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Farò passare davanti a te tutta la mia bontà

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Farò passare davanti a te tutta la mia bontà
don Giancarlo Noè
”Farò passare davanti a te
tutta la mia bontà"
(Esodo 33,19)
Ricordi, pensieri e riflessioni
sul mio sacerdozio nell’Anno Sacerdotale
2009 - 2010
2
In copertina: altare della chiesa parrocchiale di s. Luca in Milano
3
Ti faccio dono di questo volume,
intendendo, in qualche modo,
“consegnarti” la mia vita sacerdotale
perché tu la possa affidare al Signore Gesù,
unico ed eterno sacerdote,
vivendo con me la gratitudine
per l’immenso dono ricevuto.
d. Gc.
Pasqua 2010
4
Signore Dio nostro,
che guidi e governi il popolo cristiano
mediante il ministero dei sacerdoti,
fa‟ che i tuoi eletti,
con un servizio fedele alla tua parola,
nella vita e nella missione pastorale
cerchino unicamente la tua gloria.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
(Orazione dalla messa: “Per i Sacerdoti”)
5
Indice
PRESENTAZIONE - p. 6
I PARTE: Il titolo – p. 8
- Spiegazione del titolo del fascicolo
II PARTE: L’Anno Sacerdotale - p. 10
- Lettera del Papa Benedetto XVI per l'indizione dell'Anno Sacerdotale.
- Lettera del Card. D. Tettamanzi ai fedeli della Diocesi ambrosiana per l‟Anno Sacerdotale
III PARTE: Dal Battesimo verso il Sacerdozio: alcuni ricordi – p. 20
- Cammino di grazia
- La mia presa di coscienza della vocazione al sacerdozio
- Omelia del Card. Montini per il rito della Sacra Tonsura presso il Seminario di Venegono
- Omelia del Card. Colombo in Duomo nella Messa della Ordinazione Sacerdotale
- Solenne preghiera di consacrazione sacerdotale
- Omelia di Mons. Antonio Lucchini alla Prima Messa
- Foto della mia prima messa
IV PARTE: Casa, vangelo, chiesa: grembo dove germoglia il dono della vocazione – p. 36
- 1. La casa: Lectio di Luca 2,41-52: “Vita di famiglia nella casa di Nazareth”
- 2. Il vangelo: Lectio di Marco 3,13-19: “La chiamata dei Dodici”
- 3. La chiesa: Lectio di Atti 2,42-48: “La prima comunità cristiana”
V PARTE: Le chiese parrocchiali del mio sacerdozio – p. 51
- Milano, San Materno in Figino
- Premana
- Sovico
- Milano, San Dionigi
- Milano, San Luca
VI PARTE: Appunti dalle omelie per i miei anniversari di sacerdozio e … – p. 55
- 1975: 10° anniversario - nella parrocchia di s. Dionigi in Milano
- 1990: 25° anniversario - nelle parrocchie di s. Dionigi, s. Materno, San Luca
- scheda: alcune grazie della mia vita sacerdotale
- 1995: 30° anniversario - parrocchia s. Materno
- 2005: 40° anniversario - parrocchia s. Luca: “Fare memoria e chiedere misericordia”:
parole che maturano pensieri di testamento.
- 2005: 40° anniversario – poesia in dialetto milanese dell‟amico Luigi Porta.
VII PARTE: Pensieri di Santi e riflessioni di testimoni - p. 76
- Pensieri di santi
- Testimonianze
VIII PARTE: Sguardi sulla vita del sacerdote - p. 87
- La comunità di San Luca racconta
IX PARTE: Verso il futuro - p. 124
- Accogliendo l‟oggi e i giorni che verranno
- Richiesta di intercessione al beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster
- Il “Magnificat”
X PARTE: La passione di Maria nella passione di Gesù: il grembo del nostro dolore – p. 130
Via Crucis del Venerdì Santo 2010
XI PARTE: La collana dei volumi pubblicati: “Arca di Noè” - p. 136
- Il “logo” che segna, a piè pagina, la copertina di ogni singolo fascicolo
- “Arca di Noè”: il nome dato alla collana dei 20 volumi
6
Presentazione
1. Una confessione
Non mi è stato facile stendere le note raccolte in queste pagine,
per l‟attuale condizione di salute
che mi sta mettendo alla prova da diversi mesi, ormai.
E, tuttavia, nelle ore meno pesanti,
sono riuscito a dare forma a pensieri
e a sollevare ricordi della mia vita sacerdotale.
E‟ una “confessione” che faccio al Signore, davanti a voi:
- una “confessio laudis”,
che è confessione di lode e di gratitudine per l‟immenso amore da Lui ricevuto,
- una “confessio vitae”,
che è confessione per i Suoi sguardi di misericordia sull‟intera mia vita,
- una “confessio fidei”,
che è confessione di fede che riconosce in Lui la sorgente di ogni mio respiro
e di ogni grazia.
Questo lavoro, tutto sommato, serve a me;
e tuttavia può diventare occasione anche per una vostra “confessione”
che si unisce alla mia nel lodare il Signore
per ciò che, chiamandomi al ministero sacerdotale, ha fatto di me;
ed anche per ciò che Lui ha compiuto, attraverso me,
manifestandosi alla vostra vita.
Così, ho cercato di offrire la mia testimonianza
aprendo il mio cuore a qualche confidenza;
e la cosa non mi è costata, perché so di essermi “confessato a voi” che mi volete bene.
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2. Il contenuto del volume
L‟Anno Sacerdotale mi ha stimolato a rileggere gli anni del mio sacerdozio,
a partire dalle origini, quando ho avvertito per la prima volta qualcosa che mi orientava
verso una prospettiva vocazionale sacerdotale; e quindi a ripercorrere
gli anni di Seminario: dalla prima media, al ginnasio, al liceo, alla teologia.
Questo fascicolo raccoglie tanti ricordi della mia vita: le date di tutti i sacramenti ricevuti,
le tappe importanti degli “ordini minori” e degli “ordini maggiori” del percorso seminaristico,
fino al giorno solenne della consacrazione sacerdotale e della Prima Messa;
ricordo poi le parrocchie dove ho esercitato il ministero
fino all‟arrivo nella comunità di San Luca.
Ci sono pagine autobiografiche dove racconto cose che fino ad oggi erano solamente mie, ad es:
- il ricordo di quando, per la prima volta, ho preso coscienza della chiamata al sacerdozio
- i pensieri che abitano il cuore riguardanti la salute, in questo periodo non facile della mia vita.
Riesco a confidarmi, perché vivo in un orizzonte di vostre particolari attenzioni verso di me.
Considero preziose alcune omelie:
- quella del Card. Montini per il rito della Tonsura
- quella dell‟Arcivescovo Card. Giovanni Colombo, in Duomo, nel giorno della consacrazione
- quella di un sacerdote della mia parrocchia di origine alla Prima Messa.
- la mia omelia del 40° anniversario di sacerdozio, che sottolinea alcuni punti “maturi”
del mio cammino, al punto da considerarli “parole per un testamento spirituale”.
E da ultimo, preziosa è anche la bellissima preghiera di Ordinazione sacerdotale.
Scorrendo l‟indice si trova la raccolta di tre lectio
che disegnano l‟orizzonte dove la crescita umana e cristiana prendono una rilevanza decisiva
per la nascita della vocazione: la casa, il vangelo, la chiesa.
Poi, qualche pennellata di ricordi delle parrocchie del mio ministero,
dando più ampio spazio alla comunità cristiana di San Luca,
dato che è la parrocchia nella quale risiedo da molti anni, dal 1982.
Ritengo importante l‟aver inserito parole di santi e altre testimonianze sul prete.
E, tra queste, quelle delle persone della parrocchia di San Luca sul sacerdote.
Ho voluto offrire, per così dire, il microfono o il pulpito ai laici,
e, da parte mia, mettermi in ascolto di questa comunità:
“Ora parlami tu del sacerdote, io ti ascolto”.
Qua e là, in un riquadro, ho collocato Salmi e Orazioni tratte dalla liturgia eucaristica.
Confesso, infatti, che, in questi mesi, le “solite” preghiere mi sono sembrate più belle
e le sto accostando al cuore con un sentire nuovo,
per me e per voi.
don Giancarlo
8
I PARTE
Il titolo del fascicolo:
- spiegazione
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"Farò passare davanti a te
tutta la mia bontà"
(Esodo 33,19)
“Farò passare
davanti a te
tutta la mia bontà”
(dal libro dell’Esodo)
DON GIANCARLO NOÈ
sacerdote
26 giugno 1965
Immagine - ricordo della Prima Messa
E‟ la frase biblica che avevo scelto
per l'immagine-ricordo della mia ordinazione sacerdotale.
Queste parole le troviamo nel libro dell‟Esodo
e sono la risposta di Dio a Mosè che gli chiedeva: “Mostrami il tuo volto”.
Dio gli risponde: Mosè, tu non vedrai il mio volto, ma la mia bontà;
e questa bontà la farò passare davanti a te, per te e per il popolo.
Vedendo la mia bontà, è come se tu vedessi il mio volto.
Quello che ogni uomo può vedere di Dio è quindi la sua bontà.
Questa parola mi era sembrata significativa per il sacerdote
che, come Mosè, è responsabile di un popolo, di una comunità.
Il prete, nell'esercizio del ministero, è infatti chiamato a rendere percepibile
in modo speciale la bontà misericordiosa di Dio Padre:
“far passare” a favore di ogni donna e di ogni uomo “tutta la sua bontà”.
A distanza di anni, riprendo questa parola
come la cifra entro cui rileggere la mia vita sacerdotale.
E devo confessare quanto sia stata profetica:
Dio ha veramente fatto passare davanti a me tutta la sua bontà misericordiosa,
per la mia consolazione e per quella di tutti coloro che incontro e si aprono alla sua grazia.
10
II PARTE
L’Anno Sacerdotale:
- Lettera del Papa Benedetto XVI per l'indizione dell'Anno Sacerdotale
- Lettera del Card. Dionigi Tettamanzi ai fedeli della Diocesi ambrosiana
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Lettera per l'indizione dell'Anno Sacerdotale
in occasione del 150° anniversario del "dies natalis"
di Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d‟Ars
16 giugno 2009
Cari fratelli nel Sacerdozio,
nella prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009 –
giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero –,
ho pensato di indire ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150°
anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti
i parroci del mondo. Tale anno, che vuole contribuire a promuovere l‟impegno d‟interiore
rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza
evangelica nel mondo di oggi, si concluderà nella stessa solennità del 2010.
“Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d‟Ars.
Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza
l‟immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la
stessa umanità. Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo
intero l‟umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire
a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza.
Come non sottolineare le loro fatiche apostoliche, il loro servizio infaticabile e nascosto,
la loro carità tendenzialmente universale? E che dire della fedeltà coraggiosa di tanti
sacerdoti che, pur tra difficoltà e incomprensioni, restano fedeli alla loro vocazione:
quella di “amici di Cristo”, da Lui particolarmente chiamati, prescelti e inviati?
Io stesso porto ancora nel cuore il ricordo del primo prevosto accanto al quale esercitai
il mio ministero di giovane prete: egli mi lasciò l‟esempio di una dedizione senza riserve
al proprio servizio pastorale, fino a trovare la morte nell‟atto stesso in cui portava
il viatico a un malato grave. Tornano poi alla mia memoria gli innumerevoli confratelli
che ho incontrato e che continuo ad incontrare, anche durante i miei viaggi pastorali
nelle diverse nazioni, generosamente impegnati nel quotidiano esercizio del loro
ministero sacerdotale. Ma l‟espressione usata dal Santo Curato evoca anche la trafittura
del Cuore di Cristo e la corona di spine che lo avvolge. Il pensiero va, di conseguenza,
alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti,
sia perché partecipi dell‟esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo
manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero:
come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione,
a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?
Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa
a soffrire per l‟infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo
di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa
non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri,
quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio,
concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore
per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti.
A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney
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possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento:
il Curato d‟Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d‟essere un dono
immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio,
è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni
più preziosi della misericordia divina”. Parlava del sacerdozio come se non riuscisse
a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana:
“Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce:
egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude
in una piccola ostia...”. E spiegando ai suoi fedeli l‟importanza dei sacramenti diceva:
“Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là
in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella
vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio?
Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta
nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene
a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace?
Ancora il sacerdote...
Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.
Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo prevosto, possono
apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l‟altissima considerazione in cui egli teneva
il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso
di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos‟è un prete sulla terra, moriremmo:
non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore
non servirebbero a niente. È il prete che continua l‟opera della Redenzione sulla terra...
Che ci gioverebbe una casa piena d‟oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta?
Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l‟economo
del buon Dio; l‟amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent‟anni,
senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo
che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio
in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole
che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza
salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire
tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera
che iniziò la sua missione. Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò
con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana
del popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia
di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney!
Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione
col proprio ministero.
In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica
era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l‟eternità, sta davanti al Padre
in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia,
anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare
che l‟efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro;
ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall‟incontro
tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro.
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Il Curato d‟Ars iniziò subito quest‟umile e paziente lavoro di armonizzazione
tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare”
perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale:
Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora...
Entrava in chiesa prima dell‟aurora e non ne usciva che dopo l‟Angelus della sera.
Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia.
L‟esagerazione devota del pio agiografo non deve farci trascurare il fatto che il Santo Curato
seppe anche “abitare” attivamente in tutto il territorio della sua parrocchia: visitava
sistematicamente gli ammalati e le famiglie; organizzava missioni popolari e feste patronali;
raccoglieva ed amministrava denaro per le sue opere caritative e missionarie; abbelliva
la sua chiesa e la dotava di arredi sacri; si occupava delle orfanelle della “Providence”
(un istituto da lui fondato) e delle loro educatrici; si interessava dell‟istruzione dei bambini;
fondava confraternite e chiamava i laici a collaborare con lui.
Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso
estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l‟unico popolo
sacerdotale e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano
“per condurre tutti all‟unità della carità, amandosi l‟un l‟altro con la carità fraterna,
prevenendosi a vicenda nella deferenza (Rm 12,10)”. È da ricordare, in questo contesto,
il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere
e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell‟ambito
della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando
con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza
nei diversi campi dell‟attività umana, in modo da poter insieme a loro
riconoscere i segni dei tempi”.
Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita.
Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo
per una visita a Gesù Eucaristia. “Non c‟è bisogno di parlar molto per ben pregare” –
spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli
il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”.
Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui
per poter vivere con Lui... “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.
Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava
un‟efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio
della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio
esprimesse l‟adorazione... Contemplava l‟Ostia amorosamente”. “Tutte le buone opere
riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini,
mentre la Santa Messa è opera di Dio», diceva. Era convinto che dalla Messa dipendesse
tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che
non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra
come se facesse una cosa ordinaria!”. Ed aveva preso l‟abitudine di offrire sempre,
celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi
a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.
Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva
– con un solo movimento interiore – dall‟altare al confessionale.
14
I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali
né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento.
Al tempo del Santo Curato, in Francia,
la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni,
dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa.
Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo,
di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza
sacramentale, mostrandola come un‟esigenza intima della Presenza eucaristica.
Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti
al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù,
e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro prevosto, disponibile all‟ascolto
e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia,
a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era
diventata “il grande ospedale delle anime”. “La grazia che egli otteneva [per la
conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro
un momento di tregua!”, dice il primo biografo. Il Santo Curato non la pensava
diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli
perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”.
“Questo buon Salvatore è così colmo d‟amore che ci cerca dappertutto”.
Tutti noi sacerdoti dovremmo sentire che ci riguardano personalmente quelle parole
che egli metteva in bocca a Cristo: “Incaricherò i miei ministri di annunciare ai peccatori
che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita”. Dal Santo Curato
d‟Ars noi sacerdoti possiamo imparare non solo un‟inesauribile fiducia nel sacramento
della Penitenza che ci spinga a rimetterlo al centro delle nostre preoccupazioni pastorali,
ma anche il metodo del “dialogo di salvezza” che in esso si deve svolgere. Il Curato d‟Ars
aveva una maniera diversa di atteggiarsi con i vari penitenti. Chi veniva al suo
confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui
l‟incoraggiamento ad immergersi nel “torrente della divina misericordia” che trascina
via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza
e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con
un‟espressione di toccante bellezza: “Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi
confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l‟amore
del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l‟avvenire, pur di
perdonarci!”. A chi, invece, si accusava in maniera tiepida e quasi indifferente, offriva,
attraverso le sue stesse lacrime, la seria e sofferta evidenza di quanto quell‟atteggiamento
fosse “abominevole”: “Piango perché voi non piangete”, diceva. “Se almeno il Signore
non fosse così buono! Ma è così buono! Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti
a un Padre così buono!”. Faceva nascere il pentimento nel cuore dei tiepidi, costringendoli
a vedere, con i propri occhi, la sofferenza di Dio per i peccati quasi “incarnata” nel volto
del prete che li confessava.
A chi, invece, si presentava già desideroso e capace di una più profonda vita spirituale,
spalancava le profondità dell‟amore, spiegando l‟indicibile bellezza di poter vivere uniti
a Dio e alla sua presenza: “Tutto sotto gli occhi di Dio,
tutto con Dio, tutto per piacere a Dio... Com‟è bello!”. E insegnava loro a pregare:
“Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto quanto è possibile che io t‟ami”.
15
Il Curato d‟Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone,
perché è riuscito a far loro percepire l‟amore misericordioso del Signore. Urge anche nel
nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell‟Amore:
Deus caritas est (1 Gv 4,8). Con la Parola e con i Sacramenti del suo Gesù, Giovanni Maria
Vianney sapeva edificare il suo popolo, anche se spesso fremeva convinto della sua
personale inadeguatezza, al punto da desiderare più volte di sottrarsi alle responsabilità
del ministero parrocchiale di cui si sentiva indegno. Tuttavia con esemplare obbedienza
restò sempre al suo posto, perché lo divorava la passione apostolica per la salvezza delle
anime. Cercava di aderire totalmente alla propria vocazione e missione mediante
un‟ascesi severa: “La grande sventura per noi parroci - deplorava il Santo - è che l‟anima
si intorpidisce”; ed intendeva con questo un pericoloso assuefarsi del pastore allo stato
di peccato o di indifferenza in cui vivono tante sue pecorelle. Egli teneva a freno il corpo,
con veglie e digiuni, per evitare che opponesse resistenze alla sua anima sacerdotale.
E non rifuggiva dal mortificare se stesso a bene delle anime che gli erano affidate
e per contribuire all‟espiazione dei tanti peccati ascoltati in confessione.
Spiegava ad un confratello sacerdote: “Vi dirò qual è la mia ricetta: do‟ ai peccatori una
penitenza piccola e il resto lo faccio io al loro posto”. Al di là delle concrete penitenze a
cui il Curato d‟Ars si sottoponeva, resta comunque valido per tutti il nucleo del suo
insegnamento: le anime costano il sangue di Gesù e il sacerdote non può dedicarsi
alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo”
della redenzione.
Nel mondo di oggi, come nei difficili tempi del Curato d‟Ars, occorre che i presbiteri
nella loro vita e azione si distinguano per una forte testimonianza evangelica.
Ha giustamente osservato Paolo VI: “L‟uomo contemporaneo ascolta più volentieri
i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”.
Perché non nasca un vuoto esistenziale in noi e non sia compromessa l‟efficacia del nostro
ministero, occorre che ci interroghiamo sempre di nuovo:
“Siamo veramente pervasi dalla Parola di Dio?
È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto lo siano il pane e le cose
di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente
di questa Parola al punto che essa realmente dia un‟impronta alla nostra vita e formi il
nostro pensiero?”. Come Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui (cfr Mc 3,14)
e solo dopo li mandò a predicare, così anche ai giorni nostri i sacerdoti sono chiamati
ad assimilare quel “nuovo stile di vita” che è stato inaugurato dal Signore Gesù
ed è stato fatto proprio dagli Apostoli.
Fu proprio l‟adesione senza riserve a questo “nuovo stile di vita” che caratterizzò
l‟impegno ministeriale del Curato d‟Ars. Il Papa Giovanni XXIII nella Lettera enciclica
Sacerdotii nostri primordia, pubblicata nel 1959, primo centenario della morte di
san Giovanni Maria Vianney, ne presentava la fisionomia ascetica con particolare
riferimento al tema dei “tre consigli evangelici”, giudicati necessari anche per i presbiteri:
“Se, per raggiungere questa santità di vita, la pratica dei consigli evangelici non è imposta
al sacerdote in virtù dello stato clericale, essa si presenta nondimeno a lui, come a tutti i
discepoli del Signore, come la via regolare della santificazione cristiana”.
16
Il Curato d‟Ars seppe vivere i “consigli evangelici” nelle modalità adatte alla sua
condizione di presbitero. La sua povertà, infatti, non fu quella di un religioso o di un
monaco, ma quella richiesta ad un prete: pur maneggiando molto denaro (dato che
i pellegrini più facoltosi non mancavano di interessarsi alle sue opere di carità), egli
sapeva che tutto era donato alla sua chiesa, ai suoi poveri, ai suoi orfanelli, alle ragazze
della sua “Providence”, alle sue famiglie più disagiate. Perciò egli “era ricco per dare agli
altri ed era molto povero per se stesso”. Spiegava: “Il mio segreto è semplice: dare tutto
e non conservare niente”. Quando si trovava con le mani vuote, ai poveri che si
rivolgevano a lui diceva contento: “Oggi sono povero come voi, sono uno dei vostri”.
Così, alla fine della vita, poté affermare con assoluta serenità: “Non ho più niente.
Il buon Dio ora può chiamarmi quando vuole!”.
Anche la sua castità era quella richiesta a un prete per il suo ministero. Si può dire che
era la castità conveniente a chi deve toccare abitualmente l‟Eucaristia e abitualmente
la guarda con tutto il trasporto del cuore e con lo stesso trasporto la dona ai suoi fedeli.
Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”, e i fedeli se ne accorgevano
quando egli si volgeva a guardare il tabernacolo con gli occhi di un innamorato.
Anche l‟obbedienza di san Giovanni Maria Vianney fu tutta incarnata nella sofferta
adesione alle quotidiane esigenze del suo ministero. È noto quanto egli fosse tormentato
dal pensiero della propria inadeguatezza al ministero parrocchiale e dal desiderio
di fuggire “a piangere la sua povera vita, in solitudine”. Solo l‟obbedienza e la passione
per le anime riuscivano a convincerlo a restare al suo posto. A se stesso e ai suoi fedeli
spiegava: “Non ci sono due maniere buone di servire Dio. Ce n‟è una sola: servirlo come
lui vuole essere servito”. La regola d‟oro per una vita obbediente gli sembrava questa:
“Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.
Nel contesto della spiritualità alimentata dalla pratica dei consigli evangelici,
mi è caro rivolgere ai sacerdoti, in quest‟Anno a loro dedicato, un particolare invito
a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai giorni nostri nella
Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità. “Lo Spirito
nei suoi doni è multiforme… Egli soffia dove vuole. Lo fa in modo inaspettato, in luoghi
inaspettati e in forme prima non immaginate… ma ci dimostra anche che Egli opera
in vista dell‟unico Corpo e nell‟unità dell‟unico Corpo”. A questo proposito, vale
l‟indicazione del Decreto Presbyterorum ordinis: “Sapendo discernere quali spiriti
abbiano origine da Dio, (i presbiteri) devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili
che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici, devono ammetterli con gioia
e fomentarli con diligenza”. Tali doni che spingono non pochi a una vita spirituale più
elevata, possono giovare non solo per i fedeli laici ma per gli stessi ministri.
Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire “un valido impulso
per un rinnovato impegno della Chiesa nell‟annuncio e nella testimonianza del Vangelo
della speranza e della carità in ogni angolo del mondo”. Vorrei inoltre aggiungere,
sulla scorta dell‟Esortazione apostolica Pastores dabo vobis del Papa Giovanni Paolo II,
che il ministero ordinato ha una radicale „forma comunitaria‟ e può essere assolto solo
nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo. Occorre che questa comunione fra i
sacerdoti e col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell‟Ordine e manifestata nella
concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità
sacerdotale effettiva ed affettiva. Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza
17
il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane nelle quali si ripetano
i prodigi della prima predicazione del Vangelo.
L‟Anno Paolino che volge al termine orienta il nostro pensiero anche verso l‟Apostolo
delle genti, nel quale rifulge davanti ai nostri occhi uno splendido modello di sacerdote,
totalmente “donato” al suo ministero. “L‟amore del Cristo ci possiede – egli scriveva –
e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti” (2 Cor 5,14).
Ed aggiungeva: “Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più
per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor. 5,15).
Quale programma migliore potrebbe essere proposto ad un sacerdote impegnato
ad avanzare sulla strada delle perfezione cristiana?
Cari sacerdoti, la celebrazione del 150.mo anniversario della morte di san Giovanni Maria
Vianney (1859) segue immediatamente le celebrazioni appena concluse del 150.mo
anniversario delle apparizioni di Lourdes (1858). Già nel 1959 il beato Papa Giovanni
XXIII aveva osservato: “Poco prima che il Curato d'Ars concludesse la sua lunga carriera
piena di meriti, la Vergine Immacolata era apparsa, in un‟altra regione di Francia,
ad una fanciulla umile e pura, per trasmetterle un messaggio di preghiera e di penitenza,
di cui è ben nota, da un secolo, l'immensa risonanza spirituale. In realtà la vita del santo
sacerdote, di cui celebriamo il ricordo, era in anticipo un‟illustrazione vivente delle grandi
verità soprannaturali insegnate alla veggente di Massabielle. Egli stesso aveva
per l'Immacolata Concezione della Santissima Vergine una vivissima devozione,
lui che nel 1836 aveva consacrato la sua parrocchia a Maria concepita senza peccato,
e doveva accogliere con tanta fede e gioia la definizione dogmatica del 1854”. Il Santo
Curato ricordava sempre ai suoi fedeli che “Gesù Cristo dopo averci dato tutto quello
che ci poteva dare, vuole ancora farci eredi di quanto egli ha di più prezioso,
vale a dire della sua Santa Madre”.
Alla Vergine Santissima affido questo Anno Sacerdotale, chiedendole di suscitare
nell‟animo di ogni presbitero un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione
a Cristo ed alla Chiesa che ispirarono il pensiero e l‟azione del Santo Curato d‟Ars.
Con la sua fervente vita di preghiera e il suo appassionato amore a Gesù crocifisso
Giovanni Maria Vianney alimentò la sua quotidiana donazione senza riserve a Dio
e alla Chiesa. Possa il suo esempio suscitare nei sacerdoti quella testimonianza di unità
con il Vescovo, tra loro e con i laici che è, oggi come sempre, tanto necessaria.
Nonostante il male che vi è nel mondo, risuona sempre attuale la parola di Cristo
ai suoi Apostoli nel Cenacolo: “Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio:
io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). La fede nel Maestro divino ci dà la forza per guardare
con fiducia al futuro. Cari sacerdoti, Cristo conta su di voi.
Sull‟esempio del Santo Curato d‟Ars, lasciatevi conquistare da Lui
e sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione, di pace.
Con la mia benedizione.
Benedetto XVI
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“Lettera ai fedeli della Diocesi ambrosiana
per l’inizio dell’Anno Sacerdotale”
del Card. Dionigi Tettamanzi
nella solennità del Sacro Cuore di Gesù
19 giugno 2009
Carissimi,
vi confido che all‟inizio dell‟Anno sacerdotale sono animato da grandi speranze.
L‟esempio e l‟intercessione del santo Curato d‟Ars, di tanti santi preti che hanno segnato
la storia della nostra Chiesa, dei nostri santi Vescovi, le indicazioni del Santo Padre
Benedetto XVI, le parole ascoltate e i sentimenti espressi durante le Assemblee sinodali
del clero mi incoraggiano a sperare la grazia della santificazione per il presbiterio
della nostra Diocesi.
La santità, finalmente!
La missione che ci è stata affidata è molto più grande delle nostre risorse.
La sfida del mondo contemporaneo è molto più complicata della nostra capacità
di comprendere, di rispondere, di elaborare strategie e di programmare iniziative.
Lo smarrimento e la suscettibilità di tanta gente sono molto più inquietanti della nostra
possibilità di dire una parola buona e vera, che sappia di Vangelo.
Ci lasceremo cadere le braccia?
Ci chiuderemo in contesti rassicuranti, ben conosciuti, elettivi?
No! Noi ci affideremo alla grazia, alla forza, alla gioia dello Spirito Santo
per diventare preti santi!
La santità dei sacerdoti è bellezza e fierezza della santa madre Chiesa
Non si diventa preti da soli. È la Chiesa che li genera, è la comunità cristiana
che li sostiene, sono altri sacerdoti, i genitori, le suore, la nostra gente, che con le preghiere,
con le attese, con la generosità li incoraggia a fare della vita un dono.
Potranno i preti accontentarsi della mediocrità, quando considerano quale alta idea
si sia fatta di loro la comunità cristiana, il Vescovo che li ha ritenuti collaboratori desiderati
per il suo ministero, le gente che tanto spesso prega per i sacerdoti, i loro genitori che
sulla terra o in paradiso continuano a sentirsi fieri di aver dato un figlio per il servizio
della Chiesa?
Sono animato da grande speranza: sono certo che durante questo Anno sacerdotale
la preghiera per la santificazione dei sacerdoti sarà insistente da parte di ogni presbitero,
diffusa in ogni comunità, proposta a tutti con frequenza e fiducia e praticata da molti
con simpatia e riconoscenza.
La santificazione dei sacerdoti è nel presbiterio
La santità sacerdotale risplende oggi di alcuni tratti che sono caratteristici del nostro tempo.
I sacerdoti si santificano perché edificano con il Vescovo il presbiterio: il dono di ciascuno
è per la collaborazione all‟unica missione. Nessuno diventa santo da solo: la santità
dei preti ha i tratti della condivisione, della fraternità, della partecipazione
al discernimento comune, dell‟accoglienza, della stima e dell‟affetto intensi
per i confratelli, della disponibilità intelligente al Magistero e alle decisioni del Vescovo.
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Sono animato da grande speranza: ho raccolto nelle Assemblee sinodali il desiderio
diffuso di una formazione e di un accompagnamento spirituale più intensi:
ho raccomandato di dare seguito a questi desideri con proposte concrete.
Gli esercizi spirituali, i momenti residenziali di discernimento per interpretare i tratti
della comunione per la missione, gli incontri abituali nei decanati e le altre iniziative sono
occasioni di grazia: lo Spirito del Signore non lascerà mancare la sua presenza
per donarci la gioia di camminare insieme verso la santità.
La santificazione dei sacerdoti è nel servizio al sacerdozio comune dei fedeli
I sacerdoti si santificano perché vivono il loro ministero a servizio del popolo di Dio,
secondo la destinazione ricevuta.
Si dice sacerdoti, ma si dovrebbe intendere servi: noi infatti siamo stati ordinati
per spendere vita e amore nell‟edificazione del popolo santo di Dio nella varietà
di tutte le vocazioni. Il sacerdozio ministeriale è a servizio del sacerdozio battesimale
per edificare tra le genti il segno della Chiesa: “per la rigenerazione e l‟unzione
dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale
e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici
e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò all‟ammirabile sua luce”
(Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 10).
Sono animato da grande speranza: conosco la generosità e lo zelo del clero ambrosiano.
Proprio nel ministero cerchiamo la nostra santificazione, proprio a servizio del cammino
di santità del popolo di Dio diventiamo santi.
In questo Anno sacerdotale, tutti insieme, con pazienza e coraggio, vogliamo raccogliere
e lasciarci provocare dagli interrogativi che sorgono in molti ambiti della pastorale
ordinaria e dalle nuove sfide che l‟evoluzione della società ci propone. Nei nostri cantieri
aperti continueremo a tendere l‟orecchio: per ascoltare ciò che lo Spirito dice alla Chiesa;
per attuare - con un animo sempre più fiducioso, con un confronto sempre più franco,
una corresponsabilità con i fedeli sempre più cordiale - quanto riconosceremo necessario
alla missione di annunciare il Vangelo a tutti coloro che aspettano una parola di verità
e di speranza.
La santità dei sacerdoti è attraente
La santità autentica, che porta le ferite della croce ed è avvolta della gloria del Risorto,
partecipa dell‟attrattiva del Signore: la sua intimità con il Padre, la sua gioia crocifissa,
il dono del Consolatore. Sono animato da grande speranza: un presbiterio santificato
sarà attraente anche per i giovani di oggi. Così potranno ancora nascere vocazioni
al ministero nelle nostre comunità.
In questo Anno sacerdotale le iniziative di pastorale vocazionale e le proposte di pastorale
giovanile siano intense di preghiera, di fiducia e di verità: che nessuno si senta inutile,
che nessuno viva gli anni della giovinezza senza la gioia di intuire che la sua vita è una
vocazione grande e santa.
Cari sacerdoti, proponiamo con decisione la via cristiana della gioia.
Non vogliamo persuadere nessuno con argomenti di sapienza mondana,
ma solo annunciare l‟unica nostra sapienza: Cristo crocifisso e risorto.
+ Dionigi Card. Tettamanzi, Arcivescovo
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III PARTE
Dal Battesimo verso il Sacerdozio:
alcuni ricordi
- Cammino di grazia
- La presa di coscienza della mia vocazione al sacerdozio
- Omelia del Card. Montini per il rito della Sacra Tonsura
- Omelia del Card. G. Colombo in Duomo durante il rito della Ordinazione Sacerdotale
- Solenne preghiera di consacrazione sacerdotale
- Omelia di Mons. Lucchini alla mia Prima Messa
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Cammino di grazia
Battesimo
5 marzo 1939
don E. Trabattoni
Cresima
26 ottobre 1945
Card. Schuster
Prima Comunione
30 maggio 1946
don C. Balestrini
Vestizione dell‟abito talare
6 ottobre 1957
Mons. Lucchini
Tonsura
27 giugno 1962
Card. Montini
Primi ordini minori: esorcista e accolito
27 giugno 1963
Card. Colombo
Secondi ordini minori: ostiario e lettore
7 febbraio 1964
Card. Colombo
Suddiacono
19 dicembre 1964
Card. Colombo
Diacono
13 marzo 1965
Card. Colombo
Sacerdote
26 giugno 1965
Card. Colombo
--------Su una immaginetta, che conservo nel Breviario, ho trascritto queste date importanti.
Esse hanno segnato gli speciali momenti di grazia e di luce della mia biografia cristiana.
Sono i giorni in cui, progressivamente, io percepivo l‟attrazione del Signore Gesù
che, mentre mi chiamava sul cammino verso il sacerdozio,
mi sosteneva e mi stringeva a sé facendomi intravvedere la mèta.
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Quando ho preso coscienza
che il Signore mi chiamava al sacerdozio
Ricordo con molta precisione le circostanze e il momento in cui si è aperto in me
il desiderio di diventare sacerdote.
Non ho avuto visioni, né apparizioni, non ho sentito nessuna voce…
Ho avvertito in me una intensissima gioia.
Dopo la 5° elementare, nel mese di luglio, mi trovavo in colonia a Clusone,
in Val Seriana - provincia di Bergamo -, presso il Collegio Angelo Maj.
Era una struttura molto grande e al suo interno aveva anche una Chiesetta.
Ebbene, verso la fine del mese di vacanza, un pomeriggio mentre ero in questa piccola chiesa
con i miei compagni per un momento di preghiera,
improvvisamente, ho provato dentro di me una gioia intensissima.
Al momento non sapevo quale significato dare a quello che mi stava succedendo.
Intuivo, però, che era un qualcosa di grande.
Così, d‟istinto, ho risposto recitando un’Ave Maria.
Nel frattempo, prima del mio rientro a casa, il prevosto della mia parrocchia,
a mia insaputa, si recava dai miei genitori proponendo loro
di lasciarmi frequentare le scuole medie presso il Seminario.
C‟è da dire che con lui io non avevo mai fatto cenno a una simile ipotesi.
Ero chierichetto e il motivo che probabilmente aveva mosso il prevosto
a parlare di queste cose con i miei, si fondava sul fatto che, tutti i giorni di mia iniziativa,
sentivo il bisogno di andare in chiesa a servire messa alle ore 6 del mattino:
l‟unica messa del giorno!
Giunto a casa, terminate le vacanze, vengo a sapere da mio papà della visita del prevosto.
Ricordo che papà mi aveva detto queste cose, mentre tornavamo dalla campagna;
seduti sul carretto pieno d‟erba trainato dal cavallo.
La realtà in cui sono vissuto da ragazzo era infatti quella del mondo agricolo.
Rivivono ancora in me il profumo dei campi e i colori degli alberi,
il sapore della verdura strappata dalla terra;
ricordo la vita delle famiglie che abitavano insieme in vaste corti, con i fienili e le stalle,
gli animali da cortile che ci gironzolavano intorno
e noi ragazzi, che rincorrendoli, li spaventavamo e li facevamo starnazzare.
Ebbene, mio papà mi raccomandava di non dare retta a quello che il prevosto diceva,
perché io ero il primo dei figli e dovevo aiutarlo a lavorare: la famiglia era poverissima.
Anche la mamma lo sapeva, ma aspettava che le cose decantassero;
lei era contenta e sono certo che avrà pregato molto.
Pensando alla sua intensa devozione alla Madonna,
ho ricordato l’Ave Maria uscita dalle mie labbra di bambino in quel benedetto istante.
Questo fatto mi ha aiutato a collegare la mia esperienza di gioia
con la prospettiva indicata ai miei genitori dal prevosto.
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E così sono entrato in Seminario per iniziare l‟anno di prima media:
era il “Seminario del Duomo” a Milano, costituito per il servizio di tutte le celebrazioni
che si svolgevano in Cattedrale, comprese quelle bellissime presiedute dall‟Arcivescovo.
Ricordo le messe solenni celebrate dal Card. Schuster e dal Card. Montini.
Il prevosto, conoscendo le difficoltà sorte in famiglia, aveva fatto in modo
che io potessi frequentare questo Seminario, perché nei primi tre anni delle medie inferiori,
era possibile ritornare a casa alla sera, dopo le lezioni.
Questo favoriva uno stacco graduale dalla famiglia.
E poi la Provvidenza ha fatto sì che un sacerdote nativo della mia parrocchia,
Mons. Antonio Lucchini, sostenesse le spese del convitto e dei libri
per tutti gli anni di Seminario.
Oggi, ogni volta che riprendo la pagina dell'Annunciazione a Maria,
che leggiamo al cap. 1° dell‟evangelo di Luca,
mi soffermo con stupore sulle parole dette dall‟Angelo:
“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te" (Luca 1,27).
E penso: la chiamata di Maria ad essere madre del Messia avviene in un contesto di gioia.
È quindi stata la Madonna a donarmi quella gioia di cui era stata ricolmata,
nell‟istante in cui stava aprendosi per la mia vita una prospettiva di grazia grande.
E sono persuaso che tutti coloro che diventano sacerdoti,
provino questo stesso sentimento.
È infatti straordinario il dono che si riceve per non sperimentare la gioia:
gioia che è dono annunciato che viene dal cielo, perché gioia divina.
Detto questo, aggiungo che gli anni di Seminario non sono fatti di solo splendore.
Ogni chiamata, e quindi anche la vocazione sacerdotale, conosce un percorso
che attraversa molti momenti di luce alternati a momenti di oscurità.
Anch‟io nella vita di seminario ho sentito l‟esigenza di fermarmi a pensare
sul cammino che stavo percorrendo e analizzare le scelte che stavo facendo.
Ricordo due di questi momenti: il primo al termine del liceo,
il secondo all‟ultimo anno di teologia.
Nascevano dentro di me le domande:
ma è proprio vero che il Signore mi chiama al sacerdozio?
Non mi sono forse sbagliato nell‟interpretare la volontà del Signore?
Sarò capace di compiere ciò che poi mi verrà richiesto?
Ho vissuto momenti di vera sofferenza, di purificazione, di preghiera più intensa,
di richiesta di consiglio, di verifica a 360 gradi con l‟aiuto di chi mi conosceva profondamente.
Verificare il cammino è normale, soprattutto per chi come me ha percorso in Seminario
l‟intero cammino di studi, dalla prima media all‟ultimo anno di teologia: 13 anni.
Quando poi si esce da queste oscurità, si sperimenta una sicurezza,
una pace e una gioia più luminosa di prima.
Sì, sono poi ritornato a Clusone per rivedere i luoghi degli inizi della mia chiamata.
Con molta emozione, e quasi in punta di piedi, ho ripercorso quegli ambienti,
recitando come allora l‟Ave Maria.
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“Tu sei un chiamato… Adsum! Eccomi”
Omelia del Card. Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano,
Sacra Tonsura - Seminario di Venegono - 27 giugno 1962 (*)
Venerati confratelli e figli carissimi.
Sono così rare le occasioni che io ho di trattenermi con voi e di associarmi all‟opera
formatrice del Seminario e sono così vividi e solenni i momenti che stiamo celebrando, che
io non so rinunciare nel dirvi una parola, a voi specialmente, che avete ricevuto questa
mattina la Sacra Tonsura e siete stati iniziati ai primi ordini, gli Ordini Minori. E, se non
fosse la lunghezza della cerimonia, che preme sulla nostra discrezione e obbliga ad essere
molto brevi anche in questo colloquio, quante cose, quante cose avremmo da dire, da
commentare e io stesso come approfitterei volentieri di questa occasione, innanzitutto per
dire ai superiori del Seminario la mia riconoscenza, la mia devozione, la mia solidarietà, la
mia stima, quasi per festeggiare con loro questo momento beato in cui anch‟essi
raccolgono i primi frutti della loro soddisfazione per così lunga fatica. Li benedica il
Signore!
E poi, e poi vorrei dire anche una parola ai vostri parenti, che vedo qui accorsi per
assistere a questa cerimonia, e dire a queste care famiglie che mandano i loro cari figlioli in
Seminario quanto le ricordiamo e quanto la Chiesa è obbligata a queste buone e generose
famiglie, che costituiscono il nucleo eletto del popolo di Dio e che danno all‟onore del
Signore e al servizio della Chiesa i loro figlioli. Sappiate papà, mamme, fratelli, sorelle che
non siamo insensibili a questa vostra sorte, che la valutiamo moltissimo e che vi siamo
molto riconoscenti e che vi teniamo nella comunione dei pensieri e dei meriti che la sorte
dei vostri figlioli trae con sé. Sarete quanto più associati alla Chiesa del Signore, quanto
più il Signore penserà Lui a ricompensarvi e benedirvi e a mutare in gioia il sacrificio che
certo voi avete fatto nel dare al Seminario il vostro figliolo.
E poi, ai chierici tutti, ma specialmente a quelli che hanno ricevuto adesso qualche cosa dal
mio ministero. La cerimonia è caratterizzata specialmente dal conferimento della Tonsura,
sia perché il numero è maggiore, sia perché è la prima e apre il cammino verso la
iniziazione al sacro ministero. E‟ come il primo gradino, è la soglia per cui si comincerà a
salire la grande scala della ordinazione sacerdotale, che ha appunto queste pause, queste
graduazioni, questi inizi, verso qualcosa che merita di essere direi sorseggiata, di essere a
poco a poco meditata, a poco a poco assorbita, a poco a poco introdotta nell‟animo di chi la
riceve. E, se posso dire, quante, quante cose anche qui sarebbero da illustrare, da celebrare;
ma innanzitutto penso che la vita del Seminario e la continua scuola coi vostri superiori,
sia nella dottrina, sia nella vita di pietà e nella educazione alla vita ecclesiastica, vi
impartiscono, vi hanno già fatto capire tante cose anche di questi inizi, cioè della Tonsura,
che è l‟ingresso nella vita ecclesiastica e dei Primi Ordini che avete ricevuto, che sono
anch‟essi tanto ricchi di motivi che chissà, in altri momenti potremo raccogliere e un
pochino illustrare e illustrerete anche da voi, come penso che in parte abbiate già fatto e in
parte farete.
Mi tratterrei un istante verso un panorama e cioè sulla immensità di motivi che
l‟ordinazione oggi e quelle successive, a Dio piacendo, se verranno poi, mette davanti sia a
me, al ministro, che conferisce l‟ordinazione e aggrega alla vita ecclesiastica delle nuove
reclute, sia a voi, a voi che siete i soggetti di questa aggregazione e di questa ordinazione.
(*) I puntini (…..) indicano i passaggi della registrazione su nastro che non si riescono a comprendere.
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Ebbene, io non faccio adesso che i punti cardinali perché possiate se non altro distribuire i
vostri pensieri successivi sui capitoli un po‟ ordinati e vedere da quest‟ordine e da questa
abbondanza di pensieri e di cose che stanno avvenendo.
L‟ordinazione, e anche questa iscrizione allo stato ecclesiastico, mi pare che abbia quattro
riferimenti, ciascuno dei quali meriterebbe di essere studiato a sé.
 Il primo riferimento è quello nuovo che voi venite ad assumere verso Dio e diventerà
questo riferimento sempre più stretto, sempre più misterioso, sempre più vitale fino a
calare Cristo. Dentro di voi sarete sacerdoti, con i rapporti perfettivi del battesimo, della
cresima e quell‟impressione che imprime il curriculum dell‟Ordine sino a diventare
carattere e poi un‟impronta indelebile più profonda e più ….. di Cristo. Rapporti con Dio e
con Cristo.
 Secondo: il rapporto con la Chiesa. Ma voi venite …… alla Chiesa, e cioè io vi posso da
oggi comandare, da oggi chiamare; siete disponibili al mio ministero, alla mia autorità, alla
potestà, che la Chiesa e Cristo mi dà come vostro Vescovo e perciò tra di noi nasce anche
qui una relazione piena dei motivi, che andrebbe e che andrà anche questa studiata e vista
in tutti i suoi aspetti di carità e di esigenze, di solidarietà e di grazia, che davvero vi
perseveri in questo nuovo rapporto che è nato, che nascerà, che si perfezionerà tra me e
voi; e dico me per dire anche qualcosina di più, della Santa Chiesa. Voi venite ad
appartenere alla gerarchia, in grado adesso iniziale, subalterno, ma che salirà sia nella
dignità, sia nella responsabilità, sia nelle capacità che la Chiesa vi conferirà. Quante cose
da riflettere e da meditare!
 E poi, terzo: voi venite ad acquistare rapporti, potenziali almeno,verso il popolo di Dio,
verso la fede cristiana. Non siete mica fatti ministri per voi stessi, siete fatti per il servizio
della Chiesa e cioè del popolo cristiano. E, anche qui, quale nuova carità nasce! Domani
voi dovrete servire, servire la gente e le parrocchie, i fanciulli, le anime che saranno
affidate al vostro ministero e che sin da adesso cadono un po‟ nell‟esercizio delle prime
funzioni che vi sono state conferite.
Attenti, vi è stato detto, di custodire bene la casa del Signore, attenti nel dare lezioni come
maestri al popolo cristiano, attenti nel custodirlo dalle possibili malattie e contagi sia
spirituali che fisici, attenti nel servire l‟altare, come iniziati rappresentanti del popolo,
verso l‟offerta che il popolo fa all‟altare di Dio. E, anche questo aspetto che cosa grande,
che cosa feconda, che cosa viva, che cosa sociale, che cosa moderna, che cosa veramente
inventata da Cristo per salvare il mondo; l‟aver scelto qualcuno perché sia in così stretta e
così necessaria relazione con altri, che la salute di loro e di voi dipende da questo rapporto.
Immensa forza!
 E quarto, quarto capitolo: l‟anima vostra. Non siete degli strumenti passivi, non siete
degli oggetti insensibili, siete delle anime vive. La grazia, che cala dentro di voi e le facoltà,
che vi sono conferite, risvegliano in voi delle virtù, delle responsabilità, delle
partecipazioni. Siete sì canali! E domani, quando sarà sacramentale la vostra azione e la
sua vera grazia passerà attraverso di voi con un impeto tale che, ex opere operato, agirà. E,
se per caso voi foste insensibili e diciamo, per assurdo indegni, la grazia passerà lo stesso.
Sappiamo bene cosa è questa pagina di teologia, ma sappiamo anche bene come questo
passaggio lavora nelle anime in cui passa, produce effetti di grazia innanzitutto. Voi siete
benedetti, io ho pregato per voi! L‟ordinazione iniziale della Tonsura e dei primi ordini
minori vi ha già dato tali benedizioni e tali grazie, che sarebbe una meditazione immensa e
interminabile se noi volessimo soltanto su questo paragrafo sostare la nostra attenzione.
Pensateci! E non è soltanto grazia: è una pedagogia, è una educazione, è una formazione,
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che riassume tutta la scuola del Seminario e la fissa in alcuni punti, in alcuni gesti, in
alcuni sensi, che devono davvero caratterizzare chi è ordinato.
Voi non dovete essere più quelli di prima. Voi sarete di più un po‟ trasformati e voi sapete
che forza di trasformazione questa pedagogia dell‟aggregazione al ceto ecclesiastico e
della prima ordinazione introduce in ideali che non cedono e in libertà. Noi sosteremo
soltanto su quest‟ultimo aspetto. Dico in futuro sosteremo perché, mi pare, che iniziamo
una grande strada e quindi vi dovrò rivedere, vi dovrò riparlare e poi vi dovrò dare gli
altri Ordini successivi. E‟ una grande leva di nuovi servitori della Chiesa, di mani di futuri
sacerdoti, che entrano nel circolo della nostra Diocesi. Se il Signore ci aiuta continueremo il
dialogo alle successive ordinazioni su questo aspetto, e ve lo dico perché così possiate voi
stessi coltivare, tra i tanti, con particolare attenzione questo aspetto della formazione
individuale, personale, sia nei tempi d‟oggi sia nei giorni del domani, nelle prove concrete.
E, tanto per dire, finisco, ma la meditazione, lo capite voi, come si snoda feconda se la
volessimo trarre, direi, logicamente e coerentemente.
Abbiamo cominciato così, chiamandovi per nome. Che chiamata! Era la mia o quella di
Dio? La vocazione! Vedete una semplicità, perché poi tutto diventa, nella esecuzione, di
una semplicità da imparare a … ma grande,ma grande, ma superiore alla stessa nostra
comprensione. Voi avete detto parole evangeliche. Sono qui! Adsum!
Come il Signore ha chiamato gli Apostoli. Voi che avete detto? Vengo! Che rapporto, che
risposta, che destino. Avete deciso, avete sentito la chiamata, insieme alla voce del vostro
Vescovo, quella di Dio che aveva parlato prima alle vostre coscienze in una conversazione,
che diventa così drammatica, così singolare, così unica per ciascuno di voi… Perché non
c‟è una vocazione uguale all‟altra. Chi è chiamato per il dolore, chi è chiamato nella gioia,
chi è chiamato nell‟apostolato, chi è chiamato nell‟interiorità, chi è chiamato dalla Chiesa,
chi è chiamato anche da queste voci delle persone che vi chiamano, il papà e la mamma,
gli educatori. Tu sei un chiamato! Che dramma. E questo dramma si è concluso stamattina
in questo nome e cognome detto dall‟altare al quale voi avete detto: Adsum! La vocazione
sancita e ratificata.
E poi? E poi siete venuti avanti, ma sarebbe da fermarsi qui. Vi prego, figlioli miei, di
considerare la grazia immensa che Dio vi ha fatto con questa elezione del trarvi fuori, dello
scegliervi, dal guardarvi, al chiamarvi per nome, dal posare sopra di voi il suo disegno,
disegno che è speranza divina. Dio è così buono che, nell‟esercizio della sua grazia, vi
mette nell‟esercizio più pieno e più responsabile della vostra libertà e voi la usate per dire:
Signore, tu me l‟hai data, io te la ridò, te la restituisco. Do‟ la mia libertà a te, la mia scienza
a te. Ma che Vangelo stiamo vivendo! Il Vangelo del destino di un uomo che va cercando
tesori e ne trova uno e, per quell‟uno, vende tutti gli altri; si impoverisce, si spoglia, lascia
tutto per avere quell‟unico tesoro, che è il Regno di Dio. Voi avete realizzato questa
mattina questa pagina del Vangelo.
E credevate voi che io fossi tranquillo mentre facevo questa operazione così insolita, e si
potrebbe proprio dire banale, del tagliarvi i capelli; credete voi che la mia mano non
tremasse e che io non comprendessi che cosa stavo facendo, tagliandovi di ogni speranza
umana, di ogni adesione terrena e così strapparvi, sradicarvi dalla terra per portarvi in
un‟altra regione, questa: l‟iniziazione all‟unico servizio di Dio. Il distacco, la rinuncia, il
sacrificio è il primo passo dell‟ordinazione sacerdotale. E, se voi vorrete percorrere questa
scala, che porta su verso Cristo, e domani vorrete vivere da veri amici del Signore,
ricordatevi di questo primo passo: avete lasciato tutto! E guai a noi, e dico a noi, perché
siamo tutti esposti a questo pericolo, se noi per altra via recuperiamo ciò che abbiamo
lasciato: amore terreno, onori, dignità e questi famosi “ersatz”, come li chiamano i tedeschi,
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quei surrogati che compensano di quello che il mondo nella vita ordinaria e naturale dà,
per avere dei miserabili amori o di cose illecite o di cose pur lecite, ma vane.
Bisogna avere, per seguire Cristo, una libertà assoluta e la libertà assoluta non si conquista
se non con il sacrificio assoluto, radicale. Ricordate come una luce che non si spenga più
nelle vostre anime, il grido di questo momento. Avete lasciato tutto e tutto avrete. Allora,
se siete veramente servi del mondo nelle sue speranze, venite avanti e sarete degni di
Cristo; se no, se no sarà un dramma non solo più doloroso, ma miserabile. Se volete vivere
davvero in dignità, in prontezza e in perfezione, lasciate che io vi dica, mentre vi parlo, di
ciò …… che dice: di gioia. La chiamata che il Signore vi dà, ricordate che bisogna viverla
davvero con un cuore staccato, con un cuore libero, direi con un cuore spento. Bisogna
essere dei morti per essere dei vivi. Bisogna davvero capire che il sacrificio di Cristo, che è
il Signore vivente, ora esige da noi questa prefazione, che è così paziente negli ordini ed è
questa la pedagogia della ordinazione al suo primo capitolo. Fortunatamente , eccone un
secondo ancora stamattina perché il Signore mai e mai toglie senza subito dare altre cose.
Vi ho strappato i capelli, cioè tutta la vanità, tutto quello che il mondo può apprezzare. Vi
ho disillusi di ogni cosa terrena e mondana e poi e poi vi ho vestiti di bianco, candidi…..
santità: bianchi, puliti, puri dentro, quanto più lo siate fuori. Sono gli ardenti che vanno
verso l‟altare. E‟ la gioventù più cara, più bella, la più generosa. Tralasciate tutto, ma qui le
grazie sono tantissime ….. venute dal Signore, un amore solo, un amore totale, un amore
capace di saziare ….., da raccogliere dall‟amore di Dio. Custodite l‟abito, che avete
ricevuto, il nuovo uomo che avete rivestito. Così si cammina, figlioli miei.
E‟ drammatico, è grande ed è bello! E, se vi venisse paura nel montare sopra queste vette e
nell‟andare verso queste altezze e la vostra debolezza tremasse in voi, perché resiste
ancora, sapete, siamo sempre d‟argilla, umani. Pensate che da questo giorno non siete più
soli perché Dio vi guarda dall‟alto, vi vuole regali, perché la Chiesa vi accoglie sia nella
sua gerarchia, sia nel popolo cristiano ed è perché….. una grazia divina come questa
iniziazione vi ha conferito.
Cercate di tenerla sempre operante questa grazia dell‟ordinazione e della iniziazione
sacerdotale e sentirete che avrete una forza nuova, che non viene mai meno, ma vi
accompagna e vi rende pronti di fatto, vi allieta l‟anima e conduce alla meta.
E così sia!
Salmo 15 – Salmo proprio del rito della Sacra Tonsura
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
28
Amici di Gesù e amici delle anime
Omelia dell‟Arcivescovo Card. Giovanni Colombo
Ordinazione presbiterale - Duomo di Milano - 26 giugno 1965
Oggi per la Santa Chiesa è un giorno di letizia e di giovinezza.
Ella si accresce di una folta schiera di sacerdoti novelli dalle energie intatte e fresche.
È vero: essi sono lontani dall'essere sufficienti ai grandi bisogni attuali della Chiesa,
tuttavia io sono persuaso che la loro santa vita, più ancora che la loro parola,
eserciterà un fascino di attrazione su altri innumerevoli giovani,
perché possano seguire l'appello del Signore Gesù
che li chiama da vicino ad essere suoi amici e amici delle anime.
1. Gesù ci ha fatti suoi amici
II libro della “Imitazione di Cristo” ha una espressione molto significativa, ed è questa:
"Senza un amico non si può vivere bene".
L‟esigenza di una amicizia, certo, non può essere soddisfatta da un oggetto qualunque.
Fortunati voi, carissimi giovani sacerdoti, che da questo momento della vostra consacrazione,
avrete in un modo particolarissimo, come amico, il Signore Gesù:
l'Amore infinito, colui che d'altra parte è uomo come noi, senza le nostre limitazioni.
Certo da parte nostra sarebbe stato un atto di temeraria presunzione:
l'avessimo scelto noi come amico!
Ma è stato Lui che ci ha scelto.
E questa iniziativa nella amicizia vi sarà solennemente proclamata
prima che questa liturgia termini.
Egli vi dirà: "Non vi chiamerò più servi, ma amici".
L'amicizia, come tutti voi sapete, è una grande donazione.
È la donazione delle proprie cose in regalo,
è la donazione della propria persona in sacrificio,
è la donazione del proprio palpito amoroso
che pensa l'amico che lo visita e che lo abbraccia.
E' anzitutto la donazione delle proprie cose.
E il Signore Gesù vi dà tutto quello che possiede.
Vi da perfino una singolare somiglianza
che da quest‟oggi inconfondibilmente sarà stampata nell'anima vostra per tutta la vita
e per l'eternità, sicché dal profondo del vostro essere chi può vedervi - e Dio vi vede scopre una vera somiglianza a Cristo Sacerdote.
E insieme con questa configurazione operata in voi dal carattere sacramentale
l‟Amico vostro vi dona tutti i poteri più grandi che Egli ha:
"Son stati dati a me tutti i poteri e io li consegno a voi ".
A voi consegno il potere di consacrare il suo Corpo e il suo Sangue,
il potere di perdonare i peccati,
il potere di evangelizzare,
il potere di presiedere l'adunanza cultuale della comunità cristiana,
il potere di benedire con le vostre mani consacrate.
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Egli vi dà il palpito amoroso del suo cuore d'amico che pensa a voi.
Ha pensato a voi fin dall'eternità, Verbo nel seno del Padre.
Ha pensato il giorno in cui voi "sareste nati”,
le grazie con cui vi avrebbe circondato,
le circostanze provvidenziali che avrebbe disposto
affinché voi liberamente avreste potuto rispondere di sì al suo appello.
Ha pensato a voi in quella notte terrestre che ha passato sulla montagna
per prepararsi a scegliere i primi Apostoli.
Ed egli in quella notte pregava per gli apostoli che avrebbe man mano scelto,
giù lungo la china dei secoli, fine a questo secolo, fino a questo giorno, fino a voi.
Ha pensato a voi in quella sera, l'ultima sera della vita mortale,
durante la cena estrema dell'amicizia,
quando Egli avrebbe tra poche ore consegnato la sua persona al martirio.
Egli consacrando per la prima volta sulla terra il calice del suo sangue,
ha detto che sarebbe stato sparso per voi, anzitutto per voi
e poi per la moltitudine nella remissione dei peccati.
Ma Egli vi ha staccati dalla moltitudine e vi ha guardato in faccia
e vi ha asperso del sangue della nuova ed eterna alleanza.
Egli vi seguirà col suo palpito amoroso e vi visiterà.
Non vi sentirete mai soli nella vita, come Egli non si è sentito mai solo nella sua vita
e lo ha detto: "Io non sono mai solo: il Padre mio è sempre con me".
Così voi non sarete mai soli.
Il vostro amico, il Signore Gesù, sarà sempre con voi a consolarvi,
a confortarvi, a illuminarvi, a sostenervi
e gli altri si meraviglieranno della vostra forza, del vostro coraggio.
E voi invece vi sentirete sereni e trasportati.
Proprio per queste visite del Signore Gesù, l'amico vostro,
voi davanti a lui vi sentirete come bambini che si lasciano portare in braccio,
bambini con Lui nel segreto delle vostre preghiere,
che si lamentano, che talvolta piangono, che si confidano,
che riversano in lui tutte le proprie angosce, le proprie delusioni,
le proprie umiliazioni, così come ha fatto lui col Padre suo.
È registrato nel vangelo in quella notte dell'agonia,
quando Egli, come un bambino, incapace di reggersi, era caduto per terra
come uno straccio e piangeva, e gemeva e si lamentava e tremava e sudava sangue.
Ma appena arrivano gli uomini, Egli, che di fronte al Padre sembrava un bambino,
di fronte agli uomini è sereno, sicuro, autorevole
e chiede loro: "Chi cercavate?". "Gesù Nazzareno". "Eccomi!".
E così sarete voi, proprio per le visite dell'Amico, il Signore Gesù:
bambini come lui, tremanti e piangenti nella solitudine delle vostre preghiere,
ma in faccia agli uomini voi troverete una serenità, una fermezza,
una autorità che li sgomenterà, che li farà indietreggiare.
Sentiranno in voi la presenza del grande Amico.
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Egli vi seguirà col suo palpito amoroso fino ad abbracciarvi.
Ogni giorno vi abbraccerà nella S. Messa, durante la S. Comunione.
Vi stringerà a sé, accanto a lui, il morto e il risorto,
e vi farà partecipare al mistero pasquale della sua morte e risurrezione
in un modo tutto singolare e particolare, sicché voi apparirete in faccia al mondo
come gli uomini morti alle esultanze e ai richiami della terra, come profezie viventi
del Regno di Dio, della gioia che verrà e che è già in voi primizia sperimentata.
Voi sarete i figli dell'età futura, dell'epoca della resurrezione,
di quando si berrà il vino della gioia, nel Regno del Padre.
Voi sarete i morti e i già risorti; il mondo vi guarderà come uno spettacolo strano;
vi guarderà e tremerà nel proprio cuore.
O cari figli miei, o cari sacerdoti novelli, che grande mistero si è compiuto in voi!
Egli, il Signore Gesù, vi ha fatti suoi;
voi non vi possedete più, non avete più nulla di vostro:
non le vostre cose, perché dovete vivere poveri,
non il vostro corpo, perché dovete vivere casti,
non la vostra volontà, perché dovete vivere obbedienti.
Siate suoi: non riprendetevi più.
2. Gesù vi vuole amici delle anime
E perché vi ha fatto così singolarmente suoi, suoi amici?
Siete diventati suoi amici perché Egli vi vuole fare amici delle sue anime,
delle anime che ha redento con il suo sangue: amici di Gesù e amici delle anime.
A voi che dovete amare le anime come Egli le ha amate e le ha amate per primo;
non ha aspettato di essere amato per riamare;
l'iniziativa dall'amore è sempre stata sua; per primo ci ha amato.
E non dimenticate che la salvezza di molti uomini
a volte sta proprio in questo sguardo di bontà, di amore, di disinteresse
che si spiega verso di loro.
È così raro il vero amore in questo mondo che un'anima, quando si sente toccata,
vibra come davanti a qualcosa di un altro mondo e sente un profondo richiamo.
Voi amerete le anime non per i loro meriti, ma per i loro bisogni.
Perciò non giudicherete mai se gli uomini hanno o non hanno meriti per essere amati,
ma guarderete se essi hanno bisogno.
E tutti abbiamo bisogno di essere amati. Non ci salviamo se non nell'amore.
E perciò voi li amerete senza giudicarli;
e dove non troverete amore, farete come dice san Giovanni della Croce:
"Seminerete per primi l'amore perchè vi germini e vi cresca l'amore".
E se una preferenza avrete nell'amore delle anime,
ricordatevi che questa preferenza dovrà seguire gli esempi di quella del Signore Gesù:
rivolgersi ai più bisognosi, cioè ai più poveri, ai più umili, ai più deboli,
ai più afflitti, ai malati, ai bambini, ai vecchi.
E voi amerete come ha fatto il Signore Gesù, se non direte mai:
31
"Basta, adesso è troppo, fin qui sì, più in là no".
Quando un amore dice una parola simile non è il vero amore del nostro grande Amico,
il quale ci ha insegnato che la misura d'amare è quella di amare senza misura,
e ci ha amati fino alla fine, cioè fino all'ultima goccia di sangue.
E quando ci parrà troppo dovremo dirci:
"Dopo tutto non ho ancora dato il mio sangue per quest'anima".
Ricordatevi che per amare bisogna renderci anche amabili
e presentarci messaggeri simpatici agli uomini,
perché attraverso la simpatia del messaggero,
essi possono accogliere più volentieri il nostro messaggio di salvezza.
E perciò vi raccomando di essere anche umanamente simpatici.
E voglio dirvi: la vostra parola sia sempre una parola sincera,
come quella che è uscita dalle labbra del vostro divino Amico,
sulla quale, dice sant'Ignazio d'Antiochia: "Non ci fu mai menzogna",
e dalle quali labbra noi possiamo attingere le verità della vita eterna.
La vostra parola sia sempre sì se è sì, e no se è no. Siate estremamente sinceri.
La vostra promessa sia sempre una promessa riflettuta, ma poi mantenuta.
Nessuno mai trovi una delle vostre parole vuote.
Promettete quel che potete dare e date quel che avete promesso.
La vostra giustizia di fronte agli uomini sia sempre memore, puntuale, esatta;
che nessuno abbia ad affliggersi per motivo vostro
perché non date a ognuno quel che a ciascuno deve essere dato.
La vostra speranza sia una speranza piena di immortalità
e non già piena di interessi caduchi ed effimeri.
Il vostro comportamento sia un comportamento non di padroni orgogliosi,
ma di servi umili, caritatevoli, come avete sentito leggere, ha fatto lui,
l'Amico: "Son venuto", vi ha detto, "non per essere servito ma per servire".
Così voi vi rendete simpatici messaggeri.
E quando annuncerete il Vangelo,
per rendere completa la simpatia che dovete acquistarvi dagli uomini,
ricordatevi che il vostro annuncio deve essere una pura eco delle parole del Signore Gesù.
Non intorbidite mai l'annuncio del Vangelo con passioni umane
o con l'eco di sentimenti terrestri: sarebbe una profanazione.
In questo modo voi li potrete amare come li ha amati il Signore Gesù.
E così, voi, potrete - ed è questo il mio paterno augurio –
essere veramente amici di Gesù e amici delle anime.
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Solenne preghiera di consacrazione sacerdotale
«Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno, artefice della dignità umana, dispensatore
di ogni grazia, che fai vivere e sostieni tutte le creature, e le guidi in una continua crescita:
assistici con il tuo aiuto. Per formare il popolo sacerdotale tu hai disposto in esso in diversi
ordini, con la potenza dello Spirito santo, i ministri del Cristo tuo Figlio.
Nell'antica alleanza presero forma e figura i vari uffici istituiti per il servizio liturgico. A Mosè
e ad Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo, associasti collaboratori che li
seguivano nel grado e nella dignità.
Nel cammino dell'esodo comunicasti a settanta uomini saggi e prudenti lo spirito di Mosè
tuo servo, perché egli potesse guidare più agevolmente con il loro aiuto il tuo popolo.
Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre, perché non mancasse mai
nella tua tenda il servizio sacerdotale previsto dalla legge per l'offerta dei sacrifici, che erano
ombra delle realtà future.
Nella pienezza dei tempi, Padre santo, hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Gesù, apostolo e
pontefice della fede che noi professiamo. Per opera dello Spirito santo egli si offrì a te,
vittima senza macchia, e rese partecipi della sua missione i suoi Apostoli consacrandoli nella
verità. Tu aggregasti ad essi dei collaboratori nel ministero per annunziare e attuare l'opera
della salvezza.
Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui
abbiamo bisogno per l'esercizio del sacerdozio apostolico.
Dona, Padre onnipotente,
a questi tuoi figli la dignità del presbiterato.
Rinnova in loro l'effusione del tuo Spirito di santità;
adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale
da te ricevuto
e con il loro esempio
guidino tutti a un'integra condotta di vita.
Siano degni cooperatori dell'ordine episcopale, perché la parola del Vangelo mediante la loro
predicazione, con la grazia dello Spirito santo, fruttifichi nel cuore degli uomini, e raggiunga i
confini della terra.
Siano insieme con noi fedeli dispensatori dei tuoi misteri, perché il tuo popolo sia rinnovato
con il lavacro di rigenerazione e nutrito alla mensa del tuo altare; siano riconciliati i peccatori
e i malati ricevano sollievo.
Siano uniti a noi, o Signore, nell'implorare la tua misericordia per il popolo a loro affidato
e per il mondo intero. Così la moltitudine delle genti, riunita in Cristo, diventi il tuo unico
popolo, che avrà il compimento nel tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello
Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen».
-----------------------Ricordo il brivido di emozione che mi ha fortemente avvolto, quando il rito giungeva al momento più
importante, cioè a questa preghiera di consacrazione sacerdotale cantata dall’Arcivescovo con tono solenne,
fino ad arrivare alle parole consacratorie, qui riportate in neretto. Qui, una pausa di silenzio, e poi la
preghiera riprendeva non più cantata, ma recitata con parole scandite lentamente: «Dona, Padre
onnipotente… condotta di vita». Terminate queste parole, io diventavo sacerdote, per sempre.
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Omelia di Mons. Antonio Lucchini alla
“Prima Messa di don Giancarlo, novello sacerdote”
27 giugno 1965
«II Signore si è fatto mio sostegno:
mi ha fatto uscire in luogo spazioso, mi ha liberato perché mi vuol Suo ».
Sono le parole con le quali abbiamo dato inizio alla celebrazione della S. Messa di questa
terza domenica dopo la Pentecoste : espressione che non è solo dell'anima anelante a Dio,
ma si può ripetere da tutti i Sacerdoti, riandando alla storia della loro vocazione:
riconoscimento che certamente ha nell'animo il novello Sacerdote, il quale ascende oggi
la prima volta l'Altare, per celebrarvi l‟Altissimo Mistero.
Avrei preferito che altri parlassero in questa circostanza, ma non ho potuto non aderire
al tuo cortese invito, caro Don Giancarlo, perché nella tua riconoscente stima vedi chi ti
ha un po‟ accompagnato lungo l‟ascesa al Sacerdozio. E sono lieto di salutarti confratello
nel Sacerdozio, baciare le tue mani a nome anche degli altri confratelli che ti assistono,
a nome dei genitori che ti hanno dato, ti hanno offerto all'Altissimo; a nome di tutti i
parenti e gli amici, per il popolo di questa Parrocchia che ti ha visto nascere ed oggi
esulta assistendo alla tua prima S. Messa. Ed in questa gioia e letizia di anime ti saluto
«Sacerdote in eterno». «Tu es Sacerdos in aeternum» han cantato in mistico coro ieri,
sotto le austere volte del nostro Duomo, gli Angeli attorno a questo sacerdote...
Sacerdote! Quale eccelsa dignità. Egli tocca la terra e il cielo, è il mediatore tra Dio e gli
uomini, quell'abisso che il peccato aveva scavato tra il cielo e la terra, tra Dio e l'uomo
Gesù, Sacerdote eterno, Pontefice, ha colmato ricongiungendo su sé la terra col cielo,
l'umanità con Dio. Ora Gesù, salito al cielo, vive nel suo Sacerdote che partecipa del
Sacerdozio eterno di Gesù.
Giacobbe, fuggendo alle ire del fratello Esaù, stanco, la sera, si coricò lungo la strada,
poggiando il capo sopra una pietra; durante il sonno una visione: una scala che dalla
terra sale fino al cielo, e gli Angeli che su di essa salgono e scendono.
Ecco il Sacerdote, l'Angelo che ogni giorno sale al cielo e discende sulla terra. Sale al
cielo, per portare a Dio la preghiera degli uomini, scende sulla terra, per portare dal
Cielo la grazia di Dio. Anello di congiunzione tra la terra ed il cielo: fra la Chiesa
trionfante, degli Angeli e dei Santi nella Gloria del Paradiso e la Chiesa militante, di
noi, che ancora qui sulla terra combattiamo le sante battaglie.
Mistero ineffabile! Dignità altissima del Sacerdote, che lo rende superiore alle più alte
dignità umane. Ecco cosa è e cosa fa il Sacerdote, non certo per merito suo, ma solo per la
grande infinita bontà di Dio.
E il Sacerdozio cattolico, attraverso i secoli, ha sempre risposto alle aspettative del
Signore ed ai bisogni della Chiesa. E noi abbiamo la teoria immensa di queste anime
generose, che attingendo l'amore del prossimo nel contatto con Gesù, hanno ripetuto il
suo grido « Misereor super turbam» ed hanno fatto della loro vita l'eco prodigiosa del
programma dell'Apostolo, «Charitas Christi urget nos» (la carità di Cristo ci spinge).
Domani in questa Chiesa si compirà una suggestiva Cerimonia che vuole essere pure
esaltazione del Sacerdozio. Verranno portati definitivamente inumati, nell'attesa della
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gloriosa resurrezione, i resti mortali di due Sacerdoti, parroci di questa Parrocchia: Don
Giovanni Rasario e Don Filippo Anghileri. Forse ben pochi ricorderanno il primo anche se
parecchi di noi, i più anziani, siamo stati da Lui rigenerati alla vita della Grazia nel S.
Battesimo. Ma come non ricordare con commossa riconoscenza Don Filippo Anghileri;
del quale ci parla questa Chiesa da lui fatta costruire dopo l'incendio del 1908 che
distrusse la Sacrestia con tutto l'arredamento. E' opera sua il vicino asilo con il complesso
per le opere parrocchiali, ritenuto allora come opera di primato in questi nostri paesi.
Lo ricordiamo nel suo zelo indefesso, spesso burbero, generalmente sempre forte, ma
sempre spinto dal desiderio di portarci al Signore e fare della sua parrocchia il piccolo
giardino, come era classificata dai Parroci viciniori.
Tu, don Giancarlo, celebrando il Divin Sacrificio, ricordali questi degni Sacerdoti e
procuriamo tutti noi di ispirarci ai loro esempi di rettitudine e operosità...
Dalla dignità ne scaturiscono i doveri del popolo verso il sacerdote, doveri che si
assommano nell'amore, nel rispetto, nella obbedienza, in quanto è il rappresentante di
Dio sulla terra. Ma non occorre che io abbia a farne un richiamo perché voi, cari fedeli,
ne siete più che persuasi e ne date prova con la manifestazione che avete preparato per
festeggiare il nostro Novello Sacerdote ed onorare così tutto il Sacerdozio.
Però, o caro don Giancarlo, purtroppo nel tuo ministero con le anime fedeli tro verai
anche dei nemici che sono i nemici di Cristo: hanno combattuto, calunniato Lui,
combattono e calunniano anche il Sacerdote: Gesù lo ha predetto. Ed allora anche quando
avrai lavorato, pregato e ti sarai sacrificato per il bene delle anime, il mondo
sconoscente e cattivo ti ricambierà forse con ingratitudine. Non temere. Il prete ha una
forza che lo rende tetragono ai colpi del mondo avverso: «Calicem salutaris accipiam».
Prenderò il calice della salvezza, quello stesso che, tra pochi istanti, alzerai verso il cielo.
Ascendi, dunque, novello levita l‟altare del Signore che allieta la tua giovinezza: chiama
nelle tue mani Iddio e compi il grande prodigio, il prodigio che è tutta la tua felicità e che
ripeterai nei giorni della tua vita con l‟identico fervore di oggi.
In questo tuo primo contatto con Gesù prega per la Chiesa, per il Papa Montini che sentiamo particolarmente nostro, per il Card. Arcivescovo, per tutti i sacerdoti che ti
circondano, per i tuoi genitori che commossi partecipano della tua immensa gioia, per
i tuoi fratelli e per tutti i concittadini di questa parrocchia.
E possa tu, anche per la nostra preghiera, essere nel tuo sacerdozio - come disse ieri
nell'omelia l'Arcivescovo Card. Giovanni Colombo che ti ha conferito il sacramento
dell‟Ordine - «l'amico di Gesù e delle anime».
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Benedizione al termine della Prima Messa
Mentre vivevo il momento conclusivo della Prima Messa,
la mia benedizione era, naturalmente, rivolta a tutti i presenti;
ma nel mio cuore intendevo benedire
anche tutti coloro che il ministero sacerdotale mi avrebbe poi fatto incontrare;
quindi, quella benedizione ha raggiunto anche voi… anche te.
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IV PARTE
Il grembo dal quale germoglia il dono della vocazione:
la casa, il vangelo, la chiesa.
1.
La casa: luogo domestico dove sboccia la vocazione.
Lectio di Luca 2,41-52: “Vita di famiglia nella casa di Nazareth”.
2.
Il vangelo: voce di Gesù buon pastore che chiama al ministero apostolico.
Lectio di Marco 3,13-19: “La chiamata dei Dodici”.
3.
La chiesa: orizzonte dove si struttura la dimensione comunitaria della vocazione.
Lectio di Atti 2,42-48: “La prima comunità cristiana”.
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1.
La casa, luogo domestico dove sboccia la vocazione:
Vita di famiglia nella casa di Nazareth:
angosce, oscurità, sorprese, silenzi, stupore, gioia e pace dei genitori di Gesù
Luca 2,41-52
I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza;
ma trascorsi i giorni della festa,mentre riprendevano la via del ritorno,
il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.
Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio,
e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti;
non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori,
mentre li ascoltava e li interrogava.
E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così?
Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».
Ed egli rispose: «Perché mi cercavate?
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Ma essi non compresero le sue parole.
Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso.
Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Entriamo in punta di piedi nella casa di Nazareth
e lasciamoci coinvolgere nella normalità della vita di questa famiglia.
Potremo leggervi molte somiglianze con la vita quotidiana delle nostre case.
Saremo sorpresi dal fatto che la vita di Maria e Giuseppe con Gesù
non è stata facile, né scontata, già tutta prevista.
Gesù è un “ragazzo difficile”, perché la sua statura supera gli orizzonti umani.
Ecco il senso del sottotitolo di questa riflessione:
angosce, oscurità, sorprese, silenzi, stupore, gioie e pace di due genitori
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1. Lo sfondo storico e cultuale
«I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme, per la festa di Pasqua.
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza».
Maria e Giuseppe sono presentati come ebrei osservanti, che adempiono con gioia
l‟obbligo di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, ogni anno.
Il pellegrinaggio avviene nel contesto religioso e liturgico della pasqua.
È quindi un racconto che prelude al destino di Gesù:
egli viene a Gerusalemme per la prima pasqua, quando ha dodici anni;
ritornerà a Gerusalemme per l‟ultima pasqua, quella della sua passione e morte.
La vita di Gesù è quindi racchiusa tra due feste di pasqua.
La vita è un pellegrinaggio, un cammino.
In questo peregrinare, Gesù cammina con Giuseppe e Maria, sua madre.
2. la perdita di Gesù
«Trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno,
il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero».
I giorni di Gerusalemme sono certamente giorni pieni per Gesù.
Egli viene da un piccolo villaggio e per la prima volta vede la Città Santa:
i blocchi di pietra che ancora oggi costituiscono il basamento del tempio,
i portici solenni, l'oro degli ornamenti, il fumo dell'incenso, i sacrifici sull‟altare.
Una continua serie di emozioni.
E poi il vociare degli uomini, le grida degli animali che vengono sacrificati,
l‟accalcarsi della gente, i canti, i salmi, le cantilene degli insegnamenti degli anziani;
ed anche i colori, i suoni e gli odori della folla affaticata che passa le notti sui selciati,
i profumi delle spezie e delle merci offerte agli angoli delle strade.
E finiti i giorni della festa - tutte le feste hanno una fine - si ritorna al quotidiano;
il prossimo anno a Gerusalemme!
Ma per Gesù non è così: Maria e Giuseppe hanno perso Gesù!
3. la ricerca di Gesù
«Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio»
Una giornata è un tempo lungo per una mamma che non vede più il figlio lì intorno.
Tuttavia Maria è talmente sicura di Gesù,
che lascia passare un'intera giornata senza preoccuparsi.
Ma poi i genitori s‟accorgono che Gesù non c'è.
Allora lo cercano mentre la carovana continua il viaggio;
e quando sono ormai certi dell‟assenza del ragazzo, è già sera.
Per trovarlo bisogna “invertire il cammino”, “far ritorno” là dove lui è rimasto;
bisogna convertirsi nel cammino verso Gerusalemme.
«Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio…»
L‟espressione: “dopo tre giorni” ha un valore misterioso:
Gesù qui è tolto alla vista dei suoi, così come lo sarà nei tre giorni della passione e morte.
«Al vederlo restarono stupiti»
Luca non dice che i genitori si rallegrarono, ma ne sottolinea lo stupore.
Il dodicenne Gesù non si è trattenuto a Gerusalemme per sbadatezza,
per il gusto di aggirarsi tra la gente o per il fascino che esercita su di lui la Città Santa,
e nemmeno per restare da solo in preghiera: in lui abita il Mistero.
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4. Le parole che svelano le distanze
«Figlio, perché ci hai fatto così?» - dice la madre - «Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».
E Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
I genitori pensano di aver ritrovato il figlio e lui dichiara di essere figlio di un Altro.
La risposta di Gesù è una domanda: come mai non lo sapevate?
Quante cose i genitori non sanno dei figli!
Detto in altre parole, si potrebbe parlare di un‟obbedienza dei genitori ai figli…
su quel progetto che Dio ha iscritto nel loro cuore e inciso nella loro carne,
che è la loro specifica vocazione.
Da qui la necessità per i genitori di ascoltare Dio nei figli e leggere nei figli il disegno di Dio.
«Ma essi non compresero le sue parole».
Maria e Giuseppe, come tutti i genitori, vivono la fatica di sperimentare che il figlio
non è più unicamente loro: i figli appartengono a Dio, alla loro missione,
ai loro amori, alla loro vocazione, ai loro sogni, persino ai loro limiti.
Famiglia santa, quella di Nazareth, eppure non le è risparmiata l'angoscia;
famiglia santa eppure in difficoltà, dove figli e genitori non si capiscono.
Neanche i santi capiscono i santi.
5. Nelle difficoltà, un segreto
Maria e Giuseppe vanno insieme a Gerusalemme,
insieme cercano il figlio, insieme ritornano a Nazareth.
Questo essere insieme è ciò che sostiene i loro giorni.
Oltretutto, la domanda di Maria: «Figlio, perché ci hai fatto così?»,
apre un dialogo pacato, senza risentimenti, senza accuse:
ella sa interrogare e ascoltare, sa accogliere perfino una risposta incomprensibile.
E c'è un figlio che a sua volta sta «seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava».
La bellezza dei due verbi, ascoltare e interrogare, abitava in quella casa,
dove era consuetudine quotidiana ascoltare e interrogare, ascoltarsi e interrogarsi.
Padri e madri lo si diventa progressivamente, nel corso di tutta la vita,
rinnovando l'impegno ad essere genitori anche quando i figli non si capiscono
e quando sembra che loro non seguano gli orientamenti dati.
Anche quando dicono di non credere più…
Ciò non significa che abbiano perso Dio, né tanto meno che Dio abbia perso loro.
La fede può riemergere dopo anni di silenzio,
come fiumi carsici che scompaiono improvvisamente e poi altrettanto improvvisamente
riaffiorano lontano, più a valle, con acqua più abbondante,
raccolta dalle grotte profonde della vita, dai sotterranei dell'esistenza.
Perciò occorre continuare ad essere padre e madre con fiducia,
parlando sempre a Dio dei propri figli, specie quando pare che si alzano dei muri
e sembra non sia più possibile il dialogo.
Al di sopra di tutto e dentro a tutto, occorre coltivare il segreto:
l‟essere insieme di fronte alle non-comprensioni dei figli,
l‟essere insieme di fronte al mistero della vita che cresce.
6. I due pellegrinaggi: verso Gerusalemme e verso Nazareth
Luca descrive due pellegrinaggi:
- quello verso il tempio nella Santa Città di Gerusalemme
- quello del ritorno a casa, verso le persone e i volti di tutti i giorni: Nazareth.
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Gerusalemme e Nazareth, due poli dentro i quali dovrebbe battere il cuore di ogni famiglia.
E cioè, occuparsi delle cose di Dio e custodire le persone che ci sono affidate.
Perché Dio viene, ma viene attraverso i volti di coloro che mi sono vicini,
viene nella loro offerta di amore, nella loro domanda di affetto,
nella domanda di aiuto nella loro vecchiaia, nella malattia,
persino nei loro difetti, forse anche nei loro peccati.
Saper unire Nazareth e Gerusalemme, il quotidiano e l'eterno,
gli affetti verso la mia gente e le “cose” di Dio;
la cronaca di casa e il respiro della storia dove il Signore si manifesta.
La santità dei genitori e l‟impegno educativo verso i figli
consiste nel tenere insieme Gerusalemme e Nazareth,
fino a che diventino lo stesso luogo: tempio di Dio e santuario del cuore umano.
7. Il mistero dell'obbedienza
«Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso».
Gesù lascia il tempio e i dottori e va con Maria e Giuseppe che sono maestri di vita;
lascia coloro che interpretano i libri e torna da coloro che vivono il segreto della vita.
Gesù ritorna a casa, luogo dove risiede il magistero primo, il magistero della famiglia,
ancora più importante di quello del tempio, perché è dalla porta di casa
che si esce verso il tempio, è dalla casa che escono i santi o i peccatori.
Maria e Giuseppe sono i primi “profeti” per Gesù,
perché paradossalmente iniziano a svelare Dio a Gesù, figlio di Dio.
Nella loro alleanza per la vita,
raccontano con la vita i tratti più importanti e più biblici del volto di Dio.
La stessa coscienza di Figlio, che lo aveva spinto a fermarsi a Gerusalemme,
ora lo trattiene a Nazareth sottomesso e obbediente,
nel silenzio, nel lavoro, in comunione con Maria, Giuseppe e i suoi parenti.
È così che Dio ha imparato dall'uomo le cose dell'uomo.
Gesù si sottomette a coloro che non lo capiscono.
Sceglie il modo di crescere proprio degli uomini,
il crescere attraverso dialoghi e cose … fatte insieme,
attraverso anche incomprensioni e reciproche obbedienze.
Questo ci è di grande consolazione se pensiamo a tutti i limiti delle nostre case,
tuttavia sempre desiderosi di far crescere in sapienza e grazia
ciascuno che le abiti con verità e amore.
Si può crescere in sapienza e grazia anche sottomessi ai limiti degli altri.
Si può crescere in sapienza anche sottomessi al non capire e al non essere capiti.
Questo può accadere perché ognuno di noi è ben più grande dei propri problemi,
e nessuno si identifica con i propri limiti.
In Maria che crede, anche se non comprende, e in Gesù che sta sottomesso ai suoi genitori,
vediamo l‟obbedienza dei figli e dei genitori a Dio, alla volontà di Dio.
«Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore»
Maria non capisce ancora queste cose: tuttavia custodisce le parole.
Dopo aver portato il Figlio nel grembo,
ora lo porta nella sua mente e nel suo cuore, divenendo pienamente madre.
La madre conservava la parola di Dio, la parola non capìta,
i fatti che stupivano, i semi seminati e non fioriti.
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Tutto tiene nel cuore meditando, conservando, proteggendo.
Saper conservare, e cioè essere lo scrigno dove si custodiscono pagine di storia familiare.
È il “fare memoria” delle radici del proprio mondo familiare.
8. Nella casa di Nazareth si impara “il sapere della vita”dalle cose della vita.
Gesù torna a Nazaret, nel luogo della vita quotidiana, e vi rimane trent'anni.
Lì, Dio, in Gesù, impara ad essere abbracciato e baciato;
impara a toccare e parlare, a giocare, camminare e lavorare;
impara a condividere i minuti, le ore, le notti e i giorni, le feste e le stagioni, gli anni;
impara a conoscere le fatiche, le attese, le lacrime e l‟amore dell‟uomo;
impara il mestiere di uomo.
La casa di Nazareth è il luogo dove si parla al cuore;
è la casa dove è possibile trovare Dio nei semplici gesti e quotidiani;
è la casa dove Gesù impara “il sapere della vita” dalle cose della vita.
Nella sua casa Egli impara a sentire la vita come voce che chiama,
impara a esplorare il paesaggio delle relazioni per costruire storie di comunione e di servizio.
In quella casa si trasmette e si compone un'arte di vivere nella dolcezza dei gesti,
nell'immediatezza, nella spontaneità, nella rilevanza che acquistano i sentimenti,
nella fatica dell‟incontrare eventi che si mettono bruscamente di mezzo a ciò che si desidera.
Ed è così che la vita della famiglia di Nazareth diventa buona, bella e felice.
- Una vita buona perché lì si obbedisce all'Amore e si è capaci di mitezza e misericordia.
- Una vita bella, umanamente bella, perché in essa trovano posto l'amicizia,
l'incontro con gli altri, la mensa festosa, il riposo, la gioia condivisa,
la capacità di lodare, la meraviglia, una luminosità del cuore che contagia.
Per questo il vangelo avrà profumo di pane, di mani, di legno, di Nazareth.
- Una vita felice, dove c‟è la cura amorosa per ogni più piccola cosa di coloro che ami.
È qui che si comprende l'infinita cura di Dio per l'infinitamente piccolo:
«neppure un capello del vostro capo perirà», dirà Gesù;
è qui che si vive l'attenzione amorosa verso l'altro
per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene alla persona amata.
9. La sfida del quotidiano
Gesù cresce, gli anni passano; tutto resta avvolto nel mistero.
Anche Maria ha vissuto la pesantezza dei silenzi e l‟oscurità sul futuro.
Ma il suo segreto è stato: a Dio non si deve resistere, ma donarsi!
Maria, a Nazareth, è chiamata a vivere il rapporto con l'umanità di Gesù;
si pone in relazione con la carne di Gesù.
Tuttavia, ogni uomo è un corpo che racconta un cuore; il corpo è il luogo dove è detto il cuore.
È così che Maria e Giuseppe imparano a conoscere dai gesti di Gesù il cuore di Dio.
E le virtù che toccano Dio diventano credibili quando si rivestono di umanità.
L'identità profonda di ciascuno si manifesta nell'ordinario,
cioè nel fare le cose che devono essere fatte e nel farle in un certo modo.
Non importa ciò che ogni giorno fai, ma conta con quanta passione compi le solite cose.
Questo forse non salva il mondo, ma lo rende migliore;
e il mondo appartiene a chi lo rende migliore,
a chi lo lascia ogni sera un po' più buono e un po' più bello di come l'ha trovato.
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10. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia
Gesù è cresciuto dentro una famiglia santa, eppure avvolta da momenti di oscurità e di luce.
Questo può essere l‟elogio di tutte le nostre famiglie imperfette, eppure capaci di far crescere.
Questa è anche la consolazione per tutti i limiti che abbiamo nelle nostre case,
e che pure sono case capaci di far crescere in sapienza, età e grazia ciascuno che le abiti.
Crescere in sapienza e grazia è fare di ogni nostro amore la rivelazione dell‟amore di Dio.
L‟amore è Vangelo e quindi evangelizza.
Il Signore guarda con favore le esperienze ordinarie e semplici di vita delle nostre famiglie.
Il Signore benedice coloro che si mettono dalla parte della fiducia e non della paura.
Il Signore ci abbraccia nelle nostre fragilità.
Dal Salmo 89
Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio.
Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
Davanti a te poni le nostre colpe, i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto.
Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio.
Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,
ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.
Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.
Volgiti, Signore; fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi.
Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e la tua gloria ai loro figli.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio: rafforza per noi l'opera delle nostre mani,
l'opera delle nostre mani rafforza.
43
2.
Il vangelo, voce di Gesù buon pastore che chiama al ministero apostolico
La chiamata dei Dodici
Marco 3,13-19
Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui.
Ne costituì Dodici che stessero con lui ed anche per mandarli a predicare
e perché avessero il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici:
Simone, al quale impose il nome di Pietro;
poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo,
ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono;
e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso,
Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo
e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.
Su questa pagina di vocazione, teniamo in evidenza la vocazione sacerdotale,
quella cioè di coloro che, mediante il sacramento dell‟Ordine,
partecipano al ministero dei Dodici.
Ricolleghiamo a questa pagina anche la chiamata di ogni battezzato ad essere discepolo
di Gesù, perché sia testimone di Lui.
1. Salì poi sul monte
Presso il lago ci sono delle piccole alture, delle colline.
Gesù va verso una di esse, mentre la gente lo segue;
e da quella posizione elevata comincia a pronunciare alcuni nomi.
Quindi, senza separarsi dalla folla ma, abbracciandola con un solo sguardo,
chiama i dodici: la chiamata, infatti, non è un fatto privato;
e questo lo comprendiamo anche da questa sottolineatura:
Gesù sceglie dalla folla per poi inviare alle folle.
E' la prima volta che il vangelo di Marco parla di un fatto legato ad un monte;
solitamente l‟evangelista inquadra i suoi racconti nel contesto del mare o in luoghi deserti.
Lungo il vangelo, Marco ricorderà altri due fatti molto rilevanti avvenuti sul monte:
quello sul Tabor per l‟indicibile esperienza di gloria della Trasfigurazione;
e quello sul Calvario, là dove Gesù muore per amore.
Il monte interpreta pure la nostra vocazione cristiana:
anche per noi c‟è stato il salire sul monte degli inizi della sequela di Gesù;
siamo poi saliti sul nostro Tabor, sperimentando momenti di luce e di grazia intensi;
e c'è o ci sarà la chiamata a salire sul monte della purificazione, il Calvario.
E così, come per gli apostoli, anche la nostra vocazione passa attraverso un sentiero
che ci porta a camminare in quota, nelle diverse stagioni della nostra vita.
2. Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui
Gesù grida dodici nomi: alcuni uomini escono dalla folla,
si staccano da essa e vanno verso di Lui.
Marco precisa: "Chiamò a sé quelli che egli volle".
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Questo «volle» non deve attribuirsi tanto all'idea di quelli che a Lui piacevano,
di quelli che gli erano venuti in mente, ma piuttosto di "quelli che egli portava nel cuore".
Non c‟è nessuna qualità, nessuna bellezza o attrattiva da parte di chi è chiamato,
ma è Lui che li ha nel cuore e li sceglie.
Siamo chiamati perché amati.
Allora la domanda: perché il Signore ha scelto me, te, noi?
La risposta è nel mistero della libertà di Dio e della sua gratuità,
di cui non si conoscono né i confini, né le profondità.
Gesù sa chi chiama e chiama perché ama.
E ci ha amati così intensamente per renderci, a nostra volta,
capaci di amare le molte persone che la vita ci fa incontrare
con la forza del suo amore appassionato, della sua tenerezza,
del suo perdono, della sua mitezza, della sua fedeltà.
“Ed essi andarono da lui”, presso di Lui.
Andare presso di lui significa di fatto mettersi dalla parte di qualcuno;
non è soltanto andare fisicamente verso,
ma stare con qualcuno e vivere una reale intimità con Gesù.
3. Ne costituì dodici che stessero con lui
Letteralmente: "Fece Dodici".
È un modo espressivo molto denso che vuol dire: ne creò Dodici.
La comunità dei Dodici è fatta da Gesù con un atto creatore.
Nel numero dodici sono evocati i dodici patriarchi, le dodici tribù d‟Israele.
Nel numero dodici c'è la radice del nuovo Israele,
riunito sul monte attorno al nuovo Mosè, che è Gesù.
I Dodici non possono essere visti se non insieme;
unità che però tiene conto della personalità di ciascuno,
della propria identità e originalità: ciascuno rimane distinto dall'altro.
“Che stessero con lui”.
Questo "stare" è la prima cosa alla quale Gesù chiama.
Se non saremo capaci di stare con Gesù, certamente faremo tante cose buone,
ma non l'unica che ogni discepolo è chiamato a compiere: stare con Gesù.
Chi è chiamato non è un impresario di opere buone,
ma uno che sta con Gesù e insegna a fare altrettanto.
Solo se sei con lui, puoi essere testimone di Lui.
Essere con lui significa essere stati conquistati da lui.
Dedicandoci al servizio dei fratelli,
non dobbiamo cadere nella tentazione di non trovare il tempo per stare con lui.
Dimorare con il Signore è vivere di Lui, dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri e desideri;
il resto, cioè l'agire, il darsi da fare, il correre tra la gente verrà di conseguenza.
Gesù ci dice: prima stai con me, poi vai; prima accosta la mia parola, poi annunciala;
prima vivi una comunione con me, poi costruisci una fraternità.
4. e per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni
Anzitutto “per mandarli a predicare”.
Che cosa magnifica il predicare, cioè il “dire Gesù”!
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Come il cuore, con il suo movimento di sistole e diastole porta il sangue in tutto il corpo,
così quanto più io mi stringo al Signore, altrettanto più la sua predicazione giunge lontano.
Possiamo traboccare solo di ciò di cui siamo ricolmi.
“E perché avessero il potere di scacciare i demoni”.
La frase "scacciare i demoni" ha, per l‟evangelista Marco, una grande importanza
perché indica la lotta che Gesù conduce contro il male;
e Gesù associa i suoi in questa azione.
Ciò vuol dire che missione, predicazione e lotta contro il male sono strettamente unite.
Infatti, l'annuncio del Vangelo è un esorcismo continuo
che ci libera dal dominio di satana e dai nostri peccati.
Ricordiamoci allora che la nostra lotta non è contro i cattivi,
che vanno invece amati come i fratelli più amati dal Padre,
ma contro il male che è in loro, così come è anche in noi.
Se non amiamo i peccatori è perché non detestiamo il peccato che c‟e in noi.
Il regno di Dio non è ostacolato dai "cattivi" e nemmeno dalle persecuzioni.
Ciò che invece lo ostacola è lo zelo dei buoni, compiuto senza discernimento.
Il giudizio dell'uomo è come un setaccio: lascia passare la farina e trattiene la crusca.
Quello di Dio è come un vaglio: lascia passare la crusca e trattiene la farina.
Dio trattiene il bene e lascia cadere il male.
5. I nomi dei dodici apostoli
Marco elencando i Dodici vorrebbe fare il tentativo di specificare la personalità di ciascuno,
anche se poi, scorrendo la lista, questo gli riesce solo per qualcuno.
Simone significa "Dio ascolta", al quale fu imposto il nome di Pietro, che significa "roccia”,
immagine della fedeltà di Dio a fronte della infedeltà di Pietro:
per questo potrà confermare i fratelli, dicendo che Dio rimane sempre fedele.
Giacomo, il cui nome significa: Dio protegge,
e Giovanni: Dio è benigno: sono definiti a loro volta figli del tuono,
riferendosi forse alla forza della loro predicazione,
o anche al loro carattere intransigente e orgoglioso:
avevano invocato fuoco dal cielo per punire chi non stava dalla loro parte;
volevano inoltre stare uno alla destra e l'altro alla sinistra nel regno.
Simone il cananeo: cananeo è sinonimo di zelota, partito estremista in Israele,
che organizzava la lotta armata contro i romani, presenti in Palestina.
Matteo, il cui nome significa dono di Dio, esattore di tasse e quindi,
al contrario di Simone il cananeo e zelota, è un collaborazionista del potere romano.
Giuda Iscariota: Giuda, secondo un'etimologia popolare
che si rifà alla nascita di uno del figli di Giacobbe, significa "lode";
Iscariot, significa uomo di Cariot oppure sicario, appartenente agli zeloti.
Nel tradimento di Giuda si nasconde un disegno di Dio che sfugge alle nostre definizioni.
Di lui si dice che è uno dei Dodici; anche lui è stato chiamato perché amato.
L'amore di Dio rimane immutabile e fedele; quello dell'uomo è fragile e spesso infedele.
Circa le persone scelte, Gesù non ha chiamato persone pie come i farisei,
o con cariche religiose come i sacerdoti, o esperte in sacra scrittura come gli scribi
o personalità di grande potere del gruppo degli gli anziani.
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Tra l'altro, come poteva convivere un esattore di tasse per conto dei romani,
sempre tentato dalle tangenti, con un onesto pescatore, che doveva pagargli le tasse;
o addirittura con uno zelota che era ai ferri corti con i romani?
La squadra che Gesù mette in campo non è per nulla omogenea;
nessun uomo di buon senso l'avrebbe fatta.
Ma questa è la comunità degli apostoli e di questi Gesù "fece Dodici".
Sentiamoci perciò incoraggiati a costruire una comunità che si vuol bene,
anche se ci sentiamo molto diversi gli uni gli altri:
ciascuno ha una propria testa, ma tutti siamo chiamati ad avere uno stesso cuore.
Da Giona 2
Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio e disse:
«Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito;
dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce.
Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde sono passati sopra di me.
Io dicevo: Sono scacciato lontano dai tuoi occhi; eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio.
Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l'abisso mi ha avvolto, l'alga si è avvinta al mio capo.
Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio.
Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore.
La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora.
Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.
Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio e adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza viene dal Signore».
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3.
La chiesa, orizzonte dove si struttura la dimensione comunitaria della vocazione
Le quattro perseveranze
della prima comunità cristiana
At 2,42-48
Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna,
nella frazione del pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune;
chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio
e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,
lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Premessa
Nel giorno di Pentecoste, Pietro disse: «Uomini d'Israele: Gesù di Nazaret
voi l'avete inchiodato sulla croce e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato» (Atti 2,22).
Queste parole di Pietro agli abitanti di Gerusalemme
hanno avuto l‟effetto di «trafiggere il cuore» di molti dei suoi ascoltatori, perché
si costituiscono in gruppo formando la prima comunità cristiana di Gerusalemme.
«Coloro che accolsero la sua parola furono battezzati
e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone» (At 2,41).
Di questa comunità non piccola Luca ci fornisce ora una sorta di ritratto,
soffermandosi a presentarne le caratteristiche,
come se volesse farcene sentire tutta la bellezza e insieme la novità.
«Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna,
nella frazione del pane e nelle preghiere» (v. 42).
Sono, qui, indicate le quattro perseveranze dei cristiani di Gerusalemme:
l'ascolto degli apostoli, l'unione fraterna, la frazione del pane e la preghiera.
Riprendiamo queste quattro coordinate essenziali per ogni comunità cristiana.
E riceviamole come forte esortazione da San Luca, che le ha scritte nel libro degli Atti.
1. La perseveranza nell'ascolto dell’insegnamento degli apostoli
“Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli”.
Una volta entrati nel numero di coloro che hanno creduto nel Signore,
si fa vivo il desiderio di conoscere sempre meglio la persona di Gesù.
I fratelli nella fede si rivolgono quindi ai testimoni oculari, gli apostoli,
per ascoltare il racconto della vita del Signore,
per gustare la bellezza della rivelazione di Dio che egli ha donato agli uomini,
per imparare da lui a vivere nel mondo in santità e giustizia,
per guardare al futuro con speranza,
per comprendere il senso profondo delle Scritture.
Tutto questo è «insegnamento da parte degli apostoli».
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La testimonianza degli apostoli ha dunque non solo la forma della predicazione,
La predicazione è rivolta a chi ancora non conosce il Signore
e coincide con l'annuncio missionario;
l'insegnamento è invece destinato ai battezzati
e mira a renderli sempre più consapevoli della ricchezza del mistero di Gesù
e della bellezza dell'esistenza cristiana.
Questo è vero, ma c'è qualcosa che deve essere affermato ancora prima.
I quattro vangeli e le lettere apostoliche sono per noi l'insegnamento degli apostoli,
trasformato in libro ispirato, memoria scritta della testimonianza
di coloro che stettero con Gesù e che poi lo raccontarono.
È sempre suggestivo pensare che leggendo i Vangeli
noi vi possiamo percepire l'eco della predicazione e della catechesi degli apostoli.
2. La perseveranza nell’unione fraterna
«Erano assidui nell’unione fraterna».
Si tratta di uno stare insieme nel profondo, di un sentirsi fortemente e radicalmente
legati in comunione di cuore: «Erano un cuore solo e un'anima sola» (4,32).
Potremmo parlare di una comunione che sorge dall'interno, come uno slancio del cuore.
Soltanto dall'unione dei cuori deriva la decisione di mettere in comune ciò che si possiede.
«Chi aveva proprietà e sostanze - ci riferisce Luca - le vendeva e ne faceva parte a tutti,
secondo il bisogno di ciascuno» (v. 45).
Si tratta anche qui di una convinzione interiore e personale
e non di una imposizione o regola a cui soggiacere.
Per i cristiani diventava impossibile considerare propri ed esclusivi i beni che si possedevano;
risultava, cioè, difficile chiudersi in se stessi… una volta illuminati dalla rivelazione di Dio
che «da ricco che era si è fatto povero per noi, per farci ricchi con la sua povertà».
Se si diviene fratelli nel Signore, come non sostenersi a vicenda?
come accettare che alcuni abbiano tutto e altri non abbiano il necessario?
Esiste una dimensione pratica della carità vicendevole
che chiama in causa il giusto uso dei propri beni.
Se si diviene fratelli nel Signore, come non amarsi fraternamente?
3. La perseveranza nella frazione del pane
«Erano assidui nello frazione del pane» e più avanti: «spezzavano il pane a casa».
Il gesto dello spezzare il pane rinnova in forma di rito liturgico il gesto di Gesù della Cena.
La celebrazione dell'eucaristia costituisce la forma più alta e misteriosa di comunione
con il Signore Gesù risorto e vivo e si pone a fondamento della comunione fraterna dei cristiani
Il pane che si riceve è il corpo del Signore risorto
e la celebrazione che si compie è l'atto misterioso che rende partecipi
i discepoli di ogni tempo del gesto d'amore che ha redento il mondo.
La celebrazione dell'eucaristia è la novità importante della vita dei primi cristiani.
Nulla del genere è stato mai compiuto in precedenza.
Da questi pochi accenni si intuisce quanto sia vitale per la Chiesa
celebrare l'eucaristia con gioia e gratitudine, non limitandosi ad osservare un precetto…
che, nell'intenzione della Chiesa, ha sempre avuto la funzione di segnalare
l'immensa ricchezza di questo dono straordinario di Dio.
Le prime comunità celebravano l'eucaristia nelle case: «spezzavano il pane a casa»
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e la celebrazione avveniva nel contesto di un vero e proprio pasto,
cosa che permetteva di sottolineare la comunione fraterna
anche attraverso la condivisione del cibo.
A messa si va per imparare ad amare; coinvolti nell‟amore di Gesù,
siamo resi capaci di amare
Ciò significa: ponete i vostri progetti d‟amore nel corpo dato e nel sangue sparso di Gesù.
Siamo certi di amare quando sentiamo le trafitture conseguenti alla vita donata per amore.
4. La perseveranza nella preghiera
I primi cristiani «erano assidui nelle preghiere» (v. 42).
Luca annota che: «ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio» (v. 46).
Fa un certo effetto immaginare una folla di circa 3000 persone
riunita regolarmente nel tempio a pregare;
e se anche non proprio tutti vi si recavano insieme regolarmente,
la testimonianza della preghiera offerta dai primi cristiani
doveva essere chiara e intensa e sconvolgente.
Un profondo senso di Dio anima i credenti in Gesù e la preghiera ne è l‟espressione.
La tradizione di Israele ha consegnato ai primi cristiani un'eredità preziosa.
I Salmi divengono libro della preghiera cristiana, in continuità con la spiritualità di Israele.
Nel libro degli Atti abbiamo la documentazione di una frequente preghiera.
Si prega in occasione della scelta di Mattia (At 1,24-25);
la comunità prega alla prima esperienza di persecuzione (At 4,23-30);
prega quando Pietro viene arrestato (At 12,5);
prega anche quando a Barnaba e a Saulo viene affidata la prima missione apostolica (At 13,1-3).
Non è pensabile la comunità cristiana senza l'esperienza della preghiera.
Una comunità che prega è una comunità che è messa al riparo da tanti errori.
La comunità quindi avverte che la preghiera non va vissuta come dovere,
ma come bisogno del cuore, come esperienza di gioia.
Note conclusive: letizia, semplicità di cuore e simpatia
Registriamo un aspetto non secondario dello stile di vita dei cristiani:
«Spezzavano il pane a casa - dice Luca - prendendo i pasti con letizia e
semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (vv. 46-47).
 Letizia
Emerge qui l'immagine di una comunità serena, gioiosa, lieta,
veramente testimone della gioiosa notizia portata da Gesù.
La gioia è connaturale ai cristiani e non può mancare
là dove si proclama il mistero della grazia.
La gioia è un contrassegno della fede cristiana,
una caratteristica di quanti vivono insieme nel nome del Signore Gesù.
Gioia che prende il volto non tanto della felicità, che è un concetto greco,
ma della serenità e della pace del cuore.
Togliamo eventualmente il dito schiacciato sul tasto del lamento, dello scontento,
della sfiducia, del pessimismo e presentiamoci con un volto e un cuore ricolmo di gioia.
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 Semplicità di cuore
Alla gioia, si accompagna la semplicità di cuore,
cioè la schiettezza e la sincerità nei rapporti.
Si intuisce che il clima è quello di una serenità spontanea, non costruita, genuina,
autentica, che lascia percepire immediatamente l'armonia che regna tra le persone.
Nulla da nascondere e nulla da esibire, nessuna ipocrisia,
nessun sentimento negativo da mascherare, nessun copione da recitare,
ma piuttosto la gioia di stare insieme, di accogliersi reciprocamente,
di condividere nel nome del Signore ciò che si ha e ciò che si è.
 Simpatia
La prima comunità di Gerusalemme «godeva la simpatia di tutto il popolo»
Il popolo di Gerusalemme rimase profondamente colpito dal fatto che tra i cristiani
non c'erano bisognosi perché tutti si aiutavano; e li vedevano pregare insieme.
La sensazione chiara è che si considerassero come una sola famiglia.
Anche se molti non osavano compiere il passo di entrare a far parte della comunità cristiana,
i più ne rimanevano fortemente impressionati
e non potevano sottrarsi al fascino di questa testimonianza.
Pensiamo allora alla rilevanza che nel quartiere può avere una comunità cristiana.
Gente che non si ritrova in chiesa soltanto a cantare insieme inni struggenti,
ma si fa carico dei bisogni reali delle persone;
e promuove una educazione al rispetto di ogni vita
e non si dimostra più di tanto schifata di questa società, che oltretutto è amata da Dio.
Una comunità che ricorda che dove c‟è il male, si mette il bene;
dove non c‟è amore, si mette amore.
Da Isaia 38
Dicevo: «Non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi,
non vedrò più nessuno fra gli abitanti di questo mondo.
La mia tenda è stata divelta e gettata lontano da me, come una tenda di pastori.
Come una rondine io pigolo, gemo come una colomba.
Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto.
Signore, io sono oppresso, proteggimi.
Ecco, la mia infermità si è cambiata in salute!
Tu hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione,
perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati.
Il vivente, il vivente ti rende grazie come io oggi faccio.
Il Signore si è degnato di aiutarmi; per questo canteremo sulle cetre
tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio del Signore.
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V PARTE
Le chiese parrocchiali del mio sacerdozio:
- Milano/Figino, San Materno
- Premana
- Sovico
- Milano, San Dionigi
- Milano, San Luca
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 MILANO, San Materno in Figino: la chiesa dove sono nato e cresciuto
In questa chiesa di san Materno in Figino ho celebrato la mia prima messa.
E molti sono i testimoni di quello speciale giorno di grazia.
Questa è quindi la mia chiesa: quella delle origini.
Qui ho ricevuto tutti i sacramenti:
il battesimo il 5 marzo 1939;
la cresima il 26 ottobre 1945;
la prima comunione il 30 maggio 1946.
Celebro sempre volentieri le sante messe in questa mia chiesa,
a motivo di un'immensa gratitudine per la vicinanza dei miei comparrocchiani
fin dai primi passi del mio cammino in seminario verso il sacerdozio.
 PREMANA: 1965 - 1967
Premana è stata la mia prima parrocchia, quella dei primi anni del ministero sacerdotale.
Raggiungevo questa parrocchia alla fine di luglio del 1965, dove sono rimasto per due anni.
Tra i vari ricordi che porto nel cuore, vorrei fare riferimento a quello
che mi ha coinvolto pochi giorni dopo il mio arrivo in questa comunità:
il primo venerdì del mese di agosto del 1965, quando ho confessato per undici ore:
dalle ore 6 del mattino fino alle 11.30 e dalle 15.00 in poi.
Una parrocchia di soli duemila abitanti, ma estremamente viva.
Ricordo i cento giovani del Centro Giovanile, l‟Oratorio pieno di ragazzi.
Ricordo le bellissime tradizioni religiose: processioni, canti, il rosario nelle case;
le famiglie numerose; una popolazione laboriosa, moralmente sana
e cristianamente ben formata
 SOVICO: 1967 - 1971
Sovico è stata la seconda parrocchia del mio sacerdozio.
Sono arrivato a Sovico nel 1967 e vi sono rimasto per 4 anni, fino al 1971.
Furono anni molto belli, trascorsi in un oratorio pieno di ragazzi e giovani.
Sarò sempre grato a questa comunità per l‟accoglienza fraterna con cui mi ha ricevuto.
Sono grato a tutti per l‟amicizia e la bontà che perdura nel tempo
e scende come rugiada sul mio cuore.
 MILANO, San Dionigi: 1971 - 1982
Sono arrivato in questa parrocchia nel 1971 e vi sono rimasto per 11 anni, fino al 1982.
Sei anni trascorsi in oratorio e cinque con gli adulti.
Erano anni difficili, immersi nel vortice della contestazione: stava cambiando il mondo!
E, tuttavia, erano anche anni luminosi per i nuovi messaggi,
che nascevano da quel tempo tormentato.
Sul piano ecclesiale, erano anche i primi anni del post-Concilio, ricchi di promesse.
Il nuovo oratorio si andava sempre più popolando di ragazzi, di giovani, di famiglie.
Sono anni indimenticabili, i più belli del mio ministero negli oratori dove sono stato Assistente.
Lasciato l‟oratorio, sono poi passato a un lavoro totalmente rivolto agli adulti;
ho conosciuto moltissime persone e ho condiviso le occasioni forti
che toccano l‟intera parabola della vita.
Qui ho vissuto la stagione decisiva che ha fatto giungere a maturazione
i frutti delle esperienze precedenti.
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 MILANO, San Luca: la parrocchia, dove sono presente dal 1982
1. Pensando ai decenni della mia vita sacerdotale, posso facilmente dividerli in due periodi:
il primo, di 17 anni in 3 parrocchie – Premana, Sovico, Milano, S. Dionigi, fino al 1982;
il secondo, di 27 anni a San Luca, dal settembre 1982 fino ad oggi.
Dal “Diarium Missarum”, il “diario delle messe” dove ogni giorno annoto le celebrazioni,
risulta che dal 26 giugno 1965 fino al 18 ottobre 2009, festa di San Luca,
ho celebrato 17.567 sante messe, di cui 10.289 a San Luca, con voi e per voi.
E a tutti voi carissimi di San Luca dico…
- grazie per la vostra fraternità
- grazie per la bellezza del volersi bene
- grazie per la vostra bontà che scende, come rugiada di misericordia, sul mio cuore
- grazie per i doni reciprocamente scambiati che ci hanno permesso di crescere insieme
- grazie per la comunione di preghiera che ci ha sempre visti in questa chiesa
- grazie per la correzione fraterna di cui sono molto riconoscente
- grazie perché mi avete chiesto molto, costringendomi – soavemente - a dare
più di quanto potessi pensare di esserne capace.
- grazie per avermi coinvolto in maniera piena nei nelle vostre vicende personali e familiari.
- grazie per la vicinanza affettuosa ai miei familiari
- grazie per le mille attenzioni avute per me, soprattutto per quelle di cui non mi sono accorto
- grazie per i ventisette anni che ci hanno visto diventare grandi insieme e crescere insieme
- grazie per la pazienza e per la vostra misericordia per me.
- grazie per … grazie … grazie!
2. La mia destinazione a S. Luca
Non sapevo nulla della parrocchia di S. Luca, non ne avevo mai sentito parlare,
se non quando ho incontrato don Egidio Villani presso gli Uffici della Curia Arcivescovile.
Tutti e due eravamo lì per presentare la stessa richiesta al Vescovo: diventare parroci.
È stata in quella circostanza che don Egidio mi parlò di San Luca…
Non sono diventato parroco, anche se mi sarebbe piaciuto;
ma il Vescovo mi ha inviato a San Luca.
E perché proprio qui? Se chiedete a Eugenio Lietti, lui qualcosa ne sa.
Ritengo la mia permanenza a San Luca una grande grazia per il mio sacerdozio.
Sento di avere ricevuto e di continuare a ricevere molto da questa comunità;
sento di essere sostenuto da aiuti spirituali e da molta umanità;
sento di essere portato nella preghiera, sento di essere affidato al Signore Gesù.
Mi sento così coinvolto con voi che, quando celebro messa in altre chiese,
d‟istinto mi viene di inserire nella preghiera eucaristica il nome di S. Luca,
là dove si fanno i nomi del papa, del vescovo, degli apostoli, di S. Ambrogio,
così come facciamo sempre nella nostra chiesa quando celebriamo l‟eucarestia.
Stando dalla parte dell‟altare dove presiedo la messa, e vedendo i vostri volti,
mi risulta facile ricordare voi e i vostri cari
con il desiderio di affidarvi alla braccia paterne e materne di Dio Padre.
Un prete, sull‟altare, non è mai solo! Un prete comunque non è mai solo.
San Luca mi è cara anche perché in questa chiesa ho preso commiato dai miei genitori:
il papà morto il 14 novembre del 1991, la mamma il 17 febbraio del 2004.
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3. Ho nel cuore due immagini per identificare San Luca: un giardino e una cordata.
 Anzitutto un giardino.
In questo giardino ho visto e continuo a trovare fiori bellissimi:
ho incontrato e incontro dei santi, cristiani la cui fede è avvolta dal profumo del vangelo,
profumo che si identifica con quella santità di popolo,
di cui spesso ha parlato il Card. Martini, che è vera santità.
Un giardino dove ogni fiore ha il suo colore, la sua freschezza, il suo profumo,
il suo sorriso, il suo sguardo, la sua parola, la sua grazia:
dove ogni fiore offre la sua gioia.
 San Luca, una cordata.
Siamo insieme, uno è sostegno all‟altro.
Mi sento coinvolto nelle vostre vicende personali e familiari;
mi sento in cordata con voi, sostenuto da voi.
Questa mattina, celebrando la santa messa, ho pregato con questa Orazione:
“Ci conforti e ci doni coraggio, o Padre santo, la tua pietà che non abbandona,
fino al giorno gioioso in cui ci aprirai le porte della tua casa”. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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VI PARTE
Appunti dalle omelie per i miei anniversari di sacerdozio:
- 1975: 10° anniversario – parrocchia s. Dionigi – Milano
- 1990: 25° anniversario – parrocchia s. Dionigi – Milano
- 1990: 25° anniversario – parrocchia s. Materno in Figino/Milano
- 1990: 25° anniversario – parrocchia s. Luca – Milano
- 1990: 25° anniversario – parrocchia s. Luca – alcune grazie della vita sacerdotale
- 1995: 30° anniversario – parrocchia s. Materno in Figino - Milano
- 2005: 40° anniversario – parrocchia s. Luca – Milano:
“Fare memoria e chiedere misericordia”: parole che maturano pensieri di testamento.
- 2005: 40° anniversario – poesia in dialetto milanese dell’amico Luigi Porta.
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1975
10° anniversario di ordinazione
Solennità dell‟Ascensione
Parrocchia San Dionigi – Milano
 La liturgia di oggi ricorda e rivive il momento in cui Gesù risorto
si sottrae allo sguardo dei suoi e sale al cielo: l‟Ascensione.
Questo dell‟Ascensione è stato un vero addio: dal giorno della Pasqua
Gesù continuava ad apparire ai suoi discepoli;
questo invece è l‟ultimo saluto, l‟ultimo incontro con i suoi.
Proprio per questo Gesù non scompare improvvisamente,
ma sale al cielo in modo visibile a tutti i presenti.
 Eppure, per loro, non è stato facile convincersi che Gesù se ne era andato.
Il carattere definitivo della partenza di Gesù
è stato riconosciuto dagli apostoli e dagli altri discepoli a poco a poco.
La figura visibile del Signore viene sostituita dalla presenza dello Spirito santo,
il Consolatore.
Infatti, Gesù disse agli apostoli: “Riceverete forza dallo Spirito Santo
che scenderà su di voi e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra”.
 Queste parole io le ho sentite come un invito personale
ad essere testimone in maniera totale e definitiva.
Ho sperimentato che la vocazione al sacerdozio è una chiamata irresistibile,
perché è Dio che chiama.
La vocazione sacerdotale è come una rinascita;
e come non si può rinunciare alla vita, così non si può sfuggire alla chiamata.
Capivo che tutta la mia vita doveva prendere senso dall‟appello che Dio mi aveva rivolto.
 Alla base di ogni vocazione sacerdotale c‟è sempre un grande amore a Dio e agli uomini.
Dio considerato come l‟unico, il tutto, il primo.
C‟è in proposito una parabola illuminante:
“Il regno dei cieli è simile ad un mercante di perle.
Trovata una perla di grande valore, andò a vendere quanto aveva e la comprò”.
Ed il chiamato è pervaso da questa presenza che deve diventare esperienza,
cioè presenza accolta, sempre da recuperare.
E poi nel cuore di chi è chiamato c‟è anche un grande amore agli uomini.
Il sacerdote deve essere un appassionato della vita degli uomini.
È chiamato ad inserirsi nelle situazioni e nel tempo per cogliere le autentiche attese
dell‟uomo, che trovano la risposta ultima nel progetto di Dio per ogni persona.
Il sacerdote è l‟uomo di Dio e l‟uomo per l‟uomo, nel senso che la funzione propria
del ministero sacerdotale è di rendere presente l‟amore di Dio per noi attraverso Gesù,
mediante l‟annuncio della Parola e la celebrazione dell‟Eucarestia e degli altri sacramenti;
ed insieme di suscitare la comunione degli uomini con Dio e tra loro,
cioè la chiesa, mediante il servizio dell‟autorità.
Sono felice di essere sacerdote; la considero una grazia immeritata.
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 In questa bella parrocchia sono venuto come assistente dell‟Oratorio
e ho trovato ragazzi, adolescenti e giovani meravigliosi.
Li ringrazio per l‟amicizia e la lealtà con cui sono costruiti i nostri rapporti,
per la collaborazione generosa e per l‟esempio che sovente mi danno.
Accanto ai giovani, ho avuto la fortuna di trovare anche persone adulte,
uomini e catechiste, disponibili e capaci: sono preziosi collaboratori
coi quali progetto il discorso educativo in oratorio,
nella scuola di catechismo e nelle attività sportive e ricreative per i nostri ragazzi.
Ho trovato genitori e tante persone giustamente esigenti
nel chiedere al sacerdote un preciso aiuto per i loro problemi.
 Ma vedo che devo affrontare problemi anche più grossi: come educare i giovani
ad una presenza cristiana nel mondo della scuola, del lavoro e del quartiere?
Come parlare di Dio, di Gesù, della chiesa a quelli che normalmente non si incontrano
nei gruppi e alla messa domenicale?
Come coinvolgere le famiglie nel discorso educativo dei ragazzi in oratorio
e nella preparazione dei bambini alla comunione e cresima.
Sono questi, aspetti particolari di problemi più ampi di una società e di una chiesa
in un tempo di profonde trasformazioni.
Ecco alcune cose, dette con un tono familiare, sulla realtà del sacerdozio nella chiesa,
sulla necessità della presenza dei laici accanto al prete.
Preghiamo in questa messa per le vocazioni.
In verità nutro qualche speranza di vedere qualcuno rivolto verso il Seminario.
Dal Salmo 33
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce.
L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi, nulla manca a coloro che lo temono.
I ricchi impoveriscono e hanno fame, ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
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25°
anniversario di ordinazione sacerdotale
celebrato in diverse parrocchie
pensieri per le varie omelie
1. Milano/s. Dionigi - 26 maggio 1990
2. Milano / s. Materno in Figino - 17 giugno 1990
3. Milano / s. Luca – giugno 1990
4. Milano / s. Luca – 30 settembre 1990
5. Milano / s. Luca – scheda: alcune grazie della vita sacerdotale
1. Parrocchia di S. Dionigi - 26 maggio 1990
Questa messa la celebro per tutti voi,
pensando che questo sia il modo più giusto per dire grazie!
Vorrei lasciare alcuni pensieri.
 Grazie a tutti voi di S. Dionigi per ciò che mi avete chiesto e dato
durante il periodo degli undici anni della mia permanenza tra voi.
Nella chiesa c‟è sempre un scambio di doni: si dà e si riceve.
E così ci viene concesso di vivere reciprocamente la gratitudine.
Proprio l‟esperienza della gratitudine dice che siamo amati:
qualcuno pensa a noi, è attento a noi.
E allora comprendiamo di vivere nel mondo della grazia, della gratuità:
di vivere in un amore che ci precede e ci porta: quello del Signore.
Grazie per il vostro affetto, grazie per le vostre preghiere di questa sera;
grazie perchè risvegliate in me un intreccio di rapporti intensamente vissuti
e mai dimenticati.
 I miei venticinque anni di sacerdozio!
Lascio un piccola testimonianza che si rifà alla frase biblica
che avevo scelto per l'immagine-ricordo della mia ordinazione sacerdotale:
"Farò passare davanti a te tutta lo mia bontà" (Esodo 33,19)
È la risposta di Dio a Mosè che gli chiedeva: "Mostrami il tuo volto".
Ma Dio risponde: Mosè, tu non vedrai il mio volto, ma la mia bontà;
e questa bontà la farò passare davanti a te: per te e per il popolo.
Quindi, quello che l'uomo può conoscere di Dio è la sua bontà!
Parola che nella Bibbia ha molti sinonimi:
bontà è amore, tenerezza, grazia, mitezza, fedeltà, misericordia.
La bontà qui intesa, non è una dote umana del carattere;
non è nemmeno una parola debole, ma è il modo di amare di Dio.
Così ci guarda Dio.
E quindi è un entrare profondamente nella logica del vangelo,
che fa di ogni prete e di ogni cristiano una persona veramente matura.
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Per questo, sento che il prete, nell'esercizio del suo ministero,
è chiamato a rendere in tutti i modi percepibile questa bontà,
perchè qui si tocca il cuore del Vangelo, che è buon annuncio di misericordia.
Certo che è difficile vivere sempre in questa coerenza;
e però ora sento di doverlo essere di più.
E affido a voi, Chiesa del Signore, questo mio desiderio,
come impegno per l‟oggi e il domani.
 Un augurio per i cinquant‟anni della vostra chiesa.
E le parole me le faccio prestare da s. Agostino.
Leggo una paginetta tra le più belle che io conosca sulla chiesa.
È un inno alla grande capacità educativa, pedagogica della chiesa.
"O Chiesa cattolica, o madre verissima dei cristiani,
tu giustamente predichi non solo che si debba onore o Dio,
nel cui possesso consiste la vita beata,
ma comandi anche l'amore e la carità del prossimo.
"Tu guidi e istruisci i fanciulli con semplicità,
con forza i giovani, con serenità gli anziani.
Tu insegni alle spose di vivere castamente e fedelmente con i propri mariti;
tu insegni ai mariti di non avvilire le proprie spose,
ma di vivere con loro le esigenze di un vero amore.
"Tu sottomettendo i figli ai genitori, li guidi ad obbedire spontaneamente;
e, preponendo i genitori ai figli, insegni loro a comandare con trepido amore.
"Tu congiungi i fratelli ai fratelli col legame della fede,
molto più stabile e saldo che non quello del sangue.
Tu con la mutua carità rafforzi ogni legame di parentela e affinità,
conservando nel pieno vigore i legami di natura e amicizia.
"Tu insegni ai servi di rimanere uniti ai loro padroni
più per la gioia di servire che per una costrizione sociale;
tu rendi i padroni benigni verso i servi,
facendo loro comprendere che il sommo Dio è Signore di tutti,
e li rendi così propensi più a giovare che a gravare sui loro servi.
"Tu, ricordando la comune origine, unisci i cittadini ai cittadini, i popoli ai popoli
e, in una parola, gli uomini tra loro,
non solo negli istituti sociali, ma anche in una singolare fraternità.
"Tu insegni ai governanti a guardare al bene dei sudditi
e ammonisci i sudditi a rispettare i governanti.
"Tu insegni a chi si debba l'onore, a chi l'affetto,
a chi la riverenza, a chi il timore, a chi il conforto, a chi la riprensione, a chi la punizione;
mostrando che non tutto a tutti, ma a tutti la carità e a nessuno si deve l'ingiuria".
Ecco, carissimi, sforzatevi, come chiesa, di essere così.
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2. Parrocchia di S. Materno in Figino – festa patronale: 17 giugno 1990
Che cosa dire? Quante cose ho nel cuore; quanti pensieri!
Raccolgo qualche riflessione per la giornata festosa di oggi.
 La giornata festosa di oggi.
Anzitutto vorrei dire che a Figino ritorno sempre volentieri!
E quindi potete immaginare quanta gioia possa provare oggi;
quante emozioni invadono il mio cuore, in tale circostanza.
E quanta gratitudine per essere qui!
Anzitutto sono grato al carissimo d. Efrem, nostro Prevosto,
per il ministero che svolge in questa nostra Parrocchia
Voglio ricordare anche Mons. Antonio Lucchini, a cui debbo molta riconoscenza:
motivi di salute non gli permettono di essere presente.
Ricordo pure don Giuseppe Cattaneo e p. Ersilio Farè, che si dicono uniti nella preghiera.
E poi, sento misteriosamente presenti molte persone care, parenti e amici, conoscenti,
che in questi anni sono passati avanti a noi, sull'altra sponda: l'eternità!
Eccoci, quindi, radunati tutti insieme per ringraziare oggi il Signore del dono del Sacerdozio.
E voi volete, oggi, festa di s. Materno, festeggiare me.
Grazie...!
E però, penso che se io non fossi sacerdote, non sarei festeggiato da voi così solennemente!
Ciò vuol dire che, in primo piano, non è la mia persona,
ma prende rilevanza il Sacerdozio dato a me.
lo quindi sono tranquillo, perché so che,
mentre si ricordano i miei venticinque anni di ordinazione,
voi intendete anzitutto proclamare con me venticinque anni
di fedeltà di Dio nei miei confronti.
La vostra diventa perciò una splendida testimonianza di fede.
Ma poiché non si può disgiungere questo dono dalla mia persona,
chiedo la vostra preghiera perchè sappia con gioia e generosità
obbedire alla volontà di Dio, il quale quando domanda, non chiede per sé:
domanda per dilatare il nostro cuore e per dimorare in noi pienamente.
 E poiché siamo in famiglia, mi pare opportuno aprire una domanda:
perchè il Signore ha scelto proprio me?
perchè non un altro tra i miei amici che sono qui presenti?
Io non mi consideravo il più bravo e nemmeno il più intelligente!
Eppure Dio ha scelto me! Perché? Perché così ha voluto lui! ... Ma perchè? ...
Qui si entra nel mistero della libertà di Dio e della sua gratuità
di cui non si conoscono i confini e le profondità!
Ma c'è nel vangelo di s. Marco (3,13) una risposta.
Gesù "salì sul monte e chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui".
"Chiamò a sé quelli che volle"!
E lui, quando chiama, non si sbaglia; non si sbaglia mai!
Sa chi chiama; sa perchè chiama!
"Chiamò a sé quelli che volle"!... Che mistero la chiamata!
Noi preti prendiamo sempre più coscienza che il Signore Gesù
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ci ha amati così tanto non perchè lo meritavamo,
ma perchè LUI ci ha voluto amare tanto; e basta!
E però, ci ha amati così intensamente per renderci
a nostra volta capaci di amare intensamente, in suo nome, le molte persone
che il ministero ci avrebbe fatto incontrare: con l'amore e con la forza
della sua tenerezza e perdono, mitezza e fedeltà, passione e bontà.
 E allora possiamo invocare il nostro patrono s. Materno, vescovo della Chiesa di Milano,
perchè si faccia intercessore di questa preghiera per noi sacerdoti:
"Signore, tu che sei sempre fedele a me, a noi, sostieni la mia fedeltà, la nostra fedeltà".
E ancora affidiamo alla intercessione di s. Materno tre brevissime preghiere.
- La preghiera di questa comunità: "Signore, tu che da questa parrocchia
hai chiamato al sacerdozio quelli che hai voluto, chiama ancora, tra noi, chi vuoi!".
- La preghiera di genitori cristiani: "Signore, se vuoi, dona a nostro figlio la grazia del
sacerdozio".
- La preghiera di un ragazzo/adolescente/giovane: "Signore, chiama me, se vuoi".
Sarebbe un grandissimo dono per tutti!
Dal Salmo 76
La mia voce sale a Dio e grido aiuto; la mia voce sale a Dio, finché mi ascolti.
Nel giorno dell'angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca.
Mi ricordo di Dio e gemo, medito e viene meno il mio spirito.
Tu trattieni dal sonno i miei occhi, sono turbato e senza parole.
Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani.
Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: rifletto e il mio spirito si va interrogando.
Forse Dio ci respingerà per sempre, non sarà più benevolo con noi?
È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell'ira il suo cuore?
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3. Parrocchia di S. Luca – giugno 1990
Vorrei esprimere brevemente pensieri di gratitudine, di gioia, di preghiera.
 La gratitudine.
Grazie per questa celebrazione solenne!
Voi avete ringraziato Dio per me; io lo ringrazio per voi.
Viviamo nel mondo della grazia, della gratuità,
cioè nel mondo di un Amore che ci precede e ci porta: quello di Dio.
Pensate: siamo amati da Dio! Non è poco e non è cosa scontata!
Ma se mi guardo attorno, la gratitudine rimanda a volti ben precisi.
Ringrazio anzitutto don Remo, nostro amato Prevosto,
che ha voluto che venisse ricordato il mio 25°.
Bisognerà che non ci dimentichiamo del suo 30°, perché lui non ne parla mai.
Lo ringrazio anche per le mille premure che usa nei miei confronti.
Quali premure? Qualche confidenza.
 Quante volte, rientrando da fuori Milano, don Remo, sapendomi solo in casa, mi chiedeva:
“Hai qualcosa da mangiare? Mia mamma ha preparato un piatto caldo per te: lo vuoi?”
 Spesso concelebro con lui la messa; e allo scambio di pace mi offre il saluto liturgico: “la pace sia
con te”; e sempre aggiunge (ma questo non è previsto dalla liturgia): “e… grazie”.
 Occorre fissare i turni della celebrazione della messa domenicale o anche feriale; quante volte mi
dice: “Ti senti di celebrare a quell’ora oppure hai qualche esigenza diversa?”
 Suona il citofono: “Sono don Remo. Posso scendere con mia mamma a trovare la tua?”
 Desidero un confronto su un argomento riguardante la comunità di S. Luca: lui, si siede e mi
ascolta.
 È venerdì; don Remo mi attende in casa sua per il pranzo settimanale, con don Pierino e don
Marco: ci accoglie e ci serve a tavola.
Don Remo: un amico, un fratello!
Così sono sempre circondato da molta fraternità
da parte del carissimo Mons. Alessandro Aspes, che pure ringrazio,
per ciò che da lui ho ricevuto.
Quando ha ricordato i suoi quarantacinque anni di ordinazione sacerdotale
mi sono prestato per fare l'omelia alla sua santa Messa: oggi lui l‟ha fatta per me.
Lo ringrazio per le alte parole dette sul sacerdozio:
sono state per me una grazia perché hanno suscitato in me
il desiderio di diventare come lui ci ha detto;
le sue parole mi impegnano davanti a voi, chiesa di Dio.
Ringrazio don Paolo Vesentini, che pure si dice vicino con un telegramma augurale.
Lo ricordo con affetto sincero nel momento in cui sta per iniziare altrove
il suo ministero sacerdotale.
Ringrazio anche Mons. Crespi, presente e vicino alla nostra comunità.
Ringrazio le Suore di Via Accademia, Lulli, Bazzini:
il loro esempio e la loro preghiera sono per me sicuro sostegno.
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Grazie a tutti voi: per il vostro essere qui;
per le preghiere e l'affetto, grazie perchè risvegliate in me un intreccio di rapporti sinceri.
Grazie anche per le molte attenzioni che dimostrate nei confronti dei miei familiari.
 Comunicazione di gioia.
Sono molto contento di essere a San Luca, con voi, tra di voi!
Anche se il tempo che riesco a dare è poco,
e però questo poco mi permette un reale coinvolgimento
con le diverse situazioni delle molte persone che incontro.
Devo sinceramente dire che il mio sacerdozio
sta ricevendo molto dall'essere presente in questa comunità.
Noi sappiamo che il sacerdote guida, forma, conduce una comunità;
ma è vero anche che una comunità, con le sue domande e la testimonianza della sua fede,
aiuta e spinge il cammino dei suoi sacerdoti.
A questo punto dovrei documentare questa affermazione.
E però penso che ci verrà dato un altro momento (a settembre)
in cui mi sarà possibile offrire qualche semplice testimonianza.
 Una preghiera.
La preghiera è di s. Agostino, che faccio mia davanti a voi.
"Mi conceda il Signore, per l'aiuto delle vostre preghiere,
di essere ora e di perseverare fino alla fine,
come mi desiderate voi tutti che mi volete bene,
e come mi desidera Colui che mi chiamò nel ministero".
Ecco, carissimi: gratitudine, gioia, preghiera.
Auguro a tutti voi che possiate essere pienamente felici di Dio;
felici a causa di Dio.
Dal Salmo 6
Signore, non punirmi nel tuo sdegno, non castigarmi nel tuo furore.
Pietà di me, Signore: vengo meno; risanami, Signore: tremano le mie ossa.
L'anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando...?
Volgiti, Signore, a liberarmi, salvami per la tua misericordia.
Sono stremato dai lungi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio,
irroro di lacrime il mio letto.
I miei occhi si consumano nel dolore, invecchio fra tanti miei oppressori.
Via da me voi tutti che fate il male, il Signore ascolta la voce del mio pianto.
Il Signore ascolta la mia supplica, il Signore accoglie la mia preghiera.
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3. Parrocchia di S. Luca – 30 settembre 1990: giornata pro seminario
 Oggi.
Quante cose ho nel cuore e vorrei dire: un po‟ le dico a voi, le altre al Signore.
Anzitutto intendo offrire questa s. Messa per ringraziare il Signore
del dono del Sacerdozio fatto a don Remo, che ricorda il 30° di ordinazione;
prego anche per p. Stefano Caprio, a cinque anni dalla prima Messa;
per il dono del sacerdozio dato a Mons. Aspes, a don Cesare e a me.
Il ricordo del sacerdozio si inscrive oggi nel contesto di due particolari circostanze:
la Giornata diocesana per il Seminario,
con l'impegno della preghiera per le vocazioni sacerdotali e l'aiuto al Seminario;
e poi, il Sinodo dei Vescovi che oggi apre i suoi lavori proprio
sul tema de "La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”.
Desidero anche dire che intendo pregare per tutti voi che siete qui:
il Signore vi manifesti la sua vicinanza e la sua bontà,
mentre volete ricordare i miei venticinque anni di sacerdozio.
Grazie di cuore.
Ricordando il sacerdozio, la vostra diventa una splendida testimonianza di fede;
chiedo perciò il vostro aiuto perchè sappia con gioia dare risposte generose.
Noi preti prendiamo sempre più coscienza che il Signore Gesù ci ha amati così tanto
non perchè lo meritavamo, ma perchè Lui ci ha voluto semplicemente amare tanto.
Il ripensare a cose così grandi, è motivo di profondissima gioia, per noi sacerdoti,
perchè ci è dato di affidarci ad una grazia molto forte,
capace di bruciare i nostri egoismi e sostenerci
nelle immancabili difficoltà della esistenza sacerdotale!
E allora possiamo invocare Gesù, buon pastore, dicendo:
Signore, tu che sei sempre fedele a me, a noi sacerdoti,
sostieni la mia fedeltà, la nostra fedeltà.
 Le religiose
Ma oggi, nella lode e nella gratitudine, ci associamo a tre carissime suore:
sr Rosa (50°), sr Valentina (35°), sr Giovanna (25°).
Chi è la Religiosa?
Pietro disse: "Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito?
Gesù gli rispose: "In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciate casa o fratelli o sorella o
madre o padre o figli o campi a causa mia e del vangelo, che non riceva già al presente cento volte
tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi,
insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna (Mc 10,28-30).
Vorrei far notare che Pietro parla di "lasciare e seguire";
Gesù invece parla di un "lasciare e ricevere".
L'abbandono dei beni per amore di Gesù è allora un affare,
non una perdita: cento case (famiglie), cento fratelli, cento sorelle...
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Cioè liberati dalle cose, ti vengono consegnate le persone!
Allora la Religiosa è il segno profetico di una famiglia nuova:
si inserisce in una comunità dove tutte si chiamano sorelle.
I vincoli del sangue sono superati; siamo in un altro mondo.
E' il mondo futuro anticipato.
Chi allora si consacra al Signore sa che non rinuncia ad amare.
Rinuncia a un modo di amare: quello di costituire una propria famiglia.
Per cui, anche la verginità è sponsale;
dove la sponsalità si definisce in relazione all'amore,
quindi in relazione a qualcuno: a Gesù!
S. Agostino: "Non sono prive di nozze coloro che hanno consacrato a Dio la loro verginità, perchè
anch'esse appartengono alle nozze nelle quali lo sposo è Cristo...
Le gioie proprie delle vergini di Cristo non sono le stesse gioie di coloro che non sono vergini,
pur appartenendo anch'esse a Cristo.
Ciascuno ha le sue gioie, ma nessuno ha quelle delle vergini.
Andate a queste gioie, seguite l'Agnello Gesù, perchè la carne dell'Agnello è vergine".
Alla consacrata basta Dio! E chi ama Dio a queste profondità,
si sente da lui rimandato ad amare il mondo.
Due amici, due fidanzati, due coniugi quando si amano con verità
comprendono di vivere una esperienza umana straordinaria.
E però, nel contempo, avvertono un limite: io amo te.
E sentono il rimando a un amore infinito che solo può saziare
il desiderio umano di amare.
Questo perchè le persone non sono la felicità, ma solo una promessa di felicità.
Ecco il messaggio forte che la religiosa consacrata offre alla chiesa e al mondo:
Dio solo basta!
Ognuno viva in pienezza la propria vocazione, il proprio stato di vita
ma comprenda che quella sua vocazione deve essere la strada
che porta a Dio, perché è Dio che sazia.
La religiosa è questo segno, questa presenza che ti ricorda che Dio solo basta!
Ecco: io penso che in questo momento il Signore stia parlando al cuore
di qualche ragazzo e di qualche ragazza, dicendo: Vieni!
Preghiamo perchè sappiano dire un sì gioioso!
Grazie care sorelle che ci ricordate con la vostra vita queste realtà meravigliose.
E auguri per il vostro futuro cammino!
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4. Parrocchia di S. Luca: alcune grazie della mia vita sacerdotale - 1990
 La fedeltà di Dio: prete per sempre, Dio non ti molla
Il "carattere" del sacramento dell'Ordine: è la fedeltà di Dio per te.
Fedeltà di Dio che si traduce in misericordia, perché chiede risposte.
Rileggo la mia vita come "miseria e misericordia" (s. Agostino).
Lo spessore della miseria dice la profondità della misericordia e della fedeltà di Dio.
Colgo, per grazia, questa bontà, fedeltà, misericordia e la annuncio.
 Incontro con dei veri maestri spirituali: il Card. C. M. Martini e Mons. R. Corti,
con i quali mi viene data l‟opportunità di lavorare da vicino.
Sono persone pacificate, serene, ottimiste; non vivono nell'ansia; sanno portare i pesi.
Questo non è solo equilibrio umano, ma la piena accoglienza di Dio;
veri uomini spirituali, capaci di guidarti e dirti parole vere, parole di vita.
Capaci di grande rispetto e di capacità di ascolto.
Non ti mettono in crisi facendoti pesare l'errore; quando sbagli non ti tagliano le gambe
e poi ti dicono: ora cammina; ma ti aiutano portandoti in alto.
Mi hanno permesso di capire di più il vangelo e di avere una più giusta immagine di Dio;
mi hanno comunicato un modo nuovo di guardare alle cose: il realismo cristiano è l'ottimismo.
Noi siamo stati redenti! Via il pessimismo! Non è un atteggiamento evangelico.
 La compagnia dei santi: Agostino, Ambrogio, Teresa di Lisieux
La parentela con qualche santo è indispensabile.
I santi sono coloro che interpretano le tue domande e le tue attese;
sono la lente di ingrandimento che ti permette di vedere il giusto spessore delle cose
e il vero volto di Dio.
Sono guide sicure che hanno saputo spingersi in profondità, in altezza;
facendo una esperienza straordinaria di Dio, aiutano a capire l'uomo.
Entrare nella conoscenza della loro vita è come immergersi nell'oceano
o percorrere meravigliosi sentieri dolomitici.
 Il mondo della vita consacrata
L'incontro con alcuni monasteri di suore di clausura
e di altre congregazioni di Suore mi ha arricchito.
E' l'incontro con persone di speciale consacrazione, con le quali, nella comunicazione della
fede, ci si trova subito in piena intesa nel cercare le vie della perfezione evangelica.
 La comunità di San Luca
Venendo tra voi, otto anni fa, sono stato coinvolto in una splendida avventura: un mare
di domande e richieste che mi ha costretto a cercare, approfondire, trovare vie d'uscita.
Penso che alcune cose non avrei mai immaginato di poterle fare,
se non mi fossero state richieste da gente alla quale mi sentivo di chiedere molto
e che però a loro volta mi chiedeva altrettanto.
Nella chiesa il prete conduce; ma anche la gente conduce il prete.
 Il ministero della parola e della riconciliazione
Io ricevo doni, mentre esercito questi due ministeri.
Spiegando a voi la parola di Dio, mi capita spesso in quel momento di capirla di più anch'io.
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Quindi, mentre si è maestri, ci si accorge di essere anche alunni.
Il ministero della riconciliazione che porta, in ginocchio nel confessionale,
persone più brave di te;
la grazia passa e vedi il progredire dei dinamismi della crescita della fede.
E' un momento di grande stimolo per noi sacerdoti.
 Da più di due anni ho qualche problemino di salute.
Mi sento fragile; sono messo un po' alle corde;
non riesco a fare quello che vorrei e quello che mi piacerebbe compiere,
e talvolta quello che mi viene richiesto.
Tuttavia, ritengo questo tempo un tempo di grazia: Dio parla e chiede una risposta.
Capisco che la salute è un dono importante, ma non è il più in portante.
Più in portante è saper dire quel sì che il Signore si aspetta da te.
 E poi ci sono momenti di gioia intensissima
che sono proporzionati al tuo lasciarti andare in Dio.
Ne ricordo uno su tutti: il momento della mia chiamata al sacerdozio,
quando sono stato ricolmato da una intensissima gioia …
Dal Salmo 61
Solo in Dio riposa l'anima mia; da lui la mia salvezza.
Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare.
In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio.
Confida sempre in lui, o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio.
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30°
anniversario di ordinazione sacerdotale
Milano, S. Materno in Figino
18 giugno 1995
Vorrei raccogliere come in un mazzo di fiori alcuni tra i miei più bei ricordi
legati a questa nostra bella chiesa di Figino!
E quindi porre lo sguardo su cinque luoghi della chiesa;
e su ciascuno di essi fare una breve riflessione.
 L'ALTARE - Oggi è il Corpus Domini.
Mi ricorda le molte messe servite da chierichetto;
ma soprattutto la prima messa celebrata trent‟anni anni fa su questo altare!
E da allora molte altre volte, fino a questa celebrazione che,
nel mio diario delle “messe-celebrate”, porta il n. 12.9I7
L'altare è il luogo dove si celebra l'amore di Gesù per noi;
Egli ci ha amati con il "corpo dato e sangue sparso".
Questo modo dice la serietà, la profondità dell'amore del Signore:
- si va quindi alla messa per risentirci amati, per imparare ad amare;
- si va alla messa portando le nostre vittorie e le sconfitte sull'amore;
- si va alla messa per rivivere un'esperienza di unità e comunione;
- si va alla messa per porre sull'altare del sacrificio i nostri sacrifici.
Questo il primo ricordo!
 LA MADONNA - L'altare della Madonna.
All'inizio della mia vita, lo sguardo verso la Madonna è stato un sostare
e un pregare per la fiducia e la devozione di altri.
Oggi, considerando il posto di primo piano che Dio ha voluto per Maria,
questa figura femminile e materna,
sono aiutato a comprendere che per andare a Dio,
non bisogna rinunciare all'umano che c'è in noi.
Non dobbiamo trasformarci in angeli.
Infatti, Maria, nel nostro incontro con Dio, tiene aperta una strada
nella quale possiamo rivivere i gesti umani della pazienza, umiltà, fortezza;
della mitezza, della soavità, della gioia, della misericordia,
dell'ascolto, della carità, della fiducia nelle prove...
Tutte cose vissute anche da Lei!
E allora il cristianesimo è umano! E' vivibile!
Tra i protestanti, là dove non è viva la devozione a Maria,
pare che la vita di fede sia una esperienza connotata
da una certa durezza, rigidità e pesantezza.
Nella fede cattolica, la presenza di Maria rende più umano il credere!
Secondo ricordo.
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 IL BATTISTERO: la piccola cappellina con la vasca battesimale.
Pensando ai molti battesimi che da chierichetto ho visto da vicino, in diretta,
e ai molti battesimi che ho celebrato lungo questi anni,
mi è rimasto ben in mente che il battesimo, che rende figli di Dio, imprime il carattere.
E cioè: un qualcosa di misterioso e incancellabile,
una grazia così profonda per la quale noi saremo sempre figli di Dio
e Dio sarà sempre nostro Padre.
Anche quando dovesse capitare a noi di dimenticare Dio, di girargli le spalle,
di fare altre scelte, di rifiutarlo, lui sarà sempre davanti a noi come Padre.
Ci amerà sempre come figli.
Per cui ogni ritorno è possibile! Ogni pentimento è accolto!
Ogni atto d'amore riconosciuto!
Il carattere battesimale è la fedeltà di Dio per noi;
fedeltà che rimane viva e stabile anche di fronte alle nostre infedeltà!
Terzo ricordo.
 IL CALVARIO
E' la scena raffigurata nel grande quadro dell‟abside che si apre davanti a noi.
E' una scena di dolore e di amore.
La vastità della prospettiva di questo affresco sembra coinvolgere anche noi
e renderci presenti sul calvario,
per capire da vicino che il morire di Gesù è stato un amare sino alla fine.
E la cosa che più mi impressiona di Gesù in croce sono quelle braccia spalancate.
Gesù è morto così, per dire:
- sei anche tu nell'abbraccio di questo amore gratuito e totale
- sei anche tu nell'abbraccio di misericordia che supera i tuoi peccati
- sei anche tu tra quelli che gli si possono avvicinare, anche se sei lontano
E allora, non conta tanto chi siamo, che cosa di male abbiamo fatto nella vita;
o che cosa di negativo ci può essere ora nel nostro cuore...
Ciò che conta è chi guardiamo.
E chi guarda il crocifisso, sente che anche su di sé Gesù apre le sue braccia.
Quarto ricordo.
 SAN MATERNO
Rivedo il quadro di san Materno: è una figura solenne e buona;
di quella bontà che è paterna e materna.
E questo nostro patrono evoca l'annuale festa patronale:
una festa che vorrebbe essere di tutti e per tutti.
La festa è una grossa esperienza umana.
E' un'esperienza di libertà; chi è schiavo non fa festa.
E una festa che parte dalla messa, fa assaporare una speranza grande:
la vittoria sul male, sulla sofferenza e perfino sulla morte.
Per cui anche chi ha le lacrime agli occhi, può venire in chiesa e cantare;
e il cantare in chiesa non è mai una cosa stonata o fuori luogo.
E' un guardare oltre gli orizzonti terreni, verso "cieli nuovi e terra nuova"
dove non ci sarà più lacrima, né lutto, né dolore perché le cose di prima sono passate".
La festa terrena è anticipo della festa eterna.
Quinto ricordo.
70
Ecco carissimi!
Ho aperto l'album dei miei cinque ricordi sulla nostra chiesa, oggi,
mentre siamo riuniti anche per ringraziare il Signore dei miei trent‟anni anni di
sacerdozio!
E questa messa la celebro per voi, a motivo di un'immensa gratitudine
che devo a tutti per essermi stati vicini fin dai primi passi
del mio cammino verso il sacerdozio;
e vorrei ricordare anche coloro che non sono più tra noi,
ma sono passati avanti a noi!
Ringrazio tutti: compaesani, parenti, amici; e tra questi i miei coetanei,
che mi vogliono un bene così grande da non mancare mai
agli appuntamenti speciali.
E un particolare sentimento di gratitudine è per don Efrem:
per la fraternità sacerdotale che ci accomuna,
per l'amicizia che da sempre ci lega,
per le mille delicatezze che mi usa,
per tutto ciò che sta facendo per questa chiesa e tutta la comunità di Figino
Il bene che fa a voi, lo ricevo anch'io, perchè anch'io sono uno di voi.
Orazione
Noi ti adoriamo, o Dio, Creatore del cielo e della terra, che ci hai fatti a tua immagine
e con immensa misericordia ci hai riplasmati;
noi siamo il popolo che tu conduci e tutto in noi è puro dono tuo:
fa’ che, docili, ascoltando la tua voce, ci allietiamo della tua parola e della tua comunione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
71
40°
di Ordinazione sacerdotale - omelia alla Messa nella parrocchia di San Luca
“FARE MEMORIA E CHIEDERE MISERICORDIA”
Parole che maturano pensieri di testamento
26 giugno 2005
Eccoci a celebrare una messa solenne che vuole ricordare i 40 anni del mio sacerdozio.
 Quarant’anni fa,
in questa stessa ora che ci vede qui radunati per la messa,
mi trovavo in Duomo con i miei settantasei compagni di studi e di seminario
e diventavo sacerdote; la celebrazione era presieduta dall‟Arcivescovo Card Colombo.
Il rito della ordinazione sacerdotale, solenne e suggestivo,
lo ricordo nei momenti principali:
- il canto delle litanie dei santi mentre eravamo prostrati a terra
- la preghiera di ordinazione sacerdotale
- l‟imposizione delle mani del Vescovo sul capo di ciascuno
- l‟unzione delle mani con il sacro crisma
- la vestizione degli abiti liturgici sacerdotali
- la concelebrazione della messa con il Vescovo che ci ha consacrati preti.
Quanta emozione, quanti ricordi…
Ma tuffiamoci in questa celebrazione eucaristica.
 Il vangelo di oggi
Chi ama il padre, la madre, il figlio o la figlia più di me, non è degno di me.
Il Signore Gesù non vuole instaurare una competizione nel cuore,
una gara di emozioni con le persone più care; ma, al contrario, la richiesta di amare Lui
“più di…” è garanzia di poter amare intensamente tutti.
Qui sta la radice delle differenti risposte di ogni cammino vocazionale.
 "Farò passare davanti a te tutta la mia bontà" (Es 33,19)
E‟ la frase biblica che - come ricordavo all‟inizio di questo volume –
avevo scelto per l'immagine-ricordo dell‟ordinazione sacerdotale.
Queste parole le troviamo nel libro dell‟Esodo
e sono la risposta di Dio a Mosè che gli chiedeva: “Mostrami il tuo volto”.
Dio gli risponde: Mosè, tu non vedrai il mio volto, ma la mia bontà;
e questa bontà la farò passare davanti a te, per te e per il popolo.
Vedendo la mia bontà, è come se tu vedessi il mio volto.
Quello che ogni uomo può vedere di Dio è quindi la sua bontà.
Questa parola mi era sembrata significativa per il sacerdote
che, come Mosè, è responsabile di un popolo, di una comunità.
Il prete, nell'esercizio del ministero, è infatti chiamato a rendere percepibile
in modo speciale la bontà misericordiosa di Dio Padre:
“far passare” a favore di ogni donna e di ogni uomo “tutta la sua bontà”.
A distanza di anni, riprendo questa parola
come la cifra entro cui rileggere la mia vita sacerdotale.
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E devo confessare quanto sia stata profetica:
Dio ha veramente fatto passare davanti a me tutta la sua bontà misericordiosa,
per la mia consolazione e per quella di tutti coloro che incontro e si aprono alla sua grazia.
Se in questa omelia insisto nel trovare punti di contatto con il libro dell‟Esodo,
sia con la figura di Mosè sia con quella di Aronne sommo sacerdote,
è perché sono confortato dal testo della preghiera di Ordinazione sacerdotale,
che nella sua prima parte fa esplicito riferimento a Mosè e ad Aronne.
 Le vesti sacerdotali di Aronne: l’efod e il pettorale (Es 28,9-30)
Mi ha sempre affascinato questa pagina,
dove si parla delle vesti sacerdotali di Aronne, ricche di pietre preziose,
vesti che rimandano a profondi significati circa i compiti sacerdotali.
Tra gli abiti del sommo sacerdote, si parla dell‟efod,
una specie di grembiule fermato da una cintura e sostenuto da due spalline.
Dio dice a Mosè: “Prenderai due pietre di onice e inciderai su di esse i nomi degli Israeliti:
sei nomi sulla prima pietra e gli altri sei nomi sulla seconda pietra, in ordine di nascita...
Fisserai le due pietre sulle spalline dell'efod, come pietre che ricordino presso di me gli Israeliti.
Così Aronne porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come un memoriale...”.
Aronne è quindi colui che si fa carico dei fratelli, come se dovesse portarli sulle proprie spalle,
così da presentarli al Signore e farne memoria davanti a lui.
L'uso del pettorale spiega gli stessi significati:
su delle pietre saranno incisi i nomi delle 12 tribù d‟Israele,
così che “Aronne porterà i nomi degli Israeliti sul pettorale, sopra il suo cuore,
quando entrerà nel Santo, come memoriale davanti al Signore per sempre”.
Aronne viene così caricato della sorte del popolo, fino a schiacciargli il cuore.
In questo modo egli introdurrà al cospetto del Signore quell‟umanità
di cui egli stesso è parte e dalla quale è inseparabile.
Ecco che, a partire da riferimenti apparentemente insignificanti, siamo condotti
a comprendere il servizio che ogni sacerdote compie per la Chiesa e per il mondo.
Egli è chiamato a portare sulle proprie spalle e a tenere sul proprio cuore
nomi e volti per presentarli al Signore, facendo memoria di tutti davanti a Lui,
a imitazione di Gesù unico ed eterno sacerdote,
sacerdozio a noi partecipato con il sacramento dell‟Ordine.
 Le tappe della vita di Mosè e i miei quarant'40 anni di sacerdozio
Vorrei aprire la pagina degli Atti degli Apostoli (cfr At 7,23-38)
dove si parla delle cosiddette "tre tappe" della vita di Mosè.
"Quando furono compiuti i 40 anni, salì nel suo cuore l'idea di visitare i fratelli, i figli di Israele";
"Compiuti altri 40 anni, gli apparve nel deserto del Sinai un angelo in fiamma di fuoco".
Ecco i tre periodi della vita di Mosè, raccolti dalla simbologia biblica nei suoi 120 anni:
- nei primi 40 anni Mosè vive alla corte del faraone;
- poi quando furono compiuti i 40 anni Mosè va‟ nel deserto;
- il terzo periodo di 40 anni inizia con l‟esperienza del roveto ardente,
da dove parte per iniziare il cammino verso la terra promessa con il popolo di Israele.
Mosè è stato l‟uomo che ha compreso che cosa Dio voleva nelle diverse età della sua vita.
Anch‟io mi sto chiedendo che cosa il Signore vuole da me in questo periodo della mia vita.
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Quando mi raggiungerà la volontà di Dio e la conoscerò,
spero di riuscire a dare una riposta che appoggerò sull‟altare,
esprimendo la mia obbedienza con il gesto del bacio sul libro della Parola
e il bacio sulla mensa eucaristica.
 Una parola a me tra le più care: misericordia
Parlare di tutta la bontà di Dio che passa davanti a noi,
del portare sul cuore i nomi di tutti per farne memoria davanti a Lui
e rileggere i periodi della propria vita,
significa aprirci alla sua “misericordia”, parola che amo scomporre in miseria e cuore.
E il significato è duplice: avere un cuore aperto ai miseri, guardare alla miseria con il cuore.
- Il Padre ha un cuore aperto ai miseri: a me, a noi e a tutti
- Il Padre guarda alla nostra miseria con il cuore.
- Sentiamoci anche noi chiamati a guardare alla nostra miseria e a quella degli altri con il cuore.
Col passare degli anni sento il bisogno di entrare nell‟abbraccio misericordioso del Signore
e di accompagnare tutti all‟incontro con la tenerezza paterna e materna di Dio.
Tutto ciò mi rimanda a cogliere il messaggio di uno tra i salmi per me più belli: il 135,
cantato da Gesù e dai suoi discepoli al termine dell‟Ultima Cena.
Matteo infatti ci ricorda che: "dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli ulivi" (26,30).
Il Salmo 135 è il grande inno pasquale e ha come ritornello:
"perché eterna è la sua misericordia",
espressione ripetuta per ventisei volte, lungo tutta l‟estensione del Salmo.
Le parole di questo salmo sono la chiave di lettura di tutta la creazione e di tutta la storia.
Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia
4 Egli solo ha compiuto meraviglie: perché eterna è la sua misericordia
5 Ha creato i cieli con sapienza: perché eterna è la sua misericordia
16 Guidò il suo popolo nel deserto: perché eterna è la sua misericordia
23 Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché eterna è la sua misericordia
26 Lodate il Dio del cielo: perché eterna è la sua misericordia.
Gesù, nella passione, si consegna nelle mani dei peccatori perché eterna è la sua misericordia;
Egli canterà al Padre per noi: "Eterna è la tua misericordia".
E canterà guardando ciascuno di noi: "Eterna è la mia misericordia per te".
Allora tutto di noi - passato, presente, futuro - è avvolto da questa misericordia.
S. Agostino riconoscerà: Io sono la miseria, ma Tu, Signore, sei la misericordia.
Noi siamo figli della misericordia.
Come sviluppo di questo pensiero, possiamo fare ancora un passo e ci chiediamo:
se questo è stato il canto di Gesù, qual è stato l‟ultimo canto di Maria.
La pagina evangelica della messa della solennità dell‟Assunta è il cantico del Magnificat,
forse perché la Chiesa crede che Maria, nel momento terminale e glorioso della sua vita,
lo abbia cantato mentre veniva assunta in cielo.
Ebbene, a conclusione di questo inno, Maria canta:
«Ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia».
«Ricordarsi di misericordia», quasi un appunto da trascrivere e da ricordare.
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Ecco che, Gesù e Maria, giunti al termine della loro vita terrena,
hanno sentito premere dentro questa grande parola: misericordia.
In Gesù e Maria c‟è questo identico sentire:
hanno sentito premere dentro la formidabile parola “misericordia”,
riassuntiva di tutto l‟evangelo, perché la misericordia è il cuore del vangelo.
Misericordia è un nome di Dio: infatti Dio è misericordioso, perché lui è “Misericordia”.
 Questi pensieri aprono uno squarcio sulla bellezza del ministero sacerdotale
che consiste nel rendere presente, in modo specialissimo, la misericordia
e l‟amore di Gesù che salva:
“io ti battezzo…, io ti assolvo…, questo è il mio corpo …il mio sangue “.
C‟è qui una identificazione straordinariamente grande, unica tra Gesù e il sacerdote:
“io ti battezzo…, io ti assolvo…, questo è il mio corpo … il mio sangue…”
Da qui, la bellezza di servire il Signore celebrando l‟amore di Gesù;
la bellezza di servire compiendo i gesti di misericordia, disegnati nel cuore da Gesù;
la bellezza di servire dicendo, per la chiesa e per il mondo, l‟evangelo di Gesù;
la bellezza di servire radunando il popolo cristiano nell‟unità desiderata da Gesù;
la bellezza di servire vedendo, da un‟angolatura privilegiata, passare la bontà di Dio.
Sono grandi i doni che Dio offre al sacerdote, di fronte ai quali noi ci troviamo inadeguati.
E, tuttavia, la fedeltà di Dio vuole che le grazie legate al nostro ministero ricolmino sempre
le nostre mani e trabocchino dai nostri cuori, per servire la speranza di ogni uomo.
Il sacerdote, quindi, svela in maniera singolare, l‟amore e la cura di Dio per la chiesa e per il mondo.
 Concludo, facendo mia una preghiera di sant’Agostino.
“Mi conceda il Signore, per l'aiuto delle vostre preghiere,
di perseverare fino alla fine, come mi desiderate voi tutti che mi volete bene,
e come mi desidera Colui che mi chiamò nel ministero”.
Salmo 33
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce.
L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi,nulla manca a coloro che lo temono.
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QUARANT'ANN, E PAR STAA IER
di Luigi Porta *
Quela che voeuri contà, l'è ona storia vera.
L'è tanto bèla, che la par na favola.
De quei che me contava el mè papà,
nei ser d'inverno, quand s'eri on fioeu, tanti anni fà,
setaa già in circol coi mè fradei, davanti al fagorà.
L'era on dì de giugn, de quarant'anni fà,
e, in Domm, insema a tanti so compagn, on nost fradell,
col coeur in gola, la facia bianca me on patell,
el coronava el sogn de la soa vita,
el riceveva per man de Soa Eminenza Colombo, Cardinal,
el Sacrament di Elett! L'Ordin Sacerdotal!
La Catedral, l'era piena de parent, de turisti, de fedel,
la Cort di Quater Dasi, davanti a tucc, naturalment,
vegnuu con ogni meso, perfin in bicicleta dal paes.
I omm, tucc in tir. I donn, col vestii bell, in testa el vell.
Per festegià, el "Giancarlo di Noè", el pret novell.
E tanto in su de gir, del grand onor a lor tocaa,
de metes, a vosà e a gesticolà, infolarmaa.
Fin che on visin, secaa e disturbaa da 'sti maleducaa,
el domanda, incoriosii e on po' rabiaa:
"In fin di cont, se pò savè perchè si inscì agitaa?".
"Ma, lu da dove el vegn? Ma come, la sà no?
Là, su l'altar, apena consacraa dal Cardinal,
gh'è on nost compaesan, on fioeu e on Pret eccezional,
ch'el portarà al nost Figin benedision particolar!".
E, mentre già in platea, se fà teologia,
Lu, su l'altar, racolt, in genugion,
i oeucc sbarataa, fiss sul Crocefiss, l'è là in adorasion,
intant che el Cardinal, el dis con comosion,
"TU ES SACERDOS IN AETERNUM".
Tanti i ciamaa. Pochi i elett.
La vocasion l'è on don. On privileg per poch.
Però, vess Pret, voeur dì rinuncia. Savè donà e mai cercà.
Voeur dì vess sol. Acetà tort, umiliasion e semper perdonà.
"Signor, Te preghi, fà che sia degn!
Damm Ti la forsa, per carità"
E incoeu, l'è el "QUARANTESIM" e, par staa ier.
Te se ricordet, Giancarlo,
la nostra bèla Cort di Quater Dasi?
Col Picaluga, ch'el coreva in mess ai cà?
Acqua sorgiva, fresca, che se podeva bev...
Ch'el viavai de car, carett, arment. Gent che laora,
d'ora e straora. Se dà ona man. Sensa parlà, sensa misura.
E, tanti fioeu che giughen, coren, salten, vosen fan alegria!
Se ghe ripensi ... che nostalgia...!
Quant'acqua sott i pont, d'alora n'è pasada.
El fioeu, timid, d'on temp, l'è grand, però n'ha faa de strada!
Adess, l'è Pret in Curia. Segretari del Vicari Episcopal!
E, nunch Figines, che tant ghe voeurum ben, Signor, a Ti,
domandom de dagh tanta salut, e conserval inscì!
Ma no! Minga per semper! El semm che se pò no!
Però, lasomel chi! Almen, almen... cent'ann anmò!
(*) - Poeta dialettale nativo di Figino, apprezzato per le sue poesie che ci conducono per le strade
e le corti del nostro paese di periferia, ed entrando nelle case illuminano momenti di vita vera. Luigi, un amico.
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VII PARTE
 Pensieri di santi:
1. Ambrogio
2. Agostino
3. Teresa di Lisieux
4. Curato d‟Ars
 Testimonianze:
1. Madeleine Delbrêl
2. don Primo Mazzolari
3. F. Mauriac
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1. Pensieri di Santi
I miei tre Santi: Ambrogio, Agostino, Teresina di Lisieux
… e, naturalmente, il santo Curato d‟Ars.
1. SANT’AMBROGIO
 Concedimi, anzitutto, di condividere con intima partecipazione il dolore dei peccatori.
Ogni volta che si tratta del peccato di uno solo che è caduto,
concedimi di provarne compassione e di non rimbrottarlo altezzosamente,
ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso.

Tu sei stato scelto tra i figli di Israele, tra i sacri frutti sei stato giudicato primizia.

Dove cercheremo Cristo? Nel cuore di un sacerdote prudente.
 Noi seguiamo Cristo, il principe dei sacerdoti, come ci è possibile: per offrire il
sacrificio per il popolo; noi scarsi di meriti, ma resi grandi da quel sacrificio.
 Cristo passava la notte in preghiera per noi, per educarci, modellandoci sul suo
esempio sul modo di implorare perdono per i nostri peccati. Non passerebbe certo la
notte come uno che non avesse altra possibilità di riconciliare a noi il Padre, ma proprio
per dimostrarci come deve essere un difensore, come deve essere un sacerdote che
dovrebbe assistere con la sua intercessione il gregge di Cristo non solo di giorno, ma
anche nel corso delle notti.
2. SANT'AGOSTINO
 “Io devo amare il Redentore e conosco ciò che disse a Pietro: Pietro, mi ami?
Pasci le mie pecore. Questo per una volta, questo per due volte e tre volte.
Veniva chiesta la testimonianza dell'amore e veniva imposta una fatica,
perché quanto è maggiore l'amore, tanto è minore la fatica”.
 “In questa così grave e molteplice e varia attività aiutateci con la preghiera e
l'obbedienza, affinché ci sia motivo di gioia non tanto l'esservi a capo, quanto il giovarvi.
Come infatti è utile per voi che noi ci dedichiamo con ardore a pregare la misericordia di
Dio per la vostra salvezza, così è necessario che anche voi rivolgiate per noi preghiere al
Signore. Come noi dobbiamo pensare con grande timore e sollecitudine al modo con cui
possiamo compiere il nostro dovere di pastori, così anche voi dovete stare attenti a prestare umile obbedienza a tutto ciò che vi è stato comandato.
Preghiamo dunque insieme, o dilettissimi, perché il mio ministero giovi a me ed a voi.
Gioverà a me se dirò le cose che sono da farsi, ed a voi se metterete in pratica le cose che
avete udito. Se non cesseremo, in perfetto vincolo di carità, di pregare io per voi e voi per
me, giungeremo felicemente, con l'aiuto del Signore, all'eterna beatitudine”.
 "Sia impegno d'amore pascere il gregge del Signore.
Coloro che confessano le proprie colpe nella preghiera,
hanno diritto non già ad aspri rimproveri, ma ad una pietà che incoraggi".
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 "Mi conceda il Signore, per l'aiuto delle vostre preghiere,
di essere fedele ora e di perseverare fino alla fine,
come mi desiderate voi tutti che mi volete bene,
e come mi desidera Colui che mi chiamò nel ministero".

“Siamo preposti agli altri e siamo servi; presiediamo, ma solo se serviamo”.
 «Chi è capo del popolo deve per prima cosa rendersi conto che egli è il servo di molti.
E non disdegni di esserlo, ripeto, non disdegni di essere il servo di molti,
poiché non disdegnò di farsi nostro servo il Signore dei signori».
 Siamo vostri pastori, con voi siamo nutriti. Il Signore ci conceda un amore così forte da
Morire per voi o di fatto o col cuore.
 Ci conceda il Signore di fare bene questo servizio, perché, volenti o nolenti, noi siamo
dei servi; tuttavia noi serviamo non per necessità, ma per la carità.
3. SANTA TERESA DI LISIEUX
 Ciò che venivo a fare al Carmelo, l‟ho dichiarato ai piedi di Gesù
nell‟esame che precedette la mia professione: ”Sono venuta per salvare le anime
e soprattutto con lo scopo di pregare per i preti”.
 Céline, se tu vuoi, convertiamo le anime, bisogna che in questo anno
noi facciamo numerosi preti che sappiano amare Gesù!
... che lo tocchino con la stessa delicatezza di Maria quando lo toccava nella sua culla!
 Céline, viviamo per le anime … siamo apostoli... salviamo soprattutto le anime
dei preti, queste anime devono essere più trasparenti del cristallo.
Vorrei che il prete potesse rinascere prima di salire all‟altare!
 Se dei santi sacerdoti … mostrano con il loro comportamento
di aver bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi?
4. IL SANTO CURATO D'ARS
 Duecento angeli non potrebbero assolvervi. Un semplice prete può farlo.
 Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio,
è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia
e uno dei doni più preziosi della misericordia divina.
 Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù. Tolto il sacramento dell'Ordine,
noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote.
Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote.
Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote.
Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio,
lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo?
Il sacerdote, sempre il sacerdote.
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E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà,
chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote...
Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.
 [Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia;
accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!
 Se comprendessimo bene che cos‟è un prete sulla terra, moriremmo:
non di spavento, ma di amore...
Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente.
È il prete che continua l‟opera della Redenzione sulla terra...
Che ci gioverebbe una casa piena d‟oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta?
Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta;
egli è l‟economo del buon Dio; l‟amministratore dei suoi beni...
Lasciate una parrocchia, per vent‟anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie...
Il prete non è prete per sé, lo è per voi.
 Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe...
Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore
scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia... .
 Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa,
perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio”.
 La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa!
Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!
Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!
 Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono,
ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui.
Questo buon Salvatore è così colmo d‟amore che ci cerca dappertutto.
Incaricherò i miei ministri – dice Dio - di annunciare ai peccatori
che sono sempre pronto a riceverli, che la mia misericordia è infinita.
 Piango perché voi non piangete per i vostri peccati.
Se almeno il Signore non fosse così buono! Ma è così buono!
Bisogna essere barbari a comportarsi così davanti a un Padre così buono!.
 La sua povertà: “Il mio segreto è semplice: dare tutto e non conservare niente”.
Dicevano di lui che “la castità brillava nel suo sguardo”.
La regola d‟oro dell‟obbedienza: “Fare solo ciò che può essere offerto al buon Dio”.
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2. Testimonianze
1. MADELEINE DELBRÊL
 Il prete
Il prete è l'approssimazione più grande che si possa attuare quaggiù
della presenza visibile di Cristo...
Nel Cristo c‟è una vita umana e una vita divina.
Anche nel prete vogliamo ritrovare una vita veramente umana
e una vita veramente divina.
La disgrazia è questa: che molti preti sembrano come amputati sia dell'una che dell'altra.
Un prete, uomo
Ci sono preti che sembra non abbiano mai avuto una vita d'uomo.
Non sanno pesare le difficoltà di un laico, di un padre o di una madre di famiglia,
con il loro vero peso umano.
Non percepiscono veramente, realmente, dolorosamente
che cosa sia una vita d'uomo o di donna.
Quando dei laici cristiani incontrano veramente un prete che li capisce,
che entra con il suo cuore d'uomo nella loro vita, nelle loro difficoltà,
non ne perdono più il ricordo.
A una condizione: che, se egli immerge la sua vita nella nostra,
lo faccia senza vivere in tutto e per tutto come noi.
I preti hanno per molto tempo trattato i laici da minorenni:
oggi, alcuni preti, passando all'estremo opposto, diventano dei compagni.
Vorremmo, invece, che restassero dei padri.
Quando un padre di famiglia ha visto crescere suo figlio,
non lo tratta più come un bambino, ma ormai come uomo,
pur considerandolo sempre come suo figlio, un figlio, uomo.
Il segno di un'altra presenza
Abbiamo ugualmente bisogno che il prete viva di una vita divina.
Il prete, pur vivendo in mezzo a noi, deve rimanere al di fuori.
Quali sono i segni che attendiamo da questa presenza divina?
- La preghiera. Ci sono dei preti che non si vedono mai pregare!
- La gioia. Quanti preti affaccendati, angosciati!
- La forza. Il prete deve essere colui che tiene: sensibile, vibrante, mai demolito!
- La libertà. Un prete libero da ogni formula, liberato da ogni pregiudizio!
- Il disinteresse. Non deve utilizzarci, ma aiutarci a portare a compimento la nostra missione!
- La discrezione. Deve saper tacere! Si perde la fiducia in chi ci fa troppe confidenze.
- La verità. Deve dire sempre la verità.
- La povertà. E' essenziale che sia libero di fronte al danaro
e che si senta istintivamente trascinato verso i più piccoli, verso i più poveri.
- Il senso della Chiesa, infine. Non deve mai parlare con leggerezza della Chiesa
come se fosse uno di fuori.
Un figlio viene subito giudicato se si permette di giudicare sua madre!
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 Preti fatti sul tuo stampo
Abbiamo bisogno di preti, Signore, ma di preti fatti sul tuo stampo:
non vogliamo sgorbi, non vogliamo "occasionali", ma preti autentici,
che ci trasmettano Te senza mezzi termini, senza ristrettezze, senza paure.
Vogliamo preti "a tempo pieno",
preti che parlino con la vita, più che con la parola e gli scritti;
preti che mostrino santità più che titoli accademici.
Sai bene, Signore, che l'uomo della strada non è molto cambiato da quello dei tuoi tempi:
ha ancora fame, ha ancora sete; fame e sete di Te, che solo Tu puoi appagare.
Allora donaci preti stracolmi di Te, preti che ci diano Te.
Di questo, solo di questo noi abbiamo bisogno.
Perdona la mia impertinenza: tieniti i preti dotti, tieniti i preti specializzati,
i preti eloquenti, i preti che sanno fare schemi, inchieste, rilievi.
A noi, Signore, bastano i preti dal cuore aperto, dalle mani forate, dallo sguardo limpido.
Cerchiamo preti che sappiano parlare con Te,
perché quando un prete prega, il popolo è al sicuro.
Signore, a Te posso e voglio dirlo: il prete io lo voglio impastato di preghiera.
Donaci preti dalle ginocchia robuste, che sappiano sostare davanti a Te,
preti che sappiano adorare, impetrare, e spiare:
preti che non abbiano altro recapito che il tuo tabernacolo.
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2. DON PRIMO MAZZOLARI

Quale uomo per fare il prete
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di nascere nello Spirito ogni giorno.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani, senza paura dell‟oggi, senza complessi del passato.
Si cerca per la Chiesa un uomo che non abbia paura di cambiare,
che non cambi per cambiare, che non parli per parlare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri, di lavorare insieme, di piangere insieme,
di ridere insieme, di amare insieme, di sognare insieme.
Si cerca per la Chiesa un uomo capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettersi in dubbio senza perdere la fede,
di portare la pace dove c‟è inquietudine e inquietudine dove c‟è pace.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi, ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi non cerchi altro lavoro, ma come meglio lavorare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio, che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente, nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell‟obbedienza di Gesù.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera con parole dette d‟abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo, la chiamata con l‟interesse,
il servizio con la sistemazione.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei, ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Dio, profeta di Dio,
un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo…..
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 Il mio essere prete
“Il Maestro parla, la sua parola parla.
Io non sono che un semplice ripetitore.
Sono il custode di una Parola, che è più grande di me…
Quante volte m‟è venuta la voglia di chiudere alcune pagine del Vangelo
perché mi fanno male, e quando leggo ho il terrore di me stesso:
perché è questo il dramma del vostro sacerdote,
che voi non avete capito e che noi, forse, non abbiamo avuto l‟umiltà di confessare…
C‟è anche di più.
Voi trovate, e chi non l‟avverte?, che io ho dentro di me questo dramma dell‟indegnità,
della contraddizione tra la Parola e la mia povera vita;
per cui avete il diritto di scrollare la testa quando espongo il comandamento dell‟amore,
quando espongo il comandamento della purezza,
quando espongo il comandamento della fedeltà,
quando espongo il comandamento del sacrificio per i fratelli.
… E allora cominciate a descrivere una nostra discesa:
che non ha niente a che vedere con quella che è la volontà di Dio
sulla nostra giornata di poveri rappresentati del Padre celeste
su questa terra e continuatori del Cristo.
… Voi che non dovete credere in me, non dovete guardare alle mie mani,
né alle mie parole, né al mo cuore, se vi è d‟ingombro…, se vi sono di scandalo…,
perché quello che importa è che voi vi inchiniate davanti al volto del Padre
più o meno ben riflesso da me povero sacerdote;
quello che importa è che troviate la strada che porta al Padre…
Quando sarete lì davanti al Padre,
e avrete comunicato con la sua benignità e con la sua umanità,
troverete la forza di tornare indietro e di dar la mano a questo povero prete
perché anche lui, aiutato da voi, ritrovi il volto del Padre”.
Orazione
Gesù, che nei bambini vuoi essere accolto e a chi si fa piccolo come un fanciullo prometti il regno dei cieli,
non lasciare che la superbia domini il nostro cuore;
la misericordia divina ristori chi è sottomesso al giogo soave della sua disciplina, e l’umiltà dei credenti
trovi il suo premio nell’affetto del Padre, o mite e dolce Signore, che vivi e regni con il Padre
nell’unità dello Spirito santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
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3. F. MAURIAC

Giovedì Santo
L‟Eucarestia del Giovedì Santo non distolga l‟attenzione all‟altro sacramento
istituito in quel giorno: il Sacramento dell‟Ordine: “Fate questo in memoria di me”.
Quei dodici uomini sono i primi dodici sacerdoti e Giuda il primo dei cattivi preti.
Essi stessi ebbero così presto coscienza di non essere più uomini come gli altri.
Mattia venne associato agli undici apostoli.
Eccoli quindi ordinati, primi di un'innumerevole famiglia.
La santità è entrata con Cristo nel mondo e la sua Chiesa è santa;
che cosa possono importare le miserie degli individui, le cadute, i tradimenti?
«La grande gloria della Chiesa - scrive Jacques Maritain - è d'essere santa,
nonostante i membri peccatori».
Incessantemente, sino alla fine del mondo, le mani di alcuni uomini eletti
innalzeranno l'agnello di Dio che cancella i peccati del mondo.
È mediante l'imposizione delle mani che già allora viene creato diacono Stefano
il quale apparve al sinedrio col viso «simile a quello di un angelo».
Questa luce splendente sul viso di Stefano non si è più spenta,
ma attraverso i secoli, ad onta di tutti i tradimenti,
non ha cessato di illuminare la faccia di tutti i preti, anche i più oscuri,
e ha brillato sul viso sgraziato del curato d'Ars.
La grazia del Giovedì Santo si trasmetterà sino alla fine dei secoli,
sino all'ultimo prete che dirà l'ultima Messa nel mondo semidistrutto.
Il Giovedì Santo ha creato questo tipo di uomini
e loro ha impresso un marchio ed un contrassegno speciali.
Simili a noi e insieme tanto dissimili,
mai, come in questo secolo pagano, sono apparsi come una sorprendente stonatura.
Può sembrare che i preti facciano difetto,
ma, in verità, quale adorabile mistero che vi siano ancora dei preti!
Non più umani privilegi: la castità, la solitudine, più spesso l'odio,
lo scherno e, sopra tutto, l'indifferenza di una società,
che non sembra più aver posto per essi: ecco la bella parte che si sono scelti.
Nessuna apparente onorifica dignità, ma un ufficio che pare talora materiale
e che agli occhi di molti li rende simili agli impiegati dello stato civile e delle pompe funebri.
Sommersi interamente in un'atmosfera pagana,
la loro virtù susciterebbe il sorriso del mondo, se alla virtù il mondo ancora credesse.
Sorvegliati e spiati, quelli che cadono sono denunciati da mille parti;
quanto agli altri, che sono la stragrande maggioranza,
nessuno si meraviglia di vederli faticare oscuramente senza una mercede che si rispetti,
chinarsi sui corpi in agonia, infangarsi nei cortili degli oratori.
Chi potrà ridire l'abbandono di un prete di campagna, in mezzo a contadini,
se non ostili, spesso chiusi allo spirito di Cristo?
Si entra nella chiesa di un villaggio: nessuno;
un vecchio prete inginocchiato nel coro veglia solo col suo Maestro.
Le parole di Cristo a loro riguardo sono la realtà di ogni giorno:
«Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome».
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Da secoli, dopo il Giovedì Santo, vi sono uomini che scelgono di essere odiati
e, privandosi di ogni umana consolazione, scelgono di perdere la loro vita
perché un giorno vi fu chi ha fatto una promessa che sembrava pazzesca:
«Chi salverà la sua vita la perderà e chi la perderà per causa mia, la ritroverà»;
e più oltre: «Chi mi avrà confessato davanti agli uomini,
io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Ma potrebbero essi perseverare se non avessero già su questa terra una qualche gioia?
«Che cosa dovete fare?» diceva Cristo a un prete alla vigilia della ordinazione:
«Mettervi nelle mie mani e abbandonarvi a me;
datemi il vostro corpo, perchè ne usi per me e per i bisogni delle altre anime.
Vi sospingerò, vi sosterrò, vi plasmerò e voi lascerete fare;
permetterò che si mormori di voi e voi non vi rifiuterete mai...».
Sì, i preti, i santi preti sono ripagati da un amore immenso.
Per ogni cristiano che cerchi di vivere in conformità della sua fede,
gli scandali inevitabili svaniscono al paragone della santità del sacerdozio cattolico.
Gli eretici menan vanto di non aver bisogno di intermediari per rivolgersi a Dio;
se ne glorino pure, ma credono essi che anche il cattolico, quando ne è degno,
non gusti la dolcezza di trovarsi faccia a faccia col Padre
nella contemplazione e nell'unione?
Il cattolicesimo dà la prova di essere la Chiesa vera appunto nel sapere tenere conto
della nostra natura decaduta ed inferma;
soltanto in seno ad esso si avvera la promessa fatta da Cristo ai suoi discepoli
in quel lontano Giovedì: «Io non vi lascerò soli».
Fin dall'inizio della sua vita pubblica, Gesù aveva affermato il potere
concesso al Figlio dello Uomo di rimettere i peccati;
questo potere Egli l'ha trasmesso ai suoi preti:
«Saranno rimessi i peccati a coloro ai quali voi li rimetterete».
I protestanti vedono nel Sacramento della Penitenza
solo la facilità di farsi assolvere a buon mercato e di poter ricominciare.
Non si può nulla contro questa caricatura,
ma non cessiamo di ripetere che perché l'assoluzione sia valida,
bisogna odiare il proprio peccato, - condizione questa, in certi casi, difficile -;
bisogna poi avere il fermo proposito di non ricadere,
e non a parole, ma per un'adesione interiore, della quale Dio solo è giudice.
Il dolore del castigo non basta se non è penetrato d'amore per Iddio:
nulla può essere perdonato senza un inizio d'amore.
Nel sacerdote visibile è l'invisibile Cristo che ci rimette le colpe, riaprendoci il suo cuore;
ed è per questo che il fedele desideroso di progredire non solo si confessa,
ma accetta che un sacerdote lo diriga nel difficile cammino: «Io non vi lascerò orfani...».
La paternità spirituale, che fa orrore al mondo, rappresenta invece un pegno di salute.
Quanto più l'orgoglio umano dolora nel sottomettersi,
più ammirevoli ne sono i frutti, e nessun atto al mondo
ci dà il senso della nostra libertà più di questa sottomissione volontaria.
Questo giogo leggero, al quale nessuno ci obbliga, bisogna volerlo,
aderirvi con un atto spontaneo, ad ogni istante rinnovato;
il fedele vi si rimette non per essere schiavo, ma per rimanere libero.
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Ci dicono che ne soffriamo, che i santi stessi ne hanno sofferto,
che per taluni la direzione è stata una sorgente di grandi prove
e qualche volta più un impaccio che un valido aiuto;
e aggiungono che, anche fuori del cattolicesimo, vi sono state anime
che hanno potuto elevarsi assai in alto senza bisogno di direzione.
Forse, però, a questi è proprio mancata la somiglianza col Cristo del Giovedì Santo,
ubbidiente sino alla morte, disfatta suprema che completa la vittoria del cristiano.
La sottomissione del penitente al suo confessore
apre al più meschino dei fedeli quella rinuncia al proprio giudizio,
richiesta da qualsiasi anche minimo progresso nella sequela di Cristo.
Non esiste, d'altra parte, nessun altro mezzo di guardarsi bene in faccia;
con i nostri occhi non possiamo vederci compiutamente.
«Se tu conoscessi i tuoi peccati, diceva Cristo a Pascal, ti scoraggeresti».
Nessuno sa giudicarsi con equità.
Bisogna conoscersi e insieme non avvilirsi,
ed è proprio questo equilibrio che il cattolico ottiene dalla direzione spirituale:
l'audace impara a diffidare di sé, il timido acquista coraggio e comprende,
in tutto il loro significato, le parole di S. Giovanni:
«E se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore».
No, non è ad un uomo che noi ci sottomettiamo, ma a Gesù Cristo, ch'egli rappresenta.
È meraviglioso constatare come il più misero dei preti,
dal momento che, rivestito della stola, alza la sua mano sulla nostra fronte reclinata,
si sveste della sua personalità e si trasforma ai nostri occhi in un Altro,
infinitamente a lui superiore.
Quest'uomo, poi, è pur soggetto a un altro sacerdote
e lo stesso Papa è penitente e spiritualmente diretto.
Colui, davanti al quale noi c'inginocchiamo, s'inginocchia a sua volta;
chi giudica è giudicato;
ascolta i nostri peccati, ma ha confessati i suoi.
La denuncia, la penitenza, il pentimento,
sono patrimonio sacro comune a tutti i sacerdoti e a tutti i fedeli.
Certezza di essere perdonato, parola di Gesù al paralitico ripetuta per noi:
«Va, i tuoi peccati ti sono rimessi»;
bacio di pace ricevuto nell'intimo del nostro cuore miserabile;
pagina bianca, sulla quale l'uomo più abbietto, ridivenuto simile ad un fanciullo,
può iniziare a riscrivere una vita nuova,
- perché non è mai troppo tardi per divenire santo -:
tale è l'immenso fiume di grazia che rampolla
dalla prima ordinazione sacerdotale di quel Giovedì Santo.
87
VIII PARTE
Sguardi sulla vita del sacerdote:
la comunità di San Luca racconta.
88
Questa è la parte più ampia del fascicolo;
e, anche per questo, ritengo abbia una importanza rilevante:
raccoglie infatti testimonianze sul sacerdote di non poche persone della comunità di S. Luca.
Desideravo offrire il microfono - o il pulpito - ai laici, per chiedere :
“Parlami del sacerdote… io ti ascolto”.
Dimmi…
dimmi che cosa è stato per la tua vita;
dimmi se sa intercettare la tua esistenza;
dimmi se ti sa guardare;
dimmi se è capace di lasciarsi coinvolgere nel tuo vissuto personale;
dimmi se lo vedi contemplare solamente il cielo o sa percorrere le strade degli uomini;
dimmi se è una presenza che rimanda ad un‟altra Presenza;
dimmi se è un uomo capace di relazione;
dimmi se è capace di amare;
dimmi se è umano;
dimmi se parla un linguaggio comprensibile;
dimmi se è un uomo del nostro tempo;
dimmi se gli riconosci di possedere i vocaboli della fede;
dimmi se i suoi passi ti conducono verso orizzonti di speranza;
dimmi se è un uomo di comunione;
dimmi se è capace di ascoltare;
dimmi se sa incoraggiare;
dimmi se nelle sue parole rintracci la Parola;
dimmi se trovi in lui tracce di santità.
E dimmi…
dimmi se preghi per lui;
dimmi se lo correggi fraternamente;
dimmi se lo perdoni;
dimmi se non ti scandalizzi dei suoi limiti e delle sue fragilità;
dimmi se lo aiuti per quelle necessità che vedi;
dimmi se sai cogliere i suoi momenti di sofferenza;
dimmi se sai offrirgli segni di amicizia;
dimmi se ricordi sempre che è stato guardato e amato da Gesù con una speciale intensità;
dimmi se …
A seguire si trovano 35 pagine: sono “sguardi sulla vita del sacerdote”,
scritte da altrettante persone che hanno maturato un proprio vissuto cristiano.
Le ritengo pagine di un libro scritto dalla chiesa, da questa chiesa di San Luca.
Io mi metterò in “attento ascolto”, cercando di far tesoro di ciò che diranno
i miei fratelli nella fede per la mia vita sacerdotale.
89
1. Racconto
m. a. z.
Da bambina vedevo e vivevo i sacerdoti come appartenenti ad un mondo speciale, lontano dalle
faticose vicende familiari, li vedevo spostarsi entro un perimetro limitato al cui interno
abbondavano messali, libri e immagini sacre, riti, funzioni ordinarie e celebrazioni straordinarie.
Era come vedere il sacerdote sempre e soltanto sull‟altare, in sacrestia o… nel confessionale dove,
mi sembrava, che severità e intransigenza prevalessero sulla disponibilità all‟ascolto e sulla forza
del perdono.
Molti miei coetanei percepivano, come me, distanza e timore nel rapporto coi sacerdoti. La mia
mamma, con semplicità, mi indicava sacerdoti diversi, più vicini ai giovani e mi parlava di
messaggio d‟amore e di vocazione sacerdotale. Capivo poco, mi sembravano eccezioni. Mi faceva
poi guardare più vicino e mi indicava il sacerdote della nostra famiglia, un fratello della mia nonna
paterna. Ricordo il riverente affetto che i nipoti e i conoscenti gli portavano, ricordo il grande vuoto
che aveva lasciato in tutti la sua improvvisa scomparsa e ricordo i preziosi vetusti libri della sua
biblioteca, la foto di cappellano militare e gli spartiti sull‟armonium ormai silenzioso per sempre.
Più e meglio di ogni cosa ricordo la sua figura che riempiva lo spazio e spesso si accompagnava a
due nipotini, tenendoli per mano, ricordo la sua voce pacata, l‟eleganza e la misura dei gesti. E‟
scomparso in fretta, non mi ha segnata abbastanza.
Intanto crescevo, i tempi cambiavano, circolavano idee nuove, non si risparmiavano critiche severe
ai sacerdoti, ai preti come si diceva con una sgradevole sottolineatura. Sentivo in me crescere le
inquietudini, era come se volessi rimuovere la fede timida e povera di entusiasmi che fino ad allora
mi aveva accompagnata e mi facevo sempre più svogliata e distratta nelle pratiche religiose.
Avanzavano gli anni 60-70, erano stagioni di cambiamenti, di speranze, di illusioni e di amarezze.
In quel decennio io approdavo a Milano, per studio, con il mio giovane sposo (più perplesso e più
inquieto di me). Sentivo ed incontravo preti nuovi e diversi, carichi di carismi; ne avvertivo il
fascino. Conduceva all‟epoca (e ancora per poco) la chiesa ambrosiana Monsignor Montini (il
futuro Paolo VI) e mi è capitato, poi, di incontrare padre D. M. Turoldo sacerdote e poeta
straordinario che faceva giungere a tutti la Parola con la forza erompente delle sue parole. Non si
poteva restare impermeabili alle sue prediche e ai suoi versi, sia che si appartenesse alla Secolarità
che alla ecclesialità. Giunge poi come guida per l‟arcidiocesi di Milano un altro grande: il cardinale
C. M. Martini e all‟Ambrosiana Mons. Ravasi.
Nella mia nuova parrocchia, all‟epoca in costruzione c‟era un giovane sacerdote come parroco, era
anche un artista e pittore di talento, un appassionato di viaggi e un grande trascinatore. Era per le
mie bambine il tempo del catechismo e, per questa ragione frequentavo la parrocchia, ma vedevo
una serie di incoerenze comportamentali e … mi ponevo domande… aumentavano le perplessità,
intorno c‟era frastuono ecclesial-politico-sociale.
Vivevo travagli interiori che andavano al passo coi travagli familiari. Non capivo che al di là di
qualsiasi idea c‟era la Fede e la mia era povera, malata e impoveriva ogni aspetto della mia
esistenza e aveva ricadute pesanti sulle mie bambine che … confondevo… così come io ero
confusa. Approdo poi, nei primi anni del „2000, per circostanze esistenziali, alla parrocchia di S.
Luca Evangelista, in Città Studi, a Milano e trovo qui altri Sacerdoti, tutti diversi tra loro, ma
ognuno da ammirare per le proprie connotazioni umane e sacerdotali.
Uno, fra tutti, mi colpisce, per il suo garbo, il suo sorriso, il suo stile: riesce a fare brevi ed intense
riflessioni profondamente evangeliche e fortemente attuali che scuotono dolcemente. Mi ha aiutata a
crescere nel percorso di fede, ha dissipato dubbi, ha migliorato la qualità del mio <credere> mi ha
resa, forse, una testimone più attendibile.
Un pensiero finale … di speranza e di auspicio: che in questo anno sacerdotale aumentino le
vocazioni, perché c‟è bisogno che giovani operai della vigna del Signore diventino <vignaioli>
attenti e capaci di produrre un vino nuovo e frizzante che allieti tante feste di nozze e vivacizzi tante
mense silenziose che riempiono di frastuono esterno il vuoto interiore dei commensali.
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2. Ai confini della realtà: pianeta preti
t. f.
Non c‟è dubbio che vengano da un altro pianeta.
Alcuni ci rimangono, almeno con la testa e il cuore,
altri si ambientano e costruiscono pian piano eteree tele di rapporti umani.
Certo la loro personale storia li fa diversi da noi, li rende costituzionalmente soli,
anche se sono in tanti (ma sempre meno dicono preoccupate le statistiche…).
Soli e perennemente presi d‟assalto da penitenti assetati di perdono, da teologi dilettanti,
da pragmatici collaboratori o da improbabili mistici del nostro tempo.
Con un alleato incredibilmente forte dalla loro parte, però, che li sostiene incessantemente
e fa di ognuno di loro suo concreto bilico per sollevare la nostra pesante debolezza.
Se un tempo i nostri occhi li hanno a volte idealizzati, ora i nostri occhi di adulti
li scoprono quali realmente sono e cioè persone come noi costantemente sospese tra povertà
e santità. E questo pare che riesca a turbarci più di quanto ci turbi la nostra microscopica fede.
Certo i preti sono esposti allo sguardo di tutti,
certo da loro ci si aspetta che siano guide inossidabili, meglio se anche infallibili.
Ma ci scordiamo forse che come tutti gli esseri umani “funzionano” in maniera ottimale
se si sentono accolti, seguiti, amati anche dai propri simili.
E dico “anche”, perché indubbiamente almeno sull‟amore del Padre nessuno può eccepire nulla.
Abbiamo bisogno di loro. Alla nostra comunità di peccatori
è necessario chi spezza il pane e lo consacra insieme al vino, chi spiega la Parola,
chi amministra i sacramenti, chi prega per noi, chi opera per noi e chi per noi spera.
E‟ nelle loro mani che mettiamo le nostre povere trasparenze umane
perché vengano dimenticate da Dio.
Ma siamo così abituati alla loro presenza da non coglierne più la reale dimensione di mistero.
E allora vantiamo pretese, spariamo giudizi, alimentiamo insofferenze.
Tutti o quasi, abitualmente o sporadicamente.
Ciò significa che ancora non sta trionfando l‟amore sopra i nostri ragionamenti,
i nostri programmi, le nostre logiche inflessibili.
Non sempre dimostriamo, e parlo in primo luogo di me, di apprezzare quella loro fatica
che è il tentativo di esprimere il meglio di cui sono capaci,
sinceri certamente anche se inadeguati a volte alle nostre anche legittime aspettative.
Penso che vadano rassicurati e confortati con il nostro appoggio, nonostante tutto.
E che questo significhi non abbandonarli, ma avvicinarli in un sereno confronto,
che renda evidente il desiderio comune di crescere nella fede
e che pudicamente censuri ogni velleità di sterile contestazione.
Ora, quando prego lo faccio anche pensando a questi nostri sacerdoti.
Sento che è il modo giusto di incoraggiarli e ringraziarli per la loro presenza fedele.
Voglio riuscire a trasformare dentro di me la delusione e la rabbia di alcuni momenti
in comprensione e tenerezza.
Voglio uno sguardo innocente capace di amare il miracolo di ogni piccolo spiraglio di bene,
che strappa il buio della vita e presto ne farà una sconfinata foresta di luce per tutti noi.
91
3. Le tue mani
m. g. g.
“…Tu sei la possibilità/di una viva/solitudine;/e il tuo sacerdozio/è un oasi/
ove essi hanno il diritto/d‟approdare/dalle loro fatiche” (David Maria Turoldo).
Vorrei partire da qui per dire cosa rappresenta per me il sacerdote
e non posso farlo se non ricordando le figure dei preti che hanno accompagnato
i momenti più importanti della mia vita e della mia crescita spirituale.
Lo “scontro” con la morte, quella di mio padre, all‟età di diciassette anni,
aveva creato un groviglio di emozioni contrastanti nel mio cuore…,
quando le mani di un giovane prete hanno aiutato le mie a congiungersi in preghiera.
Con lui ho scoperto la vicinanza, il sostegno, la guida che ha dato forza alle mie domande,
la sollecitudine nel prendersi cura dei miei dubbi, con fiumi d‟inchiostro,
quando vicina non ero, per dirmi l‟amore paterno di Dio,
per insegnarmi ad ascoltare la Sua voce.
E alla sua morte, prima di salire al Padre, la conferma alla grande domanda: sì, Dio esiste!
Il cammino scout, per riprendere la strada, per rialzarmi… aggrappata a un‟altra mano,
più adulta, che mi ha spinto a crescere, a percorrere sentieri sterrati,
a confrontarmi con gli scossoni della vita a testa alta, guardando oltre, più in alto;
ad accettare sia la durezza del rimprovero sia la tenerezza dell‟abbraccio pacificante.
E nell‟incontro con la Parola, l‟esperienza dell‟Amore che attraversa la comunicazione
a cuore aperto, che ha portato questo sacerdote a farsi missionario.
Dopo molti anni un confessionale, una mano tesa nel gesto di scostare la tendina,
un sorriso, una frase: “La aspettavo!”
Una mano aperta è entrata della mia vita e in quella della mia famiglia.
Un sacerdote, che ha camminato con ciascuno di noi, che ha gioito e pregato con noi;
che ha raccolto i pensieri bui e disorientanti della malattia, posando nella mia mano
abbandonata il suo rosario; che ha offerto nel calice dell‟eucaristia tutte le nostre lacrime,
che ha saputo leggere nel cuore di ciascuno di noi le parole non dette, e piangere con noi…
nel momento del dolore più lacerante. Il Signore sapeva che ne avremmo avuto bisogno!
Ricordo due frasi di S. Ambrogio, tratte dal breviario, due brevi introduzioni a due cantici:
”Tu sei stato scelto tra i figli di Israele, tra i sacri frutti sei stato giudicato primizia“
e l‟altra: “Dove cercheremo Cristo? Nel cuore di un sacerdote prudente”.
Penso alle tue mani , sacerdote, prima consacrate, poi fasciate, ora aperte sulla vita
di tutti gli uomini che incontri; avvolte nei paramenti e strette attorno all‟ostensorio
e, gli occhi che contemplano l‟ostia, trasmettono una emozione intensa:
tu ami questo Dio così fragile che si affida alle tue mani.
Penso ai tuoi occhi chiusi per lasciare che le Sue parole ti attraversino
e tu sia lo strumento di Dio per donare il perdono.
Penso al tuo cuore: ”… che cerca di Te, inaccessibile Luce;/di te si affanna questo
cuore/conchiglia ripiena della Tua Eco,/o infinito Silenzio” (David Maria Turoldo).
Grazie per essere l‟oasi a cui tutti possono approdare.
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4. Per riscoprire l'identità del sacerdote
m. a. r.
Mi aiuto con i Vangeli, che riportano le parole di Gesù.
Matteo in 4,19 scrive che ai primi discepoli Gesù disse: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini".
E in Luca 6,12-16: "Gesù passò la notte in orazione sulla montagna
e quando fu giorno chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici ai quali diede il nome di Apostoli".
Giovanni 1, 35-50 descrive i primi discepoli che seguirono Gesù, quelli che saranno gli Apostoli.
Marco 3, 13-14 dice: "Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui”.
Queste sono azioni di Gesù così colme d' amore che mi sconvolgono,
mi commuovono per questo dono immenso, che fa ai cristiani,
per continuare a stare in mezzo a loro in persona, in spirito e con la sua parola.
Non posso che pregare riconoscente, perché lo Spirito che viene donato ai novelli sacerdoti
con l'imposizione delle mani del Vescovo che consacra, li riempia di bontà, carità, gioia,
pace, pazienza, mitezza … e ancora sapienza e luce, per essere buoni portatori della Verità.
Li vedo questi frutti dello Spirito nei sacerdoti che ho conosciuto e conosco,
frutti che essi esprimono come carismi negli uni e negli altri,
un'impronta evidente che portano sulla loro persona: è l'impronta di Gesù.
Infatti, man mano che trascorrono i loro anni, lo stare con Gesù, l'adorarlo, il pregarlo tanto,
l'essere amorevolmente in servizio, da‟ loro qualcosa che è evidente nel comportamento.
Dai gesti, dall'espressione del viso, dal tono di voce, dal modo di accostarsi alla sacra mensa,
il Sacerdote trasmette il senso della sacralità del gesto liturgico che sta compiendo.
E lo trasmette quando lo vive in modo talmente profondo
che persino il timbro e il tono della voce normali cambiano.
Gesù, la sera di Pasqua, affida la sua salvezza misericordiosa al discernimento degli Apostoli:
“A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi ".
In questo sacramento della Penitenza in cui lo Spirito agisce,
c'è un carisma particolare che si nota nell'uno o nell' altro sacerdote:
il discernimento sulle anime che si presentano
si esprime con la consolazione o con la chiarificazione dottrinale,
con l'ascolto interiore per poi trasmettere l‟amore di Dio o con la comprensione,
con la paternità spirituale come guida continua dell'anima che lo sceglie
o con la severità e il richiamo, se ce ne è bisogno.
Dice Marco 3,14 : "Ne costituì dodici che stessero con lui".
Ogni giorno Gesù affida il suo corpo e il suo sangue nelle mani del sacerdote,
nel momento solenne della consacrazione, al punto che il sacerdote diventa un alter Christus.
Da qui trae forza il suo ministero.
Ancora, uno dei suoi compiti primari è la predicazione del Vangelo.
Infatti gli Apostoli istituirono i presbiteri proprio perché erano preoccupati
di assicurare per il futuro la fedele trasmissione della fede.
Dalla predicazione, quindi, deriva un rapporto del tutto particolare fra il sacerdote e la comunità.
E penso ancora che il "chiamò a sé quelli che egli volle", chiunque sia il chiamato, l‟ha voluto Gesù.
Di fronte a queste parole tutta la comunità dei credenti si inchina.
E Gesù farà crescere il sacerdote secondo i suoi tempi e i suoi disegni;
lo perfezionerà e gli darà grazie su grazie, poiché voluto da Gesù per la sua Chiesa.
93
5. Il sacerdote: colui che conduce al Mistero
v. m.
“Eterno senza tempo, sorgente della vita che non muore:
a te la creazione fa ritorno nell’incessante flusso dell’amore”
(S. Francesco di Sales)
Il compito del sacerdote è quello di annunciare della morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Questo compito implica la saldatura permanente tra il cielo e la terra. Sia il fatto che la vita
di ogni persona che viene al mondo sia tenuta tra le braccia di Dio e da lui venga sostenuta
in eterno, sia il fatto che nel cuore di ciascuno di noi dimori un‟anima immortale che è
destinata a vedere Dio, deve indurre il sacerdote a dare un costante messaggio di
speranza, alimentato da una grande fiducia. Tutte le persone che vengono a contatto con
il sacerdote devono acquisire la certezza che veniamo dal Mistero e siamo diretti verso
il Mistero. Il messaggio di Gesù è “politico” per il solo fatto di proclamare la dignità
della persona, sia donna sia uomo, l‟essere-soggetto di tutti gli uomini davanti a Dio.
Perciò il sacerdote deve insorgere a favore di questo essere-soggetto ogniqualvolta esso
sia minacciato: non deve combattere soltanto perché gli uomini rimangano soggetti
di fronte alle crescenti coazioni collettive, ma anche perché gli uomini-liberati
sia dalla miseria sia dall‟oppressione possano diventare soggetti.
Povertà che rende liberi – Essere poveri significa vivere in virtù della fiducia in Dio.
Non dobbiamo avere più di quello che siamo noi stessi.
Tutto ciò che oltrepassa questo limite, altera il nostro essere e sbarra l‟accesso agli altri.
La povertà del sacerdote si presenta non come una limitazione che gli apre la strada
verso se stesso, come un arrivo al proprio centro. La rinuncia al possesso diventa quindi
per il sacerdote letteralmente “opera” di una totale fiducia in Dio.
Un’obbedienza aperta – L‟obbedienza intesa in senso evangelico e quindi in senso assoluto
è dovuta unicamente a Dio. Dare ascolto a Dio e obbedire a Dio significa per il sacerdote
scorgere l‟immagine dell‟essenza della propria esistenza, oltrepassando i limiti sorvegliati
dalle guardie degli uomini, attraversando porte chiuse, sopportando sempre con intensità
il luogo della solitudine , finché il sentiero lo porta ai fratelli che aspettano.
Diventare obbediente per il sacerdote significa lasciar stare la propria pianificazione per
diventare vero e trasparente nel raccoglimento silenzioso alla presenza di Dio.
Castità – La castità significa per il sacerdote intuire qual è l‟essenza dell‟altro e riportarla
in superficie, evidenziare le linee del carattere in cui l‟Io dell‟altro manifesta la sua bellezza;
accogliere il ritratto del suo sorriso e l‟espressione della sua tristezza per conoscere la verità
della persona; attirare l‟anima dell‟altro sepolta sotto montagne di macerie, fatte di
speranze distrutte, gesti nascosti, pensieri segreti e farla ritornare alla luce del sole;
far sì che l‟anima faccia rifiorire le zone devastate, significa far emergere lo sforzo di
liberare il corpo dell‟altro dai vincoli di un falso pudore e di donargli la sua originaria
bellezza e innocenza. Nessun altro rapporto tra persone cerca di essere vicino al mistero
della creazione: cogliere la parola con cui Dio chiamò alla vita questa persona.
La castità significa dunque tenerezza disinteressata, gratuità, libertà e legame,
ed esprime l‟unità perfetta di corpo e anima.
94
6. Grazie
a. r.
Che cosa posso offrirti, Signore?
La mia fragile fede,
le mie paure
e le mie debolezze,
i miei peccati…
Un sacerdote, in confessionale,
prega e aspetta di poter offrire
il tuo perdono;
mi avvicino e a lui,
a te Signore,
apro il mio cuore.
E Tu, ancora una volta,
mi stringi a te
nell’abbraccio della tua misericordia
che accoglie e perdona.
Allora la mia voce tace,
ma la mia anima canta a te
il mio grazie
per questo sacerdote
che hai messo sulla strada
della mia vita.
Non so dirti altro, Signore.
Grazie per questi fratelli
che vivono tra noi
e per noi.
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7. “Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù”
b. b.
Chi è il sacerdote?
E‟ uno di cui il Signore si fida molto. Ha un progetto speciale per lui.
Lo sceglie fra tanti come ha scelto gli Apostoli perché “stessero con lui”
e perché portassero avanti il suo progetto tra gli uomini.
Quando Gesù gli ha detto “Vieni e seguimi”, lui ha incontrato lo sguardo
del “Re dei Cieli che ha occhi e cuore di uomo”
e come Geremia ha risposto: “Tu Signore mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre”.
Vocazione è il tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde.
Poi, pieno di gioia, vende tutto e compra quel campo.
Come si prepara per diventare sacerdote?
Studia infinite cose e alla fine è pronto a …diventare povero di spirito per incontrare
l‟altro e trovare il modo di comunicare anche a lui il messaggio che ha ricevuto.
Impara a vivere in pienezza la sua umanità, diventa sempre più capace di condividere.
Impara a vedere uomini, donne, anziani, bambini, sani, malati del suo tempo: la giusta
relazione con un essere umano gli apre la porta alla giusta relazione con il Signore dei Cieli.
Dove va quando è diventato sacerdote?
Va dove gli indicano, non oppone resistenza: nel più sperduto paese, nella più caotica città.
Dei suoi talenti umani, delle sue ricchezze è un altro che decide,
ma lui sa che è l‟Altro di cui si fida.
E‟ colui che paga uno dei prezzi più alti nel dono di sé.
La sua via è “divina, umana, umanizzante”.
Incontra le più diverse persone, anzi incontra sempre la stessa Persona,
il suo cuore resta libero. Il colloquio con Lui si fa sempre più intenso.
La sua vita è sempre nuova.
Cosa fa il sacerdote?
Vive per incontrare, consacrare, offrire Colui che per mano sua è voluto rimanere con noi
per accompagnarci nella nostra vita che altrimenti sarebbe fatta di niente.
Legge e rilegge la Sua Parola e la tramanda perché non si perda.
Se vive nella gioia, è perché gli è data.
Se vive nel deserto è perché segue Lui sulla stessa strada della Croce:
le parole di Paolo sono le sue, “quando sono debole è allora che sono forte “.
E‟ uno che è rimasto se stesso con le povertà di sempre, ma questo rafforza la sua fede.
Dà testimonianza con la propria vita, non solo, ma è anche un padre,
colui cui le persone si affidano nella ricerca del cammino:
può indicare ad altri la strada perché lui non ha perso la strada.
A lui le persone confidano la propria vocazione alla vita familiare: Lui la consacra.
A lui svelano i propri errori: Lui li libera.
E‟ presente alla nascita e al termine della vita degli uomini per assicurare il sigillo del Signore.
L‟esercizio del ministero non esaurisce l‟essere sacerdote.
“Il sacerdozio è l‟amore del cuore di Gesù” (Santo Curato d‟Ars).
96
8. Vedo il sacerdote e penso a Te
g. p.
Penso ad un albero
e immagino le sue radici sottoterra, nascoste,
e osservo i suoi rami rivolti al cielo, protesi,
e vedo il sacerdote, fermo,
e penso a Te, o Dio.
Penso a Mosè di fronte ad un cespuglio che arde e dal quale esce una Voce...
Penso al suo stupore, alla curiosità, alla meraviglia
e infine al timore di essere di fronte ad un Dio, il suo Dio,
che si rivolge a lui, proprio a lui...
Penso alla grandezza della chiamata sacerdotale, alla sorpresa, allo smarrimento...
Quante domande, o forse nessuna!
Quanta speranza, quanta gioia, tanta.
"Ma mi basterà, o Dio, per tutta la vita?"
"... e la Tua mano, o Dio, il Tuo sorriso mi seguirà per tutta la vita?"
"Saprò vedere il Tuo volto anche nel buio, o Dio, o dovrò fare come Zaccheo
che salì su un albero per vederti meglio?"
Il Tuo volto io cerco, o Dio.
"Ma in quale fratello, sorella, mi sarà più chiaro, più bello?"
"Avrà un volto noto, amico o forestiero?"
"Avrà la pelle ...bruna come la Tua? O come la mia?"
"... e io sarò vigile in quel momento? O sarò distratto e Tu andrai oltre..."
Penso all'Amore di Dio che si pone con la delicatezza di una farfalla
ma con l'ardore di un Amante.
"Saprò riamarti, o Dio, e per tutta la vita?"
Penso alla presenza di Dio nel Pane,
a questa piccolezza, a questa umiltà che mi confonde.
"Chi sono io, che Ti ho nelle mie mani, e chi sei Tu per amarmi tanto?"
Penso alla Parola e alle tante parole dette e udite dal sacerdote
e mi domando, o Dio, se è nel Tuo silenzio che ti troveremo
oppure se sarà nell'ascolto del fratello...
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9. Vero uomo di Dio e uomo per la gente.
m. m.
Quando penso alla figura del sacerdote, il mio pensiero va a don Ernesto.
Era venuto nella mia parrocchia di origine subito dopo l'ordinazione
e vi è rimasto per quasi vent'anni a collaborare con il parroco,
non anziano ma malaticcio e di non facile carattere.
Era piuttosto timido, non grande oratore, semplice e umano;
sapeva mettersi al piano di tutti e mettere tutti a loro agio.
Se entravi in chiesa in certe ore del giorno, lo vedevi là, sulla quarta o quinta panca,
o in ginocchio, la testa tra le mani, o seduto con un libro e un notes per gli appunti.
Ti veniva da pensare: sta pregando, oppure sta preparando l'omelia per la domenica.
Se gli volevi parlare, chiedere un consiglio o confessarti,
non dovevi suonare campanelli o chiedere appuntamenti:
era lì, sempre disponibile: ti sedevi accanto e raccontavi le tue cose.
Un vero uomo di Dio e uomo per la gente.
Era il prete dell'oratorio: ragazzi e giovani erano il centro dei suoi interessi.
Non era però l'amicone che si mettesse a scherzare con loro:
era un misto di bontà e di severità che gli dava autorevolezza.
In quegli anni fiorirono parecchie vocazioni maschili:
al seminario diocesano, alle missioni, alla vita religiosa.
Il parroco lo stimava e lo lasciava fare:
oltre all'oratorio, seguiva praticamente tutte le attività della parrocchia
e arrivava a tanto perché aveva il dono di saper coinvolgere le persone.
Sapeva scoprire quanto ciascuno poteva dare
e si circondava di molti collaboratori che sapeva motivare e valorizzare.
C'erano allora tantissimi immigrati dal sud dell'Italia, venuti in cerca di lavoro.
Che cosa non fece per accoglierli e aiutarli a inserirsi nella nuova realtà
tanto diversa da quella che avevano lasciato?
Con vero spirito missionario si interessava ai loro problemi e difficoltà
e cercava di orientarli nella ricerca di una soluzione.
La sua missionarietà andava poi al di là dei confini della parrocchia.
Incoraggiava il gruppo missionario, stimolava i giovani
a intraprendere iniziative a favore della missioni,
teneva contatti con i missionari nativi del paese,
desideroso di conoscere le loro esperienze anche per farne tesoro nella sua attività pastorale.
Quando fu fatto parroco di un grosso paese non lontano dal nostro,
se ne sentì a lungo la mancanza e anche oggi, a distanza di quasi trent'anni,
quando la gente pensa all'età dell'oro della parrocchia, il suo pensiero va a don Ernesto.
98
10. Semi di luce
s. g.
E Gesù disse loro:“Andate per tutto il mondo e predicate l’Evangelo ad ogni creatura.” Come un
sussurro, in un tempo indimenticabile, nasce intimamente la chiamata. E‟ richiamo ad essere un
seme di luce che feconda gli aridi sentieri del mondo. Nel cuore che freme, la Voce si fa sentire
imperiosa: ”mio servo tu sei, ti ho scelto. Non temere, perché io sono con te. Ti rendo forte. Ti
sostengo con la destra vittoriosa.” Benedetto è il grembo che custodisce la visione del seme-figlio
che si offre totalmente al Risorto. Il prescelto abbandona ogni cosa per seguire la promessa. E‟ un
ministero di perfezione che lo porta ad incontrare Dio a faccia a faccia. Tramite il dialogo costante
ed incessante col Padre, il servo fedele si affianca al Figlio Gesù e rinnova i Suoi gesti, ne ricalca i
passi, riformula gli insegnamenti, esercita le Sue divine virtù. Lo Spirito Santo risponde alla lode
sincera e si muove con autorità dentro di lui, conferendogli il coraggio e l‟umiltà, la potenza di
innestare nei solchi dell‟animo umano, la lieta e nuova notizia d‟amore. Ed è solo arrendendosi al
Maestro, lasciandosi modellare e plasmare dalla Sua Parola, che il chiamato è deputato ad
accogliere la Rivelazione, così da divenire un ponte luminoso tra il Creatore e le creature. Nudo e
scalzo, non portando null‟altro che l‟eco del dolce appello, il giovane eletto va incontro al suo Re e
lungo il cammino, si stupisce di scoprirlo Signore di quanti, aprendosi alla Salvezza, ricevono
guarigione e liberazione. Un viaggio tra le spine e i rovi, ma nella conca del cuore scorre una
sorgente inesauribile di gioia che fa scaturire miracoli di amore. E il Nazareno è il Santo Sacerdote
che dà forza al suo inviato che percorre valichi e deserti, nell‟aridità e nelle tentazioni, superando il
Mar Rosso minaccioso. “Il mio volto ti ha cercato, il tuo volto cercherò io Signore.” Il fissare lo
sguardo all‟Uomo di Galilea è lo scudo di difesa, la bussola itinerante per giungere alla Santa
Dimora. Senza di Lui nulla è possibile, con e per Lui vi è potenza e vittoria: ” tutto posso, in Colui
che mi dà la forza.” Dal cuore di Dio sono scaturiti i ministri, semi di luce e sale della terra, per dire
quanto Egli ci ama e si prende cura di noi. Nella carne e nel cuore dei sacerdoti, il Messia incide
con il fuoco, la Legge. E‟ dottrina amabile e semplice: bisogna farsi piccoli, mansueti ed innocenti
come i pargoli, per accedere al regno celeste. I pastori prescelti siano ultimi tra gli ultimi, poveri e
armati solo di giustizia e di misericordia, per assomigliare al Maestro. Gesù Cristo è lo specchio
entro cui i suoi servi, traggono coraggio, combattimento, rinnovamento e vittoria. Le loro mani di
carne diventano strumenti sacri tutte le volte che, spezzando il pane ed elevando il calice, rinnovano
l‟alto sacrificio di Amore. Come sul monte Tabor, il sacerdote sull‟altare nell‟atto glorioso e
sublime, si trasfigura per opera dello Spirito Santo e il suo cuore diviene lo scrigno di grazia del
Signore. Gli inviati di Dio hanno bisogno delle nostre preghiere. Invochiamo l‟intercessione di
Gesù che li conforti e li guidi, diamo loro vicinanza discreta, concreta e fiduciosa. E‟ attraverso il
loro esempio che è possibile toccare la gloria di Gesù, sperimentando la dolcezza del perdono. In un
tempo insidiato dal maligno, è urgente supplicare incessantemente le potenze del Bene, per non
permettere alla menzogna di inquinare l‟anelito di santità nei Suoi ministri. Si alzi al cielo
l‟universale canto di ringraziamento alla Santissima Trinità, per la grazia di tale ministero e perché
il Padre continui ad innestare tralci vivi nella Sua Vigna. Sia il sacerdote uomo di Dio, mai giudice
e amico di tutti, in ogni tempo e oltre ogni confine. Sia il dire e l‟agire un libro aperto, pagine di
Vangelo sulle tracce di Gesù Via, Verità e Vita. I sacerdoti, semi di luce nel mondo, per
confermarci che il Risorto é con noi e mai ci abbandona. I sacerdoti, girasoli di speranza che mai si
staccano dal Sole di Amore Eterno, inviano ai cuori e alle menti il riflesso del Balsamo Purissimo,
per la nostra felicità. “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.” La fedeltà della
promessa ha il volto e le rughe, le lacrime e il sangue dei pastori che, per opera dello Spirito Santo,
ad ogni consacrazione, riattualizzano la Passione, la Crocifissione e la Resurrezione del Salvatore
Gesù, il Sommo Sacerdote. E nel frangente soave, quando la Rugiada Divina scende nella
profondità spirituale, si ode nuovamente l‟eco del primo sussurro: ”Cari figli, amati prima della
creazione del mondo, ho inviato tra voi i miei ministri di pace, per farvi sperimentare Bellezza,
Verità e Tenerezza Amante. Siano questi doni il vostro tesoro!” Alleluia!
99
11. Il sacerdote... a nostra immagine e somiglianza
o. b.
Una porta di fianco all‟altare: è l‟ingresso alla sacrestia. Un leggero scampanellio...
Il celebrante la Santa Messa esce in processione con i lettori e i chierichetti
e tra i fedeli in attesa serpeggiano gli stati d‟animo più disparati:
di soddisfazione, di rassegnazione, di irritazione, ecc.
Perché? Perché il sacerdote è o non è quello col quale, spesso immotivatamente,
abbiamo stabilito un legame.
Vita dura per il sacerdote! Chi è quest‟uomo che ha deciso di aderire
alla chiamata del Signore e di donare tutta la propria vita nel servizio alla Chiesa?
Padre
che accoglie, ascolta, sostiene, riprende, spiega, insegna...
Amico
che riceve confidenze, conforta, condivide sofferenze, gioie, speranze, dubbi....
All’origine,
col battesimo, del tuo ingresso nella Chiesa, di quello dei tuoi figli, dei tuoi nipoti, dei figli
degli amici...
Testimone
del matrimonio...
Garante,
in comunione coi vescovi ed il papa, dell‟annuncio della parola....
Persona
attraverso cui si rinnova e si rende presente il mistero eucaristico...
E’ colui che ha ricevuto nell‟ordinazione il potere di perdonare i tuoi peccati,
di riconciliarti con il Padre e di farti assaporare la gioia di sentirti sempre amato,
nonostante le tue colpe e le tue brutture....
Ospite
che condivide con semplicità la tua mensa
e trova il tempo di trascorrere qualche ora con te e con chi ti è caro ....
Vicino
quando sembra che tutti gli altri ti abbiano abbandonato...
Compagno
nelle scelte vocazionali...
Sostegno
nella malattia col sacro Crisma....
Fratello nell‟affidarti al Padre quando gli uomini ti affidano alla terra....
100
12. “Va’ in pace”
f. a.
Sono consapevole dell'importanza della figura del sacerdote?
Sono nata in una famiglia con profonde convinzioni religiose, ma ho trascorso i miei primi
anni in un ambiente caratterizzato da forti contrapposizioni ideologiche ( siamo negli
anni della II guerra mondiale e soprattutto del dopoguerra) che imponeva a chi
frequentava la chiesa di "fare gruppo" attorno al parroco, che veniva così ad essere più
guardiano per le sue pecore che prete in grado di interessarsi agli altri.
Solo in seguito ho scoperto che nella mia stessa regione ( l'Emilia) non sono mancati eroici
preti di frontiera, ma di quegli anni a me è rimasto soprattutto il ricordo di una chiesa
chiusa e sulla difensiva.
Dopo un'adolescenza dalla vita religiosa tiepida, il Signore mi fa la grazia di incontrare
un sacerdote che assommava in sé quei requisiti che cercavo: disponibilità a rispondere
alle inquietudini personali di noi giovani, sobrietà e coerenza di vita, curiosità
intellettuale, tutte caratteristiche molto "laiche", ma immerse in un amore così profondo
per la Parola e per l'Eucaristia che da noi giovani il sacerdote era percepito come "ponte"
tra noi e Dio e la liturgia non era più intesa solo come insieme di cerimonie ma come
momento di trasmissione della Grazia.
Mi rendo conto di come sia importante per un sacerdote possedere certe caratteristiche
naturali sulle quali si innesta il dato soprannaturale della Grazia, ma sono anche ben
consapevole che a noi laici compete il dovere di stare vicino ai nostri sacerdoti ( con
l'amicizia, con la preghiera, con la correzione fraterna , con qualche suggerimento)
affinché maturino un atteggiamento sempre più disponibile verso tutti e siano più
consapevoli della realtà in cui vivono i laici.
Passano gli anni e la ventata d'aria nuova del Concilio mi vede a Milano. In questa città,
meditando la Gaudium et Spes insieme con altri sposi e col Prevosto, diventa più
radicata in me la consapevolezza che dobbiamo essere cristiani insieme con gli altri,
perché tutti uniti dal Sacramento del Battesimo e della Confermazione o perlomeno tutti
uniti dalla fede in un Dio che è lo stesso per tutti.
Sotto questa luce cerco tuttora di camminare, aiutata dai preti che ho avuto la fortuna di
incontrare: preti che testimoniano la fede, la povertà e la carità, che vivono le fatiche, la
solitudine e talvolta anche la sofferenza fisica, ma che soprattutto spezzano per noi il
Pane e ci concedono il Perdono. "Vai in pace" è la frase più bella che mi è stata donata e di
questo ringrazio il Sacerdote.
A questo proposito mi piace ricordare una confidenza di una mia amica di religione
ebraica "Siete fortunati voi cattolici che avete la Confessione; I nostri giorni di espiazione
che terminano col Kippur ci invitano a un bilancio e al pentimento, ma non abbiamo un
intermediario, siamo soli con noi stessi."
101
13. Quali caratteristiche deve avere il sacerdote?
r. g. f.
Riflettendo su questa domanda abbiamo ripensato innanzitutto
ai sacerdoti che abbiamo incontrato nella nostra vita.
Quante belle persone abbiamo avuto la fortuna di conoscere
e quanto sono state importanti per noi.
Ognuna con le sue peculiarità e così diversa dalle altre:
professore, artista, educatore, giornalista …
In generale le caratteristiche che abbiamo apprezzato nei sacerdoti incontrati
e che desideriamo ritrovare in quelli che incontreremo
sono la sincera testimonianza di un Dio che è Trinità
- e questo per noi significa comunione ed una disponibilità di servizio
che si manifesta nell‟ascolto
e dall‟accoglienza dei bisogni delle persone.
Il sacerdote dunque non vive la vocazione come “ruolo” da impersonare
e non sfrutta la propria autorità,
ma piuttosto cammina a fianco ed entra in relazione di amicizia
con le persone affidategli per poter essere tutti insieme
testimoni dell‟amore di Dio per l‟umanità “da questo riconosceranno
che siete miei discepoli se vi amate come io vi ho amato”.
102
14. Chi è il prete
f. a.
Richiesta di scrivere una paginetta su chi sia per me “il prete”, sono rimasta disorientata.
Cosa scrivo? Poi ho pensato ai tanti preti che hanno accompagnato la mia vita,
a quanto mi hanno dato, a cosa hanno significato per me, e mi è sembrato tutto più facile.
Il primo di cui ho un vago ricordo è don Montanari. Parroco di un paesino nell‟entroterra di Imperia
fu segnalato a mia madre, e da lei scelto, perché mi preparasse alla prima comunione. Di queste
conversazioni settimanali mi sono rimasti vaghi ricordi di santi molto buoni, generosi, che il
Signore premiava con la sua vicinanza ed il suo amore. Questo fu il primo prete che mi fece
conoscere la bontà del Signore e il suo amore per noi.
Venuta poi a Milano, frequentai le medie e le superiori dalle suore Benedettine dove conobbi don
Giovanni Berti. In un periodo della vita in cui si è in „ebollizione‟, curiosi della vita e di nuove
esperienze, don Berti fu invece per me un invito alla meditazione, a una riflessione su se stessi per
meglio rapportarsi agli altri. Grazie a lui scoprii anche la dimensione spirituale, direi mistica della
nostra fede.
Alla Cattolica incontrai don Guido Aceti, e questo fu il primo dei numerosi preti che mi fece
entusiasmare per lui e per Gesù Cristo! Ricordo quando diceva che “La fontana della Vergine” di
Bergman era testo obbligatorio per l‟esame di Morale! Mi fece capire come, non solo la natura, ma
il mondo e l‟arte ci parlano di Dio; come ognuno di noi riesca ad esprimere qualcosa della Verità e
Bellezza che troveremo in Lui, e come ci si debba impegnare nel mondo per conoscere,
testimoniare e comunicare l‟amore di Dio.
Con Piero conobbi Padre Bini, gesuita, amico e presenza fondamentale per la vita nostra e dei nostri
figli. Con lui siamo cresciuti nella fede e nella gioia di conoscere Gesù: la sua immensa cultura,
unita a una semplicità di espressione inaudita, ci ha permesso di leggere insieme agli amici tutta la
Bibbia; la profondità della sua fede ci ha fatto partecipare a messe molto intense a Natale, Pasqua e
alla fine del „nostro anno biblico‟; i ritiri da lui animati, hanno costituito una sosta di spiritualità a
cui mai siamo mancati. Posso con certezza affermare che io non sarei quella che sono, non solo
come cristiana ma anche come persona, se non avessi avuto lui vicino per più di trent‟anni.
In questi ultimi dieci anni ho avuto il dono di un altro sacerdote che mi ha aiutata ad avvicinarmi al
Signore, a rendere più essenziale la mia vita nella sequela di Cristo. A far sentire la Sua Presenza
come una realtà amica su cui sempre poter contare. Col suo modo di fare sorridente, con quelle
battute ironiche che sdrammatizzano qualsiasi situazione, con la capacità di vedere sempre qualcosa
di buono nel nostro agire, mi ha aiutato ad avere speranza, malgrado i momenti di tristezza per la
mancanza di Piero.
Altri preti mi hanno accompagnato. Come non ricordare don Egidio Villani, il prete dei sacramenti
dell‟iniziazione dei miei figli? don Paolo Vesentini, che accolse gli scout in S. Luca e Don Ghetti, il
grande Baden del Milano 1°, che sposò me e Piero? A tutti loro va un grande ringraziamento per
quel che sono come donna e come credente.
Per concludere vorrei dire che tra gli amici, considerati da sempre come il dono del Signore che ha
reso più facile e gioiosa la mia vita, devo collocare i preti. Per me il prete è un amico particolare,
sempre pronto ad ascoltarti e consigliarti quando senti il bisogno di “vuotare il sacco”, ma che allo
stesso tempo ti sa richiamare con dolcezza quando sbagli; è colui che risponde alla tua sete di
Infinito, e che ti fa intravedere degli sprazzi del Regno di Dio nel mondo che ti circonda.
103
15. Il Sacerdote: un abisso di grandezza!
l. f.
“Il sacerdote è il prolungamento, la proiezione di Cristo attraverso i secoli – è la longa manus di cui Egli si
serve per continuare la missione salvifica, iniziata due millenni or sono in Palestina – è l’ambasciatore
plenipotenziario del Re dei Re – il depositario ed il curatore legale degli interessi soprannaturali dell’umanità
presso il tribunale di Dio. Per farla breve egli è di Cristo “una specie” consacrata, come quella eucaristica, a
contenerlo e a velarlo agli occhi malati dei mortali…. Per tutto questo allora, il Sacerdote è assai più grande
dei re della terra e dei capi di nazioni; essi hanno il potere sul corpo e sulla materia, ma “il regno dei
Sacerdoti non è di questo mondo”, per questo il Sacerdote è superiore anche agli Angeli, i quali non
potranno mai consacrare anche una sola Ostia né assolvere un solo peccato (S. Bernardo), più grande
anche di Maria Vergine la Madre di Dio (Innocenzo III). S. Ambrogio osa chiamarli …quasi Dei eccelsi!”
Mi piace iniziare questa riflessione con le parole del beato don Carlo Gnocchi, tratte dal
suo libro“Andate ed insegnate” del 1934, così vere anche oggi!
Uno dei tanti carismi del sacerdote è quello di rendere viva la Parola. Questo dono si
concretizza nell‟omelia domenicale o con una semplice ma preziosa riflessione durante la
messa feriale, nonché durante la scuola della parola.
E‟ grazie al sacerdote quindi che anch‟io, oltre che ad essere nutrita dall‟Eucaristia, ricevo
una riflessione sulla Parola del giorno o della domenica. Se faccio poi un bilancio, mi
accorgo che nel corso degli anni, grazie a tante lectio, ho potuto entrare nel deserto con
Mosè, sostare assieme a lui di fronte al roveto ardente, esclamare con stupore “Uno di noi è
Dio!” rivisitando il mistero dell‟incarnazione, accompagnare Gesù nei giorni della Sua
passione, rivivere il pellegrinaggio di fede di Maria e, assieme a lei, il silenzio del Sabato
Santo, esultare di gioia nei giorni dell‟alleluia, contemplare la bellezza del Risorto,
assaporare i profumi e i sapori dello Spirito Santo nella Chiesa nascente! Mi sembrano
proprio giuste quindi le parole di S. Paolo nella prima lettera a Timoteo 5,17 “Carissimo, i
presbiteri che esercitano bene la presidenza, siano considerati meritevoli di un doppio
riconoscimento, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento”.
Oltre a ciò, è grazie al sacerdote che la rugiada della misericordia di Dio scende su di me, “
Vai e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 1-11), accogliendomi cioè nel momento del
riconoscimento delle mie colpe e del pentimento e che, come Cristo quindi “non spegne il
lucignolo che fumiga e non spezza la canna incrinata”, ma mi rimette in piedi e mi
incoraggia a far risplendere la Sua luce intorno a me e ad essere “pietra viva”nella Sua
chiesa.
Dio mi ha sempre fatto incontrare il sacerdote giusto al momento giusto, ma alcuni di loro
in particolare, con la testimonianza della loro vita e con i loro carismi, diventano pura
trasparenza di quanto intendeva S. Paolo dicendo: “Per me il vivere è Cristo!” (Fil 1,21).
E‟ per me un‟esigenza del cuore quindi pregare, affinché il Signore mantenga viva la
santità dei sacerdoti delle nostre chiese, donando loro l‟amore e la luce del suo Spirito
affinché renda efficaci le loro parole e possano essere i canali attraverso cui la sua
Misericordia ci raggiunge e ci guarisce.
“Signore, sai bene che l‟uomo della strada non è molto cambiato da quello dei tuoi tempi:
ha ancora fame, ha ancora sete, fame e sete di te che solo tu puoi appagare.
Allora, donaci preti stracolmi di te, come un Curato d‟Ars; preti che sappiano irradiarti;
preti che ci diano TE”!
104
16. Chiamati “nonostante”
m. l. r.
Sono cresciuta in una famiglia che amava e rispettava i sacerdoti ,
a cominciare dai nonni materni, agricoltori ,
che avevano avuto uno “zio monsignore”….
Personalmente ricordo con affetto il mio primo “direttore spirituale “
al tempo della adolescenza,
e il Parroco che celebrava la “ Santa Messa” alle 6.30 del mattino per noi ragazzi
che volevamo partecipare all‟ Eucaristia prima della scuola…
(non c‟erano ancora le Messe pomeridiane!).
Poi ho avuto la fortuna di incontrare altre belle figure di sacerdoti:
ai tempi dell‟università gli assistenti della FUCI;
e con il matrimonio, il direttore spirituale di mio marito e mio.
Ma una svolta doveva avvenire più tardi,
quando la prospettiva con cui guardavo e ammiravo i sacerdoti
mi è stata giocoforza capovolta .
E‟ successo infatti che la chiamata al sacerdozio capitasse
all‟interno della mia parentela più stretta
e potessi così seguirne il cammino e la realizzazione da vicino,
oserei dire “dal basso“ invece che dall‟alto,
dai … calzini da lavare piuttosto che dalla bella predica da sentire!
Questa esperienza mi ha fatto comprendere più in profondità
la figura del sacerdote,capirne la fatica , amarla maggiormente.
Perché la condizione drammatica del sacerdote
è di essere un uomo come tutti noi ,
con le sue piccole incombenze quotidiane
e con i suoi limiti;
ma chiamato ad essere, nonostante tutto, il tramite di Dio in terra.
E ditemi se è poco.
Dobbiamo pregare tanto per i nostri sacerdoti.
105
17. Pochi, ma sempre più presenti e comprensivi
a. v.
Il Sacerdote nella mia lunga esistenza ha avuto due figure nettamente diverse.
Sono stata educata in una famiglia cristiana ed ho frequentato, dall‟asilo alla maturità,
l‟Istituto Figlie del Sacro Cuore e sia in famiglia che a scuola,
mi è stata presentata la figura del Sacerdote come persona importante da rispettare
e con la quale non si doveva discutere.
Il compito del Sacerdote era quello dell‟insegnamento, della salvezza della mia anima.
Ed era un insegnamento duro, perentorio quasi senza amore.
A quell‟epoca la confessione era quindicinale, e ne avevo timore sia per i rimproveri,
che, considerata l‟età, per le dure penitenze.
Se in quel periodo avessi avuto dei problemi e bisogno di aiuto
l‟ultima persona alla quale mi sarei rivolta era proprio il Sacerdote .
Dopo la mia iscrizione all‟Università Cattolica e l‟incontro con Padre Gemelli prima e
Don Giussani successivamente, hanno modificato, sia pur di poco, le mie impressioni giovanili.
In quel tempo, siamo nel periodo del dopo guerra, la società inizia a cambiare in peggio,
si perdono alcuni valori morali, a vantaggio del quieto vivere.
La fede di molti si indebolisce.
Per fortuna, invece, le nuove generazioni di sacerdoti cambiano totalmente,
scendono dal loro piedestallo e si avvicinano alla gente.
Da quel momento ho visto il Sacerdote come uomo, con pregi e difetti,
ma uomo fortunato perché chiamato a sostenere e a salvare la comunità cristiana.
Ho avuto la fortuna di incontrare un Sacerdote, oggi Cardinale,
che per trent‟anni è stato il mio Direttore Spirituale.
Amico nella buona e nella cattiva sorte col quale si poteva parlare di tutto
e dal quale ricevere consigli, rimproveri sempre benevoli.
In pratica un sostegno e un riferimento sicuro.
Il Sacerdote può essere colto, buon oratore oppure no,
ma rimane sempre il dono di Dio per la nostra salvezza.
La vita riserva a tutti momenti belli e momenti tristi, malattie, lutti,
problemi esistenziali; la presenza del Sacerdote è una necessità imprescindibile.
Col passare degli anni ho avuto grossi problemi nel mio rapporto con il Signore,
la mia fede si è affievolita ed ancora oggi è molto fragile,
ma sulla mia strada, dopo il primo Direttore Spirituale,
ho trovato altri Sacerdoti che nella gioia e nel dolore mi hanno guidato, sostenuto e confortato.
Il loro insegnamento, non teorico, ma fatto di amore, di comprensione e di esperienza
è per me ancora oggi un punto di riferimento insostituibile:
Oggi i Sacerdoti sono pochi, ma sono sempre più presenti e comprensivi,
nella vita della Comunità Cristiana e in ognuno di noi.
Grazie al Buon Dio per questo meraviglioso mezzo di salvezza
106
18. I sacerdoti sono oggi il Cenacolo che fu degli Apostoli
m. l. q.
Nell'Anno sacerdotale, nel 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney,
è molto opportuno proporre a ogni fedele che cosa rappresenti "il sacerdote" per un
fedele cristiano. Sacerdote della parrocchia, religioso, i sacerdoti conosciuti sono esempi
concreti di vite vissute e calate nella realtà del momento presente.
Considerata la carenza delle vocazioni sacerdotali e religiose, il periodo particolare
della storia contemporanea, anche se ogni periodo è particolare, la presenza tra gli
uomini del sacerdote "normale", meglio se esemplare, si può considerare come l'acqua che
disseta e ristora, acqua versata anche su terreni riarsi ai quali permette di rinverdire.
Purtroppo esistono anche sacerdoti "che danno scandalo", ma per una loro oggettiva vita
cattiva oppure sacerdoti buoni che scandalizzano proprio perché sono buoni sacerdoti,
che sono per questo perseguitati per la loro buona testimonianza.
Nella normalità di una vita spesa nel sacerdozio, il sacerdote costituisce non solo un
dono per la Chiesa, ma per tutta l'umanità; un dono di Cristo che nell'istituire il
Sacerdozio ci offre ancora Se stesso nell'Eucaristia. Eucaristia e Sacerdozio non possono
essere separati. Questo Mistero di un uomo che diviene il rappresentante di Cristo in
terra ci lascia stupefatti, incapaci di esprimere con parole adeguate la riconoscenza del
nostro cuore. Cosa sia un sacerdote dipende dalla prospettiva da cui lo si considera: per
un credente è un dono di Dio, per un intellettuale un bugiardo venditore di favole, per
molti un buon uomo che si occupa di vecchi, di bambini, che fa del bene, per altri
ancora magari un uomo che ha costruito opere e istituzioni con fini sociali.
Il sacerdote in realtà è un chiamato e un inviato di cui Dio si vale per allargare i nostri
orizzonti spirituali, per sostenerci nella vita spirituale che è indispensabile per mantenere
la comunione tra i fedeli sia in senso orizzontale sia nel senso verticale. La vita del
sacerdote rimane comunque un esempio ammirevole per il loro umile, perseverante,
nascosto, silenzioso,operoso, amorevole servizio, questo nella maggior parte dei casi e
indipendentemente dai limiti e delle fragilità che ognuno umanamente possiede. Le
fatiche apostoliche, l'esercizio della Carità nelle varie forme: materiale, intellettuale,
spirituale, il dono completo di se stessi a Cristo e alla missione affidata sono il segno
della Speranza, della certezza che Cristo è in mezzo a noi per mostrarci continuamente
che la Sua Misericordia è senza limiti, che nulla ci impedisce di scegliere Cristo anche
nella condizione di grandi peccatori.
Il sacerdote e i suoi confratelli sono il Cenacolo contemporaneo che una volta, in una
sera eccezionale, fu degli Apostoli e noi abbiamo il compito e il dovere di sostenere con la
preghiera e con gesti concreti di riconoscenza, di amicizia e di fede il loro lavoro.
La preghiera rimane l'aiuto primario che possiamo dare al sacerdote, come insegna Santa
Teresa di Lisieux che comprese ben presto a soli quattordici anni, durante il
pellegrinaggio a Roma, la sua vocazione di madre spirituale per i sacerdoti. Nella sua
autobiografia scrive: "Se dei santi sacerdoti … mostrano con il loro comportamento di
aver bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi?" (A 157).
Pregare per i sacerdoti è anche questo un segno di comunione e di fede.
107
19. Il Sacerdote, segno della Presenza di Gesù tra gli uomini.
m. r.
La figura del sacerdote è fondamentalmente quella del cristiano, dell‟uomo segnato dal
Battesimo, identificato in Cristo attraverso il Battesimo e, al contempo, con un compito
particolare: essere segno della Presenza di Gesù tra gli uomini. E‟ una testimonianza
esistenziale, concreta, incarnata nella società in cui viviamo. Per questo diventa
“compagno”, il compagno dell‟uomo e per ogni uomo.
Diceva Sant‟Agostino: “con voi cristiano, per voi vescovo”.
Inoltre il sacerdote è segno e strumento della paternità di Dio: segno in quanto chiamato
per grazia a condurre il popolo cristiano in obbedienza al Vescovo e al Papa e strumento
in quanto annunciatore di Dio tra gli uomini attraverso i sacramenti. Qui, nel segno
efficace della presenza di Dio, il sacerdote tocca il culmine della identità con Gesù, tanto
che nel sacramento della Confessione dice: “io ti assolvo…”, Sembra che contenuto e
metodo di Dio raggiungano la loro unità perfetta.
Certamente questo ministero così oggettivamente riferito a Cristo, è tanto più efficace,
quanto più è testimoniato da una vita che è Memoria della Sua presenza che ci
accompagna in ogni azione, rapporto, perché ogni rapporto è rapporto con il Mistero.
(Alcune esperienze personali)
“Il sacerdote è sempre stato per me prima di tutto tramite dell‟abbraccio di misericordia di
Dio per il sacramento della Confessione, perciò ho una gratitudine infinita per questa
possibilità di ripresa in ogni istante.
Ho incontrato varie figure di sacerdoti che mi hanno accompagnato e mi accompagnano
ancora oggi; la paternità di alcuni di loro, fermi ma nello stesso tempo teneri verso un
umano pieno di limiti crea come uno squarcio di azzurro che ti fa presentire una giornata
di sole, una positività che ha vinto il mio sguardo a volte negativo su di me, scettico sulla
mia possibilità di cambiare. Una positività non ottimista, ma data dal riconoscimento
limpido del Mistero nella vita dell‟altro, vincitore di ogni limite. Mi commuove ogni
giorno nella Messa che il sacerdote, con la sua persona, così com‟è, pieno di limiti, errori
sia il tramite del riaccadere della presenza di Gesù attraverso il pane e il vino: Gesù che
riaccade per me!
Ho visto molti esempi si sacerdoti santi, che mi hanno segnato per il loro dare tutto se
stessi, un non risparmiarsi non per una generosità, ma per un amore grandissimo a Gesù,
per un desiderio totale di conformarsi a Lui. E sacerdoti, come dice San Paolo, “non
padroni della mia fede, ma collaboratori della mia gioia”, uomini che amano la Chiesa più
di se stessi, pronti a dare la vita.”
“Fin da bambina sono cresciuta attorniata da molti sacerdoti (in particolare missionari)
amici dei miei genitori per i quali la nostra casa rappresentava “una porta sempre aperta”.
Mi colpiva la loro modalità di rapportarsi con noi così semplice e piena di umanità nelle
circostanze più banali e, qualche ora dopo durante la celebrazione della Messa, la
“trasformazione” che vedevo nel volto di questi stessi amici. Solo crescendo ho potuto
dare il nome a questo sentimento infantile che mi incuriosiva molto e, al tempo stesso, mi
creava una sorta di soggezione: solo la vocazione a cui il Sacerdote è chiamato e
confermato nel sacramento dell‟Ordine, fa di un uomo il segno tangibile della presenza di
Gesù. Colma di gratitudine, posso oggi riconoscere come l‟incontro e l‟amicizia con molti
sacerdoti abbia rappresentato dei punti di svolta nella mia vita, così come il fascino della
testimonianza di alcuni di loro mi ha reso evidente ciò per cui il mio cuore è fatto e,
quindi, per Chi val la pena vivere.”
108
20. Ieri e oggi: c'è differenza?
e. l.
Mi è stato chiesto di esprimere una parola sui preti: quelli di ieri e quelli d'oggi.
Ritengo che sia da attribuire all'età più che ad eventuali capacità;
infatti, ho avuto subito l'idea di mettere in causa la mia esperienza di vita
contemporanea a sette Papi: da Pio XI a Benedetto XVI, tutti "buoni" ma assai diversi tra loro.
Oltre ottant'anni durante i quali ci fu la terribile guerra, le dittature, il Concilio Vaticano II,
tutti eventi notevoli che hanno certamente influito sulla vita della Chiesa e dei suoi Preti.
Non sta a me dare giudizi (in primis perché anch'io peccatore)
e non posso permettermi di giudicare il prossimo.
Di preti ne ho conosciuti tanti: "santi", "fascisti", "comunisti", conservatori e "avanguardisti".
Preti rimasti per cinquant'anni nella stessa Parrocchia, senza ambizioni di carriera,
amati e stimati dai propri parrocchiani per il loro zelo e la loro carità.
Non ho mai, invece, conosciuti sacerdoti che hanno abbandonato il loro stato
e la loro missione; anche se purtroppo, da un po' di tempo, sembra che siano in aumento.
Ho avuto diversi amici e coetanei che si sono fatti preti,
da chi è entrato in seminario alla prima media, a chi c'è andato ultra trentenne
dopo il militare e la guerra. Posso dire con certezza, tutti ottimi preti.
Chissà se in conseguenza della sola vocazione, o anche da chi li aveva educati e preparati?
Il prete è la guida indispensabile per ogni comunità;
i diaconi, i laici, ecc. sono molto utili ma il prete che ha ricevuto il Sacramento dell'Ordine
(e dello Spirito Santo) è sempre ed il solo che consacra l'Eucaristia,
che imparte la soluzione dei peccati, e vi pare poco?
E' un dato di fatto che in tutti questi anni molte cose sono cambiate,
ma il "mestiere" del prete è certamente uno dei più difficili ed insostituibile
in conseguenza della "Responsabilità" della sua missione.
Non va dimenticata la parabola dei talenti: chi ne ha avuti cinque, chi tre e chi uno soltanto;
circostanza che non va dimenticata quando si vogliono fare delle critiche.
Invece mi permetto un'osservazione sulla preparazione dei seminaristi,
negli ultimi cinquant'anni i cambiamenti introdotti sono stati tutti fruttuosi,
o hanno intaccato la sacralità del sacerdozio?
Non sarà che il "nemico" abbia seminato nel campo anche un po' di zizzania?
Mi auguro di essere contraddetto, ma voglio citare un vecchio detto milanese:
al temp di remoulass (verdura di poco valore) han fa el Domm de sass (marmo)
al temp del prougress, han fa la galleria de gess (niente marmi, manufatti).
Sono un nostalgico, credo si capisca, ma il confronto non mi sembra sprecato
in quanto è sotto gli occhi di tutti che la vita religiosa e soprattutto delle parrocchie
è in linea col vecchio detto.
In effetti l'evoluzione sociale e civile è stata notevole,
ma a discapito delle fondamenta morali che restano meno evidenti.
Ci rimane il dovere di pregare, perché si abbiano tanti preti e possibilmente santi.
109
21. La figura del sacerdote nella parrocchia di San Luca
m. m.
Mi sono chiesto quali sono i ruoli che dovrebbero emergere nella personalità del sacerdote,
in particolare quando riveste il ruolo di parroco, che hanno particolare rilevanza
nell‟affrontare le problematiche sempre più complesse che oggi gli pone la guida di una
comunità parrocchiale in una città “difficile” come Milano, con particolare riferimento alle
sofferenze della società di oggi.
IL PASTORE: l‟aspetto pastorale della vita di una sacerdote, oltre al significato
“tradizionale”del buon pastore che ha cura del suo gregge, si è caricato di nuove
sfaccettature: la figura pastorale oggi è molto più complessa, dal momento che la nuova
povertà morale della nostra società pone il sacerdote in una condizione di isolamento
rispetto alla morale corrente, che i sacerdoti fino al ‟68 non avevano mai provato. Fino a
trenta anni fa era sconosciuta, in quanto la morale prevalente era quella cattolica: oggi
l‟ambiente nel quale viviamo, la società italiana, è in buona sostanza laica e questo
indubbiamente fa mancare al sacerdote quella sensazione di appoggio indiretto che gli
veniva dal sapere di rappresentare la morale corrente.
L‟EVANGELIZZATORE: il sacerdote che si occupa della pecorella smarrita
inevitabilmente la riconduce a sentire che la Parola è una buona novella, ed è un
messaggio valido per noi, in grado di dare senso compiuto alla vita ed allo scorrere del
tempo.
IL MISSIONARIO: oggi mi sembra che il missionario sia non più il sacerdote che va nei
paesi lontani ad annunciare il Vangelo; mi sembra che tutti i sacerdoti siano missionari,
perché 1) oggi il mondo che ci circonda è come se fosse un paese di un‟altra religione, o
non-religione; 2) il sacerdote adempie ad una missione sempre, anche quando rimane nella
sua parrocchia, perché qualunque compito abbia deciso il Signore per lui, comunque è una
missione da svolgere; 3) la presenza sempre più multietnica delle nostre comunità fa
diventare sempre più “esotica” e missionaria la vita del sacerdote.
L‟ANIMATORE: il sacerdote deve ricordarci anche che, essere fedeli alla Parola, è bello e
fonte di felicità; quindi il prete è l‟anima della comunità ed il motore delle diverse attività
parrocchiali, alle quali lui deve dare il primo impulso e l‟entusiasmo che gli viene dalla
sua scelta di vita.
L‟ORGANIZZATORE: è un compito della vita “moderna” del prete, che è alle prese con
una molteplicità di impegni che, se non adeguatamente organizzati, rischiano di
trasformare la vita in un susseguirsi frenetico di riunioni ed impegni che, se non pianificati
ed adeguatamente delegati, rischiano di ridurre l‟efficacia di una vita pastorale, ridotte a
semplice disbrigo di pratiche amministrative e gestionali. Qui subentra il ruolo del prete
come DIRIGENTE che, non potendo umanamente arrivare a tutto, deve saper delegare ai
laici i compiti operativi delle diverse attività pastorali, per coordinare i propri coadiutori
ed intervenire con la correzione fraterna e per dare gli indirizzi più prettamente spirituali
ai diversi ambiti (iniziazione cristiana, pastorale giovanile, familiare, terza età).
110
22. Il sacerdote è un regalo di Dio
s. s.
Ero in visita al mio amico sacerdote e alzandomi per lasciarlo pensai:
un sacerdote è un regalo di Dio.
Non è Dio, è un uomo come me; e fin qui ci arrivo.
Come un uomo, il sacerdote quando vuole bene, magari fa un po‟ di bene;
e quando sbaglia, come un uomo qualsiasi, può anche fare danni.
La differenza: quando confessa, e quando consacra il pane,
il sacerdote ci mette in Comunione con Gesù, il Bene, la Vita eterna.
Nella Confessione e nell‟Eucaristia il Sacerdote è l‟anello che ci unisce a Dio Padre creatore.
E‟ il dono di Dio.
Dobbiamo ricambiare, regalo per regalo.
Dobbiamo stare vicini al sacerdote di Dio,
perché come noi anche il sacerdote rischia di isolarsi, dagli altri, e da Dio.
Regalo per regalo
Facendo il conto cosiddetto della serva, se il sacerdote fosse sposato,
il nostro dovere sarebbe ben più gravoso.
Per mio conto, visto l‟aiuto effettivo che io do al sacerdote, meglio per me che non si sposi.
Io ho il dovere di pensare a mia moglie e ai nostri figli.
Nel caso specifico della famiglia di mia moglie e io, il Signore ci ha pensato e ha detto:
a questi meglio che gli mando figli senza grossi problemi.
Con il sacerdote non sposato, uno come me può anche cavarsela
camminando al suo fianco, senza farsi carico dei suoi bisogni materiali.
Io in chiesa, davanti al Tabernacolo, ritornai a trent‟anni: dal deserto.
Dopo altri trent‟anni, al sacerdote vorrei chiedere un paio di cose.
1) Non invitarmi più ad unirmi a gruppi, movimenti. So sbagliare da solo.
Per gli “ingruppati”, che leggendo queste mie parole scattano su indignati,
aggiungerei qualcosa.
Se il sacerdote mi nota fuori dalla Chiesa, fosse anche in un gruppo di quelli “solidi”,
meglio che il sacerdote mi inviti ad andare in Chiesa a pregare.
Ma, se sono già in Chiesa, scusate la ripetizione, e cerco di pregare,
e ascoltare la Parola di Gesù, caro sacerdote non invitarmi ad andare in “cortiletto”
o “a casa di quelli che fanno gruppo”.
Se t‟accorgi che fisicamente sembri già vicino, in cortiletto o al bar,
in attesa di incontrare qualcuno: invitami a entrare in chiesa,
dove è più facile ascoltare l‟invito ad andare incontro al Signore che viene.
Quando sono già dentro, non invitarmi a unirmi a quelli che stanno fuori,
fossero anche i tiepidi del cortiletto, salvo che tu abbia il tempo per sorvegliare.
2) Dopo il Vangelo, caro Sacerdote, misura il numero delle parole, che possano aiutarmi a
riflettere. Che non succeda che dopo aver ascoltato il sacerdote, io non ricordi più le parole
del Vangelo che hai appena letto… Sacerdote mio, Bene, Regalo di Dio.
Caro sacerdote, perdonami e correggimi per queste mie parole:
che io non faccia del male anche in questa occasione.
111
23. I parroci di San Luca
m. r. p.
Desidero spendere una parola sui Sacerdoti che ho incontrato in san Luca,
la mia Parrocchia, da che Mauro ed io siamo sposi.
La gratitudine di avere Sacerdoti tra noi, non è stata immediata, come non è stata
immediata la coscienza della coincidenza tra ogni Sacerdote e la Persona di Gesù,
nella misteriosa e confortante affermazione che ogni Sacerdote è “Alter Christus”.
Questa consapevolezza è avvenuta per me nel tempo, in una certa qual “curiosità”
piena di stupore e gratitudine per la multiforme, ricca, imprevedibilmente creativa,
paziente, gentile, accorata, accordata, ardente, esigente, intelligente, realista,
fuori da ogni schematismo, piena di sollecitudine, orientante, autorevole, buona, gentile,
garbata modalità con cui Gesù si è fatto presente a me nei suoi Sacerdoti.
Tutto questo non è avvenuto senza che la connotazione del carattere
e dei limiti di ciascun uomo “afferrato da Cristo per essere dei Suoi”.
Ci sono state difficoltà e a volte dissapori ma questo, paradossalmente, ha stemperato
le difficoltà, ha porto una provocazione, perché ciascuno “facesse inventario” del carattere
e dei propri limiti in una pacificante coscienza di essere tutti sulla stessa barca,
che se guidata da Pietro, ci porta la Salvezza.
Un grazie tutto particolare va ai Parroci che si sono succeduti alla guida del gregge
nella Parrocchia di san Luca.
Tutti noi ricordiamo don Alessandro Aspes, il primo; ma come non ricordare don Remo
Gerolami con la sua mitezza e moderazione, e la sua scelta di “mantenere” in Parrocchia
il vecchio Parroco anziano, a differenza di scelte diverse, anche se legittime di altri Parroci.
Questa sua scelta mi ha grandemente insegnato a incrementare il rispetto e l‟amore ai miei
suoceri, portando un proficuo e vantaggioso rafforzamento del legame tra Mauro e me,
rafforzamento “venuto buono” in tempi più duri…
Un “grazie!” tutto particolare deve andare anche a don Paolo Stefanazzi.
Ho conosciuto moltissimo di Gesù guardando don Paolo; e la mia stima per lui è molto
grande; non siamo amici, non abbiamo avuto grandi punti di convergenza, ma in lui ho
potuto vedere la dedizione di Gesù Pastore per il suo Gregge, per la sua Chiesa, cosicché
con più decisione e determinazione mi sono accordata al nostro Vescovo, nel senso che ho
capito la sua autorità, guida e servizio, condizione perché la Chiesa si mostri.
Non so quanti della comunità abbiano vissuto il tempo sotto l‟Amministratore Parrocchiale,
con la coscienza di un‟assenza, di una mancanza di chi ha cura e responsabilità del gregge,
se pur, per le singole pecore mai è mancato l‟affetto e la dedizione.
Il “ritorno” di Gesù Pastore con la venuta di don Carlo
ci ridona la possibilità di sperimentare l‟unità della comunità,
cioè quel “cuor solo e anima sola”,
perché Gesù c‟è e ci chiama incessantemente a mostrarlo.
E così sono molto edificata e spronata al cambiamento.
Guardando il nostro attuale presbiterio, si “vede” che Gesù Pastore è tornato.
112
24. Il prete: figura di fronte alla quale è bandita l’indifferenza
w. b.
Gentile don Giancarlo,
dapprima pensavo fosse una inchiesta, la tua, sul prete.
L‟ho subito scartata per via della tua faccia: non hai una faccia da burocrate.
E allora la mia attenzione s‟è, in automatico, spostata su di me
ed il mio contatto su questa strana figura umana che si chiama prete.
E‟ una figura di fronte alla quale è bandita l‟indifferenza,
è necessario, di questi tempi, giustificare tale comportamento fuori dalla norma;
nella grande maggioranza dei casi vi è una sentenza:
è un innocuo imbecille;
non si può far finta di niente… mette in moto la ragione,
il prete e la ragione pesca nell‟intruglio dello scandalo.
Non si comprende chi o cosa gliel‟ha fatto fare.
Detto questo (per onorare la sociologia) devo confidarti
che, dopo tanti decenni di me vivente, una cosa mi sbalordisce:
nel momento più delicato del mio tempo,
quando già soffiava in me l‟ardimento della feroce trasgressione,
s‟è affiancato un prete con piglio seducente
e mi ha carpito una curiosità vitale.
Sghignazzando l‟ho seguito
e dalla strada mi ha condotto a sviluppare una potente carica intellettuale.
Non mi ha convogliato verso opere buone,
ma ha risvegliato un possibile metodo per ricercare.
Era don Villani, da lì alla voce roca del don Giussani il passo è stato breve.
Ed ora son qui, stupito che qualcuno mi abbia prestato
molta attenzione fino a considerarmi
e questa considerazione darà il suo frutto a tempo opportuno.
Confidato questo, mentre ti scrivo, mi sono stupito perché ho richiamato dal mistero
gli echi della profonda radice della paternità innestata su chi attrae ora,
dopo decenni che campo, la sete dell‟origine del mio divenire destinato.
Per questo chi mi discorre di Gesù mi fa girar la testa ed ascolto molto volentieri.
Ho tralasciato problemi teologici,
logistici e di schieramenti.
Spero di essere andato all‟osso.
Ciao don Giancarlo.
Auguri per le tue vicissitudini!
113
25. Il prete: l’amante di una Parola che sappia di eterno
m. b.
“Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui”. Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con
l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi.”
(1 Samuele 16,12-13).
Una delle immagini bibliche che hanno sempre attirato la mia attenzione è proprio questa
dove si racconta che Dio chiama qualcuno, in un momento preciso della sua storia per
riservarlo per sé. Dio che “mette da parte” qualcuno per una missione specifica. Il prete, io
lo vedo cosi! Una persona amata in maniera del tutto speciale, per un arcano disegno di
Dio chiamata a svolgere un Ministero unico, irripetibile a servizio della vita e del bene.
Noi, abbiamo bisogno della presenza del prete accanto a noi. Una presenza sensibile,
attenta, amante di una Parola che sappia di eterno. Abbiamo bisogno di guardare a lui, per
poter trovare sempre le ragioni del nostro credere e del nostro sperare. Dev‟essere colui
che nella bellezza della sua vocazione, della sua consacrazione a Dio ci richiama alla
fedeltà di una risposta che deve farsi sempre più matura e feconda anche per la nostra
vita.
Ci è difficile pensarlo diverso: lo vorremmo, in ogni momento, sicuro della sua fede,
appassionato della verità, testimone autentico della carità. Non lo vorremmo fragile,
bisognoso pure di lui di amore, di attenzione, di perdono, di fraternità. Eppure, a volte, è
in questa debolezza, che il prete manifesta tutta la grandezza della sua umanità e della sua
vocazione. Di umanità abbiamo bisogno, oggi, più che mai che è quella capacità di essere
se stessi, di essere oblativi, di donarsi, di essere per l‟altro, di rompere la tirannia
dell‟egoismo e fare dell‟amore la caratteristica dell‟agire. E‟ infatti, dal cuore di persone
piene di umanità che sgorgano gesti di misericordia, di compassione e di solidarietà. Il
prete ha come vocazione quella di essere “un‟oasi di umanità” in un mondo in cui la
disumanizzazione assume tratti paurosi di crudeltà e di violenza.
Anche per Madeleine Delbrêl, mistica francese, due sono i valori importanti per un prete:
“quello di essere veramente un uomo e di essere veramente segno di una presenza diversa”. Egli
deve saper indicare che ogni esperienza che si vive porta all‟incontro personale con
Cristo, avvicina ogni uomo e donna alla scoperta dell‟amore misericordioso di Dio Padre,
aiuta a incentrare il proprio cuore nel regno di Dio e la sua giustizia, indica come unica
via all‟amore vero quella della solidarietà e del servizio ai poveri e agli emarginati.
Quali i segni che attendiamo, dice ancora Madeleine Delbrêl, da questa “presenza divina”?
La preghiera, la gioia, la forza, la libertà, la discrezione, la verità, la povertà, il senso della chiesa....
Quando delle persone incontrano finalmente un prete che li capisce, che entra con il suo cuore di
uomo nella loro vita, nelle loro difficoltà, non ne perdono più il ricordo.”
La nostra preghiera, in questo anno dedicato al sacerdozio, si fa allora più intensa, più
viva. Ad ogni anima consacrata a Dio va il nostro augurio di bene. Madeleine Delbrêl ad
un giovane prete scriveva:” Gli auguriamo di credere alla gioia.... alla gioia cristiana, di cui il
Signore dice: la mia gioia, quella che deve essere perfetta...E bisogna crederlo quando ci rendiamo
conto che le cose ci fanno del bene, ma anche quando ci accorgiamo che ci fanno del male. Credere
che nulla al mondo ci può portare via questa gioia.”.
Possa la gioia, quella profonda che viene dal Vangelo, abitare nel cuore di ogni sacerdote e
rimanere inalterabile. Solo cosi si può essere testimonianza di una fedeltà che trova il suo
compimento in una vita fraterna da vivere con tutti con disinteresse e generosità grande.
114
26. Il sacerdote nella mia vita
r. c.
Non avevo ancora sei anni quando, un tragico incidente mi privò dell‟affetto di mio padre.
Questo evento fa anche parte di quei pochi ricordi che rammento della mia prima infanzia.
Da allora, i ricordi della mia vita sono caratterizzati da una componente costante e di
primaria importanza: la presenza di una figura di sacerdote che accompagna ed
incoraggia i momenti salienti ed i vari passaggi che avvengono attraverso la crescita e la
maturazione, non mai sostituendo la presenza del padre, rimasta per sempre assente, ma
presenza di conforto di guida e di incoraggiamento.
Nel primo collegio dove sono stato ospitato (gli “Artigianelli” di Monza), ricordo di aver
prestato servizio come chierichetto nel Duomo, e ricordo la mia attiva e convinta
partecipazione a quell‟impegno, come se qualcuno mi avesse scelto fra tanti altri. Subito
dopo sono stato trasferito presso “i Martinitt” a Milano; anche qui eravamo molti (più di
cinquecento di tutte le età), e di questa circostanza ricordo la viva presenza di don Torta e
successivamente e più lucidamente quella di don Antonioli; questi, conoscendo i miei
trascorsi monzesi, veniva di mattino presto a svegliarmi affinché servissi la Messa
quotidiana delle ore sei nella Cappellina del collegio. Questo rapporto, privilegiato, fu
parte fondante per la mia crescita fino all‟uscita dal collegio.
Don Antonioli ebbe cura di presentarmi a monsignor Aspes, parroco nella parrocchia dove
avrei abitato. Precedentemente, durante il periodo delle superiori, partecipai attivamente
alle attività dell‟allora “Gioventù Studentesca” dove ho conosciuto molti sacerdoti di
grande carisma ( don Giussani, padre Manuel e molti altri). Il mio impegno giovanile è poi
sfociato presso l”Azione Cattolica” (GIAC) dove ho incontrato molti altri sacerdoti quali,
don Luigi Serenthà, don Ferdinando Tagliabue , don Massimo Camisasca, don Luigi
Negri, don Piero Re, e poi don Mario Peretti, don Marco Barbetta, don Bruno e tanti altri
sacerdoti coi quali, insieme, abbiamo vissuto una esperienza giovanile nella realtà di
Milano che ha determinato una nuova speranza e ha posto solide basi per la nostra chiesa
locale e universale.
Un incontro particolare l‟ho avuto con don Zeno. Durante il fidanzamento sono stato
ospite per alcuni giorni a Nomadelfia. Ricordo che don Zeno ci propose di rimanere, ma
eravamo troppo presi e innamorati dalla nostra esperienza milanese.
Infine, ma non ultimo, sarò per sempre grato alla compagnia di don Egidio Villani, col
quale ho condiviso, insieme a molti altri, l‟esperienza di vita nella comunione con Cristo e
la sua Chiesa. Questo lungo periodo mi ha formato nella consapevolezza di appartenere al
popolo di Dio in cammino, e ancor oggi, che sono spesso preda della stanchezza per via
dell‟esaurito entusiasmo giovanile, mi rendo conto di aver ricevuto una sorta di marchio
di appartenenza che difficilmente mi farà smarrire; ciò grazie al contributo carismatico di
tutti i sacerdoti che, in un modo o nell‟altro hanno partecipato della mia vita.
Tra le figure sacerdotali che hanno attraversato la mia vita e di cui ho particolare
venerazione ricordo con gratitudine Giovanni Colombo, Giovanni Montini, Karol Wojtyla.
Non smetterò mai di ringraziare il Signore e sua mamma Maria per tutta questa
misericordia.
115
27. Non c'è comunità senza pastore
l. s. c.
Il compito di formulare un mio pensiero sul sacerdote, non mi ha più abbandonata.
Confesso che ho provato tante volte a scrivere,
poi ho cestinato il tutto perchè non soddisfatta.
Tuttavia, ora, pur con difficoltà, cerco di dire cos'è per me il Sacerdote.
Il Sacerdote è soprattutto uomo consacrato, è l'uomo che rappresenta Cristo sulla terra.
E' il mediatore tra Dio e gli uomini.
Ha ricevuto il potere di rendere presente Gesù in Corpo e Sangue
durante la Consacrazione,
di donarcelo, di consentirci di poterlo adorare nell'Ostia consacrata
e infine di concederci la Misericordia divina nel sacramento della riconciliazione,
rimettendoci i peccati.
Ma sono tanti altri i doni che riceviamo dal Sacerdote,
egli è il distributore di grazie e di benedizioni.
Non possiamo fare a meno del sacerdote.
E' prezioso non solo per chi crede ma anche per chi non crede.
Nell'arco della nostra vita terrena, ma in special modo nei momenti di maggior sofferenza,
il sacerdote è la nostra "ancora".
A lui nel segreto del confessionale o nel colloquio personale
possiamo affidare tutte le nostre profonde inquietudini, aprire il nostro cuore.
In quel momento diventa una Presenza speciale, accogliente e misericordiosa.
Deve essere perciò rispettato, protetto e sostenuto
e accompagnato con le nostre preghiere
perchè non venga travolto dalle cattiverie e dalle tentazioni.
Il buon pastore rimane sempre una guida sicura per noi fedeli.
Non c'è comunità vera senza Pastore.
Dobbiamo continuamente ringraziare il Signore
per non averci lasciati soli in questa vita terrena, anche se di passaggio,
ma di averci donato questi uomini consacrati.
Devo essere sempre riconoscente al Signore per averLa messa sul mio cammino
e su quello di Bruno
e anche, se loro non se ne rendono conto, anche su quello dei miei figli.
Un fraterno saluto e un rinnovato augurio di ogni bene.
116
28. Il sacerdote… un uomo chiamato dal Signore
m. f.
Noi tutti riponiamo nei nostri sacerdoti grandi aspettative.
Desideriamo che sia: uomo umile ma consapevole del suo grande compito,
che cerca di uniformarsi in tutto a Cristo e aspira alla santità di vita;
uomo di relazione, attento ai bisogni e ai problemi di chi gli è stato affidato;
uomo di preghiera profonda, ma presente tra la gente; ricco per dare agli altri e povero per se stesso.
Attento nella celebrazione della messa, che è compito grande perché, come scriveva Giovanni
Vianney, il curato d‟Ars, «Dio obbedisce: il sacerdote pronuncia due parole
e nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia».
Nella confessione, desideriamo che ci mostri il volto misericordioso di Dio
perché è lui il tramite della misericordia di Dio.
E se siamo afflitti al pensiero della nostra debolezza e incostanza, e timorosi di future ricadute,
il sacerdote ci ricorda che il buon Dio sa tutto.
Sempre il curato d‟Ars diceva: “Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete
di nuovo e tuttavia vi perdona. Come è grande l‟amore del nostro Dio che si spinge
fino a dimenticare volontariamente l‟avvenire, pur di perdonarci!”
I cristiani vogliono trovare nel sacerdote non solo l'uomo che li accoglie,
che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera simpatia,
ma anche, e soprattutto, un uomo innamorato di Dio, che appartiene al Signore,
che li aiuta a guardare a Lui, a pensare a Lui, a salire verso di Lui.
Gesù sceglie degli uomini, come segno di predilezione verso di loro, li distingue dagli altri
e li prepara al futuro ministero, che consisterà nel fare ciò che hanno visto fare a Lui;
li costituisce suoi inviati, comunicando ad essi i suoi stessi poteri,
in modo che ascoltare loro è ascoltare Lui stesso: "Chi ascolta voi ascolta me" (Lc 10,16).
Il sacerdote è, insomma, nel tempo e nella storia, l'icona della presenza viva ed operante di Cristo,
il segno-persona del Signore risorto.
Ecco, dunque, il compito fondamentale del sacerdote in rapporto a Cristo:
renderlo presente, in modo visibile, nella sua vita e nel suo ministero.
S. Francesco, che non posso non citare visto la mia appartenenza alla famiglia francescana,
ci scrive nel suo testamento “Voglio temere, amare e onorare i sacerdoti come miei signori.
E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori.
E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient‟altro vedo corporalmente,
in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono
ed essi soli amministrano agli altri” (FF 113).
A volte noi non siamo così santi come San Francesco! E a volte ci dimentichiamo tutto questo.
Io posso dire che il Signore, ogni volta che gli ho chiesto aiuto, non ha esitato a mettermi vicino
dei sacerdoti che mi hanno veramente aiutato a comprendere il disegno di Dio sulla mia vita.
E quando ho sentito il desiderio di riavvicinarmi a Lui ho trovato davvero la persona giusta
al momento giusto. Giusta per me. Per la mia crescita.
Sacerdoti che hanno saputo mostrarmi un volto del Signore che io non immaginavo,
che mi hanno aiutato ad innamorarmi della Parola,
a scoprire la gioia di stare in silenzio con la Parola, di pregare con i salmi.
Mi hanno insegnato a rivolgermi al Signore nelle mie difficoltà, a credere fermamente
che sono amata da Lui per come sono, nonostante i miei limiti, i miei peccati, le mie debolezze.
E ancora oggi per camminare dietro al Signore mi è indispensabile la guida del mio padre spirituale che
mi aiuta nel discernimento, nella pazienza, nel perdono, nella umiltà, nell‟accoglienza, nell‟ubbidienza.
Ringrazio il Signore per le persone straordinarie che mi ha fatto incontrare. E gli chiedo i suoi
occhi, il suo sguardo per poter vedere i miei fratelli e i sacerdoti che incontro senza la tentazione
di giudicare e condannare ogni volta che scorgo l‟imperfezione umana.
Solo così possiamo sentirci tutti insieme, laici e sacerdoti, in cammino dietro a Lui.
117
29. Il ruolo centrale del sacerdote nella mia vita
f. f.
Parlare oggi della figura del "prete" può sembrare anacronistico,
vista la società "secolare" in cui viviamo.
Ma nella mia vita, invece, la sua figura ha avuto una parte fondamentale, se non decisiva.
Infatti, essa è stata costellata da questa presenza,
e se ancora oggi mi sento di dire e proporre
che la Chiesa è la cosa più importante da vivere,
è proprio grazie all'incontro che ho fatto con ognuno di loro.
Molti sacerdoti hanno attraversato la mia esistenza.
Alcuni hanno segnato in me un passaggio indelebile, altri un po' meno.
Ma la presenza del sacerdote ha sempre svolto un ruolo centrale.
Sono stato tolto dalla strada, sono cresciuto, ho coltivato rapporti con le persone,
ho imparato ad amare e soffrire, mi sono sposato, ho potuto formare una famiglia,
ho apprezzato la gioia di vivere.
In tutto questo susseguirsi di avvenimenti, il sacerdote mi è sempre stato vicino
anche nei momenti di diversità di giudizi o vedute.
Vorrei ricordarne alcuni.
Don Egidio: mi ha plasmato, insegnato a vivere.
Don Aspes: la sua bonarietà mi ha contagiato, la sua pazienza mi ha aiutato a crescere.
Don Adriano: con la sua semplicità e allegria ha aiutato me e la nostra comunità a rivivere.
Don Pierino: la sua presenza, sempre rassicurante e prodiga di consigli,
è certamente un viatico per il raggiungimento della vita eterna.
Don Remo: di lui ricordo la capacità di rapporti personali molto incisivi.
Don Giancarlo: un abile tessitore di rapporti; la sua personalità non lascia indifferenti:
è un amante della vita.
Don Carlo: un giudizio è prematuro, ma si intravedono buone qualità.
Sta ricostruendo, ha bisogno di noi. Bisogna aiutarlo.
Concludendo, nel bene o nel male, senza la persona del sacerdote oggi non sarei qui:
E quindi il mio è semplicemente un sincero e doveroso grazie
a tutti quelli che ho incontrato nella mia vita!
118
30. Il sacerdote: un dono immenso per noi
g. r.
“Puoi stendere due righe sul ministero sacerdotale?”. Così don Giancarlo.
Mi sono venuti in mente tutti, tutti i Sacerdoti che ho incontrato, e sono veramente tanti. Ho rivisto
volti, situazioni che ho vissuto con gioia, a volte con timore, altre volte con profondo dolore. Casa
Rainoldi era molto frequentata dai Sacerdoti della Parrocchia. L‟attuale “nonna Tita”, donna di fede
grande e cuoca eccezionale, sapeva accogliere i presbiteri con un posto a tavola, a qualsiasi ora.
Sedersi a tavola insieme era occasione importante per raccontare di sé. Un po‟ di timore con don
Eugenio Penna; discussioni accese con don Egidio Villani; battute giocose e l‟immancabile lancio
in aria dei piccoli con don Zaffaretti, Rettore dei Salesiani, di Via Copernico; l‟attesa della carezza
sul capo con “don” Maggiolini; la piacevolezza della compagnia in montagna con Padre Francis,
parroco in Uganda; la gioia grande e l‟emozione di tutta la famiglia quando don Aspes, il
Prevostone, nei suoi giri pastorali, veniva a trovarci in montagna per un paio di giorni e diventava
un‟occasione di incontro per tutti i parrocchiani che erano in vacanza nella zona. E poi, diventati io
e Paolo una famiglia con prole, scoprire un don Remo capace di entrare nel cuore delle coppie che
frequentavano il corso fidanzati, o la sua delicatezza nel conforto quando è mancato mio padre.
Oppure il sorriso dolce di don Adriano quando abbracciava con lo sguardo le nostre figlie a
catechismo. E ancora le arrabbiature, da genitori, con un don Marco molto giovane che non amava
il confronto, lo stupore per la sua capacità di vivere la Messa coinvolgendoti profondamente e la sua
semplicità nel parlare ai bambini riuscendo a far entrare Gesù nel cuore di tutti, adulti compresi. La
simpatia e la grande spiritualità di “nonno” don Pierino scelto dai bambini, dai ragazzi e dagli
anziani come confessore. L‟imbarazzo di don Paolo quando è venuto da noi a cena appena arrivato
come Parroco e il dolore nostro e lo sbalordimento quando a fine Messa ha annunciato che non
sarebbe stato più il nostro pastore. E poi p. Cerrato, Procuratore Generale della Federazione
dell‟Oratorio di San Filippo Neri: le sue meditazioni hanno maturato la mia fede. Anche tu, don
Giancarlo, non te l‟ho mai detto ma senz‟altro l‟hai capito, hai accolto la mia mano nella tua quando
ti ho ascoltato parlare del ruolo delle donne nella Passione di Nostro Signore o quando mi hai
incoraggiata spingendomi ad “osare” nella nostra comunità.
Un padre che sostiene, un padre che ti ama, un padre che ti ascolta, un padre che ti perdona, un
padre che ti apre le porte del cuore a Gesù, un padre nei cui occhi vedi i volti delle persone della
comunità che conosci o che conoscerai, un padre che ti scuote dal torpore e ti apre alla vita bella e
appagante anche nella sofferenza…. un padre così io, mio marito Paolo e la mia famiglia di origine
il Signore ce l‟ha fatto incontrare in Monsignor Aspes: il Prevostone. I famosi tre punti dei costanti
venticinque minuti di omelia senza ripetizioni. Le assemblee parrocchiali nelle quali a volte
sembrava essersi assopito perché appoggiava le mani sulla pancia, abbassava le palpebre e gli si
allungava il naso ma non perdeva una parola degli interventi. La sua capacità di ascolto, la saggezza
dei suoi consigli frutto di una fede profonda e di un grandissimo amore per Gesù e per Maria sua
Madre. La sua grande devozione a Maria che ha trasmesso a tutti noi. Mi commuove ancora andare
con la mente al giorno del mio matrimonio, venticinque anni fa, quando accompagnati da lui io e
Paolo abbiamo celebrato il Sacramento. E, ancora più forte, è l‟emozione al ricordo di don
Alessandro che ha preso in braccio le nostre prime due figlie per immergerle nel fonte battesimale
così come aveva fatto ventisette anni prima con me. Adesso, e solo da poco, capisco anche il suo
mettersi da parte quando abbiamo chiesto il battesimo per Margherita e don Remo, fresco di
nomina, ha dato il sacramento alla nostra terza figlia. Monsignor Aspes da tanti anni è con Maria
vicino al suo Signore.
“Giovanni Maria Vianney - come ha scritto il Papa - parlava del sacerdozio come se non riuscisse a
capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana... Sembrava
sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità... Era umilissimo, ma consapevole, in quanto
prete, d‟essere un dono immenso per la sua gente”.
Il sacerdote: un dono immenso per noi.
119
31. Il sacerdote ... è per noi
g. s.
Annuncio: è chi ci testimonia con gioia che Gesù è morto e risorto;
per noi è positivo, sereno per la forza che nasce da questa certezza
Fedeltà: è il segno costante della presenza di Gesù che vuole essere vicino
a ciascuno di noi.
È fedele alla sua vocazione, alla celebrazione Eucaristica quotidiana,
ad un uso del suo tempo per gli altri...
Parola: è chi ci aiuta ad ascoltare, capire e vivere la parola di Dio.
Preghiera: è chi ci insegna a pregare, ci guida ogni giorno nella preghiera comunitaria,
ci è di esempio con la sua vita di preghiera
Ascolto: è capace di ascoltare difficoltà, problemi, tristezza...
di persone che da anni gli chiedono appoggio, di persone incontrate per caso...
di persone viste solo attraverso la grata di un confessionale o nel letto di un ospedale...
Guida: che in tanti momenti ci ha aiutato in decisioni non facili
a non perdere di vista i valori più importanti
e la strada che il Signore ha preparato per noi
Sacramento: è chi ha battezzato noi e i nostri figli, benedetto il nostro matrimonio,
celebrato ogni giorno l‟Eucaristia, offerto il perdono,
accompagnato i nostri cari nell‟ultimo viaggio...
Servizio: è chi con attenzione quotidiana cerca di capire i bisogni delle persone
che incontra e sa essere loro accanto con discrezione, ma piena disponibilità ...
Amicizia: che nasce da una partecipazione sincera e attenta alla nostra vita
Solitudine: di chi ha scelto di non avere legami stretti sulla terra
per poter avere la massima disponibilità per il Signore e per gli altri.
E occasione di Ringraziamento al Signore per tutti i sacerdoti
che ha messo sulla nostra strada ..
Ma infine la generosità, la disponibilità e la grandezza della sua vocazione
non ci devono fare dimenticare che il sacerdote
è, prima di tutto, una persona che ha bisogno del nostro sostegno,
del nostro consiglio e della nostra amicizia.
120
32. Un prete…
d. v. f.
«Il prete era stato inchiodato alla passione di Cristo il giorno
della sua ordinazione. E le mani del prete erano sicure, e le
mani di tutti i preti erano sicure, e non aveva alcuna importanza
che le cose sacre venissero fatte dalle mani di un prete
piuttosto che da quelle di un altro».
BRUCE MARSHALL, A ciascun uomo un soldo.
Un prete di montagna, che sa ancora predicare e confessare come Dio comanda.
Un prete di collina, che soffriva il grigiore di Milano, ma insegnava a coltivare il Giardino.
Due preti francesi, fratelli, in un‟abbazia tra gli ulivi del Senese.
Un prete capoccione, burbero, confusionario e di buon cuore.
Un prete salesiano: occhi, racconti e fantasia che calamitavano i ragazzi all‟altare.
Un vecchio prete lombardo, con in tasca sempre una parola buona e un alleluia.
Un vecchio prete piemontese, premiato con una pensione al sole di Liguria per il lungo
e fedele servizio.
Un prete ex operaio, divenuto sapiente. Che sapeva ancora tornire.
Un prete giovane, ingegnere e ciclista, morto a quarant‟anni per una malattia improvvisa.
Un prete dedito, fra il confessionale e l‟ambone, a spiegare il quotidiano e l‟eterno.
Sette o otto preti, di un piccola congregazione lombarda, incontrati per caso a un ritiro:
le vocazioni educative non sono estinte.
Un prete alle prime armi, lanciato in una parrocchia di brava gente anticlericale.
Un prete reso miope e buffo dalla vecchiaia, ma non meno colto e aggiornato.
Un prete pachistano in una casa di suore a Roma: non un solo accento giusto in un‟intera
messa. A volte il latino aiuterebbe.
Un prete padre spirituale di una comunità intera. (E poi nonno).
Un prete ex missionario, con impresse sul volto, per sempre, la gioia e la semplicità di altre terre.
Un compagno di scuola divenuto prete. Mia mamma, ai tempi delle elementari,
lo chiamava papa Giovanni.
Un prete che confessa (divinamente, direi) in Duomo. Non so come si chiama.
Un prete a capo di un grande istituto romano, capace di squisite premure.
Un prete su un ghiacciaio, solitario, appena scampato a un crepaccio, che proseguì
insieme a noi verso un‟altra cima.
Un prete di molte parole, ma ancor più finezze, e umile nonostante la propria nobiltà interiore.
Un prete cappuccino, quasi albino, mandato per scommessa in Africa dalla Provvidenza.
Che se scommette, come è noto, è perché sa di vincere.
Un prete, ultimo parroco di un piccolo paese: ora c‟è un altro avamposto abbandonato.
Un prete buono e intelligente, ancora in cerca della propria obbedienza.
Un prete non tanto bravo, che però ricordava sempre il mio nome.
Un prete cattivello, ma con le idee molto chiare sulla pastorale.
Un prete mancato. Anzi, più di uno.
Un prete che chissà come mai è diventato prete. Anzi, più di uno.
Un prete futuro. Anzi, per fortuna, più di uno.
Questi sono alcuni dei sacerdoti che ho incontrato, per grazia di Dio.
121
33. Riflessioni sul sacerdote.
m. l. c.
Per chi come me proviene da una famiglia da sempre inserita, anche se con discrezione, nell‟ambito
ecclesiale, la figura del sacerdote è familiare fin dall‟infanzia.
A partire dai primi sacramenti, il sacerdote appare come colui che ha un rapporto privilegiato con il Signore,
che ha qualcosa di fondamentalmente “sacro” e diverso, di cui ci si può fidare e a cui ci si deve affidare. Poi si
cresce e a questo punto credo che l‟esperienza sia fondamentale: è l‟incontro con figure sacerdotali più o
meno significative e positive che inevitabilmente segna lo svilupparsi della vita di fede di tutti, perché
comunque non si può prescindere dal rapporto con la Chiesa e questo non può esistere senza la mediazione
del sacerdote. Con l‟esperienza e con la frequentazione viene meno quella considerazione un po‟ “mitica” del
prete, che si scopre uomo come tutti gli altri, con virtù e difetti, un carattere più o meno piacevole, modi di
fare, caratteristiche, capacità di attenzione, ma anche limiti oggettivi, difficoltà o fragilità specifiche per tanti
motivi. Ognuno è diverso dall‟altro, con ciascuno può essere più o meno facile entrare in sintonia.
Ma proprio su questo punto ho sempre trovato fondamentale tenere ben distinti gli aspetti: da una parte il
rispetto per la specificità del sacerdote ordinato in quanto tale, il riconoscimento del valore essenziale della
sua figura e della sua funzione di mediatore tra il popolo di Dio e il Signore, in particolare attraverso
l‟amministrazione dei sacramenti, anche il suo compito di guida spirituale per i singoli e/o per la comunità e
dall‟altra parte i tratti umani, che possono essere più o meno congeniali, più o meno carismatici, più o meno
forti, su cui sarebbe bene che lui lavorasse, ma con i quali bisogna fare i conti, accettandoli, aiutando se
possibile a superare le difficoltà più grosse, ma ricordando sempre che anche il prete è un tesoro un vasi
d‟argilla. Non solo ma che, essendo uomo, ha bisogno di accoglienza, di amicizia, di aiuto e di
collaborazione, a seconda delle circostanze che si presentano: in questo noi possiamo davvero essere di
sostegno, senza volere prevaricare o autoimporci.
Cosa mi sembra di dover chiedere a un prete?
Fondamentalmente, e scusate se è poco, ad un prete chiederei prima di tutto di essere “santo” nel
corrispondere alla sua vocazione. Che vuol dire innanzitutto essere uno che prega, che ha un rapporto forte col
Signore e in questo è di esempio per gli altri, lo fa trasparire. Poi di essere accogliente: al di là del carattere o
della giovialità (anche se i “modi” vanno un po‟ curati) vuol dire non essere frettoloso e superficiale nei
rapporti, ma essere interessato all‟altro e dimostrarlo, far sentire che si occupa e si preoccupa delle situazioni
personali o familiari o comunitarie; essere capace di “guidare” verso il meglio possibile nelle varie situazioni,
a livello personale e a livello comunitario, sapendo anche sostenere, perdonare, superare incomprensioni o
difficoltà di rapporti, ma anche preoccupandosi di valorizzare il bene e il buono che c‟è nelle persone,
piuttosto che sottolineare il negativo, e aiutando a smussare le incomprensioni, a colmare le divisioni, a
crescere nell‟amore reciproco.
Il prete dovrebbe essere non quello che fa tutto lui e si invischia in un attivismo che non gli lascia il tempo e
la lucidità per accorgersi degli altri, ma chi promuove, sostiene, aiuta a sviluppare le capacità e le energie di
tutti nelle comunità a lui affidate, attraverso l‟indispensabile e insostituibile servizio sacramentale e il ruolo di
guida, prima di tutto di guida spirituale, anche se in modi diversi a seconda della sua specifica funzione, delle
sue forze, dell‟età, ecc., mostrandosi anche aperto realmente all‟ascolto attento delle persone. Sarebbe molto
utile e bello anche che i preti imparassero ad aiutarsi, consigliarsi, sostenersi tra loro.
Cosa un prete dovrebbe poter aspettare dai fedeli laici?
Se il prete è chi ha risposto sì alla chiamata del Signore a spendere tutta la sua vita per Lui e per la sua Chiesa,
va innanzitutto apprezzato e accolto in questa sua funzione di mediatore tra Dio e gli uomini: il prete è
“riservato per il Signore”, perciò è “altro” rispetto a chi non è stato chiamato su questa strada e questo va
riconosciuto e rispettato. Va accolta anche la sua funzione di guida, prima di tutto spirituale, ma anche nello
sviluppo della comunità in cui viene inserito. Questo però non vuol dire che si debba delegare tutto a lui. Dai
laici si dovrebbe aspettare una collaborazione generosa, aperta, attenta, non però passiva o “servile”, ma
libera, responsabile e propositiva, che sarà però possibile solo se da parte sua ci sarà l‟attenzione a
valorizzarla.
Potrebbe e dovrebbe anche non dico aspettarsi, pretendendola come dovuta, ma ricevere solidarietà e
attenzione alla sua persona e alle sue necessità e una accoglienza cordiale, che sarà tanto più facile quanto più
saprà proporsi come colui che accoglie, apprezza, valorizza e non rifiuta i rapporti ponendosi su un
piedestallo.
122
34. Il Sacerdote sulle orme di Abramo
a. p.
 Il Signore disse ad Abramo:
“Vattene del tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre
verso il paese che ti indicherò”
Il Sacerdote esce dalla casa di suo padre, dalla sua famiglia
per seguire la “voce” che lo guida alla scelta di un Dio da amare.
 In quel giorno il Signore concluse l'alleanza con Abramo:
al tramonto del sole un braciere fumante, una fiaccola ardente
passarono in mezzo a gli animali divisi.
"Pongo la mia alleanza fra me e te e in te saranno benedette le generazioni della terra".
Il Sacerdote durante l'ordinazione si prostra e abbraccia la terra,
perchè su di lui passa lo Spirito,
Lo invoca, perché prenda dimora nel proprio essere come ospite e come "alleato".
Poi il Sacerdote invoca Dio perché faccia risplendere il suo volto sui fedeli e li benedica .
 Abramo nel continuo peregrinare eresse nei vari luoghi
sempre un altare per comunicare con Dio
Il Sacerdote si accosta all'altare “scala invisibile” fra terra e cielo,
per collegare l'uomo a Dio
e per rammentare a chi si trova in prigionia nel tempo che è ostaggio dell'eternità.
 Melchisedec, Re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo offrì pane e vino
e benedisse Abramo.
Il Sacerdote offre pane e vino e, “per ordine divino”, vi rinchiude la presenza di Dio
e invita a cibarsi e a bere.
 Abramo: “io che sono cenere e polvere ardisco parlarTi ...
davvero vuoi fare perire il giusto con lo l’ingiusto?”
Il Sacerdote, rivolgendosi a Dio:
“Ascolta la preghiera che il tuo servo rivolge oggi a Te in questo luogo,
ascolta dall'alto della Tua dimora, il Cielo: ascolta e perdona”.
123
35. Sacerdos in aeternum
d. g.
Il Sacerdote.
Espressione della persona umana forse tra le più coraggiose nelle scelte,
sublimata da Dio che - tra i tanti - lo ha eletto, lo ha chiamato, lo ha scelto.
E gli ha affidato un'enorme missione:
enorme nell'importanza, nell'impegno, nel peso, nel servizio e nella gioia.
E nella dedizione.
Il mio percorso terreno è costellato d'incontri con tanti religiosi:
dal frate confessore della mia gioventù,
tanto colto quanto di poche essenziali incisive parole,
all'amico allora seminarista oggi vescovo,
dal professore di liceo dalla squisita finezza d'animo
al giovane parroco del paesino sperduto in collina.
Il vecchissimo sacerdote, poi, votatosi alla conservazione
di un piccolo santuario di montagna ove volle terminare da solo la vita
(e mi donò un tanto modesto quanto ricco libretto di sue splendide riflessioni);
i sacerdoti della mia parrocchia, San Luca,
sede spirituale della maggior parte della mia vita.
E ancora, un parroco dalla grande umanità e saggezza, gigante talora incompreso;
il frate, che non prese i voti per poter meglio fare il questuante per i poveri
e morì in concetto di santità (e il cui processo di beatificazione è in corso),
il giovane caro amico diventato missionario in fredde terre lontane da Dio
e l'etereo, minuscolo, forte sacerdote votato alla Madonna dei Poveri.
L'essenziale modello di preghiera,
l'esemplare serenità nella povertà e l'introspezione spirituale dei miei monaci.
E l'amico sacerdote, col quale nacque un'immediata spirituale empatia
ben oltre vent'anni or sono e che, oltre al dono della sua profondità spirituale,
mi gratificò (e mi gratifica) dello splendore della sua amicizia.
E tutti gli altri!…
E da ogni contatto con i "miei" sacerdoti,
da ogni parola scambiata con loro,
nell'allegria o nella specola di pensiero,
ho sempre ricavato un grano di senapa che è poi germogliato solidamente
nella mia anima.
E di questo non posso che ringraziare il buon Dio.
E i sacerdoti della mia vita.
124
IX PARTE
Verso il futuro:
accogliendo l’oggi e i giorni che verranno:
1. L’oggi e il domani della mia vita
2. Richiesta di intercessione al beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster
3. Il canto del Magnificat
125
1.
L’oggi e il domani della mia vita
 L’oggi.
L‟anno 2009 per me è iniziato con la brusca sorpresa di una seria malattia
che ha bloccato il normale svolgersi dei giorni.
Visite di medicina oncologica, infiniti controlli, un intervento chirurgico,
la fatica del quotidiano, il futuro che pare non abbia più profondità
perché lo vedi schiacciato, compresso.
Gli affetti familiari che sembrano staccarsi dalla mia vita e perdersi,
ignari di quanto mi sta accadendo, mi riempiono gli occhi di lacrime.
Alzo lo sguardo del cuore verso il Padre: non pongo domande di lamento
sul perché la mia vita viene percossa dalla sofferenza.
Penso invece a questo periodo come a una nuova chiamata del Signore.
E cioè, sono certo che Lui, facendomi passare per non so quali sentieri,
mi voglia donare una grazia a favore del mio sacerdozio.
E perché questo avvenga, il Signore andrà purificando il mio cuore
affinché il suo dono non trovi in me ostacoli.
Mi disarma non per buttarsi contro di me, ma per abbracciarmi,
manifestandomi così uno straordinario amore misericordioso.
Ora desidero dirvi che in questi mesi mi siete mancati.
Se dico che tutti voi mi siete mancati, è dire poco.
Infatti, in questo tempo ho avvertito come un grande sacrificio il non aver potuto,
per qualche mese, celebrare in chiesa le messe e le confessioni.
Ho sempre, però, ogni giorno festivo e feriale, celebrato in casa.
Ho vissuto delle belle liturgie domestiche, nelle quali il Signore, obbediente,
si rendeva presente quando io dicevo:
“Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi…”
“Questo è il calice del mio sangue versato per voi…”.
L‟identificazione fortissima di me, come sacerdote, con Gesù,
espressa da questa formula consacratoria, raggiunge qui il massimo del mistero.
Io non dico: questo è il corpo di Gesù … questo è il sangue di Gesù…
ma questo è il mio corpo… questo è il mio sangue!
È possibile pensare una cosa più grande di questa,
che attua, mediante la grazia del sacramento, la presenza reale di Gesù tra noi, per noi?
Ricordo di aver provato una stretta al cuore quando la domenica delle Palme,
stando nella mia abitazione venivo coinvolto dai bellissimi canti
della processione degli ulivi che, raggiunto il piazzale, stava per entrare in chiesa.
Quei canti e quelle preghiere che hanno accompagnato gli inizi
di tutte le Settimane Sante, ora mi vedevano escluso.
È stata talmente forte l‟emozione che mi ha assalito che, per difendermi,
mi sono allontanato dalla mia casa.
126
Ora, mentre stendo queste righe, mi trovo in ospedale per le visite di controllo
e le terapie che mi accompagneranno per un anno intero.
Siamo nel mese di ottobre, e dopo dieci mesi la salute va migliorando,
la malattia regredisce; i medici sono soddisfatti, anche se mi hanno detto chiaramente
che dovrò sempre convivere con la malattia, che si cercherà di cronicizzare,
sperando che la stessa non si risvegli in futuro.
In questo periodo mi sento bene, come rinato;
inizio a ritornare in Arcivescovado per riprendere confidenza con il lavoro;
di nuovo celebro la messa in chiesa, e questo mi da‟ modo di incontrare molte persone
e ringraziarle per il loro affetto e per le moltissime preghiere.
La preghiera della comunità per un proprio prete in difficoltà
è stata per me un fatto così rilevante e così intenso
che mi sono sentito tanto piccolo, sostenuto da molte braccia e da molti cuori.
Quante preghiere! E, insieme, quante persone disponibili ad aiutarmi.
Mi è venuta in mente quella pagina dell‟evangelo di Marco, al cap. 10,28-31:
“Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli
o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo,
che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri
e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.
Ecco l‟esperienza di questo generoso prendersi cura di me:
100 case, 100 fratelli, 100 sorelle, 100 madri.
Sono convinto che le terapie possono essere decisive per la cura della salute;
le preghiere sono certamente efficaci per donare serenità nella prova
e per affidarsi al Signore: al suo sguardo, al suo cuore, alla sua grazia, ai suoi miracoli.
Ho incontrato persone che fanno novene di preghiera;
so di essere affidato alla Madonna di diversi santuari
e raccomandato a santi per i quali si nutre una particolare devozione.
È stata attivata una rete di preghiera che ha coinvolto monasteri di clausura.
C‟è chi ha fatto celebrare delle sante messe per me;
una persona mi ha affidato a don Primo Mazzolari.
Ho ricevuto, tra le molte, una lettera che diceva:
“In questo Anno Sacerdotale, voglio adottare don Giancarlo:
quindi, le mie preghiere saranno per lui”.
Ho scoperto che alcune sante messe, fatte celebrare “secondo l‟intenzione dell‟offerente”,
le ho celebrate io stesso, senza sapere che esse riguardavano la mia salute.
Quindi, a mia insaputa, ho celebrato delle messe chiedendo la mia guarigione.
… Mi domando come l‟avrà presa Gesù.
Tra tutte le persone che ogni giorno pregano per me,
desidero ricordare con particolare riconoscenza l‟Arcivescovo Card. Dionigi Tettamanzi.
127
Ho avuto modo di incontrarlo e di sentirlo più volte al telefono.
A lui ho confidato che se in futuro l‟orizzonte della mia vita dovesse rabbuiarsi,
chissà se riuscirò ad essere sereno come lo sono ora.
E lui mi ha risposto: “Don Giancarlo, io prego per te;
e tu non dimenticare che per ogni circostanza difficile della vita
c‟è sempre una grazia speciale, un aiuto di Dio che ti sosterrà”.
Vorrei anche ricordare le preghiere di molti Sacerdoti che conosco,
a partire da quelli di San Luca.
Questa realtà di preghiera corale la leggo come un forte momento di comunione,
dove diventa evidente la reciprocità di aiuti spirituali donati e ricevuti
che creano una unità e una meravigliosa fraternità.
E nella comunione dei santi, diverse persone mi hanno ricordato che
ci sono anche i miei genitori che dal cielo pregano per me.
 Il domani…
Nel mese di giugno del 2010 si concluderà l‟Anno Sacerdotale.
In quello stesso mese ricorderò il 45° anno di Ordinazione sacerdotale.
Nutro nel cuore il grande desiderio di poter celebrare questo anniversario,
che sarebbe una nuova grazia per una ulteriore tappa del mio cammino sacerdotale.
I giorni che verranno sono tutti nelle mani di Dio.
Ricevo una lettera dove leggo:
“Noi, o Signore, non ti chiediamo una vita fatta di miracoli,
nemmeno ti chiediamo un anno senza prove, senza dolori, senza paure, senza fatiche…
Ti chiediamo di non sentirci soli, ti chiediamo di sentirti “Dio con noi”.
Chiedo perciò al Signore che mi faccia comprendere il contenuto di questa “nuova chiamata”.
Mi sarà svelata, ancora una volta, la sua bontà misericordiosa
che mi accompagnerà verso le prossime primavere.
Sono consapevole che il tempo che Dio mi donerà sarà ancora scandito dalla sua parola:
“Farò passare davanti a te tutta la mia bontà”.
È la parola degli inizi che accolgo nuovamente
per ciò che Gesù, pastore buono, farà di me e compirà attraverso me.
--------------------------------------Note stese il 16 ottobre 2009
Dal Salmo 38
Sono rimasto quieto in silenzio: tacevo privo di bene.
«Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giorni
e saprò quanto è breve la mia vita».
Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza davanti a te è un nulla.
Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa;
solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga.
Ora, che attendo, Signore? In te la mia speranza.
Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci.
Ogni uomo non è che un soffio.
Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido,
non essere sordo alle mie lacrime.
128
2.
Richiesta di preghiera di intercessione al beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster
Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954
Come potervi ringraziare, carissimi, per la coralità di preghiera che avete messo in atto dal
gennaio del 2009 per affidarmi al Signore in questo momento difficile per la mia salute? Mi
avete affidato alla Madonna e ai Santi di cui siete particolarmente devoti; vi siete attivati
per molte altre forme di preghiera: tutto ciò mi ha profondamente commosso. Anch‟io,
specie dall‟altare, non manco mai di chiedere al Signore di guardare con benevolenza alla
vostra vita e di leggere i pensieri che abitano il vostro cuore.
In questi giorni i medici oncologi parlano di segnali di progressione della mia malattia e
quindi si prospetta di nuovo un percorso in salita che richiede la ripresa di cure
chemioterapiche. Ora, il mio desiderio è quello di chiedere a voi di affidarmi anche al
Beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster.
Perché domandare proprio al Card. Schuster di farsi intercessore per me?
Schuster mi ha cresimato; quando poi sono entrato in Seminario, il “Seminario del
Duomo”, ho servito diverse messe solenni presiedute da lui; ricordo anche il giorno dei
suoi funerali, durante i quali si parlava esplicitamente della sua santità. Ho avuto, quindi,
l‟opportunità - per me ragazzo delle scuole medie - di vivere una certa vicinanza con lui.
E, dopo la sua morte, al termine di ogni messa solenne in Duomo, noi seminaristi ci
recavamo presso la sua tomba per una sosta di preghiera; con noi spesso si univa anche il
suo successore, il Card. Giovanni Battista Montini.
Che cosa chiedere al Beato Card. Schuster?
Che io riesca ad affidarmi alla volontà di Dio, qualunque essa sia, sperando che possa
coincidere con la mia guarigione. La Chiesa potrà, così, riconoscere l‟efficacia della sua
intercessione ed io continuerò a ringraziare il Signore delle sue grazie che ci dona
attraverso i suoi Santi.
Grazie ancora, carissimi, per il vostro aiuto; e grazie se riuscite a coinvolgere qualcuno in
questa fiduciosa ed affettuosa catena di preghiera.
Milano, 7 febbraio 2010 - domenica detta della “divina clemenza”.
----------------------------PREGHIERA
Dio onnipotente, fonte di santità e di grazia volgi il tuo sguardo di benevolenza ai tuoi fedeli
che venerano il Beato Vescovo ALFREDO ILDEFONSO.
Donaci di essere fedeli al suo esempio di ricerca appassionata di Te, unico bene,
di ardente preghiera, di povertà evangelica, di dedizione totale della vita ai fratelli per tuo amore.
Se così piace alla tua bontà e torna al nostro maggior bene,
concedici per sua intercessione la grazia ... che imploriamo con grande fiducia.

Chi vorrà recarsi in Duomo per pregare davanti all‟urna che custodisce il corpo del beato Schuster –
entrando da p.za Duomo - la raggiunge percorrendo la navata laterale di destra fino all‟ultimo altare,
proprio in prossimità dell‟altare maggiore.
129
3.
“MAGNIFICAT”
il canto della mia lode e della mia gioia
Ho pensato di rileggere i miei anni di sacerdozio alla luce del Magnificat,
per trovarvi gli elementi fondamentali di una gioiosa testimonianza di gratitudine.
Riprendo solo qualche espressione di questo cantico mariano.
“L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore”
Magnificare è fare grande: Maria «fa grande» Dio.
Ma come si può rendere grande il Signore più di quanto già sia?
Qui troviamo espresso l‟affetto profondo di Maria, la sua intensa emozione.
Esultare significa lasciare erompere la gioia.
- Canto al Signore perché sono contento di Lui.
- Sono felice che Lui ci sia per me, che mi chiami ad essere con Lui, ad essere di Lui.
- Magnificare ed esultare nel Signore è il riposo del mio cuore nel cuore di Dio.
“Perché ha guardato l'umiltà della sua serva”
L‟umiltà di Maria ha attirato lo sguardo di Dio; ne riconosce la sua infinita distanza.
La bella notizia che lei trasmette è l'innamoramento di Dio per una creatura.
- Penso, con pace, alla mia pochezza.
- Non mi angosciano le mie fragilità, perché le guardo davanti a Colui che mi ama.
- Riconosco lo sguardo e la fedeltà di Dio sui miei anni di sacerdozio e sull’intera mia vita.
“Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente”
L‟umiltà di Maria diventa sorgente di meraviglia e di fede gioiosa,
che nasce dal lasciarci stupire per ciò che la mano di Dio compie nella nostra vita
e nel mondo, lui che riempie di verde e di gemme la primavera.
- Penso alla riserva di gioia che il Signore ha messo nel mio cuore
- Vedo le “grandi cose” nella vita di molte persone, umili e apparentemente lontane
- Riconosco che le sofferenze mie e di coloro che incontro non cancellano questa gioia
“La sua misericordia si stende su quelli che lo temono”
Maria sintetizza in una parola tutti gli attributi di Dio: il suo nome è «misericordia».
La bella notizia cantata dal Magnificat è il vangelo che pone al centro
non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.
- So che tutta la mia vita è avvolta dalla tenera misericordia di Dio.
- Sono consapevole delle promesse di pace e di futuro aperte dalla misericordia.
- Sento di essere richiamato a ricevere e donare misericordia.
 Il magnificat nasce da un incontro: quello di Maria con Elisabetta
Ricordo con emozione, in questo momento,
gli incontri fatti con tutte le persone che mi hanno educato alla fede,
quelle che mi hanno orientato al ministero sacerdotale
e quelle che il ministero sacerdotale mi ha fatto incontrare.
Sono immensamente grato alla Chiesa, dove ho trovato
la realizzazione piena di ciò che il Signore mi ha messo nel cuore.
130
X PARTE
VIA CRUCIS - VENERDÌ SANTO DEL 2010
- Il grembo del nostro dolore: la passione di Maria nella passione di Gesù.
- La Pasqua: festa di tutti i macigni rotolati via dall'imboccatura del cuore!
131
IL GREMBO DEL NOSTRO DOLORE
la passione di Maria nella passione di Gesù
- Via Crucis del Venerdì Santo 2010 -
INTRODUZIONE

Contempliamo la passione di Gesù, accostando il cammino di passione della vita di Maria.
La vita di Gesù, come quella di Maria, infatti, è interamente attraversata da percorsi di passione: la
“via crucis” di Gesù si interseca con la “via matris”, il cammino di croce della madre; sono sentieri
di passione che illuminano e sostengono tutte le nostre esperienze di dolore.
Maria ha vissuto momenti di gioia e di stupore indicibili accanto a Gesù; ma anche momenti di
angoscia e di oscurità, soprattutto quelli costituiti dai silenzi di Dio. La vita di Maria di Nazareth
non è stata facile, né scontata.
 S. Teresa di Lisieux diceva che la Madonna "la si presenta come inavvicinabile. Bisognerebbe
mostrarla imitabile, mettere in luce le sue virtù, dire che ella viveva di fede come noi, provarlo col Vangelo,
dove leggiamo: 'Non compresero quello che diceva loro’.
Giovanni Paolo II, nell'enciclica "Redemptoris Mater" al n. 17, riprende il tema della fede di Maria in
questi termini: nella santa Vergine "non è difficile notare una particolare fatica del cuore, unita a una
sorte di notte della fede, quasi un 'velo' attraverso il quale bisogna accostarsi all'Invisibile e vivere
nell'intimità col Mistero".

Il tutto inizia con due momenti luminosi. L‟angelo della Annunciazione sembra prometterle
un cammino prodigioso: sarai madre del Messia, sarà grande e chiamato figlio dell'Altissimo,
regnerà per sempre... E lei risponde: “avvenga di me quello che hai detto”. E le parole di Elisabetta:
“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”. E poi il canto di gioia e di lode: il
Magnificat, risposta consapevole di Maria a ciò che Dio vuole da lei.
 E‟ tutto chiaro, dunque? Non c‟è spazio per le sorprese? Lei è già pronta a tutto? La vita di
Maria verrà continuamente immersa nella prova. Per lei inizia un itinerario di fede che la farà
entrare nella “fatica del cuore” e nella “notte della fede”.
 Guardando a Lei, questa sera del VENERDÌ SANTO, entreremo nella passione di Gesù e
sapremo a quali cuori affidare le nostre sofferenze.
1. LA PASSIONE DI MARIA NEI VANGELI DELL’INFANZIA
 Prima della nascita del bambino, Maria soffre a causa di una grave incomprensione. Ella
attende un figlio e Giuseppe la rimanda, segretamente: il matrimonio è fallito.
 Il censimento di Cesare Augusto provocherà a Maria dolori e disagi nell‟obbedirvi. Lungo il
cammino Maria e Giuseppe si scontrano con l‟egoismo di molti: a Betlemme, infatti, “non c'era
posto per loro nell'albergo”. E così, per questo bambino e suoi genitori, inizia la parabola dei molti
rifiuti.
 Nella profezia di Simeone, Maria sente parole strane. Il figlio è “per la rovina e la resurrezione”.
Maria viene a sapere che il bene non produce solo bene, ma anche rovina: sarà "segno di
contraddizione". “A te una spada trafiggerà l'anima”: Maria sarà toccata dalla cattiveria umana e
circondata dalle tenebre che avvolgeranno il Figlio. Questa profezia di Simeone sembra perfino
132
crudele per una giovane mamma che vorrebbe per sé e per il figlio un futuro di carezze, di sorrisi,
di letizia.

La strage degli innocenti ci fa capire che Maria e Giuseppe sono fuggiti appena in tempo con
il bambino… lasciandosi alle spalle scene di dolore e portando nel cuore grida strazianti. Maria,
guardando il volto del suo bambino, vede quello dei bambini trucidati; stringendo tra le braccia
Gesù, pensa allo stesso gesto compiuto dalle madri disperate di Betlemme.
 Con la fuga in Egitto, Maria incontra nuovamente il mistero della prova. La prepotenza assurda dei grandi della terra la costringe a scappare in Egitto! Scappare! E dov‟è l‟Egitto?! e presso chi
trovare accoglienza in Egitto?! Quando rientrano in Israele, Maria e Giuseppe sono inseguiti
ancora da paure perché, morto Erode, in Giudea regna il figlio Archelao. Sono così costretti a fare
un giro largo, ritirandosi al nord della Palestina, nelle regioni della Galilea, andando ad abitare in
una città chiamata Nazareth.
 L‟episodio di Gesù smarrito e ritrovato nel tempio. Maria e Giuseppe perdono Gesù! E, una
volta ritrovatolo, si sentono dire: Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del
Padre mo?… Maria e Giuseppe non capiscono Gesù! Neanche i santi capiscono i santi. L‟episodio si
conclude così: “Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore”. Simile a quei fiori che si
chiudono, quando la luce del sole scompare, Maria si raccoglie nell‟intimo per riconoscere la
volontà di Dio scrutando il mistero presente nella vita di Gesù.
 Raccogliendo tutti questi riferimenti evangelici, stiamo scoprendo che Maria vive un faticoso
cammino di sequela: Gesù è sì suo figlio, ma anche suo maestro; lei è sì madre, ma anche
discepola. Quindi il suo essere madre di Gesù collocherà la sua vita entro un orizzonte marcato
fortemente da luci e oscurità. Questo, per lei, costituirà il suo cammino di passione.
2. LA PASSIONE DI MARIA CAUSATA DAL SILENZIO DI DIO NEGLI ANNI DI NAZARETH
 Il tempo passa e il momento luminoso dell'annunciazione rischia di diventare un ricordo
sfumato, una eco lontana. Il figlio è lì a Nazaret, accanto a lei e nulla accade che spieghi le parole:
sarà grande, è il figlio dell'Altissimo. E' l'esperienza del silenzio di Dio!
Se una giovane donna, coinvolta in eventi così straordinari è capace di mantenersi
emozionalmente integra, ciò significa che ci troviamo davanti ad una persona in possesso di un
equilibrio straordinario. La suprema tentazione della nostra vita è volere l'evidenza, voler afferrare
con le mani la realtà di Dio. Quante volte la nostra preghiera esprime la domanda: ma Signore,
dove sei? Fino a quando, Signore, questa prova? fino a quando in questa oscurità?
 Come ci sentiamo vicini a Maria!... lei che va scrutando il figlio che cresce e tutto resta avvolto
nel silenzio. Per non soccombere, la madre deve sviluppare una enorme quantità di fede adulta:
quella che si appoggia solo su Dio. Perché credere non è sentire, non è vedere: ma è un sapere!
Credere non è una evidenza, ma una certezza; è fidarsi. E chi si fida, si affida! In tutti questi anni il
suo segreto è stato questo: a Dio non si deve resistere, ma donarsi!
 Finalmente arriva il giorno in cui Gesù parte, lascia Nazareth; molti si raccolgono intorno a lui!
Anche la madre si sente avvolta da un clima di novità e stupore, di gioia. Tuttavia la sua fede
dovrà conoscere ancora passaggi difficili; vivrà i tipici risvolti di ogni peregrinare: spaventi,
sorprese, perplessità, paure. Sorgeranno in lei gli interrogativi così umani: sarà tutto vero ciò che
ho sentito? sarà stato un sogno? Alcuni episodi fanno capire che il cammino di fede di Maria sta
diventando sempre più esigente. Il figlio Gesù la sta portando a superare tutto ciò che noi
chiamiamo parentela del sangue, per portarla a rapportarsi con la parentela della fede per
diventare la madre di tutti. E tutto questo avviene in lei non senza la fatica del cuore.
133
 A Cana di Galilea, dove avvenne il primo miracolo compiuto da Gesù, Maria si presenta come
una madre sicura di avere un ascendente sul figlio: "non hanno più vino"… La risposta di Gesù
sembra alzare un muro: "che c'è tra me e te, o donna?" Tuttavia la madre supera questa prova e dice
con sicurezza: "fate quello che vi dirà!". La sua fede in Gesù non è più fondata sul „diritto materno‟
ma sull‟affidarsi di Gesù.
3. LA PASSIONE DI MARIA PROVOCATA DAI COMPAESANI E DAI PARENTI DI NAZARETH

A Nazareth Gesù trova i suoi compaesani che lo vogliono gettare giù dal precipizio. E Maria
scopre che la gente da lei conosciuta e amata, si dimostra ora ostile verso suo figlio. Persone amiche, vicine a lei, che incontra ogni giorno, assumono ora atteggiamenti violenti. Maria è percossa
interiormente. E si chiede come poter avvicinare ancora questa gente; pensa all'imbarazzo causato
dal fatto che forse gli stessi vicini la schiveranno, e quindi riflette sulla sofferenza e sulla
solitudine che ora incontrerà nelle case e per le strade di Nazaret.
 Non meno dolorosa è la mancanza di fiducia dei parenti riguardo a Gesù, quando “entrò in
una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure
prendere cibo. Allora i suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: "È fuori di sé".
Maria assiste al fraintendimento delle intenzioni di Gesù all'incapacità di comprenderlo che hanno
anche i parenti: „Il mio Gesù è fuori di sé!‟. Che ferita nel suo cuore.
 E quando il figlio si trova in una casa circondata da tanta gente … e risulta difficile avvicinarlo,
succede che qualcuno s'accorge che sono arrivati sua madre e i suoi parenti. “Tua madre e i tuoi
parenti sono lì fuori e ti cercano…” Perché Maria è giunta fin lì? Sentiva certamente notizie consolanti
su Gesù; ma era forse raggiunta anche da segnali allarmanti: c'erano persone che lo contrastavano.
Qualche pericolo minacciava la sua vita? Quindi, eccola qui! Ma Gesù risponde: “Chi è mia madre e
chi sono i miei fratelli...? Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre". Le parole
dure di Gesù raggiungono Maria, ma non la offendono personalmente: lei si sente nella volontà di
Dio. Tuttavia questo inatteso atteggiamento la mette a disagio di fronte agli altri: il Figlio sembra
rifiutare di prendere contatto con lei, che rimane in attesa fuori della casa. Questo per Maria
diventa un nuovo capitolo di prova, di passione.
4. SUL CALVARIO: LA PASSIONE DI MARIA TRA PAROLE DI GESÙ E SILENZI DEL PADRE
 Sul Calvario si spengono tutte le luci e Maria entra nella notte della fede. Sembra che le promesse dell'annunciazione siano state tradite. L‟angelo le disse: "Egli sarà grande e chiamato figlio
dell'Altissimo"… ma ora è schiacciato da insulti e percosse; "regnerà per sempre sulla casa di
Giacobbe"… e qui è inchiodato in croce.
 E' relativamente facile sopportare il dolore che viene dall'uomo, finché sai che Dio è con te! Ma
esso diventa intollerabile, quando sembra che Dio smentisca se stesso; quando "volge e rivolge la sua
mano contro di te, come contro un nemico" (Lamentazioni 3,3); quando - e questo è ancora peggio - il
Dio in cui speravi sembra impotente ad arrestare le forze del male e sembra esserne Lui stesso
sconfitto.
 C'è una dimensione misteriosa del soffrire che non può essere provocata dall'uomo, ma solo da
Dio: ed è il suo abbandono! "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?": così grida Gesù! E la
madre, nel suo cuore, di rimando: "Dio mio, Dio mio, perchè lo hai abbandonato? … Perché mi hai
abbandonato?". Umanamente ci sarebbero tutte le ragioni per gridare a Dio: "Mi hai ingannata"! E
fuggire dal Calvario.
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E poi dov‟è il senso di quella parola di Elisabetta: Benedetta tu fra le donne, quando anche lei viene
tragicamente coinvolta in questo … “finire così”! Sì, fuggire dal Calvario, perchè tutto è tragicamente finito! Invece resta, perché per lei credere è un sapere: "Signore, io non ti vedo, non ti sento,
ma so! so che tu non abbandoni e non ti smentisci!"
 ll suo mondo emozionale non l'ha tradita: non è scappata perchè incapace di portare il peso di
quanto Dio le stava chiedendo! C‟è in lei un'obbedienza silenziosa, una consegna radicale. Ecco:
Dio ha messo alla prova Maria, come ha messo alla prova il suo popolo nel deserto "per sapere quel
che aveva nel cuore" (Deut 8,2). E nel cuore di Maria ha ritrovato intatto il „sì‟ dell'annunciazione.
Stando sotto la croce del figlio Gesù, è come se continuasse a dire: "Eccomi, sono la serva del Signore;
avvenga di me quello che hai detto".
Quante cose ci sta dicendo la fede di Maria, noi che, a volte, chiediamo a Maria l'aiuto per
cambiare la volontà di Dio e non per compierla così come si manifesta!
 Poter credere che il più grande miracolo per noi è quello di saper accogliere la volontà di Dio,
come la sua massima espressione di bene per la nostra vita… sperando ardentemente che questa
volontà coincida con ciò che fortemente ci necessita e ci urge in quel momento: una fedeltà
ritrovata, un figlio ritornato, la salute recuperata...
5. DALLA CROCE, STORIE DI AFFIDAMENTO:
GESÙ AFFIDA MARIA A GIOVANNI E AFFIDA LA PROPRIA VITA AL PADRE
 Dalla croce, Gesù consegna la madre a Giovanni. E Giovanni, portandola con sé, la consegnerà
agli altri apostoli. Li troveremo riuniti insieme con Maria, la madre di Gesù (At 1,13-14) Il cuore di
Maria è dilatato ed anche la sua casa è più grande: Maria, da madre del Redentore, è pronta a
manifestarsi come madre dei redenti!
 Ma perché Dio è stato così esigente con Maria? In verità, Maria non si è mai interrogata in questo modo, anche se la sequela di Gesù le ha fatto sperimentare la “fatica del cuore” e l‟ha introdotta
nella “notte della fede”. Maria si è sempre sentita amata, mai abbandonata. Spesso ci domandiamo:
chi sono io? che cosa ho fatto di male o che cosa non ho fatto nella vita che avrei dovuto fare?
L‟itinerario di fede di Maria ci aiuta invece a riformulare la domanda: chi sono io dal punto di
vista di Dio? che cosa ha fatto in me il Signore? Maria, che si è sempre considerata e guardata dal
punto di vista di Dio, ha scoperto che l'Amore era costantemente rivolto a lei. Allora, l‟esperienza
fondamentale per ogni cammino di fede è sapere di essere amati dal Signore. Solo questa certezza
renderà incandescente l‟esistenza feriale e ci farà sentire permanentemente nel cuore del Padre, sia
nei momenti di bufera, che in quelli del silenzio di Dio. A volte, tu non sai dove vai, se vai, come
vai... Lui invece ti tiene per mano e ti accompagna.
 Per comprendere meglio la grande prova della fede a cui Maria è sottoposta, bisogna applicare
a Lei la categoria della "contemporaneità"! Vale a dire che ciò che il Signore le va chiedendo, non
trova ac-costamenti in qualche episodio della Scrittura per potersi confrontare; non ci sono
personaggi già provati da Dio in maniera analoga per accostarli al cuore, sperando di avere una
qualche luce nel comprendere i passi carichi di mistero che Dio le chiede di muovere. Maria è
invece chiamata a un'adesione di fede a dei fatti proprio mentre essi accadono per la prima volta;
la nostra fede invece si apre su fatti accaduti duemila anni fa, con la possibilità di prendere fiato e
di ritornare sulle cose! Maria non ha nessun appiglio umano, nessun punto di riferimento, se non
la parola dell'annunciazione. Noi invece siamo sostenuti dalla bimillenaria fede della Chiesa.
 Viene l'ora nella nostra vita in cui occorre guardare a Maria:
- quando Dio sembra non ascoltare più le nostre preghiere;
- quando si direbbe che non mantenga più le sue promesse;
135
- quando sembra farci passare di sconfitta in sconfitta;
- quando l'oscurità pare trionfare;
- quando, in preghiera, Dio ci chiede la cosa più difficile di tutte:
adorare i suoi decreti e i suoi giudizi, anziché volerli conoscere;
accontentandoci di sapere che sono decreti di Dio, e dunque santi;
giudizi di Dio, e dunque veri, qualunque cosa essi racchiudano.
 Viene l‟ora nella nostra vita in cui occorre invocare Maria
con grande intensità per chiedere la grazia di un colpo d‟ala
che ci butti tra le braccia del Padre in un gesto di grande affidamento:
“Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.
Tutta la mia vita consegnata al Padre, perché in me si compia la tua volontà.
 Ci sorprende questa vicenda di Maria, così tribolata.
Sapendo che Maria ha vissuto nella prova,
la sentiamo ancor più vicina ai nostri giorni.
Lei sa di noi, soffre con noi, piange con noi, porta la croce con noi.
■ Se la passione di Maria e di Gesù sono il grembo del nostro dolore,
significa che il dolore è consegnato e diventa croce,
e le ferite sono gloriose, segno di resurrezione.
PREGHIERA
 Aiutami, Maria, a sostare davanti alla croce di Gesù.
Donami di non essere frettoloso, di non avere occhi superficiali o distratti.
Se sarò capace di stare con te di fronte alla tua croce e a quella di Gesù,
potrò cogliere un fiume di tenerezza, di compassione e d’amore che si riversa su di me e sul mondo intero.
 Aiutami a capire che Gesù non è venuto a dare una risposta teorica al perché del dolore del mondo.
Lui si offre come la "custodia", il "grembo" del nostro dolore;
Gesù non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza;
l’amore di Gesù non mi protegge, non mi risparmia da ogni sofferenza: ma mi protegge in ogni sofferenza.
 Aiutami, Maria, ad appoggiare la mia croce, e quella delle molte persone che vado incontrando,
alla tua croce e a quella di Gesù.
L’AUGURIO PASQUALE NELLA LA STORIA DI UNA PIETRA ROTOLATA
►«Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, … si presentò a Pilato e gli chiese il
corpo di Gesù … lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose in un sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella
roccia; rotolata poi una gran pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò». (Matteo 27,57-60)
►«Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo,
si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Matteo 28,2).
■ Dal rotolare “una gran pietra all‟entrata del sepolcro”... al “rotolare la pietra dal sepolcro”
■ È ancora un…: “Farò passare davanti a te …” (Esodo 33,19) dell‟inizio della mia storia sacerdotale.
Una pietra che si sposta, “passa” … per dire che il venerdì del dolore e della morte…
“passa” verso il giorno radioso della resurrezione.
☼ PASQUA: FESTA DI TUTTI I MACIGNI ROTOLATI VIA DALL'IMBOCCATURA DEL CUORE
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XI PARTE
“Arca di Noè”
- il “logo” che segna – a piè pagina - ogni copertina dei volumi pubblicati
- “Arca di Noè”: il nome dato alla collana dei 20 volumi
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1. IL LOGO
E’ stato il carissimo don Adriano: un artista!
Ispirandosi al mio cognome: Noè, ha disegnato il logo che pongo su ogni copertina dei miei volumi,
... quasi un sigillo.
Il logo, infatti, raffigura l’«arca di Noè», la colomba ha nel becco “una tenera foglia di ulivo”;
l’arca è poi tutta avvolta da una grande onda circolare, nella quale si può leggere una “G” di Giancarlo.
Allora Dio disse a Noè:
«Fatti un‟arca di legno di cipresso;
dividerai l‟arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori…
La farai a piani: inferiore, medio e superiore» (Genesi 6,13-16).
Il Signore disse a Noè:
«Entra nell‟arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione.
Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina;
degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina.
Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra.
Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti;
cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto».
Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato.
Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra» (Genesi 7,1-6).
«Trascorsi quaranta giorni,
Noè aprì la finestra che aveva fatto nell‟arca e fece uscire una colomba,
per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo;
ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede,
tornò a lui nell‟arca, perché c‟era ancora l‟acqua su tutta la terra.
Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall‟arca e la colomba tornò a lui sul far della sera;
ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo.
Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra» (Genesi 8,6-11).
Dio ordinò a Noè:
«Esci dall‟arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. Tutti gli animali d‟ogni carne che
hai con te, uccelli, bestiame e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, perché possano
diffondersi sulla terra, siano fecondi e si moltiplichino su di essa» (Genesi 8,15-17).
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2. LA COLLANA DEI VOLUMI PUBBLICATI
Con questo fascicolo, la collana “Arca di Noè” giunge a un traguardo insperato:
il ventesimo, come si vede dall‟indice proposto nella pagina seguente.
Essa raccoglie, in venti volumetti, meditazioni donate ai fedeli di San Luca
durante i momenti più significativi della vita comunitaria:
- gli Esercizi Spirituali di Quaresima,
- le giornate di Ritiro spirituale d‟inizio e fine anno,
- le tracce di preghiera comunitarie ispirate dalla Parola.
Non sarei riuscito a farmi trovare pronto per questi appuntamenti meditativi sulla Parola,
se non fossi stato spinto in qualche modo dai Sanluchini stessi,
che, con la loro dolce insistenza e la loro fedele presenza,
mi hanno fortemente motivato a maturare una grande passione
per un simile lavoro spirituale.
E ho compreso che la Parola, prima che farla risuonare in chi mi ascolta,
deve trovare in me lo scavo entro il quale riecheggiare.
Molte volte ho avuto modo di sperimentare che chi mi riferisce la propria risonanza,
offre degli spunti che io non avevo proposto
e che tuttavia lo Spirito Santo ha fatto sorgere nel profondo della sua anima.
Questo è un classico esempio che sostiene il fatto che, mentre io do‟, ricevo.
A conclusione di questa nota,
mi piace ricordare alcune parole persuasive di Madeleine Delbrêl.
“Il vangelo è il libro della vita di Gesù,
scritto per diventare il libro della nostra vita.
Il vangelo non è soltanto il libro del Signore vivo,
ma anche il libro del Signore da vivere.
Non è fatto solo per essere letto,
ma per essere accolto”.
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INDICE DEI VOLUMI PUBBLICATI NELLA COLLANA “Arca di Noè”.
1.
IL ROVETO ARDENTE
Mosè e il popolo di Israele in cammino verso la terra promessa – Pasqua 1999, pp. 156
2.
LECTIO 1999 – 2000: “Quale bellezza salverà il mondo?” - giugno 2000, pp. 95
Pagine evangeliche ispirate alla lettera pastorale dell‟Arcivescovo Carlo M. Martini.
3.
LECTIO 2000 – 2001: “La Madonna del Sabato Santo” - giugno 2001, pp. 100
Pagine evangeliche ispirate alla lettera pastorale dell‟Arcivescovo Carlo M. Martini.
4.
LA MADRE DEL MIO SIGNORE
Meditazioni su Maria – ottobre 2001, pp. 90
5.
STORIE DI DONNE INCONTRATE DA GESÙ
Meditazioni - novembre 2001, pp. 82
6.
UNO DI NOI È DIO
Meditazioni sul mistero dell‟Incarnazione – Natale 2001, pp. 82
7.
RUGIADA DI MISER1 CORDIA
Meditazioni -gennaio 2002, pp. 85
8.
I GIORNI DELL’ALLELUIA
Meditazioni sulla Pasqua – Pasqua 2002, pp. 88
9.
MON ESPERANCE EST TA FIDELITE
Méditations évangéliques - mai 2002, pp. 90
10.
NEL FRUTTETO DELLO SPIRITO: profumi e sapori
Meditazioni - giugno 2002, pp. 85
11.
LA COMUNITÀ PARROCCHIALE DI S. LUCA EV.
Memoria, realtà, sogno – ottobre 2002, pp. 55
12.
NEL DESERTO CON MOSÈ
Meditazioni – novembre 2002, pp. 92
13.
VOLTI ANTICHI: incontri con personaggi dell’Antico Testamento
Meditazioni - marzo 2003, pp. 100
14.
VOLTI NUOVI: incontri con personaggi del Nuovo Testamento
Meditazioni - aprile 2003, pp. 100
15.
SGUARDI
Spunti di preghiera comunitaria – maggio 2003, pp. 103
16.
FEDELTÀ: pane passione perdono pasqua
Meditazioni – ottobre 2003, pp. 87
17.
INCONTRI
Meditazioni – gennaio 2005, pp. 98
18.
“SIGNORE, È BELLO PER NOI RESTARE QUI”
Meditazioni – marzo 2005, pp. 100
19.
“PER ME IL VIVERE È CRISTO”
Schede Anno Paolino – luglio 2009, pp. 101
20.
“FARÒ PASSARE DAVANTI A TE TUTTA LA MIA BONTÀ”
Ricordi, pensieri e riflessioni sul mio sacerdozio nell‟Anno Sacerdotale – Pasqua 2010, pp. 141
140
Termino con un saluto,
facendo miei i sentimenti di S. Paolo registrati nella Seconda Lettera ai Corinti.
“Fratelli,
siate gioiosi,
tendete alla perfezione,
fatevi coraggio a vicenda,
abbiate gli stessi sentimenti,
vivete in pace
e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo.
Tutti i santi vi salutano.
La grazia del Signore Gesù Cristo,
l’amore di Dio
e la comunione dello Spirito Santo
siano con tutti voi”.
(2 Corinti 13,11-13)
Un fraterno abbraccio.
141
O dolce Madre del Figlio d Dio,
presso di te noi cerchiamo rifugio.
Vergine santa,
proteggi i tuoi figli
e rendi pura la nostra preghiera
(Antifona tratta dalle messe mariane
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