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IL TRIBUNALE
PER I
MINORENNI DELL’EMILIA ROMAGNA
IN BOLOGNA
In persona dei Signori:
dott. Guido
Stanzani
PRESIDENTE
dott. Francesco
Morcavallo
GIUDICE ESTENSORE
dott. Silvia
Battaglia
GIUDICE ONORARIO
dott. Domenico
Neto
GIUDICE ONORARIO
ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
ai sensi dell’art. 309 c.p.p.
nel procedimento penale a carico di Tizio, nato a X il 21.12.1995, indagato in ordine al reato di
violenza sessuale continuata nei confronti dei propri fratelli uterini aggravata dall’età di questi,
inferiore ai dieci anni, e dalla commissione con approfittamento di relazioni di coabitazione o
ospitalità, ai sensi degli art. 81, 609 bis e 609 ter, ultimo comma, e 61, n. 11, c.p., nonché del reato
di corruzione continuata di minorenne a carico del fratello uterino Rossi S, minore degli anni dieci,
parimenti aggravato dall’approfittamento di relazione di coabitazione o ospitalità, ai sensi degli art.
81, 609 quinquies e 61, n. 11, c.p., in quanto, siccome specificato nell’ordinanza gravata,
a)
con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ripetutamente induceva i
propri fratelli uterini, Rossi S e Rossi A, entrambi minori di anni dieci, a compiere e subire
atti sessuali – segnatamente: coiti orali, toccamenti alle zone genitali e penetrazioni anali –
abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica di costoro, correlate alla loro
tenera età. Con le aggravanti di aver commesso i fatti: - su persone che non avevano
compiuto i dieci anni; - approfittando delle relazioni di coabitazione o di ospitalità dovute
alla permanenza, stabile o occasionale, all’interno dell’abitazione familiare ove
dimoravano i due fratelli Rossi. Commesso in Y– Y, Y ed altre località limitrofe in data
antecedente e prossima al 25 aprile 2010;
b)
con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, ripetutamente compiva atti
sessuali in presenza del fratello, Rossi S, al fine di farlo assistere. Con l’aggravante di aver
commesso il fatto approfittando delle relazioni di coabitazione o di ospitalità dovute alla
permanenza, stabile o occasionale, all’interno dell’abitazione familiare ove dimoravano i
1
due fratelli Rossi. Commesso in Y– Y, Y ed altre località limitrofe in data antecedente e
prossima al 25 aprile 2010.
In relazione al primo dei reati indicati il g.i.p. presso questo Tribunale, in conformità alla
richiesta del Pubblico Ministero, con ordinanza del 10 giugno 2010 applicava nei riguardi
dell’indagato la misura cautelare del collocamento in comunità, ravvisando:
-
la sussistenza di gravi indizi di responsabilità a carico del predetto indagato, desumibili
dalle dichiarazioni rese dalle persone offese agli operatori della comunità presso cui questi
si trovavano provvisoriamente collocati in esecuzione di provvedimento reso in sede civile e
riferite dagli operatori medesimi in sede di escussione a sommarie informazioni nonché per
il tramite di relazione inoltrata dal Servizio Sociale affidatario dei predetti minori alla
Procura della Repubblica presso questo Tribunale nonché al Tribunale medesimo; dalle
condotte delle persone offese riscontrate durante il predetto periodo di collocazione
eterofamiliare, esplicitamente ed inequivocabilmente sintomatiche dell’assistenza o
soggiacenza dei suddetti bambini ad atti sessuali; dai riscontri medici relativi a cicatrici e
postumi di lesioni rilevati nella regione anale del corpo del piccolo Rossi S, persona offesa;
-
l’insussistenza di elementi alla luce dei quali escludere l’imputabilità dell’indagato con
riguardo al momento dei fatti, da reputarsi recenti alla luce dei predetti accertamenti medici;
-
la sussistenza di esigenze cautelari connesse al pericolo di inquinamento probatorio in
difetto dell’inibizione di incontri tra l’indagato e le persone offese, nonché connesse al
pericolo di reiterazione di gravi reati della medesima specie di quelli contestati, tanto
desumendosi dalla gravità delle condotte in ipotesi perpetrate;
-
l’adeguatezza e proporzionalità, alla luce delle considerazioni da ultimo rassegnate, della
misura applicata rispetto ai fatti di reato ed alle ravvisate esigenze cautelari, in specie
escludendosi l’idoneità del contesto familiare dell’indagato a garantire adeguato
contenimento, in considerazione della tipologia e gravità delle condotte per cui si procede.
Il difensore dell’indagato proponeva riesame avverso siffatta ordinanza, domandandone
l’annullamento sulla base –salvo riserva di esposizione di motivi aggiunti- di un unico articolato
motivo afferente all’insufficienza delle dichiarazioni degli operatori sociali e dei referti medici in
atti ad integrare gravi indizi in ordine alla sussistenza dei fatti ipotizzati, alla relativa eventuale
ascrivibilità all’indagato, all’eventuale commissione ad opera dell’indagato in epoca posteriore al
compimento del quattordicesimo anno di età.
In sede di udienza camerale il difensore istante rassegnava ulteriore motivo di gravame in ordine
all’incapacità di intendere e di volere dell’indagato al momento dei fatti siccome contestati e
comunque denegati e produceva registrazioni relative a dichiarazioni rese da Rossi S e Rossi A
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alla propria madre da cui sarebbero desumibili l’induzione nei bambini, da parte di altri minori
collocati nella stessa comunità, di comportamenti afferenti alla sfera sessuale, nonché di espliciti
inviti di operatori sociali rivolti al piccolo A al fine di indurlo a confermare quanto riferito dal
fratello S.
Nella medesima sede il Pubblico Ministero produceva verbali di sommarie informazioni rese da
operatori sociali in ordine all’andamento del percorso scolastico ed alla personalità dell’indagato
ed alla recente presenza dello stesso presso l’abitazione degli indagati in giorno diverso da quelli
indicati dal ragazzo come giorni di visita presso l’abitazione dei propri fratelli uterini.
Il Tribunale ammetteva il deposito della documentazione e delle registrazioni prodotte con
riserva di valutazione circa la relativa rilevanza ai fini della decisione.
All’esito dell’audizione dell’indagato, che negava ogni addebito e dava conto di intrattenere un
sano ed intenso rapporto affettivo con i propri fratelli uterini, nonché dell’audizione del padre
dell’indagato, il quale dava conto di convivere con il predetto dacché, nell’estate del 2009, questi
si era trasferito presso di lui con il fratello cessando la convivenza con la famiglia materna, la
difesa istante insisteva per l’accoglimento delle conclusioni già rassegnate, mentre il P.M.
domandava rigettarsi la richiesta di riesame.
Osserva il Collegio che la valutazione del compendio indiziario, siccome prospettata nella
gravata ordinanza, si basa su manifestazioni verbali di Rossi S e Rossi A, riferite dagli operatori
sociali, su ripetute manifestazioni gestuali delle persone offese, siccome risultanti dalle
sommarie informazioni e dalle relazioni in atti, nonché infine su risultanze di esame medico sulla
persona di Rossi S.
Specificamente, quanto alle predette manifestazioni verbali di Rossi S, si tratta dei seguenti
riferimenti o proposizioni, per lo più espressi, per quanto riferiscono gli operatori sociali che
hanno assistito alle esternazioni, in modo irrequieto e concitato e talvolta con espressioni di
inquietudine e sofferenza, consistenti in atti di violenza su oggetti:
-
“Il mio fratello Tizio faceva così” (mimando il gesto di inserire un dito nel proprio ano),
“metteva un dito nel mio culo e me lo faceva annusare”;
-
ripetizione compulsiva delle parole “cazzo, puttana, merda, cazzo di merda”, con
specificazione di avere appreso e sentito le predette espressioni dal fratello Tizio;
-
“mi lanciava le scarpe nel sedere”, con riferimento sempre al fratello Tizio;
-
“mio fratello mi metteva questo” (con riferimento all’erogatore di acqua della doccia), “mi
metteva l’acqua nel culo e poi c’era la schiuma”;
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-
“mio fratello Tizio mi metteva un ragno nel culo […] nero, viola e rosso”, poi di seguito
emettendo il verso onomatopeico “bumm” con le mani poste sul ventre ed aggiungendo “lo
voglio fare sabato” mentre si toccava il pene con le mani ed aveva un’erezione;
-
riferimento alla presenza del fratello A in occasione dei fatti richiamati;
-
riferimento ad attività del fratello Tizio consistente nel piegarsi, infilarsi un dito nell’ano e
toccarsi violentemente il pene, con aggiunta dell’espressione “stavo male” in risposta ad
esplicita constatazione di un’operatrice sociale, che diceva di immaginare che il bambino
avesse sofferto nell’assistere ai gesti indicati, nonché della frase “io ho leccato il culo a mio
fratello e poi lui ha scoreggiato e lui mi ha lanciato una scarpa nel culo e diceva ‘cazzo,
puttana, merda, cazzo di merda’[…] io l’ho lanciato addosso a mio fratello” (riferendosi ad
un armadio, poco prima menzionato;
-
riferimento a comportamento del fratello Tizio, consistente nell’appoggiare il proprio pene
vicino alla testa del bambino (come quest’ultimo aveva fatto poco prima con altro minore
ospite della comunità), nel pronunciare le parole turpi già in altre occasioni menzionate e nel
“fare cacca”;
-
riferimento all’avere visto ed imparato dal fratello Tizio l’atto di “succhiare il pisello”, con
l’aggiunta della frase interrogativa “Sai che mio fratello mi ha fatto vedere il culo?”;
-
riferimento al fatto di avere imparato dal fratello Tizio il gioco di toccare il deretano, più
volte intrapreso insieme al fratello A durante la collocazione in comunità.
Alle predette dichiarazioni si aggiungono quelle attribuite dagli operatori sociali a Rossi A in
merito all’aver appreso dal fratello Tizio il gioco, praticato durante il periodo di collocazione in
comunità, consistente nell’inseguire altri bambini allo scopo di toccare il loro pene (cfr. in
particolare il verbale di sommarie informazioni rese dall’educatrice Maestri Angela).
Ora, delle rassegnate espressioni alcune fanno riferimento a situazioni non chiare o almeno in
parte frutto di fantasia (in particolare con riguardo all’inserimento di un ragno nell’ano ed
all’esplosione nello stomaco, al lancio di un armadio da parte di S alla volta del fratello, al
‘lancio’ di scarpe nell’ano, ad atti di defecazione di Tizio in concomitanza con il posizionamento
del pene in prossimità della testa di S); altre attengono a comportamenti non contestualizzati, di
cui appare dubbia la collocazione in un ambito di gioco e di scherzo ovvero l’afferenza a
condotte invasive della sfera sessuale (in particolare, con riguardo all’indirizzo del getto di acqua
della doccia alla volta dell’ano, al gioco di S consistente nel toccare il deretano del fratello A, al
fatto che TizioS abbia mostrato il proprio deretano –fatto da ritenersi certamente estraneo ad
ogni afferenza alla sfera sessuale con riguardo all’episodio in cui l’indagato avrebbe mostrato le
terga dal finestrino dell’automobile su cui viaggiava con il padre percorrendo una strada in cui
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sarebbero stati presenti i fratelli A e S: cfr. verbale di sommarie informazioni rese dall’educatrice
maestri Angela-, al gioco consistente nel rincorrersi e toccarsi il pene).
Tra le rimanenti espressioni menzionate alcune sono invece esplicitamente allusive a condotte di
Tizio attinenti alla sfera sessuale ed in sé suscettibili di integrare le fattispecie di reato contestate.
Sennonché, tutte le riferite dichiarazioni appaiono insuscettibili di assurgere a gravi indizi delle
condotte ipotizzate, prospettandosi seri dubbi sul grado di attendibilità delle persone offese
dichiaranti e sulla loro capacità di discernere e riferire fatti reali, distinguendoli in primo luogo
da situazioni evidentemente soltanto immaginate (quali quelle più sopra menzionate e quelle
descritte dal piccolo S nell’attribuire comportamenti di allusione della sfera sessuale a
personaggi di fantasia raffigurati in rappresentazioni grafiche o televisive per bambini, siccome
emerge dalla nota del Servizio Sociale WWW, pervenuta alla Procura della Repubblica presso
questo Tribunale in data 4 maggio 2010 e dall’allegata relazione a firma del coordinatore della
comunità educativa di collocazione delle persone offese, oltre che dalle sommarie informazioni
rese dall’educatrice MC) ed in secondo luogo da situazioni di scherzo e di gioco con carattere
non invasivo dell’intimità sessuale.
Invero, i dubbi prospettati meriterebbero un vaglio ben più approfondito di quello costituito
dall’esame congiunto delle predette dichiarazioni e dei numerosi ed eclatanti atteggiamenti,
specialmente del piccolo S, inequivocabilmente allusivi alla sfera sessuale: le manifestazioni
verbali ed i comportamenti riferiti e dettagliatamente specificati nelle relazioni e nei verbali di
sommarie informazioni in atti sono certamente indicativi di uno stato di profondo turbamento dei
piccoli S ed A, ma proprio per tale motivo non è dato ritenere -in assenza oltre tutto di
approfonditi esami tecnici alla luce dei quali valutare l’idoneità delle persone offese a
rammentare e fedelmente riferire
fatti veri- che i riferimenti al fratello Tizio rispecchino
situazioni e condotte reali e non piuttosto fraintendimenti di comportamenti non riprovevoli né
illeciti o addirittura attribuzioni di comportamenti soltanto immaginari all’indagato, il quale è
sempre stato considerato dai piccoli A e S come un compagno di giochi abituale.
Le riferite perplessità appaiono vieppiù accresciute in ragione dello stato di gravissimo
turbamento psicologico in cui i piccoli A e S versavano nel momento della collocazione in
comunità, connesso alle problematiche dinamiche del nucleo familiare di appartenenza (che
determinarono l’instaurazione di procedimenti de potestate a carico dei predetti minori per fatti
del tutto indipendenti da quelli per cui si procede), manifestatosi poi in modo più eclatante nel
periodo successivo, in cui i bambini fecero riferimento alle condotte dell’odierno indagato. Non
può del resto nemmeno escludersi con assoluta certezza che lo stato di turbamento psicologico
dei bambini abbia subito una ulteriore degenerazione proprio con il protrarsi del distacco dal
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contesto familiare, così risultando ancora più arduo distinguere, nei racconti e nei comportamenti
dei due minori, ciò che fosse genuino da ciò che fosse indotto da stati di inquietudine e di
angoscia (si considerino le dichiarazioni del piccolo A in ordine al coinvolgimento della madre
nella vicenda di atti di pedofilia perpetrati da religiosi belgi, di cui il minore aveva appreso
ascoltando notizie trasmesse dai mezzi di comunicazione, o al fantasioso ricordo prospettato dal
bambino allorché riferì di rammentare che all’età di un anno e mezzo veniva collocato
improvvisamente in una culla dalla propria madre, intenta a drogarsi, o ancora alle poco chiare
ed angoscianti allusioni del bambino alla morte dei propri familiari: si tratta di episodi tutti
riferiti in sede di indagine o nelle relazioni, contenute in atti, inviate alla Procura della
Repubblica ed al Tribunale per i minorenni ai fini dell’adozione di provvedimenti in sede civile);
tanto più che in almeno un’occasione lo stesso A attribuì gli stati di agitazione del proprio
fratello S proprio al disagio derivante dal trovarsi lontano dalla casa familiare (cfr. verbale di
sommarie informazioni rese dall’educatrice MC). Va da sé, dunque, che le considerazioni
esposte si riferiscono tanto all’attendibilità delle dichiarazioni attribuite a Rossi S quanto a quelle
attribuite a Rossi A, che non assumono pertanto alcuna attitudine a corroborare l’attendibilità dei
più frequenti riferimenti del fratellino a fatti di abuso sessuale.
Ne risulta un compendio indiziario caratterizzato dall’impossibilità di individuare specifiche e
determinate condotte illecite, di addivenire alla quantomeno probabile ascrivibilità di alcun fatto
di reato all’indagato, di stabilire una precisa collocazione temporale dei fatti di reato ipotizzati
nella richiesta di applicazione della misura cautelare con la conseguente indeterminatezza della
contestazione in ordine al tempus commissi delicti ed impossibilità di appurare o anche solo
fondatamente ipotizzare che i fatti siano stati commessi in epoca successiva a quella in cui
l’indagato compì il quattordicesimo anno di età.
Né una diversa complessiva valutazione degli indizi addotti può scaturire dalla documentazione
prodotta dal Pubblico Ministero in sede di udienza camerale e, in particolare, dal verbale di
sommarie informazioni rese dall’operatrice sociale MA, da cui risulta che, durante un accesso
domiciliare compiuto presso l’abitazione del nucleo familiare dei bambini A e S, l’indagato si
trovasse nell’abitazione medesima in giorno diverso da quelli dichiarati di visita usuale e che il
piccolo S, che gli si trovava vicino, rimase per qualche secondo con la testa in prossimità del
pene del BB: si tratta, ancora, di un comportamento che per certo è sintomatico di un intenso
disagio psicologico del bambino, ma indipendente da alcuna attuale condotta anomala
dell’indagato o tale da indurre, ancorché considerato in una con le menzionate dichiarazioni e gli
altri comportamenti dei fratelli, il plausibile convincimento di pregresse e determinate condotte
illecite dell’indagato. Del resto, anche altre persone diverse da quest’ultimo, quali operatori
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sociali o altri bambini, sono state oggetto di frequenti ed anche più evidenti manifestazioni
comportamentali riferite a contatti sessuali da parte dei bambini A e S nel corso del periodo di
collocazione in comunità, senza che ciò valga allo stato ad indicare altro che uno stato di
turbamento dei minori, per certo connesso almeno in parte alle problematiche dinamiche
relazionali che hanno caratterizzato le relazioni interne al loro nucleo familiare e la situazione di
conflittualità determinatasi tra i genitori e gli operatori sociali, anche indipendentemente dalla
vicenda procedimentale che ha coinvolto il BB.
E’ appena il caso di osservare, poi, che la mancata corrispondenza tra i giorni abituali di visita al
nucleo familiare dei fratelli indicati dall’indagato e quello in cui quest’ultimo in epoca recente fu
rinvenuto presso l’abitazione dei predetti non vale a costituire conferma dell’ipotesi accusatoria,
non potendosi escludere che ordinariamente ed abitualmente la frequentazione di
quell’abitazione da parte dell’indagato avvenga nei giorni da questo indicati e comunque
escludendosi che una diversa risultanza sul punto possa assumere rilievo decisivo se non a fronte
di adeguati supporti indiziari a fronte dei quali debba eventualmente valutarsi l’attendibilità di
tesi difensive.
Profili di incertezza prospetta pure l’analisi degli esami medico-corporali cui è stato sottoposto il
piccolo S: non è dato inferire con grado sufficientemente elevato di probabilità che le lesioni
riscontrate siano riconducibili ad atti sessuali praticati sul bambino piuttosto che a toccamenti ed
altri atti lesivi, quali l’introduzione delle proprie dita o di oggetti nell’orifizio anale, che del resto
il minore ha posto in essere autonomamente durante il periodo di collocazione in struttura, come
emerge in base alle notizie riferite dagli operatori sociali; né può precisamente collocarsi nel
tempo il momento a cui risalgano le predette lesioni.
Da tutto quanto considerato emerge che, da un lato, le dichiarazioni dei minori, come riportate,
non sono caratterizzate da un grado di attendibilità che consenta di valutarle autonomamente
come gravi indizi di responsabilità dell’indagato e che, d’altro canto, né i comportamenti delle
medesime persone offese né i riscontri medici di cui si è detto contribuiscono a conferire alle
medesime dichiarazioni e manifestazioni verbali il detto grado di attendibilità.
Occorre pertanto escludere la sussistenza dei requisiti previsti dall’art. 273 c.p.p. ai fini
dell’applicazione di alcuna misura cautelare a carico dell’indagato, dovendo conseguentemente
accogliersi la richiesta di riesame ed annullarsi la gravata ordinanza cautelare.
Deve infine constatarsi che, per quanto dalla relazione del Servizio ministeriale pervenuta il 28
giugno 2010 e dall’ulteriore documentazione acquisita in atti anche in sede di udienza camerale
si evinca una situazione di disagio psicologico del giovane Tizioe di quantomeno temporanea
difficoltà accuditiva, dichiarata dal padre del medesimo agli operatori sociali, non risultano allo
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stato comportamenti dei genitori del ragazzo idonei a giustificare l’emissione, in via di urgenza e
d’ufficio, di provvedimenti de potestate, fermo restando l’esercizio da parte del Servizio Sociale
territoriale, eventualmente su impulso del Servizio ministeriale, dell’istituzionale funzione
consistente nel proporre agli esercenti al potestà sul ragazzo interventi di sostegno che appaiano
opportuni ed adeguati a supportare il percorso di crescita ed educazione del giovane.
P.Q.M.
Visto l’art. 309 c.p.p.
in accoglimento della richiesta di riesame proposta dal difensore dell’indagato sopra
generalizzato, annulla l’ordinanza cautelare emessa il 10 giugno 2010 nei confronti di Tizio e,
per l’effetto, dispone la revoca della misura cautelare in atto a carico del predetto Tizio e ne
ordina la restituzione in stato di libertà con immediata consegna agli esercenti la potestà ove non
sia ristretto o detenuto ad altro titolo.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti e le notificazioni di rito.
Così deciso in Bologna, il 29 giugno 2010
Il Giudice Estensore
Il Presidente
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