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9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle
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P. Alberto Maggi OSM
APPUNTI
Cefalù – Dicembre 2009
NON SONO VENUTO PER I SANI:
MISSIONE PROFETICA OLTRE
(Nonostante) L’ISTITUZIONE
Il discorso della Montagna termina con lo sconcerto delle
folle che dicono che Gesù insegna come uno che ha autorità e non
come i loro scribi (Mt 7,29). L'insegnamento di Gesù gode di autorità divina e non quello dei teologi ufficiali.
Dopo l'esposizione teorica Gesù dimostra nella pratica
quanto annunciato nel Discorso della Montagna.
Gesù, il "Dio con noi" (Mt 1,23) dimostrerà la falsità di una
Legge che si pretendeva procedente da Dio. Per prima cosa dimostra cos'è l'amore del "Padre che fa sorgere il suo sole sopra i
malvagi e sopra i buoni" (Mt 5,45).
L'evangelista presenta una lista di dieci guarigioni in chiara
contrapposizione alle dieci piaghe d'Egitto. Mentre Mosè per liberare il suo popolo dalla schiavitù aveva inviato piaghe che portavano malattia e morte, Gesù guarirà e comunicherà vita. Una delle
dieci piaghe era la morte dei primogeniti con la morte del figlio
del Faraone. Gesù capace di amare ai nemici resusciterà la figlia
del capo.
Nella serie di dieci guarigioni l'evangelista non intende presentare degli eventi storici ma delle verità teologiche valide per
sempre.
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8,1 Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva.
2 Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: «Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi [kaqari/sai]».
Effetto del discorso della montagna di un amore universale
di Dio esteso a tutti a prescindere dal comportamento degli uomini.
Non chiede la guarigione ma la purificazione.
La lebbra non è una malattia ma un castigo divino: Nm
12,10ss.
Il lebbroso è un escluso: Nm 5,2; Lv 5,3. Proibizione di entrare a Gerusalemme sotto pena di 40 frustate (Kel. tos. 1,8). Senza possibilità di accesso a Dio.
Circolo vizioso: il lebbroso solo una volta puro può avvicinarsi a Dio ma è solo Dio che lo può purificare... senza speranza.
3 E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii sanato». E subito la sua lebbra scomparve.
Per la prima volta Gesù dimostra qual è la volontà di Dio
che ha già annunciato nel Padre nostro. La sua volontà è l'eliminazione di ogni barriera che impedisce la comunione con l'uomo e
la trasmissione del suo amore: "Lo voglio, sii purificato"
La religione insegnava che occorreva essere puri per avvicinarsi a Dio. Gesù dimostra che è l'accoglienza dell'amore di Dio
che rende puri. Vuole portare i suoi dalla categoria religiosa del
merito a quella del dono.
E per farlo trasgredisce la legge toccandolo (non era necessario).
Secondo la religione Gesù dovrebbe ora diventare impuro...
invece è il lebbroso ad essere sanato.
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4 Poi Gesù gli disse: «Guardati dal dirlo a qualcuno, ma va' a
mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e
ciò serva come testimonianza contro loro».
Per essere riammessi nella società occorreva offrire tre agnelli (solo uno per i poveri) per ricevere dai sacerdoti un certificato dichiarativo dell'avvenuta guarigione (Lv 14,1-32). La testimonianza o prova che Gesù invia ai sacerdoti è che Dio agisce al
contrario di quello che essi insegnano. Invito alla conversione.
Mentre il Dio della religione esige, il Dio della fede dona
gratuitamente.
Se il lebbroso rappresenta l'emarginato da Dio all'interno
della società ebraica, i pagani sono l'equivalente all'esterno:
5 Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo
scongiurava:
6 «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente».
7 Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».
L'individuo che ora si avvicina a Gesù è doppiamente impuro: pagano e un nemico al servizio degli odiati dominatori romani.
Gesù ha insegnato l'amore ai nemici (Mt 5,44) ora lo pratica.
La salvezza di Dio è universale, non conosce alcun confine
o frontiera creata dai popoli.
La presenza fisica di Gesù non sarebbe necessaria (vedi l'episodio in Giovanni basta l'accettazione della parola di Gesù per
produrre effetto, Gv 4,43-54). Ma come per il lebbrosi l'ha toccato per dimostrare la falsità della Legge così ora si dichiara disponibile a entrare nell'impura casa di un pagano. Per comprendere il
gesto di Gesù occorre considerare la resistenza di Pietro di recarsi
nella casa del centurione Cornelio a Cesare (At 10).
Il servo è paralizzato, male ritenuto incurabile. Rappresenta
l'uomo senza speranza.
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8 Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà
guarito.
9 Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e
dico a uno: Fa' questo, ed egli lo fa».
10 All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato
una fede così grande.
Mentre continuamente in Israele gli ebrei, specialmente i religiosissimi farisei e scribi chiederanno a Gesù un "segno dal cielo"(Mt 12,38; 16,1) che garantisca la sua missione divina l'accoglienza da parte dei pagani è finora positiva. I primi pagani apparsi in Matteo sono stati i magi (Mt 2). Quelli che sono considerati i
più lontani dalla religione sono i primi ad accorgersi della presenza di Dio.
11 Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e
siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno
dei cieli,
12 mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre,
ove sarà pianto e stridore di denti».
La tradizione religiosa presentava la sottomissione dei pagani a Israele dominatrice di tutte le nazioni (Is 60). Gesù non
chiede ai pagani di sottomettersi ma li invita alla mensa della vita.
13 E Gesù disse al centurione: «Va', e sia fatto secondo la tua fede» ["come hai creduto]. In quell'istante il servo guarì.
La guarigione del servo non è opera di Gesù ma della fede
del centurione.
14 Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che
giaceva a letto con la febbre.
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15 Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si
mise a servirlo.
Dopo l'emarginato dalla religione (lebbroso), dal nazionalismo giudaico (pagano) l'azione di Gesù si rivolge a una categoria
sub-umana di persone: la donna. Causa prima di tutti i mali
dell'umanità secondo la Bibbia.
La suocera di Pietro è donna, impura per la sua condizione
di femmina, e ora per la sua infermità. Toccarla significa essere
contagiati dall'impurità.
Dopo aver toccato il lebbroso, essersi offerto di entrare in
casa di un pagano, la terza trasgressione di Gesù consiste nel toccare una donna inferma.
La suocera di Pietro, guarita, si mette a servirlo, questo
termine tecnico che indica la sequela di Gesù, è apparso in 4,11,
quale azione degli "angeli gli si accostarono e lo servivano". La
donna che non può neanche toccare la Bibbia è chiamata a compiere la stessa azione degli "angeli".
20 Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni,
gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello.
L'evangelista la descrive come affetta da "emorragia/flusso
di sangue" (clinicamente "metrorragia cronica", perdita di sangue indipendentemente dal flusso mestruale).
Nella cultura ebraica, dove il sangue è la stessa vita della
persona ("La vita di ogni essere vivente è il suo sangue", Lv
17,14), la perdita del sangue significa la perdita della vita, e questa donna sta lentamente morendo. Ma non solo. Una donna colpita da questa infermità viene considerata immonda ed equiparata a una lebbrosa (Zab. 5,1.6): non può né avvicinare né essere
avvicinata, se sposata non può avere rapporti col marito e se nubile non può sposarsi.
Per la sua situazione la religione la condanna alla sterilità;
l'inarrestabile flusso del sangue alla morte. La donna non ha nes-
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suna speranza e nessuna via d'uscita che non sia l'attesa della
morte.
L'unico che potrebbe salvarla è Dio. Ma lei "immonda" non
può neanche pensare di potersi rivolgere al "tre volte Santo" (Is
6,3) che ha stabilito in maniera definitiva che tutto quel che ha a
che fare con la sessualità venga classificato come "impuro". In
questo tempo la donna è come un'appestata. A donne nella sua
condizione è proibito entrare nel santuario e partecipare al culto,
e Giuseppe Flavio le pone tra "i lebbrosi e i gonorroici" nell'elenco di persone che non possono neppure celebrare la pasqua
(G.G. 6,9,3). Non solo "chiunque la toccherà sarà immondo fino
alla sera", ma la donna infetterà "ogni giaciglio sul quale si sarà
messa a dormire e ogni mobile sul quale si sarà seduta" e chiunque lo toccherà. Le cose si aggravano in caso di irregolarità nelle
mestruazioni che rendono la donna impura per tutto il tempo del
flusso. Una volta "guarita dal flusso conterà sette giorni e poi sarà monda.
21 Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita».
22 Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede
ti ha guarita». E in quell'istante la donna guarì
In un mondo dove i rabbini sembravano più esperti di ginecologia che di teologia, Gesù riporta la relazione con Dio alla sua
vera dignità. E' il comportamento verso gli altri che permette o
meno la comunione con Dio (Mt 15,11) e non l'osservanza di regole inventate dagli uomini (Mt 7,13).
L'incontro della disperata "emorroissa", donna morente, con
la vita che Gesù comunica avviene mentre questi si sta dirigendo
verso la casa di uno dei capi della sinagoga, per andare a "imporre
le mani" alla figlia moribonda. Gesù è preceduto dalla fama di uno
che con le parole e con gesti concreti annuncia che l'amore di Dio
si dirige a tutti e non riconosce le discriminazioni morali e reli-
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giose che dividono gli uomini in categorie di puri e di impuri. Soprattutto Gesù non accetta alcun impedimento posto dagli uomini
tra l’amore di Dio e gli uomini. La donna afferra al volo l'opportunità di questo incontro con Gesù e pensa "se riuscirò anche solo
a toccare il suo mantello, sarò guarita".
La Parola di Dio le impedisce di toccare chiunque, ma il desiderio della vita è più forte di ogni tabù morale e religioso. Se
continua a osservare la Legge non commetterà peccato, ma morirà; se prova a trasgredirla ha una speranza di vita. La donna si intrufola tra la folla che segue Gesù e una volta alle sue spalle, sperando che nessuno se ne accorga, gli tocca il mantello "e subito le
si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata
guarita da quel male".
Il suo gesto ha trasmesso la sua impurità a Gesù che ora è
infetto a sua volta.
Il Libro del Levitico ammonisce che trasgredire la legge della purezza causa la punizione da parte di Dio:
"Avvertite gli Israeliti di ciò che potrebbe renderli immondi, perché non muoiano per la loro immondezza, quando contaminassero la mia Dimora che è in mezzo a loro" (Lv 15,31).
L'ha fatta grossa la donna e ora s'aspetta l'umiliazione pubblica e la punizione. Ma tutto ciò non le toglierà la gioia di essere
finalmente guarita e tornata alla vita. E così si fa coraggio e "impaurita e tremante" confessa la trasgressione. Alla donna che riteneva di essere esclusa a causa della sua infermità dall'amore di
Dio, anziché un rimprovero giunge un incoraggiante elogio e sente dichiarare la sua trasgressione un gesto di fede: "Coraggio figlia, la tua fede ti ha salvata".
Quel che agli occhi della religione è un sacrilegio, per Gesù è
un'espressione di fede. Gesù addirittura la incoraggia (“Coraggio”). L'abisso che la religione aveva posto tra la santità di Dio e
l'impurità degli uomini viene annullato da Gesù che si rivolge alla
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donna chiamandola "Figlia", espressione così carica di intima comunione da annullare ogni distanza.
MATTEO
Gesù non si limita a guarire quanti erano ritenuti esclusi dall'amore di Dio: li chiama a collaborare con lui per prolungare questo
amore a tutta l'umanità:
9 Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle
imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò
e lo seguì.
La comunicazione di vita da parte di Dio agli uomini, si
concretizza ora nella chiamata del peccatore per eccellenza: l'esattore delle tasse.
Sempre uniti ai ladri come categoria di persone, gli esattori
vengono considerati trasgressori di tutti quanti i comandamenti di
Dio. si crede pure che la loro impurità si trasferisca sugli strumenti di lavoro (Kel. B. 15,4) e nelle case dove entrano: "Se degli esattori di imposte sono entrati in una casa questa è impura" (Toh.
M. 7,6).
I pubblicani sono considerati esclusi dalla salvezza in quanto è loro praticamente impossibile ottenere il perdono di Dio. Per
riceverlo dovrebbero restituire quattro volte quello che hanno rubato...
Con la chiamata dell'escluso per eccellenza dalla salvezza,
Gesù dimostra che il Regno di Dio è aperto anche ai peccatori. Il
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nome dell'esattore "Matteo", ebraico yatam "Dono di Dio" sottolinea la gratuità della chiamata. La linea teologica dell'evangelista è
la stessa di Marco e Luca dove il nome dell'esattore è Levi, nome
della tribù che era stata esclusa dalla divisione della terra (Nm
18,20; 26,62).
10 Mentre egli [Gesù?] giaceva a mensa in casa, ecco! sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con
Gesù e con i suoi discepoli.
La voluta ambiguità del pronome che può venire applicato a
Gesù o a Matteo, unita all'imprecisione di che casa si tratta (di
Gesù o di Matteo?) vuol significare l'appartenenza alla comunità
di Gesù. La sottolineatura che tutti erano sdraiati secondo l'abitudine di mangiare tipica dei giorni festivi e degli uomini liberi,
indica la libertà che si gode nella cerchia di Gesù: tutti signori con
il Signore Gesù.
Nella tradizione orientale dove si mangia tutti in un solo
piatto, mangiare insieme acquista un valore ben più ricco del
semplice alimentarsi. Mangiare insieme, intingere con la mano
nello stesso piatto rafforza i vincoli di unità tra i partecipanti che
si nutrono da una stessa fonte di vita. Né Gesù né i discepoli sembrano aver paura di diventare impuri mangiando con gente impura.
11 Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il
vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Ogni qualvolta Gesù guarisce o libera spuntano immediatamente gli scribi o i farisei. Sono i vigilanti della fede e dell'ortodossia, che spiano ogni parvenza di libertà nelle persone che devono essere a loro sottomesse. Temendo di rivolgersi direttamente
a Gesù vanno dalla parte più debole, i discepoli facendo loro notare la contraddizione di un inviato di Dio che fraternizza con
quelli che avrebbe dovuto eliminare, come veniva auspicato dal
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tanto pio quanto violento salmista: "Se Dio sopprimesse i peccatori" (Sal 139,19).
12 Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del
medico, ma i malati.
Gesù, manifestazione visibile dell'amore di Dio non si concede come un premio per la buona condotta, ma si offre come aiuto per ottenerla. L'evangelista torna al tema della gratuità dell'amore di Dio.
Mentre per i farisei la purezza è la condizione indispensabile per accogliere il Signore,
con Gesù è l'accoglienza del Signore quel che dona la purezza.
13 Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io
voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Per la prima volta Gesù si richiama a un'espressione contenuta nel Libro del profeta Osea (la seconda in 12,7).
Osea è il profeta che per primo giunge a raffigurare l'immagine del rapporto nuziale per indicare la relazione tra Dio e il suo
popolo: Yahvé è lo sposo e Israele la sposa.
Osea non giunge a questa immagine, che verrà ripresa poi
dagli altri profeti e dagli evangelisti, attraverso speculazioni teologiche, ma dalla sua vita, partendo dalla sua tragica situazione
matrimoniale.
Nonostante Gomer, la bella e inquieta moglie, dalla quale
aveva avuto tre figli, lo tradisse allegramente con molti amanti,
Osea rimaneva sempre innamorato della sua sposa. Questo amore
ostinato e fedele gli servì per comprendere l'immensità dell'amore
di Dio per il suo popolo. Quando Osea ritrova finalmente la moglie l'aggredisce furibondo elencandole tutte le sue innumerevoli
colpe di sposa infedele e madre snaturata, ma giunto alla sentenza
("Perciò...") anziché il ripudio e la condanna a morte esce dal
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suo cuore una proposta d'amore, un nuovo corteggiamento e un
nuovo viaggio di nozze: "la sedurrò, portandola nel deserto e
parlerò al suo cuore... e in quel giorno mi chiamerai: marito mio
e non mi chiamerai più: mio padrone" (Os 2,16.18).
Osea che sperimenta una forza d'amore più grande di qualunque risentimento o offesa, comprende che questo amore è incompatibile con lo stato di subordinazione alla quale la moglie in
quella cultura era tenuta (mio padrone) e le propone un rapporto
più intimo (marito mio). Comportamento che non sarà compreso
dai contemporanei del profeta che ritenevano Osea "insensato" e
"demente" (Os 9,7), ma Osea, capace di concedere il perdono alla
moglie senza assicurarsi del suo reale pentimento, comprende che
anche per Dio la conversione di Israele non sarà la condizione per
ricevere il suo perdono, ma l'effetto.
La grande novità di Osea è che inverte l'ordine di quella che
era la logica religiosa:
PECCATO - CONVERSIONE - PERDONO
Dalla sua esperienza personale Osea comprende che il perdono precede la conversione. Dio perdona prima che il popolo si
converta. La conversione è frutto dell'esperienza d'amore-perdono
concessa gratuitamente da Dio.
Nella Lettera ai Romani questo comportamento di Dio viene
così formulato:
"La prova che dio ci ama è che Cristo morì per noi quando eravamo ancora peccatori" (Rm 5,8).
Questa esperienza dove l'amore ha avuto la meglio sull'offesa lo porta a formulare il primato della misericordia sui sacrifici.
E Gesù ricollegandosi a Osea conferma che Dio non chiede
ma dà. Questa affermazione comporta un radicale cambio di atteggiamento nei confronti di Dio e degli uomini.
Il culto da rendere a Dio non consiste nel diminuire o togliere all'uomo (sacrifici) ma nell'estensione della misericordia divina
agli uomini. Questo comportamento potenzia e fa crescere gli
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uomini. Quanti desiderano essere i più vicini a Dio devono come
lui dare e non ricevere.
Dio non vuole essere servito dagli uomini, ma servire gli
uomini, "come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti" (Mt
20,28).
Dio non si lascia servire
"come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a
tutti la vita e il respiro e ogni cosa" (At 17,25).
Ma gli assidui studiosi della Bibbia, quelli che "scrutano le
Scritture credendo di avere in esse la vita eterna" (Gv 5,39) non
hanno ancora né capito né imparato una verità così importante
contenuta nel testo sacro.
L'invito di Gesù rimarrà inascoltato. Più avanti (12,7) Gesù
si lamenterà con i farisei
"Se aveste compreso che cosa significa Misericordia io voglio e
non sacrificio non avreste condannato individui senza colpa".
Quanti sacrificano a Dio sono poi capaci di sacrificare gli
uomini: non avendo imparato e compreso il volere di Dio i farisei
complotteranno per condannarlo (Mt 22,15).
Il termine "giusto" (ebr. zaddiq) indica colui che tiene un atteggiamento conforme alla religione e ne osserva fedelmente tutti
i doveri , questo garantisce loro la salvezza. Costoro si impegnano
ad osservare tutti i 613 precetti della Legge certi di trovare in questo accumulo di osservanze la comunione con Dio.
L'uomo che non volendo a raggiungere la sua pienezza
umana mediante la pratica di un amore fedele, tenta di farlo mediante la pratica religiosa elevata da mezzo a fine e che diventa un
alibi, un surrogato ed un ostacolo alla sua pienezza divino/umana.
Gesù non si stanca di mettere in guardia da atteggiamenti
"religiosi" (Mt 23). Questi danno all'uomo l'illusione di aver già
raggiunto la sua pienezza ma ne paralizzano di fatto il processo
crescitivo.
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PERICOLO PER LA RELIGIONE
14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero:
«Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non
digiunano?».
Gesù ha appena parlato di primato dell'amore sul sacrificio
ed ecco che spuntano gli uomini del sacrificio. L'evangelista contrappone abilmente due scene: alla festa di Gesù con i peccatori fa
da contrasto il devoto digiuno dei discepoli di Giovanni e dei farisei.
Distintivo di autentica vita spirituale, i discepoli di Giovanni rimangono sconcertati vedendo che il gruppo di Gesù non
pratica il digiuno. Da notare che la pratica del digiuno accomuna i
discepoli di Giovanni con quelli dei farisei che lo stesso Giovanni
aveva denunciato come "razza di vipere" (Mt 3,7).
15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli amici dello sposo
<lett. figli del talamo> essere in lutto mentre lo sposo è con loro?
Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora
digiuneranno.
Il digiuno consiste nel privarsi del cibo fattore di vita, e significa una rinuncia alla vita, un avvicinarsi alla morte. Ciò è incompatibile con la pienezza di vita portata da Gesù. Pienezza che
esclude categoricamente qualunque limitazione.
La questione per Gesù non è pertanto sul "dover" [devono?] o no digiunare, bensì sul "poter" [possono?] farlo. I suoi discepoli non digiunano perché non vogliono, ma perché non possono farlo; e Gesù spiega il perché.
Gli amici intimi dello sposo, sono i testimoni del primo
rapporto tra lo sposo e la sposa e incaricati di recare ai convitati
l'annunzio che lo sposo ha trovato la sposa vergine: "Chi possiede
la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo" (Gv 3,29).
Costoro, col preciso incarico di far compagnia allo sposo e
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rendere allegri i convitati facendoli partecipi della gioia del loro
amico, erano esentati da qualunque obbligo religioso e non possono dar luogo a manifestazioni luttuose.
Il digiuno non è più un'espressione adeguata per quanti vivono
la nuova realtà proclamata da Gesù: se il digiuno serviva per ottenere il perdono, questo è già stato concesso, e pertanto cessata la
necessità di espiazione, scompare il motivo religioso del digiuno e
risulta superflua ogni espressione di tristezza e di lutto. La nuova
vicinanza di Dio in Gesù toglie al digiuno la sua finalità di assicurare il favore divino che è dato per l'adesione a Gesù.
I giorni in cui Gesù verrà assassinato, i suoi amici digiuneranno come momentanea espressione del dolore causato dalla sua
morte. E' una manifestazione spontanea di lutto che nasce da un
sentimento interiore di tristezza, e non una pratica ascetica imposta per obbligo o stabilita come sistema.
16 Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio,
perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore.
17 Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli
otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».
Gesù indica l'incompatibilità tra un sistema basato sull'ascesi
personale e quello che lui viene a proporre. Nella nuova realtà del
Regno non possono conservarsi metodi antichi, anche se venerabili: il Regno di Dio crea un modo di vita nuovo e senza precedenti, troppo potente per essere contenuto in strutture del passato,
anzi ogni assomiglianza col vecchio appare sospettosa. Chi vuole
far convivere il vecchio e il nuovo non gusterà mai pienamente il
nuovo e si renderà conto dei limiti del vecchio.
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