "popolo dei
cancelli" aveva avvertito, fin dall'inizio, come la propria
antitesi integrale, si materializza nel centro di Torino.
114
Al Teatro Nuovo, dove il "Coordinamento dei capi e dei quadri
intermedi" aveva convocato una manifestazione nazionale contro il
blocco dei cancelli e l'inerzia delle autorità, succede un fatto
inedito, e per tutti inatteso. Intorno alla sala, già stipata nei
suoi duemila posti dai quadri più attivi di quel nuovo
"movimento", si raccoglie una folla numerosa e incerta. Riempie
lentamente il piazzale antistante, trabocca sul corso e nelle vie
adiacenti. Alcuni sono venuti per convinzione. Altri per bisogno,
curiosità, paura. Sostano a lungo in attesa, poi con una qualche
ritrosia si inquadrano, incominciano a muoversi, nasce un corteo.
Una massa grigia e pervasiva incomincia silenziosamente a dilagare
verso le vie del centro, cancellando segni e ricordi delle mille
rumorose
manifestazioni
operaie,
ripristinando
le
regolari
geometrie dell'ordine di fabbrica e della quiete sabauda. Non un
colore rompe l'uniformità cromatica, solo i cartelli tutti uguali
del Coordinamento: "Il lavoro si difende lavorando", "Diritto al
lavoro". Non un grido, uno slogan, una voce che non sia quella
metallica dell'altoparlante. Solo lo scalpiccio sordo dei piedi
sul selciato e quel brusio basso che esce dalle folle in attesa,
dagli assembramenti casuali.
Sono l'altra faccia della fabbrica, l'incarnazione del lavoro
privo di soggettività ribelle, a tal punto identificato con
l'organizzazione produttiva da divenirne parte integrante, da
farne la fonte della propria identità ed esistenza. «Non siamo proclama il loro leader, Luigi Arisio - il partito dei capi. Siamo
il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre,
di competere con la concorrenza»114 . Interrogato, il giorno dopo,
sulla sensazione provata davanti ai picchetti che sbarrano i
cancelli, uno di loro risponderà, con calma, senza rabbia nè
calore, con solo un lieve accento di disprezzo nella voce: «Una
sensazione di grande pena nel vedere un impianto così perfezionato
in tutte le sue parti, immobile per colpa di quella gente»115 .
La lineare perfezione della tecnica e la rumorosa imperfezione
degli uomini, la compatta efficienza della macchina e l'anarchica
soggettività
del
lavoro
vivo:
ora
sono
lì,
appunto,
per
115
dichiararne lo scandalo. Per rivendicare che la contraddizione sia
sanata. Marciano, e strappano agli operai i luoghi tradizionali
d'espressione: Piazza San Carlo, la Prefettura, Piazza del
Municipio. In un'ora cancellano, con il loro silenzio, trentatré
giorni di rumore operaio. Marciano, e con un semplice gesto
conquistano il centro della scena: 15.000 dirà il telegiornale,
30.000 titolerà "La Stampa", 40.000 sparerà infine "Repubblica". E
tali rimarranno, nella storia e nell'immaginario collettivo. Sono
loro i "vincitori": d'ora in poi incarneranno lo "spirito del
mondo". Rappresentano "la notizia", il novum che un sistema dei
media ormai annoiato dalla ripetitività operaia attende. La loro
manifestazione è "nuova" sotto molti punti di vista. Nelle forme:
non
più
scandita, come
tradizionali "cordoni" ma
gli obsoleti cortei operai, dai
strutturata per centri concentrici
secondo la catena gerarchica, con al centro il capo ufficio, il
capo reparto, il capo officina, e intorno via via, i subalterni.
Nelle tecniche di comunicazione: la prima grande mobilitazione
telematica, il cui strumento di convocazione principale è stato il
telefono. Nuova soprattutto nei volti, nelle espressioni, nei
"soggetti". La prima grande mobilitazione di massa del "capitale",
uscito finalmente dalla sua dimensione di "oggetto" e trasformato,
per una sorta di feticismo della merce alla rovescia, in
"movimento".
Cosa abbia permesso a quel pezzo di fabbrica di animarsi; cosa
abbia portato a un effimero e recalcitrante protagonismo quello
strato abituato solitamente a comandare e tacere, è difficile
dirlo. All'origine deve aver pesato certamente l'esasperazione,
dopo oltre un mese d'immobilità coatta e di assenza di salario.
Così come presente, e centrale, è stata senza dubbio, per un'ampia
parte,
la
preoccupazione
per
la
situazione
di
mercato
dell'azienda. L'identificazione con le ragioni della proprietà e
con le leggi ferree della competizione economica (molti di loro
erano, effettivamente, come dirà Agnelli, «gente la cui unica
gratificazione è il successo dell'azienda e la soddisfazione nel
116
proprio lavoro»116 ). L'intenzione, quindi, di denunciare alla città
i gusti temuti; di comunicare il proprio senso di pericolo. Nè
deve essere stato estraneo a quella mobilitazione un certo
"spirito di vendetta"; la voglia di rifarsi di dieci anni di
umiliazioni e di sconfitte esistenziali. Ma un ruolo di rilievo
deve averlo giocato anche, e forse soprattutto, la paura. Il
timore non solo e non tanto della perdita del posto, del
fallimento dell'impresa, quanto piuttosto del declassamento, della
ricaduta nell'universo anonimo e seriale del lavoro manuale.
L'orrore, in sostanza, per una condizione operaia vissuta come
regno dell'irrilevanza individuale e dell'invisibilità sociale, da
cui erano usciti proprio in forza del loro ruolo di comando dell'accesso al mondo di chi esiste
perché dirige -, e in cui
rischiavano di essere ricacciati da un processo di innovazione
tecnologica e di riorganizzazione aziendale che andava erodendo le
basi stesse del loro micropotere.
La maggior parte dei capi Fiat era stata formata per esercitare
funzioni di comando sugli uomini. Scarsamente qualificata sul
piano strettamente tecnico, ignorava quasi del tutto le nuove
tecnologie. Di esse sapeva soltanto che avrebbero ridimensionato
decidamente il "fattore umano" nel processo lavorativo, e che
avrebbero assorbito molti di quei compiti di coordinamento e
gestione
della
forza
lavoro che fino
ad allora avevano
giustificato buona parte delle posizioni gerarchiche a livello di
officina.
Gli altri,
i quadri intermedi burocratici, gli
impiegati, intuivano che quello stesso processo tecnologico dal
quale erano stati resi "esuberanti" decine di migliaia di operai,
se applicato al lavoro d'ufficio, avrebbe aperto vuoti ben più
devastanti. La mobilitazione contro i picchetti, la "piazza",
devono essere sembrate a molti un'occasione insperata per proporre
e stringere con la direzione d'impresa un tacito patto. Per
tentare di scambiare fedeltà contro sicurezza, sostegno politico
all'operazione di selezione e bonifica della componente operaia
contro la garanzia del mantenimento di uno status e di un ruolo
gerarchico non più giustificati sul piano tecnico.
117
La frase bisbigliata al passaggio del corteo da un anziano
saldatore delle Carrozzerie - «Questi non vogliono il diritto di
lavorare, ma di farci lavorare» -, coglie lo spirito di quella
"marcia" più di cento ricerche sociologiche.
Comunque, quale
che
sia
la molla
che ha fatto scattare la
mobilitazione, certo è che ha segnato una svolta. Rotta l'incerta
attesa, gli eventi precipitano. Già nelle prime ore del pomeriggio
del 14 la Procura della Repubblica di Torino emette un'ordinanza
con cui si intima ai picchetti di lasciare libero accesso agli
impianti. Poco più tardi la Questura fa sapere che la renderà
esecutiva fin dalla mattina seguente, anche a costo di usare la
forza. Si profila la possibilità di una precipitazione violenta. A
Mirafiori incomincia l'ultima notte di passione. Arrivano da tutte
le parti i militanti di una stanca sinistra, a fare quadrato
intorno all'ultimo suo simbolo come intorno a un improbabile Fort
Alamo di ferro e cemento. Alle porte, migliaia ascoltano da
oratori improvvisati le ultime notizie, le nuove indicazioni, in
un accavallarsi convulso di timori e speranze. I volti tesi, le
espressioni intense spostano ancora una volta lo scenario a tempi
perduti… Si teme soprattutto la trattativa romana, ripresa alle 22
dopo una lunga pausa: se si chiudesse adesso, si dice, così a
ridosso della manifestazione dei capi, senza possibilità di
riscatto, sarebbe la catastrofe. Si seguono gli spostamenti delle
colonne di automezzi della polizia e dei carabinieri che dalle
prime ore del mattino incominciano ad ammassarsi intorno allo
stabilimento. Poi, col primo GR, la notizia temuta: «Vertenza
Fiat: raggiunta al Ministero del lavoro un'ipotesi di accordo». Ma
già la folla dei vincitori sta premendo alle porte, circonda la
fabbrica, rivendica lo smantellamento del blocco.
Lo scenario su cui si apre la mattina del 15 è impressionante,
con la massa grigia dei capi e degli impiegati e la cintura
multicolore dei presidii, irta di bandiere e striscioni, separate
dalla sottile striscia blu dei mezzi di carabinieri e polizia.
Evoca presagi di guerra civile. Sui grandi spiazzi antistanti gli
118
stabilimenti sono decine di migliaia gli uomini, esasperati, che
si confrontano a lungo, l'anello esterno in lento movimento come
un minaccioso fiume lavico intorno alla linea
picchetti. Basterebbe un nulla, una scintilla
irrigidita dei
in
un punto
qualunque dell'immenso perimetro, per far saltare il delicato
equilibrio. E per un attimo, alla porta 14 (Presse), si sfiora lo
scontro.
entrare.
Un gruppo di capi si avvicina al cancello deciso ad
Lo appoggia un plotone di carabinieri in assetto da
combattimento, le celate già abbassate sul viso, i lacrimogeni
inastati. Gli operai si chiudono in fabbrica, barricati dietro il
cancello. Ma poi la tensione si allenta. Si deciderà discutendo.
E' annunciata, nel pomeriggio, la convocazione del Consiglio di
fabbrica. Per l'indomani le assemblee.
Alle 14, al Cinema Smeraldo - uno spoglio locale di periferia ha inizio un drammatico confronto. In platea, stipati, centinaia
di delegati, l'espressione del massimo organo di rappresentanza
dei lavoratori Fiat, e con essi militanti sindacali e operai. Sono
arrivati in anticipo, direttamente dai cancelli, con ancora
indosso gli abiti della lotta, le giacche a vento di tela cerata
gialla e rossa, i lunghi giacconi di foggia militare. E la
stanchezza di quell'ultima settimana trascorsa ininterrottamente
ai presidii. Parleranno. In un ultimo sussulto, con lucidità
estrema, quasi visionaria, tracceranno un profilo realistico del
futuro
che
li
dell'arretramento
aspetta.
Della
restaurazione
aziendale
e
del quadro politico. Diranno della portata
nazionale della svolta, se l'accordo passasse così com'è, e della
dissoluzione della sinistra, in fabbrica e nella società.
Dall'altra parte, sul palco, l'intero vertice sindacale, chiuso
in un sussiegoso silenzio, i volti di gesso, impassibili e
impenetrabili.
Benvenuto, vacuo, è distratto. Lama, accigliato,
squadra la sala che ribolle sotto di lui con fastidio. L'unico a
mostrare una qualche sofferta partecipazione, Pio Galli. Sanno che
la decisione è già presa. Considerano, quella, una fastidiosa
formalità. Incomincia Enzo Mattina. In termini notarili illustra
119
l'accordo: «…La Fiat,
subordinatamente all'attuazione
degli
impegni assunti ai punti 3 e 7, nel presupposto del corretto
funzionamento di tutti gli istituti, provvederà a richiamare dalla
Cassa
integrazione
guadagni
per
il
loro
reinserimento
nell'attività lavorativa quei lavoratori che al 30 giugno 1983 si
trovino ancora in integrazione salariale (forti proteste in sala)…
Fatemi finire! Dovete, ehm, dobbiamo sentire tutto, compagni.
Sentiamo tutto e poi ci saranno gli interventi. Ho detto che
provvederà a richiamare
tutti rientrano! (forti
vero!")…
rinuncia
quei lavoratori che ancora… E comunque
proteste. Dalla platea si urla "Non è
C'è, compagni, e questo è importante, un'esplicita
della
Fiat ad avvalersi
delle procedure per i
licenziamenti. E, compagni, questo impegno credo che vada valutato
in tutta la sua importanza, perché innova il contratto collettivo
di lavoro, e non vi è dubbio che condiziona lo stesso disegno di
legge sulla mobilità che porta il numero 760. Questo è un di più,
compagni! La rinunzia esplicita al ricorso ai licenziamenti. E
quindi l'ipotesi del licenziamento mascherato non c'è più, perché
non sono lavoratori, quelli che dovessero andare in mobilità, che
attendono all'infinito una sistemazione, ma in ogni caso, a una
data, potranno e dovranno rientrare in fabbrica. Perché c'è un
impegno esplicito».
Poi, incomincia la raffica degli interventi
militanti. Parla Pasquale Inglisano, operatore
di delegati e
di Lega: «Io
preferisco essere molto chiaro con i compagni - dice rivolto
polemicamente al tavolo dei dirigenti -, perché ogni volta che si
è chiari non ci sono problemi. Anche quando si perde, ma si
discute chiaramente, i compagni rimangono nell'organizzazione. Ma
quando non si è chiari, e si perde, e non si ha il coraggio di
dirlo,
i
compagni
si
sentono
traditi,
e
abbandonano
l'organizzazione.» E' interrotto dagli applausi scroscianti. Si
commuove, poi con voce rotta riprende: «La mia sensazione è che i
compagni non vivano solo di cose pratiche. Vivono per ideali, e
anche per sensazioni. Quando io ho sentito questo accordo, io ho
provato
delle
cose…
ma
non
tanto
di
odio
per
questa
120
organizzazione, quanto di impotenza politica. Di non sapere cosa
fare. Significa che noi diamo un segno dal punto di vista politico
che la gente si chiede: "Ma perché in quella organizzazione in cui
io ho creduto e continuo a credere, ci devono essere ancora i
meccanismi
società?».
contro
i
quali
mi
batto
all'interno
di
questa
Parla Liberato Norcia, in testa il buffo berrettino rosso che
l'ha accompagnato per tutti i trentacinque giorni, la voce
vibrante d'indignazione: «Io aspettavo veramente, dopo dodici anni
di militanza e di lotta, aspettavo questo momento. Che ci fossero
tutti quanti, qua. E stasera ci sono. Ci sono tutti i dirigenti
sindacali(applausi)… Ci fosse Lama, ci fosse Carniti, ci fosse il
compagno Mattina…» Qualcuno dal tavolo della presidenza lo
interrompe. Norcia risponde:«Non ti preoccupare, perché io non mi
commuovo per nessuno. Stai calmo e tranquillo, non ti agitare, che
io sono da tanto tempo agitato!». Poi riprende il discorso: «…per
il fatto che devono capire che il delegato, quando entra alle sei
e mezza dentro la fabbrica, porta i problemi suoi famigliari, si
scontra con i problemi degli altri lavoratori all'interno della
fabbrica, si scontra con i problemi del lavoro e con il padrone, e
deve sopportare
sindacalicon
le
anche
loro
le malefatte
interviste e
che fanno i
dichiarazioni
dirigenti
(applausi
scroscianti). Questo momento lo aspettavo da dodici anni (tra gli
applausi) per dirvelo a tutti quanti. Perché non c'è nessuno più
che, all'interno della fabbrica, in queste condizioni, può andare
avanti!».
Parla Angelo Caforio, licenziato nel settembre dell'anno
precedente, ma sempre attivo in Lega: «C'è un problema concreto:
con chi?
Con chi contratteranno, nelle scadenze di cui si parla
all'interno di questa proposta di accordo? Con chi contratteranno,
quando con questi 23.000 avranno fatto fuori la parte più
importante della classe operaia Fiat? Quale struttura consigliare
resterà in fabbrica? (applausi). Allora è cartaccia questa!
Accettare questo accordo così com'è - continua, e il discorso si
fa tagliente, profetico - significa piegarsi lo stesso, ma questa
121
volta
col
consenso,
con
lo
sfrangiamento
della
nostra
organizzazione, con lo smarrimento dei compagni, con la sfiducia,
con la fuga dal sindacato, con le denunce, con i licenziamenti,
nuovamente con gli anni duri, compagni…».
Parla De Montis, delegato del Lingotto: «Perché pensate quale
valenza ha fare un accordo, per giunta come questo che a mio
avviso
Sapete
è perdente, l'indomani della manifestazione dei capi.
cosa dimostra all'opinione pubblica? Che loro con una
manifestazione sola hanno sconfitto 35 giorni di lotta degli
operai (applausi). Io dico onestamente, compagni - aggiunge - io,
agli anni '50 non ci voglio tornare, e se il sindacato fa un
errore di strategia e sbaglia le sue scelte e mi ci vuole portare,
io non butto via la tessera, ma chiedo ai dirigenti di andarsene».
Risponde, dalla sala, un applauso prolungato, polemico, rabbioso.
Prima sommesso, poi via via più deciso,
rimbomba sotto l'altro soffitto, l'antico
si leva in platea,
slogan ritmato: «La
lotta è dura, e non ci fa paura».
Infine prende la parola Giovanni Falcone. Il suo discorso è un
lucido testamento politico collettivo, filtrato dal linguaggio
caldo, diretto, dell'autobiografia: «Un compagno, poche sere fa racconta, a un uditorio fattosi d'improvviso muto - mi diceva: "E'
un fatto storico. Un altro compagno come noi aveva parlato nel
'69, stavolta parli tu, e si chiude un'epoca. Allora si apriva,
ora si chiude". Mi lascia l'amaro in bocca questo. Perché per me
dodici anni di lotta non sono stati semplicemente dodici anni di
lotta così, ma è stata una lunga esperienza politica. Lo è stata
per tutti. Ci pensate? Un emigrante che viene su dalla campagna
come tanti altri, non riusciva a dire una parola… tanta timidezza
- in parte ce l'ho ancora, ma molta è superata -, riuscire a fare
dei discorsi politici. Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere
uno
come
me
all'interno
della
fabbrica?
Possa
ancora
richiamarlo?». Falcone parla, sa che la partita è perduta, che la
dirigenza sindacale che siede alle sue spalle è lontana da quelle
parole e da quei sentimenti, che tutto è già stato deciso. Parla
per
i "suoi", perché quei 35 giorni, pur nella sconfitta, non
122
perdano di senso. A un certo punto è interrotto dalla Presidenza,
per ragioni di tempo: «Non ti preoccupare, compagno - protesta -,
dopo dodici anni mi cacciano fuori, concedentemi almeno di parlare
ancora (applausi), perché io credo (tra gli applausi), credo che
la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce
l'avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver concluso in
bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, aldilà
che il padrone non mi riprenda più…(applausi scroscianti)».
L'assemblea si concluderà, dopo più di otto ore di serrata
discussione, con una mozione, approvata a stragrande maggioranza,
con cui il Consiglio dei delegati della Fiat e i militanti operai
presenti respingono nettamente l'ipotesi di accordo. Ma al momento
del voto, in una sala ancora stracolma, il vertice sindacale non
c'è più.
Nell'impossibilità di convincere il quadro militante,
giocherà tutte le proprie carte l'indomani, nel tentativo di
conquistare una massa che ritiene ormai stanca e più facilmente
manipolabile.
Il 16 mattina le assemblee si svolgono sotto una pioggia
sottile, insistente. Per la prima volta, nella notte, la lunga
estate si è rotta, è incominciato l'autunno.
Anche considerata a freddo, l'ipotesi di accordo è pessima. Per
certi aspetti è persino peggiore della proposta avanzata da Cesare
Annibaldi già il 4 settembre, ancora in sede preliminare di
trattativa, e recisamente rifiutata dal sindacato, la quale
prevedeva un periodo di 18 mesi di Cassa integrazione per 24.000
lavoratori (22.000 operai e 2.000 impiegati), al termine del quale
una metà circa sarebbe ritornato in fabbrica mentre per gli altri
si sarebbero dovuti concordare meccanismi di mobilità esterna. Qui
i mesi diventano 36, la mobilità esterna rimane (per un numero
imprecisato di lavoratori, da stabilirsi entro il 30 giugno 1981,
in base alla «situazione produttiva e commerciale»), e mancano del
tutto le garanzie che, trascorso il triennio, l'azienda mantenga
gli impegni: la clausola che subordina la riammissione in fabbrica
al «corretto funzionamento di tutti gli istituti», rende del tutto
123
discrezionale l'esito. I 35 giorni di lotta sono cancellati. E'
una sconfitta secca, e i dirigenti sindacali lo sanno, come lo
sanno i delegati e gli operai. Lo sa anche Lama, che sette anni
più tardi, svaporata fin anche la memoria di quelle giornate,
dichiarerà a Giampaolo Pansa: «Ad ogni modo, inutile truccare le
carte: la sconfitta c'è stata». Ma quel giorno, di fronte alla
massa in ascolto chiamata a decidere, si guarda bene dal dirlo.
Tutti gli artifizi della retorica sindacale sono usati per
dimostrare l'indimostrabile. Per cancellare quel poco di senso,
nelle parole e nelle cose, che ancora rimane. La sconfitta è
presentata come un buon risultato: la parola d'ordine è "La Fiat
non è passata"117 . "33 giorni di lotta operaia hanno piegato la Fiat
e l'hanno costretta all'accordo", recita la formula di rito.
Eppure, nonostante tutto, le assemblee operaie - tormentate,
deluse, ingannate - ribadiscono ancora una volta ai propri quadri
militanti sia pur "scavalcati dalla storia", e contro le loro
stesse aspettative, la propria delega. L'adesione, ormai solo
ideale all'antica cultura del conflitto e della solidarietà. Il
voto del mattino è incerto, fortemente condizionato dalla
massiccia presenza dei capi e degli impiegati, concentratisi sul
primo turno. Al pomeriggio, invece, il no è esplicito, in alcune
sezione pressoché unanime118 . Ma già alle 13 le segreterie
confederali,
concludesse,
senza neppure
diffondevano
aspettare che la
la
notizia
consultazione si
dell'approvazione
dell'accordo.
Di quella giornata un'immagine è rimasta, salvata dall'oblio
perché rimasta impigliata, quasi per caso, nella celluloide di una
pellicola cinematografica. "Fissata", a futura memoria, da una
troupe Rai di "Cronache". Mostra il grande piazzale antistante la
palazzina delle Meccaniche di Mirafiori, coperto di ombrelli e di
uomini serrati l'uno all'altro in un unico, massiccio blocco. Al
centro gli operai, ben riconoscibili dai volti segnati, dai
giacconi pesanti. Sul fondo, un po' distaccata, la folla più rada
dei capi e degli impiegati, gli impermeabili chiari, in tranquilla
124
attesa. Sul palco improvvisato, Carniti. Lo speaker invita tutti a
chiudere, per qualche minuto gli ombrelli, poi mette in votazione
l'ipotesi di accordo: «Chi è favorevole?». Si alzano alcune decine
di mani sul fondo. «Chi è contrario?»: una selva di pugni chiusi e
di braccia alzate. «Chi si astiene?»: una mano solitaria si leva
al centro del piazzale. Poi, mentre già i più vicini si apprestano
a festeggiare, proclama: «L'accordo
è approvato
a grande
maggioranza». Quando ci si interroga sulla "crisi" del sindacato,
sulla pesante disaffezione operaia, e sul lungo silenzio della
Fiat negli anni '80, è a quell'immagine che conviene riandare. A
quell'attimo in cui si può dire sia morto, nella coscienza
operaia, nella memoria, nel senso comune di fabbrica, il concetto
stesso di "democrazia sindacale",
assistito tornerà a credervi.
perché
difficilmente
chi ha
Al pomeriggio, incontro all'uscita dalla porta 3 di Mirafiori i
delegati che hanno gestito l'assemblea del secondo turno. C'è
Falcone, ci sono Norcia, Canu, e tanti altri che avevano vissuto
l'umiliazione del Cinema Smeraldo. Hanno stravinto, ottenendo un
"no" plebiscitario, trascinandosi ancora una volta dietro i
compagni di lavoro. Eppure sono scuri in volto, smarriti. Sanno
che non c'è modo di dare operatività a quel pronunciamento. Che le
sedi sindacali sono sbarrate. Che non ci sono i mezzi neppure per
fare un volantino, figurarsi sfidare la potenza dei notiziari
televisivi! Si avviano alla spicciolata verso casa, mentre poco
lontano, sotto la pioggia che si fa battente, uno sparuto corteo
dei più giovani, rimasti fino ad allora silenziosi, abbozza un
minoriario
polizia.
assalto alla V Lega, difesa da un fitto cordone di
125
Capitolo 7
LA FIAT DOPO LA FIAT
L'accordo dell'ottobre 1980 non fu rispettato. Alla scadenza
del 30 giugno 1983 nessun cassintegrato rientrò in fabbrica. Nè il
complesso meccanismo che avrebbe dovuto garantire la mobilità
esterna "da posto a posto" riuscì mai a funzionare. In 17 mesi
solo 29 dei 7.437 lavoratori in "lista di mobilità" trovarono un
posto attraverso la gigantesca macchina organizzativa messa in
piedi da Unione industriali, sindacato e Regione119 . In compenso in
decine di migliaia tentarono l'avventura individuale sul mercato
del lavoro, cedendo alle pressioni della
pochi
milioni
di
autodimettersi.
Fiat,
E
accettando per
disperdendosi
irrimediabilmente.
Già alla prima verifica prevista dall'accordo, nel luglio 1981,
si era d'altra parte capito quale vento tirasse. L'Azienda,
dichiarando uno stoccaggio eccedente di 250.000 vetture ed
enfatizzando la crisi del settore, era riuscita a imporre un'
interpretazione
particolarmente
restrittiva
dell'accordo:
i
rientri prima della scadenza dell''83, nell'area torinese, non
avrebbero superato i 2.000. Inoltre i lavoratori destinati alla
"lista di mobilità" - quelli di cui più esplicitamente l'impresa
voleva disfarsi - sarebbero stati, in base alla nuova, peggiore
situazione produttiva, oltre 1.000 in più di quelli che si
sarebbero calcolati nel 1980. E l'Azienda li avrebbe scelti tra i
23.000 cassintegrati dell'ottobre anziché, come aveva sbandierato
il sindacato, sull'insieme dei dipendenti.
Contemporaneamente erano apparsi sempre più chiari i criteri in
base ai quali la Fiat aveva realizzato la selezione. Tra gli
espulsi, oltre agli operai più combattivi, protagonisti del
precedente ciclo di lotte e detentori di una memoria conflittuale
diventata
incompatibile
col
nuovo ordine produttivo, figuravano
126
infatti in misura decisamente superiore al normale - al loro "peso
specifico", cioè,
nell'insieme dei
dipendenti le donne
(surdimensionate del 100%: costituivano il 30% dei cassintegrati
mentre rappresentavano appena il 15% della forza lavoro Fiat), i
giovani (surdimensionati addirittura del 260%), gli invalidi e gli
inidonei, gli anziani (anch'essi presenti con un "peso specifico"
del 65% più elevato del normale) e, in generale, i settori meno
qualificati. Liquidate con un sol colpo tanto le "avanguardie" di
lotta quanto l'intera composizione sociale entrata in fabbrica
nella seconda metà degli anni '70, quella che rimaneva era una
classe operaia "matura" (anagraficamente) e
composta in prevalenza di trenta-quarantenni,
spoliticizzata,
in maggioranza
sposati (il 90%) e stabilizzati sul territorio, da lungo tempo
socializzati al lavoro di fabbrica (più del 70% con un'anzianità
aziendale superiore ai 10-15 anni) e attentamente selezionati sul
piano dell'efficienza fisica120 . Sul piano della politica aziendale
l'ideale per garantire almeno un decennio di ordine produttivo e
di pace sociale. Sul piano sociologico, un lavoro quasi perfetto,
realizzato evidentemente attraverso l'uso sistematico della rete
informativa dei capi e un accorto impiego del computer.
Nei mesi successivi, poi, la chiusura degli stabilimenti del
Lingotto e della Materferro aveva fatto salire il numero dei
proscritti a
oltre 34.000, favorendo gli autolicenziamenti
(saranno, in questo periodo, circa 17.000 i cassintegrati che per
pochi
milioni
accetteranno
di
abbandonare
volontariamente
l'azienda). E accentuando la situazione di disorientamento e di
sfiducia. Così, quando il principale responsabile della Fiat-Auto,
Vittorio Ghidella, in vista della scadenza dell'accordo, aveva
dichiarato che «un sindacato responsabile non può non sapere che
in questa situazione di crisi chiedere i rientri è pura utopia»,
le reazioni non avevano superato la soglia della protesta formale.
E nessuno - a cominciare da quei dirigenti sindacali che
nell'autunno '80 avevano speso la propria residua credibilità nel
tentativo di rassicurare gli operai circa la certezza dei rientro
- si era stupito quando la Fiat, il 30 giugno 1983, aveva chiesto
127
al Ministro dell'industria una proroga di tre mesi dello stato di
crisi del settore e della cassa integrazione, dimostrando così che
l'accordo di ottobre era stracciato. E che tutto avrebbe dovuto
essere rinegoziato a partire dai nuovi, disastrosi rapporti di
forza in fabbrica e dalla sfavorevole situazione di mercato.
Il nuovo accordo, raggiunto in sede torinese il 22 ottobre 1983
nonostante
l'opposizione
esplicita
del
Coordinamento
Cassintegrati, segnerà un' ulteriore resa alla Fiat: dei 17.500
cassintegrati restanti (2.500 degli stabilimenti del sud, 15.000
nell'area torinese), solo 1000 sarebbero rientrati in fabbrica
entro l'anno. Per altri 2.000 si diceva che sarebbero stati
reintegrati nell''84, e 1.000 ancora alla scadenza dell'accordo,
il primo gennaio 1986. Sui restanti 13.500, silenzio. L'Azienda si
impegnava genericamente a "facilitare il loro autolicenziamento".
Altrettanto genericamente veniva chiamato in causa il governo per
"l'attivazione
di
strumenti
legislativi
anche
di
natura
straordinaria, atti a collocare gli 'eccedenti'".
Cassintegrati addio?, titolerà "il manifesto". E in effetti per
lungo tempo,
presenza
inquietante sulla
scena sociale, i
cassintegrati verranno rimossi dal dibattito sindacale e politico.
Se ne risentirà parlare nell''86, quando un mercato in impetuosa
crescita riproporrà alla Fiat il problema delle assunzioni, e una
legislazione generosa le metterà a disposizione l'istituto dei
"Contratti formazione lavoro". Allora ci si ricorderà di
quell'area sommersa di disagio sociale, ridotta ormai al lumicino
(circa 5.500 persone) dall'onda lunga degli autolicenziamenti.
Anche in quel clima di strapotere sarebbe suonato sconveniente
immettere nuovo personale in fabbrica ignorando del tutto i vecchi
impegni. E poi, quelle poche migliaia di uomini e donne potevano
sempre essere gettate sul tavolo della trattativa come merce di
scambio per ancor più ampie libertà nell'uso della forza-lavoro:
«Siamo pronti a sistemare 2.000 Cassintegrati nell'arco di quattro
mesi e 3.500 entro il 1987 - aveva dichiarato, l'11 marzo 1986,
Maurizio Magnabosco, responsabile delle relazioni industriali per
la Fiat-Auto -. Dunque, non resta molto da contrattare. Abbiamo
128
bisogno di utilizzare al massimo gli impianti, e per questo motivo
dobbiamo generalizzare in alcune lavorazioni il turno di notte. Se
saltasse questo impegno sindacale, salterebbe di conseguenza anche
il piano rientri»121 . Il 19 marzo 1986 un accordo registrò così
l'impegno della Fiat a sistemare entro luglio 700 cassintegrati
negli
stabilimenti
dell'
auto
e
1300
nella
Pubblica
amministrazione, come previsto dalla legge 444, e negli antri
settori. Per i restanti 3.500, rientri a scaglioni di 700 ogni tre
mesi, dopo i corsi di "riqualificazione". Ma già a novembre del
1986 le dimissioni incentivate, a un ritmo di più di 50 alla
settimana,
possibile
avevano ridotto i 3.500 a soli 1.600, per i quali era
prevedere
l'estinzione
entro
la
metà
dell''87.
Contemporaneamente alcune centinaia di giovani entravano negli
stabilimenti torinesi dell'auto con Contratti di formazione
lavoro.
Finiva a quel punto il lungo scandalo dei cassintegrati Fiat.
Dei 300 delegati posti a "zero ore" nell'ottobre del 1980, solo 7
risultavano rientrati nelle loro fabbriche a quella data. Dei
34.000 lavoratori Fiat messi in Cassa integrazione guadagni tra il
1980
e il 1982
solo 8.000 circa erano rientrati negli
stabilimenti. In compenso altre decine di migliaia di dipendenti
Fiat, tra quelli non collocati in Cassa integrazione, avevano
accettato di autodimettersi. In sei anni l'Azienda era riuscita a
ridurre il proprio personale quasi del 50%, con un costo
relativamente limitato e senza sostanziali resistenze. Alla
comunità, in compenso, l'intera operazione era costata un prezzo
spaventoso: basti pensare che tra i 1980 e il 1981 il numero di
ore di Cassa integrazione straordinaria nell'area torinese era
passato, per effetto dell'operazione Fiat, da 3 a 117 milioni (i
lavoratori in Cassa integrazione da 3.149 a 57.293). E che nel
triennio
milioni.
Nello
successivo
stesso
avrebbe
periodo
raggiunto
crolla
il
la
cifra
sindacato.
record
E col
di
320
sindacato
l'intera sinistra di fabbrica. Da punto di riferimento nazionale,
129
il movimento operaio
disorientata e inerte.
torinese
si
trasforma
in
una
struttura
Dopo il "confronto finale" del Cinema Smeraldo il Consiglione il massimo organo di rappresentanza operaia - non fu più
convocato. Una discussione franca, aperta, sincera che prendesse
atto senza ipocrisie dalla gravità della caduta - l'unica via che
forse avrebbe potuto evitare che la sconfitta si trasformasse in
catastrofe -, non fu neppure tentata. Le "istituzioni del
movimento operaio" si chiusero invece in un'ottusa difesa del
proprio operato. In un consapevole stravolgimento della realtà.
Per lungo tempo la parola "sconfitta" fu bandita. Chi avesse osato
pronunciarla
era
guardato
con
sospetto.
Nel
linguaggio
d'organizzazione il mondo si rovesciava, i termini perdevano
significato, la magia della parola prevaleva sulla forza delle
cose. Per il ceto politico professionale, un modo per sfuggire
alle proprie responsabilità; per la gente comune, una gigantesca
distruzione di senso.
Già in un documento del 1 novembre 1980 la Federazione torinese
del Partito comunista aveva definito l'accordo "difficile, ma
positivo".
Si
sottolineava
l'importanza
del
ritiro
dei
licenziamenti, il fatto (poi verificatosi falso) che «il processo
di mobilità esterna sarebbe avvenuto su tutto l'organico Fiat auto
(e non solo sui 23.000 che sono in Cig), solo dopo aver sfoltito
il personale con una manovra interna contrattata»122 , la «garanzia
del rientro definitivo in Fiat» nell''83 e la previsione che esso
avrebbe potuto «avvenire già a partire dal 6 gennaio 1981»123 . Non
si negavano le difficoltà nella "gestione". Ma si attribuivano i
giudizi negativi di gran parte dei delegati e dei lavoratori a
fraintendimenti: «una scarsa informazione sui contenuti esatti
dell'accordo»; «un certo scarto tra una lotta lunga e faticosa e
il compromesso raggiunto»; «una certa sottovalutazione […] del
logoramento che stava subendo la mobilitazione»; l'immediata
contiguità della sigla dell'accordo con la manifestazione dei
capi; soprattutto, «una non sufficiente consapevolezza del
carattere
"strutturale"
della
crisi
Fiat»,
la
«radicata
130
convinzione, in alcuni settori del movimento operaio, che le
difficoltà della Fiat siano congiunturali e transitorie»124 . Si
imputavano infine le debolezze del fronte operaio alle forme di
lotta impiegate, soprattutto nella fase finale («la forma della
lotta "ad oltranza" - si affermava -, se certo aveva valore in una
prima fase in cui la Fiat aveva avviato formalmente le procedure
di licenziamento, assai minore giustificazione aveva nella fase
successiva alla sospensione dei licenziamenti, sospensione che è
stata interpretata dal sindacato e vissuta dalla maggioranza dei
delegati e delle avanguardie essenzialmente come manovra tattica
del padrone e non anche come primo parziale successo della
Posizioni analoghe erano state ribadite in occasione
lotta»125 ).
dell'Assemblea nazionale
febbraio 1981126 . Nè le
dei comunisti del gruppo Fiat, nel
successive, tormentate vicende nella
gestione dell'accordo avrebbero fatto mutare atteggiamento, per lo
meno fino alla metà degli anni '80. Su una linea non dissimile escluse poche voci isolate -, si era posto il sindacato.
In quello stesso periodo il nome del "capo dei capi" - di quel
Luigi Arisio che era balzato agli onori della cronaca guidando la
cosiddetta "marcia dei quarantamila", e che ora si andava facendo
crescere degli imponenti baffi alla Walesa - aveva incominciato a
comparire con insistenza nei programmi delle manifestazioni
pubbliche della sinistra, ospite d'onore in dibattiti al Circolo
Turati, convegni all'Unione culturale, festival dell'Unità…
Annoiati da una cronaca operaia ormai estenuata, i media si
gettavano
con
rinnovato,
effimero
entusiasmo
sulla
folla
indistinta dei capi e dei quadri, trasformati in notizia. E la
sinistra, impacciata, seguiva. I socialisti convinti di vedere in
quei silenziosi marciatori l'incarnazione dell' individualismo
rampante, della modernità spregiudicata votata alla carriera, in
lotta mortale con i residui del passato, coll'obsoleta identità
operaia. I comunisti affascinati da una cultura del lavoro, da un
culto per la tecnica e la produzione che sentivano per molti
aspetti propri. Tutti in qualche modo coinvolti da quel demone del
realismo
politico che porta
a identificare la vittoria con la
131
ragione, il successo col valore. E che rende acuta la tentazione
di sottrarsi al destino dei vinti sposando la causa dei vincitori.
Non
saranno pochi, nelle file del sindacato, coloro che
s'illuderanno di riconvertire il proprio ruolo, e riconfermare il
proprio potere, puntando alla rappresentanza di quella "componente
del
mondo
del
lavoro",
senza
sapere
che
quegli
uomini
appartenevano - come le macchine, come i piazzali e i capannoni all'impresa. E che quella "fedeltà" non era negoziabile.
Nessun quadro intermedio o capo confluirà a rinsanguare il
sindacato (la percentuale di iscritti in questo settore scenderà,
anzi, dal 10,4% del 1980 al 6% dell''83)127 . In compenso,
incomincerà l'emorragia di operai. Nel pomeriggio del 15 ottobre
1980, al Cinema Smeraldo, Giovanni Falcone aveva intuito una
grande verità: «Io ci parlo con gli operai - aveva detto - parlo
con tutti, dal più crumiro al più combattivo. E sapete cosa dicono
gli operai? Dicono che di noi, del sindacato, non si fidano tanto,
perchè troppe volte si dicono delle cose che poi non si fanno.
Invece la Fiat, quando dice una cosa la fa. Dice che 61 operai
devono uscire dalla fabbrica e non rientrarci mai più? 61 operai
escono dalla fabbrica e non ci rientrano. Dice che 23.000 sono di
troppo? 23.000 se ne vanno fuori. E' un problema di credibilità.
Di credibilità e di potere. Se tu hai il potere di decidere delle
cose, e di fare quello che decidi, a seconda di questo potere gli
operai
si
schierano».
E
così
era
successo,
infatti.
Silenziosamente, gli operai si erano schierati. Alla metà degli
anni '80 gli iscritti al sindacato nei reparti più significativi
della Mirafiori erano scesi al 12%. In tutto il gruppo Fiat non si
superava il 25%. Per quasi un decennio la contrattazione sarebbe
rimasta un fatto puramente formale. Non avrebbe potuto che
sanzionare le decisioni Fiat, sottoposte "per cortesia" alla
controparte da una Direzione d'impresa che non aveva, al contrario
degli anni '50, alcun interesse a cancellare il sindacato ma
piuttosto a conservarne un simulacro utile nel gioco delle parti e
nella finzione politica.
132
Lo stesso salario - uno degli indicatori più sensibili della
forza contrattuale in fabbrica - scese
ai minimi storici: una
ricerca dell'Ires-Cgil piemontese accertò che nel 1983 alla Fiat
Auto la retribuzione media lorda ponderata, calcolata sull'intero
personale, raggiungeva a malapena la cifra di 14.700.000, mentre
in una realtà come l'ATM - assunta come termine di confronto per
il terziario - essa si attestava sui 17.400.000. Ancora nel 1986,
secondo un calcolo analitico operato dalla Fiom torinese, il
salario netto di un operaio della Carrozzeria di Mirafiori di
terzo livello, con 4 scatti biennali, età 35 anni e 172 ore medie
mensili, non superava il milione di lire (980.800, per la
precisione, cifra comprensiva della 13^ mensilità e del premio
annuo, salita a 1.115.000 nel 1987, e a 1.230.000 nel 1988, l'anno
d'oro per la Fiat).
Intanto la produttività cresceva.
E' forse questo il dato più clamoroso, e sconcertante, nella
"nuova Fiat". Questo aumento improvviso, perentorio, violento
della produttività, impensabile fino a poco tempo prima, il quale
permetterà all'impresa di affrontare una riorganizzazione radicale
senza la pur minima flessione produttiva. Senza neppure una
battuta d'arresto. Nonostante una perdita di forza-lavoro operaia
del 50% circa, il numero di auto prodotte nel 1983 in Italia negli
stabilimenti
Fiat-Autobianchi-Lancia
sarà
di
appena il 4%
inferiore a quello del 1980 (1.222.900 contro 1.275.500). Il che
significa un aumento di produttività assai vicino al 100% e in
ulteriore crescita (dalle 9,4 auto per dipendente del 1979 si
passerà alle 19,2 nel 1986)128 .
Scorporati per stabilimento, i risultati sono ancor più
impressionanti: alla Carrozzeria di Mirafiori, per esempio, dove
si producevano, nel quarto trimestre del 1979, 2240 vetture
giornaliere con un organico diretto di 13.262 operai, nel quarto
trimestre del 1985 si continueranno a superare le 2000 vetture
giornaliere con un organico pressochè dimezzato (7183 operai)129. A
Rivalta, alle linee di montaggio, il numero di operai necessari
133
giornalmente per la produzione di un'autovettura è passato da 5,38
nel 1980 a 1,7 nel 1986! Alla Verniciatura il rapporto è ancora
maggiore: mentre nel 1980 erano necessari 1706 operai per una
produzione giornaliera di 1110 vetture, nel 1986 ne basteranno 802
per produrne 1789 (da O,65 autovetture per 450 minuti di lavoro a
2,23: un incremento quasi del 400%). Alla Lastratura, infine, le
vetture prodotte giornalmente sono passate, nello stesso periodo,
da 1110 a 1624 mentre il numero degli addetti è sceso da 1337 a
670, con un recupero produttivo del 66,2%130 .
In tutto il periodo immediatamente successivo all'autunno 1980,
nonostante le massicce espulsioni di manodopera, la Fiat
continuerà, senza soluzione di continuità, ad aumentare le vendite
(1.208.800 auto nell''80, 1.240.500 nell''81, 1.266.900 nell''83).
E a migliorare le proprie posizioni di mercato: controllava il
63,8% del mercato italiano e il 10,8% di quello europeo nel 1979;
passerà al 69,4% e al 12,2% nel 1983. Nel segmento delle
utilitarie salirà addirittura dal 30,3% del mercato europeo nel
1979 al 67% nel 1986!
Basta, d'altra parte, una sommaria analisi dei Bilanci per
cogliere la misura del "miracolo". E le sue modalità. Proprio nel
punto in cui la curva dell'occupazione si spezza e precipita
(113.000 operai nel '79, 80.000 nell''81, 70.000 nell''82, 60.000
nell''84131 ), quella del fatturato dell'intero
particolare dell'Auto, decolla, crescendo a un
gruppo, ma in
ritmo di 1.000
miliardi all'anno: 7.O52 nel '79, 8.343 nell''80 (nonostante le
agitazioni di settembre e ottobre!), 9445 nell''81, 14.392
nell'85.
nell''83
E poi 22.142 miliardi nell''87, 25.454 nell''88!. Già
l'utile di esercizio torna in attivo di 79 miliardi,
divenuti 402 nell''85, 1535 nell''87, 1764 nell'88. La "crisi
strutturale" dei tardi anni '70 si è trasformata in un successo di
portata continentale. La vittoria politica in una straordinaria
rimonta produttiva.
Il "segreto" di una tale inversione di tendenza ha molti nomi.
Si
chiama
"ripristino
del
comando
d'impresa",
"restaurazione
134
dell'ordine produttivo", "normalizzazione del clima aziendale". Si
chiama paura, disorientamento, resa. «Oggi - confesserà, nel 1983,
un delegato di Mirafiori - da noi si mangia in mezz'ora, ma quando
la campanella suona la fine del pasto, sono già tutti usciti dalla
sala mensa, per non perdere un minuto di lavoro. Non è mica la
Fiat che ti spinge o ti provoca, sei tu che hai introiettato la
crisi, e per paura di perdere il posto ti pieghi in due. […] In
fabbrica - aggiunse - mancano ormai due generazioni di giovani, e
mancano le donne. Negli anni '70 nelle officine si era
incominciato a parlare di tutto, ora un ragazzo con l'orecchino è
un frocio. Il modo di agire e di pensare dei giovani e delle donne
avrebbe potuto cambiare la fabbrica, aveva cominciato forse a
cambiarla. Adesso la Fiat rilancia il gruppo anziani. Sono tornate
di moda le cene di squadra con il capo, e a tavola non si parla
più di sindacato, ma di Juventus. Perchè? la paura di perdere il
posto di lavoro, di diventare un
numero tra le migliaia di
cassintegrati che già ci sono. Ecco i frutti della sconfitta di
tre anni fa»»132 . Nella Fiat della grande sconfitta, neppure più il
modello di Valletta sembra bastare ai nuovi vincitori: «Il modo
brillante di Valletta di risolvere i problemi, le grandi energie
profuse per raggiungere gli obiettivi - dichiarò, in quello stesso
anno, Cesare Annibaldi, uno dei "colonnelli" di Romiti durante i
35 giorni, responsabile delle relazioni esterne Fiat -, possono
tutt'oggi costituire un punto di riferimento. Ma il paragone si
ferma qui. Se non altro perché Valletta lavorava in una fase di
grande sviluppo, mentre noi stiamo ancora cercando di uscire da
un'emergenza che non è certo finita»133.
Ma c'è anche una ragione più profonda,
condivisa,
realizzata
meno
immediata
e
all'origine di questa strana rivoluzione industriale
"in una sola impresa". Una potenza impersonale e
silenziosa, che ha trasformato - senza che quasi se ne
accorgessero - uomini e cose, ricollocandoli ancora una volta,
alla fine del
tecnologia.
ciclo,
in
un
mondo
alla
rovescia.
Si
chiama
135
Per chi guardasse dall'esterno, nulla sembra mutato. Gli
stabilimenti sono sempre lì, con lo stesso perimetro, gli stessi
capannoni dentati e grigi, lo stesso odore di olio bruciato e di
ferro. Ma dentro, è cambiato tutto. E' cambiata l'anima stessa
della produzione, lo statuto che l'organizza e la guida. La Fiat
degli anni '70 - la Fiat "comunità operaia", densa di uomini e di
vita, di fatica e di rivolta, con la gente ammucchiata spalla a
spalla sulle interminabili catene, inestricabile intreccio di
macchine
e di corpi, e
il prodotto che
faticosamente strada tra schianti e scintille
sembrava farsi
nell'intrico di
braccia e di ferri -, "quella" Fiat, è scomparsa. La fabbrica
degli anni '80 è un mondo nuovo, in cui lo spazio delle macchine,
dilatandosi, sembra aver spinto ai margini gli uomini, diradandone
le file, creando vuoti tra l'uno e l'altro. E lasciando fluire il
prodotto in un largo corridoio svuotato di vita, popolato di
automi dai movimenti impersonali e perfetti, quasi a sottolineare
fisicamente il carattere accessorio del lavoro umano. La sua
marginalità, in un sistema di produzione di macchine per mezzo di
macchine.
La vecchia linea di montaggio è stata spezzata, frantumata,
scomposta. Tra un segmento e l'altro si sono moltiplicati i
magazzini intermedi: i "polmoni", necessari per far "respirare" il
ciclo produttivo.
comportamenti dei
Per garantirgli fluidità e indipendenza dai
singoli gruppi operai, e dalle inevitabili
disfunzioni tecniche delle singole stazioni. Un sistema integrato
di monitor, di terminali informatici, tiene costantemente al
corrente il computer centrale circa l'andamento della produzione,
l'afflusso dei materiali, la situazione
delle scorte, la
condizione degli attrezzi, così che questo possa provvedere in
tempo reale ai rifornimenti, coordinare le pause, sincronizzare i
flussi. Quello che prima facevano i capi con mille imprecisioni e
improvvisazioni, ora lo fa la macchina con silenziosa perfezione
(in molti casi una stazione di controllo è in grado di smaltire,
in una decina di minuti, una quantità di lavoro che solitamente
occupava un giorno intero). Scomparsi, o comunque ridotti, anche
136
gli sferraglianti convogliatori aerei, le lunghe catene irte di
ganci che trasportavano in modo rigido, secondo percorsi fissi, i
pezzi da una stazione di montaggio alla successiva, da un'officina
all'altra, facendoli oscillare minacciosamente sulle teste o
sfilare, inarrestabili e rumorosi, davanti agli uomini al lavoro.
Li hanno sostituiti scattanti e silenziosi carrelli robotizzati (i
robot-trailer),
che
prelevano
automaticamente
i pezzi dal
"polmone", o dal posto di lavorazione precedente, e corrono a
consegnarli al successivo, guidati da piste magnetiche interrate
nel pavimento, comandate a loro volta da un calcolatore di
processo che sceglie la destinazione più opportuna e il percorso
più breve. Macchine totalmente automatiche hanno sostituito una
quota consistente di
montaggio. Sono robot
lavoro umano anche nelle stazioni di
di seconda o terza generazione, che di
antropomorfo hanno conservato solo le estremità, lunghi bracci
articolati terminanti con pinze metalliche capaci di maneggiare
gli utensili più disparati e di far compiere loro i movimenti più
vari e complessi. Saldano, verniciano, avvitano, assemblano. Sono
in grado di infilare con precisione millimetrica una valvola nel
suo alloggiamento senza mai sbagliare il colpo. O di sparare
raffiche di punti di saldatura lungo tracciati di volta in volta
diversi. Sanno riconoscere al tatto, o grazie alle informazioni
del computer centrale, i diversi modelli di auto che di volta in
volta affluiscono, e di variare di conseguenza il programma di
lavoro. E se giunge, per caso, un pezzo difettoso, normalmente se
ne accorgono a colpo d'occhio: allora la macchina lancia un urlo
di allarme, solleva le chele e lampeggiando si arresta per
permettere l'intervento della squadra di manutenzione. E' questo,
accidentale e residuale, l'unico tempo rimasto all'intervento
umano, lungo il flusso principale del prodotto. Per il resto, gli
uomini sono finiti al margine della linea, a eseguire mansioni di
caricamento o di scarico - a servire umilmente le macchine. O a
preparare pezzi accessori, assemblaggi parziali, che poi i robot
utilizzeranno nel loro lavoro.
137
La lastroferratura era, per tradizione, uno dei reparti più
"caldi". Vi si compivano le operazioni di assemblaggio della
scocca - lo scheletro metallico della macchina -, saldando i vari
pezzi del telaio (lastratura) e aggiungendovi cofano, portiere e,
in genere,
affollavano
le parti mobili (ferratura).
con particolare densità sulle
Lì gli uomini si
linee, maneggiando
pesanti puntatrici elettriche, pinze pensili simili a cannoncini
antiaerei che a ogni punto di saldatura sprigionavano cascate di
scintille e un acre odore di aria bruciata e di ozono. Oppure
azionando grosse leve, mazze ferrate, paranchi, in un frastuono
indescrivibile. Era stato, quello, per lungo tempo uno degli
epicentri principali del conflitto, soprattutto in primavera o
estate, quando il caldo si fa soffocante, e l'aria irrespirabile:
dalla lastroferratura erano partiti molti cortei interni ed
endemiche erano state le fermate, spesso devastanti per il ciclo
lavorativo data la posizione strategica delle operazioni svolte.
Ora le lavorazioni di lastratura sono tra le più automatizzate.
Robot simili a giraffe, dai lunghi colli flessibili, stazionano ai
lati della linea, attendendo l'arrivo dei pezzi, pre-montati su
appositi supporti (i pallets). Grazie a una cellula fotoelettrica
e a sensori che tastano e frugano, riconoscono il modello tra i
molti possibili. Sanno distinguere una "Ritmo" da una "Uno", ma
anche una versione a tre da una a cinque porte, o un prodotto
destinato al mercato australiano da uno destinato alla Germania,
all'Olanda, o all'Italia (il meno ecologicamente protetto, il meno
costoso da produrre). E sono in grado - senza che si debba
intervenire
su
alcuna
parte
fissa
dell'impianto,
grazie
esclusivamente a un diverso ordine del soft-ware -, di eseguire il
proprio intervento su ognuno dei modelli che sfilano loro davanti,
manovrando le "bilancelle" e piazzando centinaia
di punti di
saldatura. Se si tiene conto che un robot, del costo di circa 40
milioni, sostituisce un operaio e mezzo per turno - tre operai al
giorno -, e che i punti di saldatura, con la razionalizzazione del
prodotto, sono stai dimezzati (erano 4.280 sulla 127, sono 2.700
sulla
Uno),
si
può
comprendere
quanto
radicale
sia
stata
138
l'espulsione di forza lavoro. E quanto limitato il
Rivalta,
poi, l'intera lavorazione
di lastratura
costo. A
è stata
sostituita, per i modelli di più ampia serie, da un unico,
organico sistema robotizzato, il Robotgate: un lungo tunnel dalle
pareti interamente composte da robot, in grado di eseguire la
saldatura integrale della scocca. Una piccola squadra di manovali
in tuta blu, incaricati di montare i pezzi sui pallets all'inizio
del ciclo, e pochi addetti alla manutenzione in tuta amaranto
sparsi lungo il percorso, rappresentano l'unica presenza umana, in
un'area di migliaia di metri quadri per il resto interamente
"desertificata", come recitano i depliant Fiat.
Una trasformazione simile è toccata alla Verniciatura, uno dei
reparti più nocivi di una fabbrica già di per sè disagevole.
All'interno delle strette cabine di verniciatura, un operaio non
era in grado di resistere un'ora di fila al lavoro. Anche con la
mascherina, che però pochi tenevano ininterrottamente sul viso,
diventava difficile il respiro, e i polmoni si incrostavano di
vernice. Ora il loro posto è occupato da flessuosi serpenti
animati che manovrano le pistole a spruzzo con movimenti regolari
e accorti, memorizzati da computers silenziosi e lontani. E sanno
cambiare attrezzo quando occorre cambiare colore, così come sanno
cambiare movimento quando cambia il modello. Non c'è più il
rischio che, per guadagnare qualche minuto di tempo, danneggino
battendolo a terra, il delicato strumento di lavoro. E non c'è
neppure più bisogno della pausa oraria di dieci minuti, per cui
erano state combattute dure lotte. I robot non hanno polmoni.
Alla Ferratura, invece, che sta proprio tra la Lastratura e la
Verniciatura,
l'innovazione
è
stata
assai
minore.
Molte
lavorazioni continuano a esser fatte come prima, a mano. E la
stesa cosa vale per il montaggio finale, per i reparti in cui,
dopo esser stata montata e verniciata, e dopo l'assemblaggio del
motore e della parte meccanica, la scocca viene completata con
tutti gli accessori, dai fanali ai sedili, dall'impianto elettrico
alle fodere interne. Qui troppi, e troppo complessi, sono i
movimenti
da
compiere.
Troppo
numerosi
sono
i
particolari
da
139
montare. Così, gli uomini restano in maggioranza, ma devono
adattarsi ai ritmi imposti dalle macchine. Circondati, a monte e a
valle, da robot, devono piegarsi alla loro volontà senza più poter
contare su fermate tecniche, ritardi o rivolte.
Anche
"le
fosse"
erano,
un
tempo,
una
posizione
chiave.
Collocate alla confluenza del ciclo di montaggio del motore e del
ciclo di assemblaggio della scocca, controllavano in pratica due
delle sezioni principali di Mirafiori, la Meccanica e la
Carrozzeria. Lì 120 operai per turno, calati in profonde e strette
fenditure scavate nel pavimento (le "fosse", appunto), lavorando
ininterrottamente con le braccia alzate dovevano fissare con 19
lunghe viti il motore alla carrozzeria. Era un lavoro massacrante
(per avvitare le viti usavano motorini elettrici pesanti parecchi
chili); e pochi resistevano a lungo. Ma avevano un potere
contrattuale eccezionale. Se "le fosse" si fermavano, si bloccava
la Fiat. Se decidevano anche solo in 50 di scioperare, lasciavano
senza lavoro altri 30.000.
Ora, al loro posto, sorge il Digitron. Un'immensa macchina alta
una decina di metri, intorno a cui ruota un sistema informatico
complesso. Le scocche arrivano in alto, trasportate da un
convogliatore aereo, in successione casuale. A una certa distanza
dal Digitron, ognuna di esse lancia un messaggio informatico al
magazzino della Meccanica, segnalando le proprie caratteristiche
tecniche e commerciali (di che modello si tratta, per quale
mercato, ecc.). Di qui parte un carrello automatico robotizzato,
dotato della meccanica adeguata. Guidato dalle solite piste
magnetiche interrate, questo inizia a percorrere una serie di
stazioni di assemblaggio - scelte dal compiuter secondo criteri di
brevità del percorso -, dove il residuo personale umano esegue le
operazioni di fissaggio e di completamento delle parti; e giunge
infine, puntuale, alla base del Digitron, contemporaneamente alla
relativa scocca. A questo punto un'ascensore cala la carrozzeria
sulla parte meccanica, e automaticamente sono fissate le viti che
140
connettono l'una all'altra.
rimangono che due.
Ma
la
vera
novità,
Dei
120
operai
l'effettivo
di
simbolo
prima
della
non
ne
nuova
"organizzazione del lavoro", è il Lam (Lavorazione asincrona
motori"): un sistema complesso di lavorazione e movimentazione che
alla Meccanica 3 di Mirafiori, all'officina 76, ha sostituito la
vecchia catena al montaggio dei motori, introducendo un principio
radicalmente
secondo una
nuovo. La linea tradizionale, infatti, funzionava
rigorosa linearità unidimensionale e secondo una
successione rigida: il motore passava da una stazione alla
successiva secondo un percorso obbligato e con cadenze uniformi,
trascinato da un'unica, lunga
catena; si fermava davanti
all'operaio il tempo necessario all'operazione, e poi proseguiva.
Se
in
una qualsiasi
stazione, per un qualsiasi motivo,
un'operazione veniva ritardata o saltata, l'intero sistema entrava
in crisi. Un disturbo in un punto qualunque del ciclo si
trasmetteva inevitabilmente a ogni altro punto. Col Lam, invece,
ogni stazione di lavorazione è resa indipendente dalle altre. Un
piccolo carrello automotore - il solito robot-trailer - va a
prendersi dal magazzino o da un altro banco di lavorazione i pezzi
necessari, caricandoseli autonomamente. Poi, alla velocità di 70
metri al minuto, li trasporta al più vicino banco libero dove un
monitor avvisa l'operaio delle operazioni da compiere. Ogni banco
è composto da due postazioni di lavoro: terminate le operazioni
sul motore, l'operaio schiaccia un pulsante per avvertire il
sistema centrale, e passa a lavorare sulla seconda postazione.
Silenzioso, un piccolo robot-trailer verrà a prendersi il motore e
lo porterà a un altro banco, dove proseguirà la lavorazione con le
operazioni successive, oppure lo immagazzinerà in uno dei
"polmoni" che separano le 10 anse o gruppi di cui è composto Lam
(ogni ansa comprende 12 operatori). Se per una qualche ragione le
operazioni su un banco fossero ritardate, o bloccate, il sistema
sceglierebbe automaticamente
un altro banco come soluzione
alternativa,
e
il
flusso
produttivo
non
s'interromperebbe. Il
141
punto di crisi verrebbe semplicemente aggirato, senza produrre
alcun intoppo. Se un'intera ansa si bloccasse, la polmonatura
garantirebbe
lavorazioni
comunque
almeno
40
minuti
di
autonomia alle
successive.
La logica della linea è totalmente superata: da unidimensionale
lo spazio si fa qui bidimensionale, quindi più mobile, flessibile,
aperto. Da assoluta, l'importanza di ogni punto diviene relativa.
E il tempo - che prima scorreva in modo uniforme per ogni
segmento, e che da ogni segmento poteva essere controllato e
dilatato - ora si frantuma in una molteplicità di temporalità
irrelate; in una pluralità di tempi - uno per ogni posto di
lavorazione -, il cui valore finale, misura della produttività
complessiva del sistema, è noto solo al computer centrale. Il
quale gestisce ora, secondo una logica non più individuale - in
cui ogni individuo era indispensabile al risultato finale - ma
sistemica, l'intero processo. Persino l'intervallo di mensa viene
utilizzato produttivamente:
mentre gli operai mangiano, la
macchina fornisce automaticamente ogni banco della minuteria
necessaria alla prosecuzione del lavoro.
Come Circe, la macchina ammalia e annienta. Sono molti gli
operai e i delegati sedotti dalla magia delle nuove tecnologie
142
(«Qualcuno vorrebbe mettere le bandiere rosse ai quattro angoli
del Lam, come a dire 'Il Lam è mio'», dichiarò, in occasione
dell'entrata in funzione del nuovo impianto, Gianni Vizio, allora
operatore alla V^Lega). Più numerosi ancora sono quelli resi
inutili, emarginati, privati di senso e di potere.
Mi capitò un giorno, nel 1979 - quindi prima del "diluvio" d'incontrare, in una sede sindacale, il delegato della squadra di
manutenzione del Digitron, attivista dell'Uil, un uomo imponente,
con anni di esperienza alla Fiat. Parlava della "sua" macchina
come si parla di una persona cara, o di un prodigio. Sorrideva
descrivendo la perfetta sincronia dei meccanismi, lea massa
d'intelligenza
incorporata
nel
suo
sistema.
Descrisse nei
particolari una dura disputa, che contrapponeva la squadra di
manutenzione alla squadra di produzione. Pare che gli operai di
produzione
addetti
all'assemblaggio
delle
parti
avessero scoperto il modo per mandare in blocco
meccaniche
il sistema
informatico che regolava l'afflusso dei carrelli automatici alle
stazioni di avvitatura. Con un abile gioco di squadra, ritardando
ognuno
di
qualche
istante
a
segnalare
il
compimento
dell'operazione, trattenevano i carrelli oltre il previsto,
facendo scendere il numero di carrelli liberi al di sotto della
soglia per cui il programma di gestione era stato predisposto. E
facendolo
così
"saltare".
Doveva
allora
intervenire
la
manutenzione, e si guadagnava una mezz'ora; a volte anche di più.
«Ne ho parlato tante volte, qui in Lega, col delegato della
produzione - mi disse -, ma non c'è niente da fare. E' anche lui
dalla loro parte. Giocano, si credono i più furbi. Non sanno che
potrei schiaffargli una bella telecamera, in sostituzione dei
pulsanti, a verificare la fine dell'operazione. E allora non
potrebbero più far niente. Non vorrei arrivare a questo - aggiunse
-, perchè credo nell'importanza dell'interazione
macchina. Ma se continuano, sarà inevitabile».
tra
uomo
e
Ora il delegato della squadra di produzione non è più in
fabbrica, travolto anch'egli dalla piena dell'autunno '80. Quello
143
della squadra di manutenzione continua i suo giochi elettronici. E
il suo impegno sindacale.
In realtà a subire la seduzione fu l'intera sinistra, sindacale
e politica. Inestricabilmente coinvolta, nella sua stessa identità
culturale, con l'idea di progresso, abituata a identificare se
stessa, per essenza, col "nuovo", e a considerarsi per natura
collocata sul fronte avanzato del tempo, non seppe resistere al
fascino delle macchine.
Ancora nell'autunno
1980,
commentando
la
conclusione
della
vertenza sulla Cassa integrazione, la federazione torinese del
Partito comunista denunciava un grave «ritardo tecnologico e
produttivo», accusando la Direzione d'impresa di non aver avviato
«negli anni scorsi tempestivamente processi di ristrutturazione e
di rinnovamento delle produzioni», e attribuendo a ciò le ragioni
della crisi Fiat134 . Era stato questo, d'altra parte, il leit motiv
della Conferenza dei comunisti della Fiat, tenuta nella primavera
dello stesso anno a Torino, in cui centrale era stata l'apologia
del Robot, e unanime la candidatura del movimento operaio a
"gestire"
quell'innovazione
tecnologica che si accusava il
management Fiat di non volere o sapere attuare. E gli stessi
principii erano stati ribaditi nel febbraio del 1981 all'Assemblea
nazionale dei comunisti del gruppo Fiat, dove tra i punti
qualificanti proposti spiccava appunto la necessità di «affrontare
il processo di ristrutturazione tecnologica e produttiva facendo
dell'eventuale ripresa della vertenza aziendale e della gestione
dell'accordo raggiunto i terreni per proposte precise e concrete
in
materia
di
flessibilità
produttiva,
di
orario,
di
organizzazione della produzione e del lavoro, di contrattazione
complessiva
delle
innovazioni
da
introdurre
sul
ciclo
produttivo»135 .
Non ci si era accorti - o non si voleva considerare il fatto che la Fiat era divenuta, nella seconda metà degli anni '70, una
delle industrie più automatizzate d'Europa. Che aveva subìto,
cioè, un processo di radicale trasformazione degli impianti. E che
144
proprio da quel tipo di innovazione, e non dalla sua assenza, o
dal suo ritardo, derivavano le profonde difficoltà del movimento
operaio. La crisi strutturale della sua linea strategica. La
stessa radicalità e, come dire?, inappellabilità della sconfitta
subìta nell'autunno.
I primi esperimenti
di
robotizzazione
risalgono
al 1973 -
l'anno in qualche modo più caldo del ciclo di lotte seguito
all'autunno caldo, quello in cui si prese definitivamente atto del
carattere irreversibile dei comportamenti antagonistici operai. E
riguardano la Lastroferratura, dove vengono robotizzate le linee
del 132 e poi del 131; e la Verniciatura (automazione della
Pomiciatura;
introduzione
dei
primi
robot
antropomorfi).
L'istallazione del Digitron è del 1976. Quella del Robogate per la
Ritmo al 1978 e per la Panda del 1979. Infine è nel 1980 che entra
in funzione il Lam. Alla fine del decennio - alla vigilia dello
scontro frontale con i suoi operai - la Fiat aveva dunque
terminato il primo ciclo d'innovazione intensiva, quello più
impegnativo e devastante, relativo ai punti chiave del processo
lavorativo. E si preparava a varare la seconda fase, altrettanto
significativa dal punto di vista dei risultati, ma assai meno
delicata dal punto di vista delle realazioni
consistente nell'innovazione del prodotto. Lungi
industriali,
dal peccare
d'immobilismo, aveva utilizzato fino in fondo la fase di stasi del
mercato dal '75 all''80 per trasformare, letteralmente sotto i
piedi delle sue maestranze, ambiente di lavoro e tecnologia. Per
scavare, per così dire, loro la terra sotto i piedi, in attesa
delle condizioni
finale".
ideali,
politiche
e
tecniche,
del
"confronto
Lo confermerà, d'altra parte, una Relazione interna aziendale
del marzo 1983 su Esperienze e tendenze di organizzazione del
lavoro di fabbricazione nella Fiat: «Già all'inizio degli anni '70
- vi si legge - la Fiat era praticamente in possesso delle
principali linee direttrici lungo cui sarebbe stato possibile
muoversi», al fine di sciogliere quello che era considerato il
«nodo della questione», e cioè i «rigidi vincoli» posti da una
145
controparte mossa da
passività le linee a
«una esplicita volontà di gravare di
trazione meccanizzata rigida ad elevata
cadenza, nell'intento di perseguire un loro progressivo e graduale
superamento». «Dopo il 1973 - prosegue il documento - per
fronteggiare condizioni di saturazioni dei mercati con durata
incerta e con sbalzi qualitativi e quantitativi della domanda, si
introducono innovazioni tecnologiche che si riconoscono utili
anche per recuparare margini di flessibilità perduta a seguito
delle contestazioni […] A partire dal 1977 - aggiunge poi la
Relazione - e per tutti gli anni '80,
al modello di linea
produttiva rigida, che fornisce prodotti identici per molti anni,
si va gradualmente sostituendo
un
modello
a flessibilità
accentuata, secondo il quale ogni entità produttiva (es.: ogni
reparto) può fornire elementi diversi a diverse entità produttive
a valle secondo programmi quantitativi e mix qualitativi variabili
nel tempo entro limiti assai ampi». La scelta del Lam, che di
questa nuova "filosofia produttiva" è la sintesi più alta,
risalirebbe - secondo il documento Fiat - addirittura al 1975, nel
pieno del ciclo conflittuale, nella fase in cui più divaricata si
era fatta la forbice tra esigenze di flessibilità poste dal
mercato e rigidità della forza lavoro: «L'ottimizzazione di tutti
gli attributi caratteristici del processo produttivo nell'area di
montaggio motori fu oggetto di attenzione da parte della direzione
di stabilimento della Meccanica di Mirafiori fin dal 1975.
Emergeva infatti in quel periodo un progressivo e costante
decadimento delle potenzialità produttive dell'area in oggetto».
La
catastrofe
del
1980
non
fu,
dunque, l'ultimo
conflitto
tradizionale, giocato ancora sul terreno di una fabbrica antiquata
e scarsamente competitiva perchè limitatamente innovata. Nè il
tentativo di scaricare sugli operai le colpe di un management che
non aveva osato giocare a fondo la carta dell'innovazione
tecnologica - quella su cui lo sfidava il movimento operaio e il
sindacato
- e che intendeva ricuperare competitività col
tradizionale mix di repressione e sfruttamento. Quello dell''80 fu
146
invece il primo conflitto reale in una fabbrica radicalmente
trasformata dall'innovazione tecnologica. Per quanto dura e
spiacevole possa essere questa verità per una sinistra nata e
cresciuta nel dogma del progresso tecnologico e della sua
irreversibile positività - nel mito della trasformazione del mondo
attarverso lo "sviluppo delle forze produttive" -, la liquidazione
della classe operaia come dimensione soggettiva dentro il processo
di lavoro fu il prodotto del futuro, non un rigurgito del passato.
La conseguenza del nuovo, non il tenace resistere del vecchio. La
dura necessità imposta dalle leggi delle nuove macchine, non
l'inutile e regressivo esito del rifiuto di cambiare.
Solo un salto tecnologico di portata eccezionale può spiegare
come la Fiat abbia potuto, in meno di un biennio, assorbire un
calo di occupazione così massiccio senza significativi decrementi
di produzione. Soprattutto, solo una trasformazione profonda,
sostanziale dell'ambiente produttivo, una metamorfosi totale del
processo di lavoro può spiegare il crollo della forza operaia. La
dissoluzione delle sue capacità di resistenza.
In realtà quella che si era affermata in fabbrica nella seconda
metà degli anni '70, nel periodo apparentemente quieto della
"tregua produttiva", sotto la superficie di un potere sindacale
che sembrava ormai inossidabile, era una filosofia produttiva
totalmente nuova. Un principio di organizzazione della fabbrica
che andava a colpire direttamente i punti di forza della
precedente composizione operaia. E che trovava la propria sintesi
in una formula nuova e semplice: la flessibilità. Flessibilità nei
confronti del mercato: mentre in precedenza, al mutare del
modello, occorreva anche trasformare nella struttura l'impianto
necessario a produrlo, ora all'interno di un determinato sistema
di macchine può passare una gamma di modelli e di tipi assai
vasta, con un grado di elasticità elevatissimo (sul medesimo
impianto
di
saldatura,
a
Rivalta,
si
possono
produrre
giornalmente, con accesso casuale, da 400 a 800 Ritmo e da 1000 a
600 Uno); una condizione essenziale per resistere su un mercato
147
fattosi estremamente accidentato, mobile, mutevole e complesso,
con picchi e cadute, repentini mutamenti di gusto e di
dislocazione
geografica.
Ma
flessibilità,
soprattutto,
nei
confronti della forza lavoro. Possibilità, per l'impresa, di
svincolarsi dalla presa tenace cui l'aveva sottoposta l'iniziativa
operaia nel decennio precedente; di rendere "liquido", per così
dire, il lavoro, non più rigidamente controllato nella quantità (e
in parte anche nella qualità) dal "lavoratore collettivo" ma
ridiventato disponibile e fluido. Non credo che si possa dire come spesso recita la retorica dell'innovazione -, che nella nuova
fabbrica si sia realizzato, o si stia realizzando, il superamento
del taylorismo. La separazione tra ideazione ed esecuzione, e la
parcellizzazione spinta delle mansioni - le due caratteristiche
chiave dell'"organizzazione scientifica del lavoro" - non sono
affatto riassorbite da robot ed elettronica. Anzi, per molti versi
sono accentuate. Quello che invece non è sicuramente più possibile
praticare
nel contesto produttivo creato dalle nuove tecnologie,
è quell'"uso operaio del taylorismo", che aveva costituito uno dei
tratti fondamentali della precedente esperienza sindacale alla
Fiat. Quello che viene superato è l'elemento di rigidità che
derivava
dall'incorporazione
tayloristici in una tecnologia
dei
principii
meccanica priva
organizzativi
di margini di
libertà e incapace di interazione con le «turbolenze» (politiche e
tecniche) dell'ambiente.
Il carattere soft della nuova tecnologia elettronica, la sua
capacità di assecondare le modificazioni ambientali assorbendole
anzichè renderle antagonistiche come avveniva nel caso della
rigidissima e dispotica tecnologia meccanica, la sua capacità di
presentare al lavoratore un quadro del processo lavorativo sempre
mobile e mutevole, priva la forza lavoro di quello strumento
formidabile di resistenza e di potere che era stata la pur
oppressiva e violenta fabbrica tradizionale. In particolare
sconvolge quello specifico rapporto «spazio/tempo», quale
stato definito dalla catena di montaggio tradizionale,
era
che
permetteva ai lavoratori come singoli e come gruppo di percepire
148
momento per momento il livello e le variazioni della propria
produttività, la quantità di energie fisiche cedute al prodotto, e
quindi di controllarle. Su una catena lineare e rigida, infatti,
bastava l'elementare calcolo dei pezzi transitati attraverso la
stazione di lavorazione per misurare istantaneamente il grado di
valorizzazione del capitale, il rapporto di potere in fabbrica:
una scocca in più nell'unità di tempo segnava la prevalenza del
padrone; una di meno il rafforzamento del potere operaio. Un
calcolo istantaneo, permesso da un lungo addestramento operaio, da
una consuetudine annosa con la fabbrica e con un processo
lavorativo costante, immutabile, che consentiva accumulazione di
sapere, di esperienza sedimentata. Ora invece, con la dimensione
spaziale
prodotto
divenuta sfuggente e mutevole, con un percorso del
permanentemente instabile e imprevedibile, anche la
possibilità di percepire e calcolare il tempo di lavoro
trasformato in merce si fa insicuro, per molti versi impossibile
allo stato dell'esperienza operaia. Ha
disorientamento
che
è,
nel
contempo,
luogo un effetto di
crisi
di
identità,
dissoluzione della capacità di «consistere» come entità collettiva
di fronte a un potere sociale non più identificabile con certezza,
non più misurabile. Il calcolo della produttività sistemica,
contrariamente a quello della produttività lineare che era
immediatamente percepibile a tutti e ad ognuno, appartiene ormai
solo alla macchina. Al calcolatore. L'«organizzazione scientifica
del lavoro» torna a funzionare nell'unico senso di marcia per cui
era stata concepita e sviluppata.
Si ripete, così, nel caso della rivoluzione tecnologica dei
tardi anni '70, quello che già era avvenuto in occasione della
rivoluzione della soggettività dei tardi anni '60, e che pare
essere diventato un tratto distintivo di questo modello: una delle
due potenze in lotta assume, per così dire, i caratteri
qualificanti dell'avversario, li fa propri rovesciandoli di segno.
Allora erano stati gli operai a rovesciare il modello produttivo
vallettiano. A farne il principio di organizzazione del proprio
conflitto. Ora è l'impresa a misurare la propria metamorfosi sulla
149
forma stessa del conflitto operaio. A mutuarne e rovesciarne i
principii. A cominciare da quel carattere di fondo che si chiama
autonomia. Autonomia operaia,
dell'operaio
dal
capitale
e
allora, intesa come autonomia
dal suo ciclo (nella
forma
dell'insubordinazione); dal mercato e dalle sue variazioni (nella
forma
dell'indipendenza delle lotte operaie dalla congiuntura
economica); infine, dai contenuti del lavoro e del prodotto
(estraneità). Autonomia, ora, del capitale dai "suoi" operai, dai
loro movimenti e
rigidità (nella doppia forma dell'automazione
spinta e dell'astrattizzazione finanziaria); dalle perturbazioni
della domanda e dalla mobilità selvaggia del mercato (nella forma
della flessibilizzazione del ciclo produttivo); infine dal
prodotto stesso (attraverso la diversificazione
multifunzionalità degli impianti).
Autonomia.
E
si
potrebbe
aggiungere:
spinta
egemonia.
Una
e
la
parte
consistente delle innovazioni realizzate negli anni '70 aveva, tra
le
sue
caratteristiche
principali,
quella
di
migliorare
l'ambiente. In particolare gli interventi concentrati nella
primissima fase assumevano la trasformazione della qualità della
vita in fabbrica, e il conseguente allentamento della pressione
conflittuale, come motivazione prioritaria (un una seconda fase
prevarrà l'obiettivo della flessibilizzazione del ciclo produttivo
rispetto al mercato, e in una terza fase l'innovazione si
concentrerà soprattutto sul prodotto). Essi riguardavano segmenti
del ciclo lavorativo in cui maggiore era la nocività e il disagio,
e in cui più forte era la richiesta sindacale di interventi
strutturali. Secondo un'indagine realizzata dalla Prospecta nel
1979,
tra
le
motivazioni
all'introduzione
dei
robot
l'"eliminazione di lavoro nocivi" incideva per il 23%, l'"aumento
di produttività" per il 28%, un miglior "controllo della
produzione" e una maggiore flessibilità degli impianti per il 20%
e il "miglioramento della qualità" per l'11%. D'altra parte, su
28.964 lavoratori della Fiat auto interessati da interventi di
modifica dell'organizzazione del lavoro ben 20.584 lo furono in
150
seguito all'applicazione di precisi accordi aziendali con le
organizzazioni sindacali. La quasi totalità dell'innovazione
realizzata negli anni '70 in Fiat, fu cioè contrattata. E molto
spesso vissuta, da delegati e dirigenti sindacali, come una
vittoria.
Ne recano una traccia evidente, gli stessi documenti interni
Fiat. Tra le «spinte di varia natura» che l'Azienda pone
all'origine della propria strategia innovativa, figurano, ai primi
posti, «le aspettative dei lavoratori a prestare la loro attività
in sempre migliori condizioni e ambiente di lavoro, ovvero il
crescente rifiuto a prestazioni gravose, disagevoli, rischiose ed
a ricercare concrete possibilità di sviluppo professionale a
fronte di un aumentato livello di scolarità media»; «le pressioni
sindacali per inserire elementi di dinamica nell'inquadramento
attraverso i riflessi dell' organizzazione del lavoro, sulla
qualificazione dei lavoratori»; e infine «la spinta ideologica da
parte del movimento sindacale a introdure, attraverso mutamenti
sul luogo di lavoro nei rapporti tra gerarchia di fabbrica e
lavoratori, mutamenti più ampi a livello di società...». Così, a
proposito
del
LAM,
si
afferma
che
«il
coinvolgimento
dell'organizzazione del lavoro al livello di cambio dei contenuti
professionali è stato di notevole rilevanza: il sistema presenta
infatti il vantaggio di liberare l'uomo da lavori monotoni,
ripetitivi, privi di un vero contenuto professionale; l'operaio
generico
viene
cioè
sostituito
da
un
tecnico
altamente
specializzato...E' difficile oggettivamente - conclude la Fiat immaginare in una tecnologia di montaggio motori una qualità della
vita complessivamente migliore di quella realizzata dall'impianto
in oggetto». Che questo, a distanza di alcuni anni dall'entrata in
funzione del nuovo impianto si sia rivelato in gran parte falso,
come rivela il Consiglio di Fabbrica delle Meccaniche; che in
realtà i vincoli tra uomo e macchina, dopo il primo periodo di
avviamento e raggiunti standard produttivi elevati, si siano
riprodotti, e che le nuove professionalità si siano rivelate assai
meno creative e ricche di contenuto, è senz'altro vero. Ma quello
151
che conta
avviamento
è che, al momento della ideazione, progettazione e
del LAM anche l'organizzazione sindacale ne fu
ideologicamente e tecnicamente coinvolta; lo avvertì come un sia
pur parziale successo della propria strategia rivendicativa. In
qualche modo come un elemento di «potere operaio».
Discorso analogo vale per la robotizzazione in Verniciatura:
«Le più recenti cabine di verniciatura - recita il documento Fiat
- hanno modificato radicalmente, migliorandolo fino a livelli
impensabili solo pochi anni fa, l'ambiente di lavoro...La presenza
di robot nei reparti Verniciatura di Termoli, Rivalta e Cassino,
oltre ad assicurare un'assoluta costanza di qualità evita la
presenza di uomo in cabina...». Anche in questo caso il discorso è
vero
solo
parzialmente.
In
realtà,
accanto
ai
segmenti
robotizzati, continua tuttora la produzione parallela in cabine di
verniciatura tradizionali, i cui addetti, tuttavia, sono privi del
potere contrattuale di cui godevano nella fase precedente. Ma ciò
non toglie che l'innovazione tecnica possa presentarsi qui come
oggettiva rimozione di elementi di disagio operaio.
E d'altra parte, il superamento della catena di montaggio, la
sua progressiva abolizione, non aveva costituito una delle
rivendicazioni strategiche del movimento operaio nella fase
montante? Non rappresentava uno dei tratti qualificanti del "nuovo
modo di fare l'automobile" ideato da Trentin? Ora, proprio in
questo sta il fondamento dell'egemonia Fiat. In questa capacità di
realizzare
confronti
integralmente il proprio progetto antagonistico nei
della
forza-lavoro
integrandovi
anche
spezzoni
significativi del programma operaio.
un
attacco
mortale alla classe
Nella possibilità di portare
operaia degli anni
'70,
presentandolo, nel contempo (e non solo in modo fittizio o
manipolato, ma in qualche modo reale), come la realizzazione di
alcune sue rivendicazioni di fondo. Come una sua significativa
«conquista».
Si
apprende
"un'importante
dall'"Illustrato
iniziativa
è
Fiat"
stata
del
presa
settembre
1989
congiuntamente
che
dalla
152
Mirafiori Presse e dalla Mirafiori carrozzeria. Per migliorare la
qualità e per soddisfare le esigenze e le necessità del cliente, i
Circoli della Qualità della Mirafiori Presse compiranno una serie
di visite alla Lastratura di Mirafiori Carrozzeria. Esiste infatti
- continua l'organo ufficiale dell'azienda
fornire
'imbutiti'
idonei
all'immediata
- una difficoltà a
utilizzazione
per
l'assemblaggio delle scocche. Le visite, guidate dai responsabili
della fabbricazione della lastratura hanno lo scopo di avvicinare
il 'fornitore' all''utilizzatore' successivo, instaurando un
dialogo per ottenere l'integrazione delle due funzioni»136 . Nello
stesso contesto si informa anche che nello stabilimento Lancia di
Chivasso il circolo «'Filo diretto', animato da Luigi Dalporto, ha
contribuito alla soluzione di un difetto riscontrato sul Ducato:
la rottura della lamiera, in fase di stampaggio, nel punto in cui
viene montato il bocchettone della benzina». E che «il Circolo 'La
sorgente', con animatore Nicola Quattromini, ha invece affrontato
e risolto le difficoltà create dallo sportello per il carburante
della Delta»137 .
Da qualche anno a questa parte, migliaia di dipendenti Fiat si
trattengono in fabbrica a fine turno, volontariamente e senza
remunerazione, per discutere con il capo le innovazioni più
adeguate al miglioramento del prodotto. Progettano, avanzano
proposte che qualche volta vedono accolte, gareggiano tra loro per
premi da fiera paesana, una radiosveglia, un viaggio premio in
Sono i "circoli
qualche altro stabilimento Fiat, un trapanino…138
della qualità", invenzione giapponese (se ne contano circa un
milione in Giappone, coinvolgenti oltre 10 milioni di lavoratori)
diffusasi rapidamente negli Stati Uniti (sono presenti nell'80%
delle grandi imprese) e approdata, all'inizio degli anni '80,
anche in Fiat. «Desidero esprimere l'auspicio - aveva dichiarato,
nel settembre 1983, il condirettore della Fiat Auto Ruggero
Ferrero, nel presentare l'iniziativa - che i Circoli della qualità
diventino una filosofia della vita e che un domani tutta la nostra
Azienda diventi un unico, grande circolo della qualità»139 .
L'auspicio non si è avverato, nella sua totalità. Ma non si può
153
neppure dire che l'iniziativa sia caduta nel vuoto, come ci si
sarebbe potuti aspettare in un'azienda dove, per oltre un
decennio, la parola "collaborazione" era
sinonimo di "infamia". Silenziosamente, i
stata vissuta come
Circoli sono andati
diffondendosi. Se ne contano attualmente circa 450. Si chiamano
"Avanguardia",
"Determinazione
'89",
"Archimede",
"Diogene",
"Falco", "Tecnica 2000"…, e coinvolgono più di 5000 operai.
La loro filosofia è semplice. In un mercato sempre meno sicuro,
si assume la qualità come criterio guida per garantire le vendite,
e si punta - al fine di massimizzarla - sul miglioramento
dell'intero processo aziendale, a cominciare dalla gestione della
forza lavoro e dall'utilizzo dei suoi contributi creativi. Ogni
circolo è costituito da un piccolo gruppo di persone - da 5 a 10,
impiegate in lavori simili (un "gruppo omogeneo", dunque!) - le
quali si incontrano regolarmente per «migliorare la qualità dei
prodotti e il servizio dell'azienda, […] suggerire soluzioni ai
problemi esistenti nella propria area di lavoro e relativi alla
qualità, produttività e condizioni di lavoro, […], creare
un'atmosfera di fiducia e di mutuo rispetto, [e] sviluppare le
conoscenze e la professionalità dei membri»140 .
Meno semplice è spiegare le ragioni del loro relativo successo.
O comunque della loro presenza. Timore? Subordinazione? In fondo
questa è la fabbrica in cui, per decenni, prima dell'autunno
caldo, si era soliti accattivarsi i capi con doni in natura,
arrivando il lunedì dalla campagna con il coniglio, il pollo, la
bottiglia di vino, e scambiandola con un posto "fuori linea", con
un lavoro leggero. Niente da stupirsi che le antiche forme di
captatio benevolentiae, sopravvissute sotto la superficie del
conflitto, riemergano ora, per una sorta di "lunga durata", nella
forma razionalizzata e tecnocratica adeguata ai tempi, con quelle
due ore regalate all'"immagine"
reale. Accettazione dell'ambito
dell'azienda. Oppure consenso
aziendale come mondo vitale
esclusivo; dell'identità aziendale come propria identità, dopo che
la durezza della sconfitta ha cancellato ogni alternativa. O
forse, ancora, istanza insoddisfatta e deviata di partecipazione;
154
residuo di creatività inespressa, non più esprimibile nelle forme
consuete dell'azione collettiva e della solidarietà, affidata
all'iniziativa individuale e alla competizione: «Non si ha idea mi rispose Pietro Perotti, la prima volta che gli chiesi del
fenomeno - di quanto bisogno e capacità di creare ci sia tra gli
operai della Fiat, anche tra i più dequalificati, tra quelli che
penseresti sappiano solo avvitare bulloni. C'era un anziano, nella
mia squadra, che lavorando nel tempo libero, in cantina, si è
costruito un pianoforte. Un pianoforte tutto intero, ha fatto lui
ogni pezzo, dai tasti, alle corde, ai pedali… Un altro scolpisce
in ferro. C'è gente che elabora modellini d'auto migliori di
quelli di Giugiaro. Non ci si potrà mai rassegnare alla catena di
montaggio. Bisogna trovare un'attività in cui mettere qualcosa di
sè. Fino a qualche tempo fa la lotta assorbiva molta creatività.
Ma adesso… anche quella se la prende il padrone».
L'innovazione operaia della procedure di lavoro, dei propri
stessi strumenti di lavoro, è sempre esistita. Nessuno sa meglio
dell'operaio quale sarebbe il modo più rapido ed efficace per
compiere un'operazione. Ed esiste una serie sterminata di
aggeggini - cavetti, cacciaviti snodati, cassettine portaferri -,
costruiti spontaneamente con mezzi di fortuna, e impiegati per
semplificare e accelerare il lavoro. Hanno costituito, fino a
ieri, una sorta di "scienza occulta" del lavoro, utilizzati per
guadagnare tempo libero in fabbrica, lontano dallo sguardo
indiscreto degli uffici tempi e metodi, al di sotto della soglia
di visibilità dei tecnici dell'organizzazione scientifica del
lavoro. Ora, la novità sta nel fatto che, nell'ambito della
"strategia del sorriso", ci si accorge anche di questo sapere
sommerso, di cui fino a qualche anno fa non si poteva neppur
parlare. Esce dall'ambito dei comportamenti devianti (al limite
del sabotaggio) per diventare una potenziale risorsa. E anche
questa è "egemonia": «Ma come non tener conto dell'esperienza
operaia? - dicono, con un linguaggio inedito, all'Ufficio stampa
della Direzione Fiat - Esperienza, ma si potrebbe aggiungere
fantasia ed elaborazione di chi da anni lavora all'ultimo anello
155
della catena. L'apporto di questo operaio che in modo informale
modifica gli strumenti in dotazione per migliorare il lavoro, cioè
il prodotto e la qualità della sua prestazione, della sua vita si
potrebbe dire, ci è fondamentale, dobbiamo riconoscerlo e
premiarlo».
Ma i "circoli di qualità" non sono l'unica misura dell'egemonia
aziendale: ci sono anche i 100.000 dipendenti attivi Fiat e i
25.000 pensionati titolari della tessera Cedas, la quale dà
diritto ad accedere alle strutture sportive aziendali; i circa
30.000 lavoratori che annualmente partecipano alle attività
promosse dal "Comitato attività ricreative, sportive e culturali
della Fiat auto"; le 50.000 persone che negli ultimi anni hanno
partecipato
ai
Family
Days,
le
feste
organizzate
negli
stabilimenti in occasione delle quali il lavoratore Fiat può
offrire alla propria famiglia lo spettacolo del proprio posto di
lavoro; le 400.000 presenze annuali nelle piscine Fiat da parte
dei dipendenti e delle loro famiglie; gli oltre 6.000 bambini
inviati d'estate nella catena di Colonie Fiat, secondo una pratica
inaugurata da Valletta e rilanciata di recente.
E ci sono, soprattutto, gli 86.000 dipendenti Fiat titolari di
azioni dell'azienda. Un primo passo era stato compiuto nel 1984,
quando era stata deliberata l'offerta di 6.200.000 azioni
ordinarie ai quadri intermedi e ai dirigenti, a un prezzo di
favore. Era il premio dell'Azienda ai "marciatori" del 14 ottobre
1980. Un modo per confermare e consolidare il patto di fedeltà
stretto allora. In 13.000 si eranio contesi il privilegio di quel
frammento di proprietà. Poi, nel settembre del 1986 l'offerta era
stata estesa anche alla massa dei dipendenti: 22 milioni e mezzo
di azioni, non più "ordinarie" ma "di risparmio" (cioè senza
diritto di voto), del valore di 5.000 lire ciascuna: un capitale
di oltre 112 miliardi, acquistato da 65.000 lavoratori Fiat ancora
attivi e da 8.000 pensionati, i quali diventarono, da allora,
compartecipi, sia pure in misura minima, delle sorti del'impresa.
156
E che scommisero una parte dei propri risparmi (in media 1 milione
e mezzo a testa) sul suo futuro.
Certo, non è l'unico volto, questo, della Fiat anni '80. Dietro
la facciata patinata del consenso c'è anche un'altra Fiat, meno
rassicurante. E meno visibile. Ha un nome strano, impersonale:
U.P.A. (Unità di produzione accessoristica). Ma suona, nel
linguaggio operaio, con termini più consueti: "reparto confino",
"ghetto", "discriminazione", "isolamento". "Corte dei miracoli"
l'ha definita Gad Lerner, uno dei pochi giornalisti italiani a non
essersi accontentato della superficie del "miracolo Fiat". E l'ha
descritta, in quel duro documento sull'attuale condizione di
fabbrica che è il suo Operai141, con i tratti crudi che le si
addicono,: «Zoppi e focomelici, mutilati e cerebrolesi, infartuati
e
poliomielitici
con
142
scheletriche» , sordi,
toraci
sovradimensionati
su
muti, handicappati, concentrati
gambe
tutti
insieme con impietosa selezione, vi convivono con ex delegati
combattivi, con quello che resta del grande esercito dei
cassintegrati.
Sono 5 le U.P.A. ufficialmente riconosciute nell'area torinese:
lo Stabilimento di Robassomero, aperto nel 1985, con 320 operai
(40% donne), il reparto di via Biscaretti, in funzione dal
novembre 1986, con 360 dipendenti (40% donne), gli stabilimenti di
via Orbassano (170 operai) e di Bruino (85 dipendenti), la Ricambi
di Airasca (298 persone, 30% donne), tutti inaugurati dopo il
1986143 . Capannoni vecchi, boite in disuso, neppure di proprietà
della Fiat ma affittati in gran fretta, a sottolinearne il
carattere
spurio.
La
natura
di
"periferia
dell'impero".
Rappresentano
dell'accordo
l'attuazione, dal punto di
dell'ottobre
1983,
in
cui
vista della Fiat,
si
prevedeva «il
reinserimento di una quota di lavoratori in un ambiente lavorativo
idoneo anche in unità dedicate», ribadito nel marzo 1986. Una
sorta di "soluzione finale" del problema della Cassa integrazione.
Raccolgono gli "indesiderabili", in buona parte invalidi e
inidonei,
quelli
che
la
Fiat
dovette
subire,
in
base
alle
157
disposizioni sulle "assunzioni obbligatorie", nel periodo della
grande crescita; gli anziani, troppo affaticati e danneggiati dal
lavoro alla catena per ben figurare nella nuova fabbrica della
qualità e del consenso; le antiche avanguardie di lotta, ingrigite
e demoralizzate.
Secondo una recente indagine campione risulterebbe che il 64%
di essi ha un'anzianità di servizio superiore ai 18 anni, il 25% è
entrato in fabbrica per assunzione obbligatoria, il 93% degli
altri ha contratto l'invalidità in Fiat prima del 1980. I
sindacalizzati sarebbero circa il 55% (una media ben superiore a
quella degli stabilimenti di produzione). Il 52% di coloro che
hanno risposto al questionario ritengono di essere stati destinati
alle U.P.A. per la loro invalidità, il 25% per motivi sindacali;
il 62% dichiara di aver avuto offerte di soldi per andarsene.
L''80% si dice profondamente scontento della propria condizione di
lavoro144 . Ma la loro voce non ha parole.
Sono e restano l'altra faccia della Fiat. Quella che deve
rimanere sommersa. Che non viene mostrata agli ospiti di riguardo.
Che tutt'al più viene frettolosamente liquidata come il "prezzo
necessario da pagare al progresso". Ma che nei tortuosi percorsi
della psicologia manageriale, un ruolo suo ce l'ha, perché quel
nucleo ormai residuo di emarginati, handicappati e derelitti, quel
migliaio di vinti confinati ai margini della più gigantesca
concentrazione di potere italiana, ha comunque un valore simbolico.
Rappresenta
l'immagine,
l'impietosa
allegoria
dei
rumorosi
deformata come in ogni rito crudele,
vincitori degli anni '80 amano raffigurarsi,
paura", ciò che resta del decennio precedente.
1
dopo
anni
'70;
con cui i
la
"grande
Cesare Romiti, Questi anni alla Fiat. Intervista di Gianpaolo Pansa, Rizzoli, Milano 1988, p. 315.
C.Romiti, cit. p. 301.
3
Bertrand de Jouvenel, Il Potere, Rizzoli, Bologna 1947, p. 147.
4
Friedrich Schiller, Sulla poesia ingenua e sentimentale, Se, Milano 1986, p.15.
5
Si veda Franco Mana e T ino Valvo, Fiat Auto anni '80. Organizzazione, professionalità e salario, Angeli,
Milano 1985, T ab. 39, p. 72
2
158
6
Secondo F.Mana e T.Valvo (cit., p.69) gli incentivi all'autolicenziamento ammonterebbero a circa 100 miliardi
all'anno.
7
Secondo una nota informativa dei deputati piemontesi Alasia, Manfredini, Migliasso sul "problema dei
finanziamenti pubblici all'industria dell'auto", presentata alla conferenza Fiom sulla Fiat del 18 marzo 1987,
l'inclusione dell'auto nel quadro delle politiche di settore previste dalla legge 675 avrebbe comportato, a fronte di
investimenti diretti di 3.256 miliardi, agevolazioni per un totale di 1893 miliardi (675 per mutuo diretto, 297 per
contributi in conto capitale, 921 per finanziamenti bancari), di cui 1216 direttamente alla Fiat. « Sulla legge 46 (con
dati del tutto incompleti) - aggiungeva l'"Informazione" dei deputati piemontesi -, con nota del 3.12.1985 trasmessa
alla Commissione, il Ministro dell'Industria ci diceva che sono state autorizzate domande di finanziamento nell'auto
per circa 1000 miliardi e nella componentistica per 600 miliardi» . Sempre secondo tale fonte, in base ancora alla
legge 46 sarebbero stati concessi alla Fiat Iveco, a sostegno di un programma di investimenti di 404 miliardi, ben
164 miliardi (96.5 con finanziamento, 67.5 con contributo). A ciò vanno aggiunti, per quanto riguarda il calcolo dei
costi sociali comportati dalla ristrutturazione Fiat, i milioni di ore di Cassa integrazione pagate dal fondo pubblico:
nell''81 esse raggiunsero i 67.340.000; nell''82 i 54.700.000, e così via, a decrescere lentamente.
8
Questi i dati indicativi forniti da Sergio Garavini il 14 marzo 1988, nel corso di un'assemblea pubblica tenuta
presso la sede della Regione Piemonte sul tema del Controllo dei finanziamenti pubblici alle Imprese.
9
Si tratta dell'avv. Francesco Caterina. T ra l'ottobre 1980 e l'aprile 1984 ha censito 149 casi di suicidio tra i
Cassintegrati della Fiat e dell'indotto a T orino e nella cintura. Cfr. Loris Campetti, Senza lavoro, senza vita. Il
suicidio tra i cassintegrati Fiat, in "Il manifesto", 18.4.1984; Id., "Un esercito di spostati a Torino". La tomba
della cassintegrazione, Ibidem, 19.4.1984; Id., "La follia è una difesa, il suicidio una scelta". Parlano gli
psichiatri, Ibidem, 20.5.1984. L'azienda rispose per bocca del responsabile relazioni esterne Cesare Annibaldi con
una lunga intervista a L. Campetti, I dannati della Fiat e dintorni. Cesare Annibaldi: cassa integrazione non è
felicità, in "Il manifesto", 22 maggio 1984. Si vedano anche i due servizi di Carla Casalini, Eliminati e silenziosi.
Due storie di suicidi in una Torino distratta, e L'infelice speranza dell'essere operaio. Le storie di chi ha lavorato
alla Fiat e non è riuscito a trovare un futuro rispettivamente su "Il manifesto" del 20 e del 26 maggio 1984.
10
Si veda al proposito il fascicolo monografico di "Psichiatria/ informazione" (n. 3, 1984) contenente una ricerca sul
disagio psichico dei lavoratori in Cassa integrazione curata dall'Associazione per la lotta contro le malattie mentali, e
l'ampio resoconto di Delia Frigessi Castelnuovo e Marisa Valletti, Anche la testa in Cassa integrazione. Solitudine
e angoscia in chi non è più un lavoratore, in "Il manifesto", 31.10.1984.
11
Cfr. L'ombra del lavoro. Profili di operai in Cassa integrazione, a cura di Filippo Barbano, Angeli, Milano
1987. Alla voce "Principali effetti negativi della cassa integrazione sulla famiglia" si afferma che il 36,2% degli
intervistati torinesi decuncia disturbi "Psicologici individuali", l' 11,5% disturbi connessi alla preoccupazione per il
"futuro dei figli", e il 7,7% problemi nei "rapporti di coppia", tab. 5, pag. 190.
12
Luigi Berzano, Tempo dell'attesa e forme della soggettività, in L'ombra del lavoro, cit., pp. 183-4.
13
Si tratta della ricerca realizzata dalla Cooperativa Matraia di T orino per l'Isfol su Caratteristiche e comportamenti
degli operai Fiat in lista di mobilità, il cui rapporto finale è pubblicato in "Quaderni Isfol", maggio-giugno 1983.
14
La regia era di Paolo Gobetti, il commento di Franco Fortini.
15
Si veda al proposito il documento Avviati alla Fiat auto con CFL, firmato da "I rappresentanti nella
Commissione Comunale di Collocamento di T orino", e contenente i dati forniti nel corso della riunione del
23.7.1987.
16
Franco Mana e T ino Valvo, Fiat Auto anni '80. Organizzazione, professionalità e salario, cit., p. 161
17
Ricerca Coop. Matraia, cit. Intervista di Gildo T onietti (1981).
18
Idem.
.
19
Intervista realizzata il 9 novembre 1982.
20
Per una più ampia documentazione si veda L'immigrazione meridionale a Torino, Nota introduttiva a cura di
Anna Anfossi, Centro di Ricerche Industriali e Sociali, e Magda Talamo, L'inserimento socio-urbanistico degli
immigrati meridionali a Torino, entrambi in CRIS, Immigrazione e industria, Comunità, Milano 1962. Sull'intera
materia, di fondamentale importanza rimane il saggio di Goffredo Fofi, L'immigrazione meridionale a Torino,
Feltrinelli, Milano 1964.
21
L'espressione è di A. Pizzorno, Familismo amorale e marginalità storica. Ovvero perchè non c'è niente da fare a
Montegrano, in E.C.Banfield,Le basi morali di una società arretrata, Il mulino, Bologna 1961.
159
19
Si veda al riguardo l'accurata ricerca di L. Campetti, Ritratto del gigante. Viaggio a Mirafiori. Cifre e fisiologia
della fabbrica più grande d'Italia, in "Il manifesto", 26 febbraio 1986. Utili informazioni in Fiat, Cenni storici.
Stabilimenti, impianti, produzioni, Ed. 1970, p.12.
23
Ricerca Coop. Matraia, cit. Intervista di E.Delpiano (1981).
24
Ibidem. Intervista di Pietro Marcenaro (1981)
25
Intervista realizzata nel luglio 1979.
26
Si veda il paragrafo "La Produttività", nella Relazione del Consiglio di amministrazione agli azionisti Fiat,
tenuta il 10 aprile 1952 in occasione della presentazione del Bilancio 1951 agli azionisti: « L'incremento della
produttività - aveva detto fra l'altro Valletta - presuppone pure un incremento di mercato perché sviluppando la
produzione (e i moderni mezzi tecnici sono capaci di darle sviluppi vertiginosi) i mercati normali sono presto
saturati e occorre crearne dei nuovi, suscitare continuamente sempre nuovi e più vasti strati di consumatori. Dove?
Dal profondo delle masse popolari e dalle popolazioni di regioni e continenti arretrati. Come? Aumentando il potere
d'acquisto di quelle masse, di quelle popolazioni, così che i consumi si estendano…» .
27
Vittorio Valletta, Relazione del consiglio di amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1952.
28
V. Valletta, Relazione del consiglio di amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1956.
29
Ibidem.
30
I valori dell'autofinanziamento per addetto (utile + ammortamenti), passato da 350.000 a 950.000, mostrano
d'altra parte la dimensione da "accumulazione originaria" raggiunta in questa fase, e il grado di redditività raggiunto
da ogni lavoratore.
31
Grazie a questi ampliamenti la produzione giornaliera era salita dalle 1500 vetture del 1957 a circa 5000.
32
V. Valletta, Relazione del Consiglio di amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1967.
33
Epica la descrizione fatta da Vittorio Valletta delle dimensioni raggiunte da Mirafiori, quando ancora lo
stabilimento Sud era in costruzione: « La Mirafiori Sud risalta imponente e modernissima come ampliazione degli
stabilimenti automobilistici Mirafiori […] Vi lavoreranno 6000 operai in due turni. Il collegamento tra la Mirafiori
Sud e la Mirafiori Centro è dato da due gallerie sotterranee, così larghe da poter essere percorse dagli automezzi e da
convogliatori sospesi, i quali si sviluppano per 4 chilometri e sono capaci di un carico di migliaia di pezzi fino a
100 tonnellate ogni 15 ore: veri magazzini mobili che si aggiungono agli altri preesistenti» , Relazione del Consiglio
di amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1956.
34
Ricerca Coop. Matraia. Intervista di P.Marcenaro (1981).
35
Ibidem. Intervista di G. T onietti (1981).
36
Ibidem. Intervista di E. Delpiano (1981).
37
Ancora alla metà degli anni '80 saranno oltre 12.000 i lavoratori impegnati su linea nella sola Mirafiori.
38
Intervista realizzata nell'aprile 1986.
39
Il testo dell'intera intervista è pubblicato col titolo Da Valletta a Piazza Statuto, a cura di Roberto Buttafarro e
Marco Revelli, in "Primo maggio", n. 9/10, inverno 1977-78
40
Arnaldo Bagnasco, Torino. Un profilo sociologico, Einaudi, T orino 1986, p.24.
41
Vincenzo Comito, La Fiat tra crisi e ristrutturazione, Ed.Riuniti, Roma 1982, p.59
42
V.Valletta, Relazione del Consiglio d'Amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1954.
43
Giovanni Agnelli, Relazione del Consiglio d'Amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1968.
44
Il 9 aprile 1969, a Battipaglia, la polizia aveva sparato contro una manifestazione di protesta per la chiusura di un
tabacchificio, causando due morti.
45
Trasferito per punizione, e reintegrato nel suo posto di lavoro per la mobilitazione del reparto, era stato poi
licenziato il giorno precedente l'inizio delle ferie.
46
Per la verità alcuni segnali di uno "scongelamento" della situazione in Fiat si erano già manifestati nel 1968, con
gli scioperi generali per le pensioni del marzo e novembre 1968. Ma si era trattato ancora di scioperi esterni. Per una
ricostruzione della fase che prepara le lotte di primavera cfr. Angelo Dina, Nota per una documentazione sulle lotte
alla Fiat nella prima metà del 1969, doc. ciclostilato a cura della Federazione del Psiup di Torino, estate 1969; e
La lotta alla Fiat. Un documento della Fiom di Torino, Supplemento al n. 7-8 di "Sindacato moderno", Luglioagosto 1969. Una dettagliata cronaca anche in Romolo Gobbi, Quattordici mesi di scioperi alla Fiat Mirafiori
(maggio 1969-luglio 1970), in "Contropiano", n.2, 1970. Di particolare utilità la ricostuzione fatta nel settembre del
1969 da Clemente Ciocchetti, Operai e padrone alla Fiat, E.D.B., Verona 1969.
160
47
Vi era stata, ad aprile, anche una fermata di tre ore alla Sala prova motori (officina 27) per una vertenza aperta il 28
settembre 1967. Si era chiusa con un successo, senza però generalizzarsi.
48
Bruno Ugolini, Sciopero alla Fiat Mirafiori, in "L'unità", 14 maggio 1969.
49
Su queste rivendicazioni aveva insistito, inventando anche forme nuove di comunicazione, il piccolo ma
combattivo gruppo di attivisti della Fiom che, dal 1962-63 aveva ripreso l' intervento davanti alle porte della
Mirafiori. Si veda in proposito l'intervista di Giovanni Longo in Torino 1945-1983. Memoria Fiom. Parlano alcuni
protagonisti, a cura della Fiom-Cgil Piemonte e dell'Istituto Piemontese di Scienze economiche e sociali
A.Gramsci, Angeli, Milano 1985, p.62.
50
Appunti per una cronaca delle lotte alla Fiat nella primavera e nell'estate del 1969, Documento interno della
Federazione Psiup di T orino, in "Fondo Marcello Vitale", Centro studi P.Gobetti, Torino.
51
«Siamo pertiti in 17 giusto due mesi fa - racconterà, proprio in quei giorni, un "nuovo assunto" alle Carrozzerie di
Mirafiori - Sissignore, tutti con l'assunzione della Fiat in tasca. Dovevamo soltanto passare la visita medica. Bene,
vuole sapere quanti siamo rimasti qui? In quattro. T redici altri sono già tornati a Caserta e sperano di trovare ancora
il alvoro che facevano. Uno era fattorino. Gli altri chi bracciante chi manovale» , I drammi della nuova immigrazione,
in "L'unità", 30 maggio 1969.
52
A sostenere la tesi del carattere inedito dell'esperienza in corso alla Fiat fu, fin da subito, il gruppo dirigente del
Psiup torinese: « L'ondata di riscossa e la crescita di coscienza di classe [manifestatesi alla Fiat] - scrisse in un documento dell'estate 1969 su La strategia delle riforme alla Fiat Pino Ferraris - non è più il frutto dell'impegno
pratico, consapevole e organizzato, non è più l'affermazione della egemonia ideale, non è più l'espressione organica
della funzione dirigente di una avanguardia comunista[…] Vi è una politicizzazione d'avanguardia che non passa per
il tramite sindacale» , in "Fondo Marcello Vitale", Centro studi P.Gobetti, T orino. Su posizioni specularmente
opposte si pose invece la federazione torinese del Partito comunista: « La lotta articolata sviluppatasi in maggio e
giugno alla Fiat - scrisse, su "Rinascita" del 18 luglio 1969 l'allora segretario della Federazione del Pci torinese
Adalberto Minucci - si colloca […] in un concreto programma d'iniziativa che il sindacato di classe aveva fissato da
tempo» , attribuendo gli episodi di spontaneità, peraltro giudicati marginali, alla strumentalizzazione «delle frange
meno politicizzate della classe operaia» da parte sia dei "gruppi estremisti" che del "padrone".
53
Oltre alle formazioni storiche, i più significativi gruppi d'intervento erano costituiti dai militanti del Psiup
torinese, guidato allora da quella straordinaria figura di "intellettuale organico" che è Pino Ferraris; dalla "Lega
studenti operai", facente capo a Dario Lanzardo, e dall'aggregato che si firmava prima "Operai-studenti", poi "La lotta
continua", composto fino all'estate da ciò che restava del Movimento studentesco torinese, da alcuni militanti del
Potere operaio pisano (Sofri), e dal gruppo de "La classe".
54
Il 3 luglio 1969 la polizia attaccò davanti alla Mirafiori un corteo organizzato, in occasione dello sciopero generale
per la casa, dai gruppi che si firmavano "La lotta continua" con l'obiettivo di propagandare al di fuori della Fiat i
contenuti delle lotte "autonome" che vi si stavano svolgendo. Gli scontri coinvolsero per 14 ore l'intera periferia sud,
trovando esca nella drammatica situazione di decine di migliaia di immigrati giunti recentissimamente a T orino:
solo in conseguenza delle 15.000 assunzioni operate dalla Fiat nel 1969 erano giunte in città 60.000 persone; il
quartiere Mirafiori sud, quello in cui s'innescarono gli scontri, era passato dai 18.747 abitanti del Censimento del
1951 a 119.569 abitanti nel marzo del '69, Lingotto da 23.753 a 42.718, Santa Rita (anch'esso gravitante su
Mirafiori) da 22.936 a 88.563!
55
Intervista realizzata il 12 settembre 1981.
56
A partire dal 29 marzo 1955, per oltre 10 anni, le Relazioni del Consiglio di amministrazione danno regolarmente
testimonianza di un totale controllo sulla situazione sindacale. 1956: « Alla Fiat il tono morale e sociale del lavoro è
alto.[…] Nel 1955 nessun (sic) sciopero alla Fiat. Continuità di lavoro e aumento di produttività» . 1957: « La
collaborazione è il clima ormai stabile alla Fiat. Le elezioni del 9 aprile 1957 delle Commissioni Interne Fiat hanno
confermato ed approfondito il distacco della maggioranza degli operai e della totalità degli impiegati dalle
organizzazioni sindacali non collaborative» . 1959: « Ferme le direzioni nel tutelare con energia, nell'interesse del
lavoro, la integrità dell'Azienda contro qualsiasi azione, aperta od occulta, intesa a portare disordine nelle officine, a
rovinare la produzione, e conseguentemente a compromettere le giuste rivendicazioni economiche e morali degli
operai e degli impiegati, i rapporti con le Commissioni Interne si svolgono in uno spirito di reciproca comprensione
poiché in esse dal 1956 sono in forte maggioranza gli esponenti dei Sindacati democratici (Cisl, Uil, Liberi
lavoratori)» . 1966: «Le elezioni sindacali alla Fiat per il rinnovo delle Commissioni Interne degli stabilimenti in
161
T orino e Provincia, avvenute il 6 dicembre 1966, hanno riconfermato la maggioranza ai rappresentanti delle correnti
sindacali Uil, Sida e Cisl con il 70,1% dei suffragi» . Solo con il 1968 questa tendenza si era invertita e nel 1969 la
Fiom era ritornata in maggioranza.
57
Intervista realizzata il 30 ottobre 1980.
58
Intervista realizzata nel mese di maggio 1980.
.
59
Pilastri di sostegno dei capannoni. Erano denominati in base a una numerazione per "meridiani" e "paralleli", in
modo tale da permettere l'orientamento in una giungla tecnica come la Mirafiori.
60
Un particolare tipo di impianto per operazioni di saldatura in Carrozzeria.
61
Intervista realizzata nel novembre 1980.
62
Ricerca Coop. Matraia. Intervista di Eugenio Delpiano.
63
La conversazione tra il giornalista e gli operai fu registrata da Pino Ferraris e conservata nel suo archivio. E' stata
recentemente pubblicata col titolo Le parole scomparse degli operai su "Il manifesto" del 2 marzo 1989 ("La talpa
giovedì", p. IV)
64
Bruno Manghi, Passaggio senza riti. Sindacalismo in discussione, Ed.Lavoro, Roma 1987.
65
Ricerca Coop. Matraia. Intervista di E. Delpiano (1981).
66
Ibidem. Intervista di Riccardo Braghin (1981).
67
V.Valletta, Relazione del Consiglio d'Amministrazione agli azionisti Fiat, Bilancio 1954.
68
L'impresa nel sistema socio-sindacale. Dieci anni di contrattazione, Isvor-Fiat, Torino 1980, Quadro 2: Accordo
integrativo Fiat (5 agosto 1971).
69
Così si esprime la Relazione del Consiglio d'amministrazione agli azionisti Fiat relativa al Bilancio 1970.
70
Si veda l'intervento dell'azionista Angiolo Provera, nel Verbale dell' assemblea ordinaria e straordinaria degli
azionisti della Fiat SpA tenutasi il 29 aprile 1971.
71
Ibidem
72
Si veda in proposito l'intervento dell'azionista Mario Nemore, il quale « rileva, in base ai dati da lui conosciuti,
che l'assenteismo raggiunge il 14%, che il rendimento effettivo del lavoro è ridotto del 30%, che gli impianti sono
sfruttati per meno del 60% e che, infine, i cervelli sono utilizzati al massimo per il 20%» , in Verbale dell'assemblea
ordinaria degli azionisti della Fiat Spa, tenutasi il 27 aprile 1973.
73
La serie ha carattere puramente indicativo e va assunta con cautela. Fino al 1976, infatti, l'azienda comunicava i
dati relativi all'occupazione alla Fiat Spa (comprendente solo una parte delle attività del gruppo), senza dettagliarli
per settore: l'indice è quindi calcolato dividendo l'occupazione globale per la produzione del settore auto. Fintantoché
la produzione automobilistica costituì l'attività quasi esclusiva o comunque ampiamente prevalente, l'assunzione di
tale valore globale ai fini del calcolo della produttività per dipendente può essere per molti versi legittima, ma perde
progressivamente valore man mano che cresce l'occupazione in produzioni extra-automobilitiche. E' utile comunque
ricordare che ancora nel 1970 le attività extra-automobilistiche pesavano sul fatturato della Fiat Spa per meno del
10%. E che la forza-lavoro impegnata negli stabilimenti automobilistici costituiva, nello stesso anno, circa il 70%
dell'organico totale della Fiat Spa. Col 1976, quando s'inaugurerà la pratica dei Bilanci per l'intero Gruppo, il
quadro apparirà totalmene diverso Il fatturato alla voce "Automobili" costituirà appena il 36% del fatturato del
Gruppo (4.809 miliardi su 13.228) e l'occupazione nel settore il 47% dell'organico totale italiano (125.868
dipendenti su 265.186).
74
«Il gruppo dirigente e il management Fiat - scrive al proposito V.Comito - erano completamente impreparati alla
nuova situazione e la contestazione operaia e la concorrenza internazionale rendono in poco tempo obsoleta una intera
generazione di dirigenti e di tecnici e fanno invecchiare di colpo una cultura aziendale di tipo prevalentemente
tecnico-produttiva, molto accentrata su base burocratico-autoritaria. Gli anni settanta - aggiunge - vedono uno sforzo
di adeguamento delle strutture e degli uomini alla mutata situazione, ma tali sforzi sono in parte insufficienti e
sempre in ritardo rispetto a una situazione che muta continuamente» , cit., p. 21.
75
Si veda su questo l'acuta analisi di Pino Ferraris, nella relazione introduttiva del Congresso della Federazione del
Psiup torinese, 1969.
76
Archivio Fiom, presso l'Istituto piemontese di studi economici e sociali "A.Gramsci", T esseramento 1948-1972.
77
Si vedano le interviste a Giovanni Longo, per la Fiom e a Mario Gheddo della Fim in Torino 1945-1983.
Memoria Fiom, cit.. In tutto gli iscritti alle due organizzazioni costituivano poco più del 2% dell'organico totale
162
della fabbrica. Gli iscritti al Pci, negli stabilimenti torinesi Fiat, non superavano nel 1969 la cifra di 1000 (250 a
Mirafiori, 200 alle Ferriere, 200 alla Materferro, 150 a Stura, 144 nella zona nord).
78
Fabrizio Colonna, Sindacati a Torino, Esplorazioni culturali/2, Ceses, s.i.l., s.i.d. (ma 1968).
79
In questa categoria di motivazioni l'autore della ricerca fa rientrare « la motivazione ideale generale (aspirazioni
giovanili di maggiore giustizia sociale), la propria condizione operaia (posti di fronte a una realtà quotidiana
inaccettabile, nella vita di lavoro, decisero di essere gli strumenti di sensibilizzazione delle masse operaie), la
motivazione politica». In contrapposizione:« la motivazione occasionale» e « la motivazione corporativa (difesa della
categoria)» , F.Colonna, Sindacati a Torino, cit., pp.28-29.
80
1962-1968. La lenta ripresa: verso l'unità e verso nuove rappresentanze aziendali. Conversazione con Giovanni
Longo, in Torino 1945-1983. Memoria Fiom, cit., pp. 70-71.
81
Si veda al proposito la Conversazione con Mario Gheddo e Renato Lattes, in Torino 1945-1983. Memoria Fiom,
cit., p. 90
82
Isvor-Fiat, L'impresa nel sistema socio-sindacale, cit., Quadro 2: Accordo integrativo Fiat 5 agosto 1971. La
Fiat aveva considerato l'accordo, come « uno strumento, se non di pacificazione, almeno di orientamento del
confronto distinguendo fra materie oggetto di contrattazione e materie di verifica tecnica (es. cottimo, ambiente,
qualifiche) nell'ambito dei comitati sindacali aziendali» , ma aveva dovuto ben presto ammettere che i suoi contenuti
si rivelavano, in realtà, « condizionamenti pesanti all'operatività aziendale e ostacoli al raggiungimento degli
obiettivi di efficienza aziendale» , Ibidem.
83
In B. Ugolini, Un'assise Fiom-Fim-Uilm deciderà le rivendicazioni, in "L'unità", 13 maggio 1969.
84
La lotta alla Fiat. Un documento della Fiom di Torino, cit., pp. 16-17.
85
Il 26 e 27 luglio 1969 in un'Assemblea di Cgil-Cisl-Uil, a Milano, dopo una consultazione nazionale di oltre
300.000 metalmeccanici, era stata definita la piattaforma contrattuale della categoria: Aumenti salariali uguali per
tutti "consistenti"; riduzione dell'orario a 40 ore settimanali; parità normativa operai-impiegati; diritti sindacali in
fabbrica (assemblea retribuita, monte-ore a disposizione dei rappresentanti aziendali, revisione delle procedure
disciplinari).
86
Pensieri sulla politica e la rivoluzione, in H.Arendt, Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, p.255.
87
Cesare Romiti, Questi anni alla Fiat, cit., p.10
88
Ibidem, p.11.
89
Ibidem.
90
Relazione del Consiglio di amministrazione, Bilancio 1971, 28 aprile 1972.
91
Sottolineato nel testo.
92
«Adottando le categorie economiche che ci sono più familiari - dichiarerà Agnelli nel maggio 1978,
commentando il Bilancio 1977 e, nella sostanza, la permanenza per l'intero triennio succeduto al 1975 di saggi di
profitto non remunerativi del capitale investito - dobbiamo rilevare come questo fatto corrisponda a una prolungata
interruzione nel processo di accumulazione del capitale» . Aggiungendo: «Economisti di formazione marxista
preferirebbero probabilmente dire che il sistema opera secondo uno schema di riproduzione semplice, anzichè
allargata, ma difficilmente potrebbero pervenire a rallegrarsi di questo fatto», in Relazione del Consiglio di
amministrazione, Bilancio 1977, 4 maggio 1978.
93
Intervista realizzata il 16 marzo 1981.
94
Si veda a questo proposito il commento pubblicato sul "Bollettino dei delegati di Mirafiori", Verifica delegati e
consigli alla Fiat-Mirafiori, Com'è stata preparata e come proseguirla in tutta l'organizzazione, in "Il
Consiglione - Bollettino dei Delegati della Mirafiori", FLM, Febbraio-marzo 1977, pp.3-5
95
In Meccanica (12.776 operai) su 280 gruppi omogenei, in ben 112 si era registrata una partecipazione al voto del
100%; in 112 tra il 99% e il 90%, con una media ponderale del 94%.
96
In Carrozzeria, su un organico di 14.870 operai, aveva partecipato al voto circa l'85%.
97
Si veda sull'argomento l'utile e documentato lavoro di Silvia Belfiore e Martino Ciatti, Il fondo del barile, Torino
1980.
98
Ricerca Coop. Matraia. Intervista a cura di M.Revelli.
99
Intervista di Roberto Buttafarro, 1978.
100
Idem.
101
Citato in Mariella Berra, Marco Revelli, La fabbrica negata, in "Sapere", n. 821, agosto 1979, p.61.
163
102
Intervista di Roberto Buttafarro (1978).
Il meccanismo che sceglie casualmente gli operai da perquisire.
104
Ricerca Coop. Matraia. Intervista di E. Delpiano (1981).
105
Idem.
106
Intervista di Nino Scianna, ottobre 1979.
107
Cit. in "La città", n. 1, 1979.
108
C. Romiti, Questi anni alla Fiat. cit., p.102.
109
Sede della sezione di Mirafiori dell'FLM.
110
Luciano Lama, Intervista sul mio partito, a cura di Giampaolo Pansa, Laterza, Bari 1987, p.97.
111
Registrazione 19 settembre, Piazzale antistante Palazzina Mirafiori, Nastro 1/G.
112
Registrazione 19 settembre - Piazzale antistante palazzina Mirafiori, Nastro G/1
113
Registrazione 26 settembre - Piazzale antistante Palazzina Mirafiori - Nastro 3/G.
114
Torino 40.000 in corteo 'fateci ritornare al lavoro', in "La Repubblica", 15 ottobre 1980.
115
Intervista a cura di Roberto Buttafarro, in Fiat. Una lotta perchè? (Video-tape)
116
G.Agnelli, Intervista al TG1 (a cura di Bruno Vespa), 18 ottobre 1980.
117
Così titola "l'Unità" del 16 ottobre. Così proclameranno i volantini del Partito comunista distribuiti alle porte.
118
I risultati (approssimativi, perchè non si procedette mai a un calcolo preciso dei voti), sono i seguenti. Mirafiori
(53.989 addetti) Carrozzeria: mattino 51% Si, 49% No; pomeriggio 20% Si, 80% No. Meccaniche: mattina 55% Si,
45% No; pomeriggio 35% Si, 65% No. Presse: mattina 55% Si, 45% No; pomeriggio 5% Si, 95% No. Rivalta
(17.952 addetti): l'accordo è rifiutato senza neanche passare ai voti perchè ritenuto dal Consiglio di fabbrica
assolutamente non corrispondente al mandato. Lancia di T orino (3.000 addetti): 45% Si, 55% No. Lingotto (8.000
addetti circa): mattino 51% Si, 49% No; pomeriggio 5% Si, 95% No. Fonte: Come hanno votato l'ipotesi di
accordo, in "Laboratorio Piemonte", n. 0, dicembre 1980.
119
Per dare lavoro a quei 29 (la maggior parte giovani, solo 4 le donne) furono fatte 1900 convocazioni per un totale
di 748 posti, e 180 avviamenti, per la maggior parte seguiti da un rifiuto da parte delle imperse di destinazione. Le
richieste riguardavano soprattutto manodopera generica in piccole o piccolissime imprese. D'altra parte, che il
meccanismo della mobilità fosse destinato a fallire l'aveva già previsto fin dal momento della sua istituzione il
Coordinamento dei Cassintegrati il quale, nel criticare l'accordo del luglio 1981, al punto 2, scriveva: « I 7.500 in
mobilità sono ingestibili nell'area piemontese vista la situazione drammatica sul piano occupazionale e la mancanza
di un riferimento chiaro di regolamentazione e contrattazione dei posti di lavoro» , Accordo di luglio. Valutazioni
del Coordinamento, in "La spina nel fianco", Giornale dei lavoratori in Cassa integrazione, n. 5, Luglio 1981.
120
M.Berra, M.Revelli, Cassa integrazione speciale salla Fiat di Torino, in "Osservatorio sul mercato del lavoro e
sulle professioni", marzo-aprile 1982.
121
Citato da L.Campetti, Entrano i Consigli nella trattativa Fiat-sindacato, in "il manifesto", 12 marzo 1986.
122
Pci, La lotta alla Fiat. Il giudizio del Pci torinese. Documento approvato dal Comitato Federale, p.5.
123
Ibidem, p. 6.
124
Ibidem, p. 8.
125
Ibidem, p. 9.
126
Si veda la Nota di discussione, Assemblea Nazionale dei Comunisti del gruppo Fiat, a cura della Federazione
torinese del Pci, gennaio 1981.
127
Fim-Cisl T orino, Dati in preparazione dell'assemblea organizzativa, Torino, luglio 1983.
128
Aldo Enrietti, Graziella Fornengo, Il gruppo Fiat. Dall'inizio degli anni '80 alle prospettive del mercato
unificato del '92, La Nuova Italia scientifica, Roma 1989, p.84.
129
Fiom-Cgil 5^Lega, Fiat Mirafiori Carrozzeria. 2^ mappa grezza, Novembre 1985.
130
Fiom - CGIL, L'altra faccia della Fiat, marzo 1987.
131
I dati si riferiscono al totale netto dell'organico operaio, dedotti cioè i dipendenti in cassa integrazione. Cfr.
A.Enrietti, G.Fornengo, cit., p.81.
132
Citato in L.Campetti, Ti ricordi Mirafiori?, in "Il manifesto", 16 settembre 1983.
133
Gli auguri della Fiat al sindacato: "Ormai non servite più a niente", in "Il manifesto", 24 dicembre 1983.
134
Pci, La lotta alla Fiat. Il giudizio del Pci torinese. Documento approvato dal Comitato Federale, p. 4.
103
164
135
Si veda la Nota di discussione, Assemblea Nazionale dei Comunisti del gruppo Fiat, a cura della Federazione
torinese del Pci, gennaio 1981, p.5. Corsivo nel testo.
136
La visita settimanale, "Illustrato Fiat", anno XXXVII, n.9, sett.1989, p. 49.
137
Ibidem.
138
L.Campetti, L'azionista operaio, in "Il manifesto", 2 luglio 1989.
139
Cfr. "Bollettino dei quadri Fiat", nov. 1983.
140
Giorgio Merli, I circoli della qualità. Filosofia, organizzazione, gestione, Edizioni lavoro, Roma 1985, p.139.
141
Gad Lerner, Operai, Feltrinelli, Milano 1988, pp.43-60.
142
Ibidem, p.43.
143
I dati sono tratti dal "libro bianco" della Federazione torinese del Pci e della Sezione Pci Fiat Mirafiori, Unità
Produzione Accessoristica. Ai confini dell'impero Fiat, Torino, marzo 1989.
144
Cfr. Pci - Zona Fiat Mirafiori, Dati relativi al questionario UPA, T orino, 13 luglio 1988. Furono distribuiti 653
questionari, su un totale di 1275 dipendenti delle UPA, e ne furono restituiti compilati 368.
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