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storie interrotte - archivio dell`area Istruzione
STORIE INTERROTTE
a cura di Fabrizio Barca, Leandra D’Antone, Renato Quaglia
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Sulla base delle reazioni positive (del pubblico e degli storici) ad un’iniziativa sperimentale realizzata componendo e
mettendo in scena uno spettacolo teatrale su Francesco Saverio Nitti (Forum della Pubblica Amministrazione, Roma
2005), il Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione, nella consapevolezza del ruolo della cultura nello
sviluppo e nell’ambito di una strategia di diffusione della conoscenza a favore delle Amministrazioni e della società
civile, ha promosso questa più ampia iniziativa dal titolo “Storie interrotte”. Alla sua realizzazione partecipano, oltre a
storici, esperti, artisti e personalità del mondo universitario, del teatro e della cultura italiani, Radio3-RAI e il Ministero
della Pubblica Istruzione, e collabora l’Eti. Il progetto è rivolto alla diffusione, attraverso l’editoria, il teatro, la radio e
forme innovative di didattica, della conoscenza di alcune figure storiche del Sud che hanno concorso alla costruzione
delle istituzioni nazionali e allo sviluppo del Paese.
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INDICE
I. Il progetto
di Fabrizio Barca, Leandra D’Antone e Renato Quaglia
II. I dialoghi
1) FRANCESCO CRISPI
Tratti biografici
1.1 Crispi incontra Giuseppe Garibaldi
di Giuseppe Astuto
1.2 Crispi dialoga con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffaele Romanelli
1.3 Crispi incontra re Umberto I
di Raffaele Romanelli
1.4 Prosegue il dialogo con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffaele Romanelli
1.5 Crispi incontra Napoleone Colajanni
di Giuseppe Astuto
1.6 Si conclude il dialogo con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffaele Romanelli
2) FRANCESCO SAVERIO NITTI
Tratti biografici
2.1 Nitti incontra Giustino Fortunato
di Leandra D’Antone
2.2 Nitti incontra Maurizio Capuano
di Fabrizio Barca
2.3 Nitti incontra Gabriele D’Annunzio
di Maria Teresa Imbriani
2.4 Monologo, Nitti dall’esilio in Germania
di Gianpiero Francese
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2.5 Nitti dialoga con la moglie Antonia Persico Cavalcanti
di Gianpiero Francese
3) DONATO MENICHELLA
Tratti biografici
3.1 Menichella incontra Andrew Kamarck e Francesco Giordani
di Alfredo Gigliobianco
3.2 Menichella dialoga con Giordano Dell’Amore
di Alfredo Gigliobianco
3.3 Menichella incontra Mauro Scoccimarro
di Alfredo Gigliobianco
3.4 Grano, ferro, macchine per l’Italia: dialoghi menichelliani per procurarsi le valute estere
(dialoghi con Alcide De Gasperi, Eugene Black, Francesco Giordani)
di Alfredo Gigliobianco
4) LUIGI STURZO
Tratti biografici
4.1 Sturzo incontra Mario Milazzo e due giornalisti
di Salvatore Lupo
4.2 Sturzo incontra il Monsignore
di Salvatore Lupo
4.3 Milazzo incontra il segretario della Federazione fascista catanese e un funzionario di
Prefettura
di Salvatore Lupo
4.4 Sturzo incontra Gaetano Salvemini e Mario Einaudi
di Lucia Denitto
4.5 Sturzo incontra Ezio Vanoni
di Lucia Denitto
4.6 Monologo di Sturzo
di Lucia Denitto
5) GIUSEPPE DI VITTORIO
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Tratti biografici
5.1 Di Vittorio alla Camera del lavoro di Bari assediata
di Luigi Masella
5.2 Di Vittorio dialoga con Giuseppe Rapelli e Amintore Fanfani
di Luigi Masella
5.3 Di Vittorio incontra Angelo Costa
di Giuseppe Berta
5.4 Di Vittorio incontra i dirigenti operai della Fiat
di Giuseppe Berta
5.5 Di Vittorio parla al telefono con Adriano Olivetti
di Giuseppe Berta
5.6 Di Vittorio dialoga con Luciano Romagnoli
di Francesco Giasi
III. Cantiere per la drammatizzazione
La drammaturgia si scrive in fucina: il dialogo tra Nitti e Fortunato
di Paolo Patui
IV. I realizzatori del progetto
Autori e curatori
Compagnie teatrali
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I
IL PROGETTO
di Fabrizio Barca, Leandra D’Antone, Renato Quaglia
“Storie interrotte” è il tentativo di diffondere attraverso “dialoghi possibili”, affidati al
teatro, alla radio, a queste pagine, la conoscenza, oggi circoscritta, sfocata o distorta, di cinque
figure-chiave della storia italiana: Francesco Crispi, Francesco Saverio Nitti, Donato Menichella,
Luigi Sturzo e Giuseppe Di Vittorio.
Il progetto nasce dalla constatazione che è debole, debolissima, la consapevolezza del
contributo di idee e di azione degli uomini e delle donne che hanno concretamente lavorato a
disegnare il paese. Non vi è un orgoglio diffuso nell’avere questi e altri “padri fondatori” (per usare
un termine caro a un paese, gli Stati Uniti, attento anche nei momenti più difficili a misurarsi con il
senso delle proprie fondamenta). Non vi è gusto comune nel confrontarsi con le scelte che essi
hanno compiuto, con i loro successi e i loro errori; per domandarsi, in piedi sulle loro spalle, cosa
avrebbero detto o fatto nelle attuali circostanze. La conoscenza, lo studio, anche di primissimo
livello, rimangono prerogativa degli “specialisti”, non concorrono alla formazione di una cultura
politica nazionale. E questa dimenticanza, la rottura di questi fili, talora l’eccessiva semplificazione
che la sostituisce, producono pensieri e azioni fuori della storia o l’importazione acritica di modelli
da altri paesi.
La prima motivazione del progetto è dunque quella di riportare all’attenzione diffusa del
dibattito nazionale alcuni dei padri della storia italiana, attualizzandone le scelte e gli indirizzi, gli
insegnamenti tuttora vitali, i tratti esemplari (anche sotto il profilo dell’esperienza umana e
personale) che ne hanno caratterizzato il percorso. Si tratta di figure che hanno ricoperto ruoli
politici e pubblici rilevanti e di grande visibilità internazionale, maturando e attuando durante
l’intero corso dell’esistenza, con determinazione, le proprie convinzioni, e delineando
personalissime traiettorie di cui è possibile riconoscere il valore, non tanto nei singoli atti, quanto
negli interi, complessi, talvolta drammatici, percorsi esistenziali.
Nonostante note difficoltà strutturali e passi indietro, la costruzione dell’Italia intera è stata
fino agli anni cinquanta del Novecento, il frutto della capacità e volontà di intelligenze politiche e
tecniche, di sinergie tra territori e tra istituzioni centrali e locali, di mobilitazione virtuosa di risorse
di ogni tipo e di ogni regione. Si è trattato di una volontà costruttiva multiforme, con molte
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interruzioni drammatiche e violente (crisi della democrazia, crollo dell’economia, guerre mondiali),
ma sostanzialmente viva almeno fino agli anni del nostro “miracolo economico”. Si è trattato di un
impegno sempre caratterizzato da una forte attenzione, mai acritica, alle esperienze di altri paesi, al
contesto internazionale. Le figure di cui vogliamo riprendere il filo interrotto ne sono stati fra i
principali protagonisti.
La scelta delle cinque figure vuole anche proporre personaggi che in ruoli istituzionali assai
diversi e impostazioni teoriche anche contrastanti, hanno esplorato originali forme di intervento
dello Stato nella società e di rapporti fra pubblico e privato che sfuggono all’attuale povera
schematizzazione fra liberismo e statalismo; che lo stesso hanno fatto nel combinare le dimensioni
locale, nazionale e internazionale, anche in questo caso al di fuori di semplificazioni oggi correnti.
Visione, pragmatismo e ricerca dei fondamenti conoscitivi delle decisioni pubbliche e dei loro
effetti, hanno segnato i loro contributi, che conservano una straordinaria attualità e costituiscono
esperienze per affrontare due dicotomie, pubblico-privato e locale-globale, decisive per l’attuale
agenda del Paese. L’interruzione della riflessione, del confronto, sul loro pensiero e sul loro operato
ha frenato la maturazione nel paese di un comune sentire, specie in merito a tali dicotomie. Anche
per questo riannodare i fili serve. E’ la seconda motivazione che ci ha mosso.
Il terzo obiettivo del progetto ha a che fare con il Sud del Paese. Tutte le figure sono del
Sud, non è certo un caso. E’ una scelta che rivela l’intento di aiutare a rimuovere un’altra grave
dimenticanza: di quanto sia stato “nazionale” l’impegno della migliore classe dirigente espressa dal
Sud. Essa ha tratto idee, impulso, passione politica dalla terra di provenienza, dalle sue risorse e
dalle difficoltà di utilizzarle, ma ha messo tutto ciò a servizio di un progetto nazionale. Il contrasto
fra lo spessore del filo interrotto e l’autostima dei cittadini si fa oggi nel Sud ancor più grave che
per l’insieme del paese. Non ci sono più padri; o se ci sono, vengono vissuti come eroi locali. Non è
dunque un caso che l’idea del progetto sia in realtà nata proprio nel Sud, ascoltando alcuni dialoghi
su Nitti portati in teatro da una giovane e brillante compagnia lucana per la regia di Gianpiero
Francese. E che sia proseguita per l’azione di un’amministrazione pubblica, il Dipartimento per le
politiche di sviluppo, che ha come principale missione la crescita di questa parte del Paese.
E’ comune opinione che il Sud d’Italia abbia costituito sin dagli anni dell’Unificazione non
una risorsa ma un “problema” della nostra storia nazionale. E’ opinione dovuta a una
rappresentazione storica che permea l’educazione scolastica e le comunicazioni di massa. Il Sud è
stato e continua a essere rappresentato solo come “problema” nei manuali di storia e negli studi
storici specialistici, con una comprensibile presa anche sulla storiografia estera. Il Sud continua a
essere rappresentato solo come “problema” nel dibattito politico e nell’informazione.
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Eppure, basterebbe riflettere sull’inesistenza di un Mezzogiorno uniforme (come di un
Centro o di un Nord) e sulle evidenti trasformazioni in esso avvenute in età liberale, nel secondo
dopoguerra e, di nuovo, nell’ultimo decennio, per mostrare come infondata la definizione di una
unica e permanente ”questione meridionale”, definizione a sua volta destinata ad agire
negativamente sulle politiche che a essa si sono schematicamente ispirate o volessero ispirarsi.
Eppure il Sud ha prodotto dal seno delle sue specificità una vera classe dirigente, prestigiosa nel
Paese e capace di dare a esso prestigio internazionale. Su queste figure vorremmo che si tornasse a
pensare.
Il recupero potrebbe aiutare a gettare un ponte fra la classe dirigente del passato e la nuova
classe dirigente del Sud che, dopo una lunga fase buia, tenta di affermarsi in modo innovativo.
La soluzione, di tentare un incontro fra storia, teatro e amministrazione pubblica facendo
dialogare i cinque personaggi coi loro contemporanei, è diventata presto un obiettivo in sé. E’
apparsa come un modo efficace, comunicativo, per proporre la complessità del loro pensare e agire,
mai riconducibile a un pensiero uni-dimensionale. Per convincere e convincerci che la complessità,
propria delle cose, propria della difficoltà dell’azione pubblica nell’agone del mercato capitalistico
e della democrazia, non ha bisogno di essere ridotta a slogan puerili. I nostri personaggi e le figure
con cui essi dialogano possono esprimere, anche con ruvidezza, ma sempre con alto profilo, le loro
idee, ma anche i loro dubbi, i loro giudizi, le loro paure.
La quarta motivazione di questo progetto riguarda, allora, le forme stesse con cui la
divulgazione delle figure storico-politiche viene perseguita. Per coinvolgere ampie fasce di
pubblico, si sono ricercate modalità di comunicazione (di racconto e divulgazione) innovative (per
questi temi) nelle forme e nei linguaggi prescelti. E per far ciò, si è mobilitata una rete di capacità e
sensibilità assai diverse: di storia, di drammaturgia, di regia, di teatro. E le si è chiesto di interagire,
per promuovere forti approcci motivazionali soggettivi e uno scambio originale anche di visioni.
La ricostruzione testuale sarà materia per altrettanti spettacoli teatrali (da rappresentare non
solo nei teatri e non come teatro “d’occasione”, ma come lavori da repertorio) affidati a cinque
compagnie del Sud d’Italia in gran misura individuate da Marco Balsamo (Opera, Set Artisti
Associati, Vesuvioteatro, Teatro Kismet OperA, Scena Verticale), a cui Maurizio Scaparro
dedicherà il suo sguardo esperto; per una speciale produzione radiofonica a cura di Radio3 Rai (con
una serie di dirette radiofoniche dall’Auditorium di Napoli curate da Lorenzo Pavolini, Monica
Nonno, Michele Dall’Ongaro) e, ancora, per una pubblicazione a cura di Laterza. Diverse
declinazioni (quella teatrale, quella radiofonica e quella editoria) di una stessa materia testuale
propongono di rileggere le storie interrotte dei nostri personaggi.
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I contenuti della ricostruzione sono stati affidati a cinque team di storici ed esperti, che
hanno redatto una prima versione del testo. I dialoghi e i monologhi sono stati redatti con rigore di
riferimenti documentari, ma anche con libertà espressiva e interpretativa radicata nel possibile: per
Francesco Crispi da Giuseppe Astuto e Raffaele Romanelli; per Francesco Saverio Nitti da Fabrizio
Barca, Leandra D’Antone, Maria Teresa Imbriani e Gianpiero Francese; per Donato Menichella da
Alfredo Gigliobianco; per Luigi Sturzo da Salvatore Lupo e Anna Lucia Denitto; per Giuseppe di
Vittorio da Luigi Masella, Giuseppe Berta e Francesco Giasi. Per affermazione di tutti la scrittura
dei testi ha rappresentato un’esperienza importante ed entusiasmante, per un modo di scritturacomunicazione della storia che ha permesso, con piacevole sorpresa, l’arricchimento e affinamento
di conoscenze storiche già diversamente acquisite.
I materiali che in forma “pre-teatrale” gli storici e gli esperti hanno prodotto, sono stati
successivamente “drammatizzati” da Paolo Patui, lo scrittore e dramaturg a cui è stato affidato il
compito di adeguare quei materiali a veri testi teatrali, su cui baseranno il loro lavoro le cinque
Compagnie che riporteranno i dialoghi e le storie dei personaggi sul palcoscenico. Il percorso di
scrittura che ne deriverà rappresenta una progressiva raffinazione di una materia che, estratta in
forme “pure” dalla storiografia, cerca per passaggi successivi le forme della sua comunicazione più
originale. Un lavoro comune tra il dramaturg e i team di storici è stato necessario perché la
trasposizione in forma teatrale di un testo “pre-teatrale” non ne tradisse le intenzioni più profonde, e
le esigenze teatrali del nuovo racconto non tendessero a distorcere la lettura storica.
Il processo di progressiva definizione testuale (che permetterà a un testo scritto, seppur in
forma di dialogo, con le caratteristiche dominanti del testo di lettura, di trasformarsi in un testo per
la scena, recitabile da attori di fronte a un pubblico) non si concluderà nell’esito del confronto tra
dramaturg e storici. Il testo, che per comodità linguistica definiamo “teatrale”, sarà a sua volta
materiale di lavoro per il regista e l’inclinazione di ogni Compagnia, e , ancora, per la produzione
radiofonica. Si comporrà così, per chi vorrà dedicare attenzione a queste “storie interrotte”, la
possibilità di una visione prospettica plurale e complessa, modellata su una stessa materia iniziale
(la storia di alcuni personaggi decisivi per la vicenda moderna del paese) trattata dalla competenza e
dalla sensibilità di molti esperti, appartenenti ad ambiti e discipline che raramente interagiscono fra
loro.
Anche la struttura del progetto e le sue forme di comunicazione (così come la vicenda della
scrittura testuale), non sono state pensate a tavolino. Sono emerse pian piano, dal lavoro comune. E
così, a un certo punto del lavoro, al progetto si è unita un’ulteriore componente da cui dipenderà
molto del suo esito: gli insegnanti e le scuole. Coinvolti dalla rete innovativa e moderna che il
Ministero dell’Istruzione ha creato nel Sud grazie al Programma per il Mezzogiorno (finanziato con
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fondi comunitari), gli insegnanti di oltre quattrocento scuole parteciperanno con gli altri
protagonisti del progetto a seminari di confronto su questi dialoghi, in otto territori del Sud.
Porteranno, poi, nelle loro scuole i contenuti e gli spunti artistici maturati, per costruirvi forme
originali di didattica. Sarà il test più importante, con i giovani, della capacità del progetto di
raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi.
***
In questa produzione editoriale “provvisoria” (dove provvisoria è anche la presentazione),
rivolta soprattutto alle scuole che stanno avviando il lavoro per l’anno scolastico 2006-2007, viene
raccolta una parte della produzione progettuale, quella pronta al momento di andare in tipografia. Si
tratta dei dialoghi predisposti dai team di storici e di esperti, ognuno di essi corredato di biografia,
scheda introduttiva e bibliografia essenziale. Solo per un dialogo-tipo, relativo a Francesco Saverio
Nitti, viene, a titolo di esempio, presentata anche la forma drammatizzata del dialogo. Per iniziare
ad apprezzare il processo che caratterizza l’intero progetto.
In conclusione, nel chiudere queste pagine, noi che abbiamo annodato la rete fra storia,
amministrazione e teatro, ci auguriamo che questa prima sortita susciti reazioni e dibattito che ci
aiutino a rafforzare e indirizzare il progetto. Cogliamo l’occasione per ringraziare, a nome nostro e
degli autori tutti, ovviamente senza che ciò li renda responsabili del contenuto dei dialoghi:
Giuseppe Giarrizzo, di cui abbiamo ascoltato, in incontri di straordinaria intensità, un’attualissima
lezione di storia; Gianni Toniolo, con cui abbiamo maturato alcune rilevanti scelte; Luciano Barca
che è stato con noi generoso della sua lettura e di una limpida e libera testimonianza. Siamo grati al
Direttore di Rai3 Sergio Valzania per avere compreso e sostenuto il progetto consentendone la
versione radiofonica. Ringraziamo anche Matteo Di Figlia, Francesco Giasi, Johannes U. Mueller e
Anna Schettini per la ricerca documentaria. Un grazie infine a Emanuele Bernardi che ha curato la
redazione di questo volume con attenzione al suo contenuto scientifico, e a tutti coloro che, pur se
qui non citati, hanno permesso con la loro dedizione e la loro passione che questo progetto
prendesse forma e iniziasse passo dopo passo il proprio cammino realizzativo.
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II
DIALOGHI
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1
FRANCESCO CRISPI
Tratti biografici
Figura di grande prestigio nell’Italia dell’Ottocento, fu alla guida del Governo negli anni cruciali
della trasformazione economica e istituzionale del Paese. Anticlericale e ostile alla proprietà terriera
sin dalla giovinezza, interessato agli esiti istituzionali della rivoluzione risorgimentale, ha
consegnato al Novecento uno Stato moderno e consapevole della funzione delle istituzioni centrali e
locali per la realizzazione delle riforme.
Nacque a Ribera nel 1819 in una famiglia di origine albanese. Iniziò nel 1846 a Napoli la
professione di avvocato che esercitò con grande successo per tutta la vita. Patriota di sentimenti
mazziniani repubblicani, partecipò all’insurrezione di Palermo del 1848 e dettò gli ordinamenti
siciliani del 1849. Con la restaurazione riparò in Piemonte, dove si impiegò come segretario
comunale e collaborò a vari periodici. Appartengono a questo periodo alcuni significativi studi
sull’amministrazione comunale. Espulso in seguito alla cospirazione mazziniana del ’53, riparò
prima a Malta e poi a Parigi e da qui raggiunse Mazzini a Londra. Rientrato in Italia nel ’59, ebbe
ruolo da protagonista nell’organizzare la spedizione dei Mille. Nominato dittatore della Sicilia e
quindi ministro del governo provvisorio fu accanto a Garibaldi fino all’annessione svolgendo un
ruolo essenziale nella stabilizzazione amministrativa del governo dittatoriale – dunque nella
normalizzazione delle spinte rivoluzionarie – e ad un tempo nell’opposizione alla politica
annessionistica di Cavour.
Entrato nella Camera subalpina nel 1861 come combattivo repubblicano, nel ’64 accettò la
Monarchia; da allora mantenne ferme posizioni di sinistra riformatrice lontane però da ogni
prospettiva di rottura istituzionale. Fu presidente della Camera nel 1876 e ministro degli Interni con
Depretis l’anno seguente.
La sua brillante carriera fu a questo punto interrotta da uno scandalo orchestrato dal suo oppositore
Nicotera, che esibì le prove del primo matrimonio di Crispi con la attiva rivoluzionaria garibaldina
Rosalia Montmasson, sua compagna per molti anni, che Crispi aveva abbandonato per la giovane
Lina Barbagallo; per tale ragione fu processato per bigamia. Fu assolto per la nullità formale del
primo matrimonio, ma la vicenda scosse l’opinione e turbò i suoi stessi amici della Sinistra, che
ammiravano la donna che aveva partecipato all’impresa dei Mille.
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Nel 1886 fu nominato ministro degli Interni nell’ultimo gabinetto di un Depretis ormai vecchio e
malato; alla morte di questi, nel luglio 1887, salì alla presidenza del Consiglio.
Fin dagli anni risorgimentali aveva mostrato una costante attenzione ai problemi di politica estera e
alla collocazione dell’Italia nel contesto internazionale, contrastando la politica delle “mani nette”,
ovvero di non coinvolgimento negli schieramenti europei. Ostile alla dipendenza dell’Italia dalla
Francia, sospettoso delle tendenze egemoniche della sorella latina e delle sue tradizioni
filocattoliche, vedeva nella Francia e nel succedersi dei vari suoi regimi, monarchici, repubblicani,
imperiali, una fonte di permanente instabilità. Nel 1877 compì un viaggio nelle capitali europee e
avviò una intesa con la Germania di Bismarck, che ammirava per la forza dell’esecutivo e per la
modernità delle politiche sociali. Da presidente del Consiglio accentuò il carattere antifrancese della
politica italiana, e appoggiò l’impresa africana, che egli aveva ereditato nel momento difficile di
Dogali. Proprio su questioni di politica estera il suo governo cadde nel 1891, dopo aver dato prova
di una eccezionale e forse irripetibile energia riformatrice nella politica interna. Furono approvate
leggi sull’amministrazione locale, la sanità, la pubblica sicurezza, le opere pie.
Fu membro di spicco della massoneria, e il suo fu un governo appoggiato dalle logge.
Fu richiamato al governo nel 1893 anche con l’obiettivo di reprimere le agitazioni dei Fasci che
stavano scuotendo la Sicilia orientale e per affrontare le difficoltà del sistema bancario. Il governo
ebbe però vita travagliata, fino a che fu costretto alle dimissioni quando nel marzo 1896 giunse
notizia della gravissima sconfitta militare di Adua. Non sarebbe più tornato al potere. Trasferitosi a
Napoli dove aveva sempre abitato la moglie, colpito da un grave disturbo alla vista, morì nel 1903,
quando la svolta di fine secolo aveva radicalmente mutato il clima e gli equilibri politici del suo
tempo.
Bibliografia:
C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Roma-Bari, 2000; R. Romanelli,
Francesco Crispi e la riforma dello Stato nella svolta del 1887, in “Quaderni Storici”, a. VI, n. 18,
(sett.-dic. 1971), poi in Il comando impossibile. Stato e società nell'Italia liberale, seconda
edizione, Bologna, 1995.
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1.1 Crispi incontra Giuseppe Garibaldi
di Giuseppe Astuto
Alla fine d’ottobre del 1867, per completare l’unificazione nazionale Garibaldi ripete l’operazione
fallita tragicamente ad Aspromonte nel 1862. Rifornito di denaro e d’armi dal re e dal governo
Rattazzi, penetra nel territorio dello Stato pontificio con un gruppo di volontari confidando
nell'insurrezione di Roma; ma la città non si solleva. Crispi si è inizialmente opposto all’impresa
garibaldina, quindi l’ha sostenuta, nella convinzione che i moti avrebbero richiesto l’intervento
dell’esercito italiano. Con l’intervento militare francese muta lo scenario. Dimessosi Rattazzi, il Re
convoca il Generale Menabrea che sconfessa l’iniziativa. Garibaldi non desiste e a Mentana i
legionari pontifici e le truppe francesi sconfiggono i volontari garibaldini. Qualche giorno dopo
Crispi raggiunge Garibaldi per convincerlo a ritirarsi a Caprera e, per assicurazione del
presidente del Consiglio, evitare l'arresto. I due dialogano sul treno che li riporta a Firenze:
riflettono sulla precedente esperienza politica conclusa con successo con la liberazione del
Mezzogiorno e sulle prospettive future. A Figline, vicino Firenze, i Carabinieri arrestano Garibaldi
e lo rinchiudono nel carcere di Varignano.
Emergono due diverse visioni del completamento dell’unificazione nazionale. Garibaldi è fermo
all’idea di rivoluzione permanente (“o Roma o morte”); Crispi ritiene che il tempo della
rivoluzione è finito. Ricorda al Generale che l’impresa dei Mille è riuscita perché la “Dittatura”
garibaldina, con il motto “Italia e Vittorio Emanuele”, ha associato l’impegno militare alla
creazione d’istituzioni capaci di dare sicurezza, mantenere l’ordine e arrestare l’anarchia
manifestatasi con vendette private, uccisioni di esattori e di poliziotti. I primi decreti dittatoriali
hanno mirato a delegittimare i rivoluzionari comitati d’azione, sostituendoli con i governatori.
Crispi insiste sulle soluzioni adottate per la prima volta nella fase cruciale della rivoluzione
siciliana del 1849, quindi realizzate col consenso di Garibaldi durante la liberazione del
Mezzogiorno: non bande ma esercito regolare, ordinamenti stabili e un sovrano nazionale.
Puntando sulla Monarchia e sulle riforme la Sinistra democratica deve mutare e il terreno
dell’iniziativa politica e il suo programma, mettendo da parte le tentazioni insurrezionali. La scena
mette in evidenza i tratti peculiari dei due protagonisti dell’unificazione nazionale. Garibaldi è il
condottiero, l’eroe al servizio dell’umanità con le sue capacità di soldato, pronto ad interpretare le
aspirazioni dei popoli del mondo all’indipendenza e alla libertà. Crispi è il politico puro: ha spinto
e guidato Garibaldi in Sicilia per realizzare l’impresa dei Mille, con un progetto che coniuga
operazioni militari e costruzione del consenso attraverso istituzioni capaci di garantire sicurezza al
popolo e stabilità al processo rivoluzionario.
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Bibliografia e fonti essenziali:
G. Giarrizzo, Francesco Crispi e la rivoluzione in Sicilia, in Fra storia e storiografia. Scritti in
onore di Pasquale Villani, a cura di A. Massafra e P. Macry, Bologna 1994; G. Astuto, “Io sono
Crispi”. Adua, 1° marzo 1896: governo forte. Fallimento di un progetto, Bologna 2005; A.
Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Roma-Bari 2001; J. White Mario, Garibaldi e i suoi tempi, Milano
1882; F. Crispi, I Mille (da documenti dell’archivio Crispi), Milano 1911; Carteggi politici inediti
di Francesco Crispi (1860-1900), estratti dal suo archivio, ordinati e annotati da T. Palamenghi
Crispi, Roma 1912; F. Crispi, Ultimi scritti e discorsi extraparlamentari (1891-1901), a cura di T.
Palamenghi-Crispi, Roma 1913; F. Crispi, Lettere dall’esilio (1850-1860) raccolte e annotate da T.
Palamenghi Crispi, Roma 1918; Discorsi parlamentari di Francesco Crispi, 3 voll., Roma 1915.
***
Crispi: Generale, come sapete ero contrario all’impresa di Mentana. Quando avete deciso di tentare
l’impresa, ho raccolto fondi e convinto i comitati d’azione ad intervenire sperando nel vostro
successo. Voi sapete, Generale, che io sono per l’unione di Roma all’Italia, ma voglio realizzare
questo obiettivo con il concorso e il consenso dell’opinione europea.
Garibaldi: Non dubito della vostra lealtà. A differenza di voi però sono convinto che la
rivoluzione, che ha portato all’unità del Paese, si deve ancora completare. E poi, come avrei potuto
fermare i volontari che venivano da tutte le parti? Con una febbre che fa onore alle popolazioni
italiane, arrivavano sussidi e petizioni. Il paese unanime voleva la liberazione di Roma. Era
impossibile fermare il movimento, ed io, come tante altre volte, sono arrivato.
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Crispi: Voi ancora parlate di rivoluzione. Dopo la liberazione del Mezzogiorno, in cui la storia mi
ha chiamato a contribuire al successo della vostra impresa, io ritengo ora che bisogna dire, e ad alta
voce, che il tempo della rivoluzione è finito.
Il tentativo fallito di Aspromonte nel 1862 ha dato a me questa persuasione. E ancor di più la
conquista di Roma, di così elevato valore simbolico, si sarebbe dovuta condurre con maggiore
attenzione, non solo per i timori che solleva in Europa, ma anche per le conseguenze all’interno del
paese.
Voi sapete cosa vuol dire Roma? Vuol dire Assemblea Costituente! E un’Assemblea Costituente
potrebbe portare all’instaurazione di un regime repubblicano in Italia!
Quando dichiarai “la Monarchia ci unisce e la repubblica ci divide” mi rivolgevo ai compagni
rivoluzionari per escludere che la conquista di Roma, con l’eventuale convocazione della
Costituente, potesse portare al licenziamento della Monarchia.
Garibaldi: Lo capisco e sono d’accordo. Non dovete però dimenticare che Roma, non solo è la
capitale storica della nuova Italia. È, ahimè, la sede del Papato, che noi non vorremmo restasse nella
città sacra un giorno di più! Il popolo non lo vuole!
Quando eravamo in Sicilia, e poi ancora a Napoli, voi stesso pensavate che la formula del plebiscito
da noi adottata (“vogliamo l’Italia una e indivisibile”), in contrapposizione alla linea di Cavour
dell’annessione pura, ci avrebbe consegnato non solo la forza morale, ma soprattutto il consenso del
popolo nell’andare oltre nella liberazione del paese.
Debbo ricordare a voi – me lo avete sentito ripetere tante volte – che fin dal 1855, io chiesi al Re di
avere due navi e 500 soldati, e che gli avrei portato sul Mincio 300.000 soldati!
A Mentana ho ripetuto quello che ho fatto altre volte. Volevo mettere in movimento le forze
esistenti e di aprire la via alla guerra regia, dimostrando che la rivoluzione nazionale è ancora viva.
Quando partimmo per la Sicilia io dissi: non ho consigliato i Siciliani ad insorgere, ma giacché là si
combatte contro i nemici dell’Italia, è dovere nostro aiutare i fratelli.
Senza l’appoggio generoso e, a tratti, eroico dei Siciliani, non avremmo certo, né io né voi, liberato
la Sicilia e fatto muovere un esercito per la liberazione dell’intero Mezzogiorno.
Crispi: Questo è il motivo del mio orgoglio e della speranza, che i sacrifici di cospiratore e di
rivoluzionario trovassero un premio e un compenso nell’impresa che ha avuto voi come condottiero.
Però, devo essere io a ricordarvi i decreti Garibaldi-Crispi per la restaurazione degli istituti siciliani
del 1849: un esercito di popolo con una sua gerarchia, amministrazioni locali elettive e la nomina di
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governatori? Devo ancora ricordarvi che con il decreto del 2 giugno promettemmo la divisione delle
terre demaniali ai volontari che arruolavamo nel nostro esercito, agli orfani e alle vedove delle
guerre contro i Borbone?
Con queste misure abbiamo dato sicurezza e attesa di risarcimento per i sacrifici compiuti. Abbiamo
rassicurato la borghesia mantenendo l’ordine. Con istituzioni statali forti, con un esercito di popolo
abbiamo rinsaldato il processo rivoluzionario che poi ci ha consentito di liberare tutto il
Mezzogiorno.
Con questi atti, che ho difeso tenacemente al Parlamento subalpino, noi abbiamo chiuso la
rivoluzione.
Non c’è nulla che possa far credere che l’Italia, ora costituita in Stato nazionale, sia com’è stata la
Francia di Robespierre od ora di Napoleone: una minaccia per la pace e la libertà dell’Europa!
Garibaldi: Io non posso esser sordo all’appello di un popolo che, minacciato nella sua libertà e nei
suoi averi, chieda l’intervento di un condottiero che lo guidi per la sua liberazione!
Io non sono un appassionato sostenitore della Francia! Io non faccio differenza tra la Francia del
Direttorio e la Francia dei Napoleoni. Sono, come sapete, un appassionato e convinto sostenitore di
ogni iniziativa nazionale. Se il popolo francese, attaccato o aggredito da un altro Stato, che ne
minacciasse la libertà e la proprietà, mi chiedesse di capeggiare un proprio movimento di
liberazione, non esiterei, come ho fatto in America meridionale e in Italia, ad accorrere per portare a
successo questi movimenti.
Crispi: Vi guardo come un eroe! E’ proprio vero, siete eroe dei due mondi! Le vostre imprese
resteranno memorabili nella storia e nella leggenda, nutriranno la fantasia di letterati! Avete
appassionato Alexander Dumas che ci ha seguito in Sicilia e ora scrive romanzi su di voi e le vostre
imprese! Ma per l’Italia è arrivato il momento della responsabilità, non delle utopie!
Garibaldi: Mi sentite così distante da voi?
Crispi: E’ vero. Abbiamo tante persuasioni comuni: il rifiuto della Francia e della sua rivoluzione
permanente, la Monarchia intesa come garante di una costituzione libera, l’introduzione di misure
d’igiene e di riforma sociale. Differiamo però nell’idea di rivoluzione.
Voi credete in una catena di moti di popolo ai quali siete sempre pronto a rispondere. Io ritengo che
ormai bisogna operare attraverso riforme per fondare lo Stato e fare progredire il Paese.
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E’ vero: il Regno d’Italia è un fatto al quale voi avete dato il contributo più importante. Accettata
l’alleanza con la Monarchia, abbiamo fatto adesione al suo programma (“Italia e Vittorio
Emanuele”). Il 21 ottobre 1860 è la data di un fatto giuridico, al quale non devo ribellarmi, giacché
in quello è l’espressione della volontà nazionale.
Voi volete subito il completamento dell’Unità? L’Unità d’Italia ha base nella sua geografia, nella
sua lingua e in tutte quelle condizioni morali che nessuno dovrebbe ignorare. L’esistenza dell’Italia
è stata ed è contrastata. Il suo Risorgimento ha colpito e ci ha fatto nemiche le dinastie interessate
alla sua divisione. Ha suscitato le gelosie delle grandi Potenze!
Certo, il reggimento politico del Regno è ancora lontano dalla sua perfezione. È nostro dovere
correggerlo e riformarlo. Dobbiamo mirare alla meta del progresso umano, non già precipitarci a
raggiungerlo, giacché la fretta potrebbe farci perdere quello che abbiamo guadagnato.
Date la calma all’anima sdegnata! Fidate nelle forze del paese! Illuminate il popolo senza agitarlo!
Vi ho aperto l’animo mio, i miei propositi nel passato e le mie speranze nell’avvenire. Ora vi prego,
ritiratevi a Caprera: il presidente del Consiglio mi ha assicurato che in tal modo potreste evitare
l’arresto.
Stazione di Figline, vicino Firenze. Il Luogotenente Colonnello Camosso sale sul convoglio, fa
scendere gli ufficiali e lo stesso Crispi. Poi, con modi rispettosi, ma risoluti, si rivolge a Garibaldi.
Colonnello Camosso: Generale siete in arresto.
Crispi, sorpreso: Avete il mandato regolare dell’arresto?
Colonnello Camosso: Ho l’ordine di arrestarlo.
Garibaldi: Io rifiuto di arrendermi se non alla violenza. Sono Deputato al Parlamento. Fui Generale
della Repubblica Romana, delegato dell’Assemblea Costituente a rappresentarla. Su quel territorio
soltanto ho combattuto contro il Papa. Ed al confine del Regno d’Italia deposi le armi.
Nessun atto ostile ho commesso contro questo Stato, perciò voi, non avendomi colto in flagrante
reato, violate la legge. Non mi arrendo. Fate il vostro peggio.
Garibaldi (si rivolge ai suoi che hanno appuntato le armi contro i Carabinieri): Non spargete
sangue italiano per me. Ve lo proibisco.
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Colonnello Camosso: Generale, vi prego di arrendervi.
Garibaldi: Non mi faccio complice della vostra illegalità.
A questo punto Camosso ordina ai Carabinieri di prenderlo sotto le ascelle e di trasportarlo in
carrozza.
Garibaldi, rivolgendosi a Crispi: Sarete il mio avvocato difensore. Sarò a Caprera, sicuramente
fino al 1° marzo 1868, poiché spedizioni nell’inverno non si fanno.
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1.2 Crispi dialoga con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffele Romanelli
Carlo Alberto Pisani Dossi va a trovare Francesco Crispi nella sua abitazione napoletana. Siamo
alla fine del secolo. Crispi, ormai vecchio, quasi cieco e emarginato, ripensa e rivendica il proprio
percorso parlando con uno dei più intelligenti e colti dei suoi collaboratori. Lo riceve nel suo
studio, ingombro di scaffali pieni di libri e carte. E’ su una grande poltrona, l’abbigliamento reca
ancora i segni di una antica eleganza. Carlo Alberto Pisani Dossi (in arte Carlo Dossi, 1849-1910)
è un dandy di famiglia aristocratica lombarda, letterato di talento, giornalista e noto scrittore.
Incoraggiato proprio da Crispi a intraprendere la carriera diplomatica, era stato segretario di
Crispi agli Interni e suo capo di gabinetto agli Esteri ed era con lui nella visita a Bismarck, a
Friedrichsruhe. Le affermazioni di Crispi, autentiche, sono state pronunciate lungo un arco di
tempo assai esteso, e di proposito qui non vengono datate per dare l’idea della costanza di un
atteggiamento umano e politico.
Bibliografia:
Carlo Dossi, scelta e introduzione di A. Arbasino, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato,
1999. Le parole di Crispi sono tratte dai seguenti suoi scritti e discorsi: F. Crispi, Discorsi
parlamentari, Camera dei Deputati, Roma 1915. F. Crispi, Scritti e discorsi politici di Francesco
Crispi (1849-1890), Torino, Roux e Viarengo 1890; F. Crispi, Ultimi scritti e discorsi
extraparlamentari (1891-1901), a cura di T. Palamenghi-Crispi, Roma 1913; F. Crispi, Politica
estera, memorie e documenti raccolti e ordinati da T. Palamenghi-Crispi, Milano 1914; F. Crispi,
Pensieri e profezie, raccolti da Francesco Palamenghi-Crispi, Roma, Tipografia del Senato 1920; F.
Crispi, Politica interna. Diario e documenti raccolti e ordinati da T. Palamenghi Crispi, Milano
1924; F. Palamenghi-Crispi, Francesco Crispi di fronte alla storia, Firenze, La Fenice 1954. Alla
figlia di Francesco Crispi, X gennaio MDCCCXCV, in Rime e ritmi, Poesie di G.Carducci 18501900, Bologna, Zanichelli 1905.
***
Crispi: Che piacere avervi qui con me, caro il mio buon Dossi. Siete ormai lontano nel mondo, ma
non vi siete dimenticato del vostro amico di un tempo.
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Pisani Dossi: Cosa dite mai, don Ciccio, sapete quanta venerazione vi porto. La strada è stata lunga
e oggi pare che tutto cambi. Ma per noi italiani il secolo che muore è vostro. Ho in animo di
scrivere alcune note sulla vostra vita, perché resti d’esempio ai giovani.
Crispi: Troppo buono. Forse è vero la mia vita ha qualcosa da insegnare alle generazioni dei tempi
nuovi, troppo dimentichi a volte del cammino che ci ha portato fin qui.
Pisani Dossi: Già, nasceste repubblicano e diveniste monarchico. Bisognerà pure spiegarlo a chi
credesse che abbiate abbandonato i vostri ideali di gioventù. Prendiamo le mosse da quel giorno
triste in cui il Generale fu arrestato per ordine del governo del Re. Da Caprera non tornò più. La
rivoluzione era davvero finita, e la vostra celebre frase - “La Monarchia è quella che ci unisce, la
Repubblica ci dividerebbe” - è ormai nella storia. Tutti devono ormai riconoscere che nel gran
tornante della nostra unità nazionale fu politica saggia, forse un espediente opportuno. Ci si può
chiedere semmai se una volta costituito e consolidatosi il regno, essa conservasse tutto il suo vigore.
Crispi: Non lo chiamate espediente! Portereste i vostri lettori sulla via sbagliata. Sapete che c’era e
c’è qualcosa di ben più profondo in quella convinzione. Perché se è vero che senza il Re non si
sarebbe fatta l’unità, è vero anche che l’unità non sarebbe duratura senza il Re. La Patria e il Re
sono le due forze che uniscono e che ci fanno potenti.
Pisani Dossi: Non ci terrebbe uniti la Repubblica?
Crispi: Nell’ordinamento degli Stati la forma di governo è mezzo, non fine. Il fine è il benessere, è
la sicurezza personale dei cittadini, la potenza dello Stato e il suo prestigio all’estero. Si può esser
felici in Repubblica, come in Monarchia; del resto, nelle monarchie costituzionali la sovranità
risiede nel Re e nel Popolo. Nei governi di libertà il Re non è un uomo, molto meno una dinastia.
Esso è un principio, una magistratura. E’ un principio di coesione e di forza, una magistratura pel
benessere e la grandezza della Nazione. E aggiungo che col passare degli anni, col socialismo alle
spalle, che ci spinge, che chiede una pronta soluzione, la forma del Governo è divenuta una
questione secondaria. E poi, Repubblica o Monarchia, le masse vogliono vivere agiatamente.
Pisani Dossi: So che il benessere sociale è in cima ai vostri pensieri, e su questo vorrò tornare più
tardi perché la questione sociale è sempre più urgente in questo fosco fin di secolo. Ma intanto
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dobbiamo precisare. Osservo che la vostra idea di libertà si discosta parecchio dai grandi principi
dell’89 – libertà, eguaglianza, fraternità, ricordate? Che farne? Li mettiamo in soffitta? E che dire
dei nostri principi costituzionali? Anch’essi sono solo un mezzo? Li si può abbandonare
all’occorrenza?
Crispi: Niente affatto, ma li si può perfezionare, si può e si deve dar loro vita autentica, mostrando
l’essenza eminentemente senza fine, progressiva delle nostre istituzioni fondamentali.
Le istituzioni non sono immutabili, e i grandi esempi non devono pesare su di noi come macigni.
Noi siamo i figli dell’89, è vero. La Francia restaurò nel 1789 i grandi principi di libertà e di
giustizia. Ma non dimenticate che quando anche il nostro paese sentì il magnetico impulso della
Francia e prese a rinnovare le proprie istituzioni, vennero poi le delusioni, tanto amare quanto
lusinghiere erano state le speranze. Tornò presto il dispotismo, e dovemmo riprendere la nostra via.
Pisani Dossi: Sono intieramente d’accordo con voi, come sempre. Diciamolo a chiare lettere che
sarebbe sbagliato seguire in tutto e per tutto l’esempio francese. E’ un sistema che in tanti aspetti va
contro le nostre tradizioni.
Crispi: Ci venne colla conquista, fu conservato dal dispotismo; è per noi un ricordo di schiavitù.
Oggi la rivoluzione francese ci schiaccia. Essa preme sugli animi nostri, e ci tiene avvinti ad un
ordine di idee che c’impedisce di camminare sulle orme dei nostri padri. Bisogna rompere questa
catena morale e riprendere le tradizioni della Patria nostra. Bisogna che l’Italia sia Italia, che lavori
con la sua testa, che agisca secondo i suoi interessi, che si valga delle altre nazioni e non sia la loro
serva.
Vedete, quando evochiamo l’89 possiamo rifarci non solo al 1789, ma anche al 1689, con il “Bill of
Rights” inglese. La storia inglese offre altrettanti e forse più validi esempi a cui ispirarci. Ad
esempio nella tutela delle libertà, o nella storia delle libertà politiche e del buon governo.
A ben guardare, forse il lento e continuo progresso del secolo diciottesimo in Italia avrebbe forse
potuto, senza la scossa di uno sconvolgimento sociale, darci tutti i benefici che poi avemmo dalla
grande Rivoluzione francese.
Pisani Dossi: Questo è un punto controverso. A dire che eravamo già sulla giusta via prima della
rivoluzione, sembra quasi che si voglia far l’elogio dei passati regimi. Lo potreste affermare, don
Ciccio, voi siciliano?
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Crispi: Rammentate sempre che prima di essere siciliano io sono italiano, come siete italiano voi,
caro Carlo, un lombardo che oggi rappresentate l’Italia all’estero. E la storia della Sicilia, come
quella della Lombardia, offre luminosi esempi ai quali ispirarci. Il 31 marzo del 1882 ebbi l’onore
di commemorare sulla piazza Bellini di Palermo ciò di cui erano stati capaci i siciliani in quello
stesso giorno, sei secoli più addietro. Questo fu il grido dei Vespri siciliani e di Giovanni da Procida
nel proclamare il Comune: “Né guelfi, né ghibellini”. Per secoli il Vespro è caduto in un lungo
oblìo, e di nuovo lo si è potuto celebrare nella libera Italia. L’ho ripetuto a Palermo: “Né guelfi, né
ghibellini, né col Papa né coll’imperatore; noi dobbiamo essere italiani e solamente italiani…”.
Pisani Dossi: Ho qualche dubbio sull’opportunità di ispirare le nostre libertà al libero comune.
Crispi: Ma certo; i tempi si evolvono, e le esigenze dello Stato nazionale vanno poste sopra ogni
cosa. Io stesso, lo ricorderete, di fronte al disordine che minacciava la nostra rivoluzione in Sicilia
ristabilii gli ordinamenti del ’49. Ricordiamoci che il Mezzogiorno vanta una grande ricchezza di
pensiero e di esperienze istituzionali, in tanti aspetti ben superiori a quelle che ci vengono dal
Piemonte.
Ma poiché mi chiedete dei Comuni, non dimentichiamo nemmeno che i Comuni fecero miracoli nel
Medio Evo, ed oggi i grandi Comuni sono il baluardo delle nostre istituzioni. L’Italia ha una fortuna
che manca alla Francia; invece di un grande centro che assorbe e dispoticamente impera, abbiamo le
cento città, dalle quali si diffonde la libertà e la civiltà; dalle quali si irradia la sapienza e la vita. Da
qui occorre partire. Ho sempre propugnato la maggior libertà possibile allo sviluppo della vita
interna dei Comuni, senza pastoie burocratiche; libertà nell’insegnamento, nelle associazioni, nella
parola; libertà nell’amministrazione del proprio erario, nelle comunicazioni, nella fondazione
d’istituzioni di credito, e così via. Il comune deve godere di tutte le attribuzioni economiche, morali
ed amministrative che siano compatibili con l’unità dell’ordinamento dello Stato, che è e deve
rimane cosa ben distinta e pienamente sovrana.
Pisani Dossi: In questo senso dobbiamo rifiutare di tenere a modello l’accentramento alla francese?
Crispi: Proprio così. Quel sistema fa credere un comune potente quanti più legami ha col potere
politico. Ne fa quasi una sorta di subnazionalità che aspira al potere. Era ed è questa la piaga che
alimenta lo spirito d’isolamento e di egoismo, le gare e le discordie intestine.
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Pisani Dossi: E qui siamo punto e daccapo. Se sono i Comuni il baluardo delle nostre libertà non
abbiamo allora a temere che si sfaldi l’edificio nazionale?
Crispi: Oh, lo dobbiamo temere sì, se viene a mancare una guida ferma, se il Governo non è in
mani solide, se non persegue una politica veramente nazionale e si dedica a compromessi quotidiani
tra le varie fazioni e chiesuole. E’ questo il sistema politico italiano, che rispecchia la mancanza di
vera autonomia amministrativa dei Comuni.
La politica nazionale deve essere ben distinta dall’amministrazione dei Comuni, e proprio questa
distinzione esalta le virtù di entrambe. Non a caso il nostro statuto parla di rappresentanza
nazionale; nell’articolo 41 – che fu copiato un po’ in fretta dalla costituzione belga: ancora uno
schema estero malamente trapiantato da noi! – stabilisce che il Deputato non rappresenta la
provincia nella quale fu eletto, ma tutta la nazione.
Pisani Dossi: Sì, però di fatto con il collegio uninominale il mandato popolare viene ad essere
frazionato nelle molteplici e distinte elezioni.
Crispi: Per questo nel Parlamento la fanno da padrone gli interessi locali; il Deputato si sente di
essere il legittimo mandatario e il rappresentante degl’interessi di coloro che lo hanno nominato, e
in nessun modo può inimicarsi gli elettori. Obbligato da doveri e da relazioni, il Deputato deve
ottenere un favore da un ministro, una croce, una promozione di un pretore o di un delegato di
polizia, e così non può e non sa rifiutarsi ai desideri del ministro.
Con questo sistema gli ordini parlamentari si falsano e si organizza una specie di dispotismo
peggiore di quello dei Re assoluti. Con un Re assoluto voi sapete chi è il vostro nemico; è un uomo
che tutti uniti potete in date circostanze abbattere. Quando invece si è organizzata una oligarchia
locale, che sola ricevere benefici da quel regime, il numero dei padroni si estende, e questa massa di
despoti associati, questa oligarchia di tristi che danneggia lo Stato, impera ed impone l’atonia della
quale siete inconsci e contro la quale siete impotenti.
Pisani Dossi: Stiamo parlando mi pare del sistema del “trasformismo”, in sostanza del governo di
Agostino Depretis.
Crispi: L’onorevole Depretis a coloro che lo aiutavano a mantenersi al potere dava in balia i collegi
elettorali a patti che lo assicurassero del loro voto. E’ inutile il nasconderlo. Perché i Deputati
possano usare un linguaggio severo agli elettori, dovrebbero avervi autorità e bisognerebbe che sui
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banchi del governo ci fossero uomini i quali non promettessero e non facessero ai deputati quello
che non è lecito di fare. E’ un circolo vizioso. I furbi ne profittano, e, minoranza impercettibile,
governano il paese.
Pisani Dossi: Così si è tradito il programma della Sinistra! Si è spenta la sua grande spinta
riformatrice e in insieme ad essa le grandi attese che il vostro Mezzogiorno vi aveva riposto con il
suo voto. Cosa fare per ritrovarla?
Crispi: Una Sinistra vera, mio caro Carlo, dovrebbe riprendere il programma delle riforme
democratiche. Tra l’altro scogliere i lacci dei centralismo alla francese e dare libertà ai Comuni,
sbarrare la via a quella bestemmia insana del regionalismo, temprare l’unità e la forza della nazione.
Ma prima ancora, per far funzionare con verità le istituzioni parlamentari occorre far parlare il
popolo. E il popolo italiano deve essere educato alla politica. Ammettiamolo, siamo in un paese
dove la cultura nazionale, e soprattutto l’educazione politica, sono abbastanza scarse. Educati alla
politica, gli italiani potrebbero diventare i sassoni della razza latina, potrebbero allora fondare e far
funzionare con verità le istituzioni parlamentari.
Pisani Dossi: Un programma ideale che tutti noi vostri seguaci abbiamo condiviso con entusiasmo.
Chi, come me ha avuto l’onore di collaborare con voi al governo vi ha anche posto mano. Le
realizzazioni furono molte, ma oggi sembra una storia interrotta. Dobbiamo domandarci cosa sia
accaduto.
Crispi: Intanto vi ricordo, caro Dossi, che il mio governo del 1887 mise mano a progetti di legge
che erano stati lungamente pensati negli anni precedenti, e che infatti facevano parte del programma
della Sinistra, della Sinistra autentica, ma che l’apatia, l’inerzia, l’indecisione della classe dirigente
di allora volgeva in nulla. L’energia, la convinzione, la volontà che sapemmo infondere in quel
programma ci rese capaci di grandi cose. Guidati dal concetto di fondere sempre meglio le varie
regioni della Patria e le varie classi della società ad intenti altamente morali e civili, abbiamo mirato
anzitutto ad ottenere, ed abbiamo ottenuto, l’unificazione igienica, l’unificazione amministrativa e
l’unificazione penale. Il nuovo codice elaborato dal nostro Zanardelli cancellò la pena di morte, e ci
dette norme più avanzate e civili. Abbiamo riformato le opere di beneficenza sottraendole
all’arbitrario governo degli enti religiosi, pur senza intaccarne l’autonomia e i diritti. Abbiamo
introdotto norme sanitarie moderne; abbiamo approvato una profonda riforma delle amministrazioni
locali che ha dato loro maggiore autonomia, sottoponendole ad un tempo a severi controlli in ciò
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che attiene l’interesse generale. Certo, molto manca ancora da fare in questa direzione, e lo
avremmo fatto se gelosie e congiure non avessero interrotto la nostra missione e mandato al
governo persone inette, sostenute da coalizioni malcerte e mutevoli. Anni terribili. In più di una
occasione feci presente al nostro sovrano la gravità della situazione.
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1.3 Crispi incontra Re Umberto I
di Raffaele Romanelli
Nel 1892, entrato in crisi il ministero presieduto da Di Rudinì, il Re Umberto I apre le
consultazioni per l’attribuzione del nuovo incarico e l’8 maggio riceve Crispi al Quirinale. Il
dialogo è riportato dal “Diario” di Crispi. I termini dell’incontro sono confermati da Domenico
Farini nel suo “Diario”. Crispi appare teso e evidentemente ansioso di ricevere l’incarico, che il re
avrebbe conferito invece a Giolitti.
Bibliografia:
T. Palamenghi Crispi, Giovanni Giolitti. Saggio storico biografico, con documenti dell'Archivio
Crispi, Roma s.d.; D. Farini, Diario di fine secolo, a cura di E. Morelli, vol. I, Roma 1961; U.
Alfassio Grimaldi, Il re “buono”, Milano, 1970.
***
1892, 8 maggio – Giunsi nell’anticamera del Re all’una meno 10 minuti. Il Re era ancora a
colazione…(…) Entrai nel suo gabinetto. Mi accolse coi soliti baci.
Crispi: Eccomi agli ordini di Vostra Maestà.
Re: Scusi se ho dovuto incomodarla facendola venire da Napoli…
Crispi: Niente, Maestà, Ella mi ha onorato, ed io sono qui per ascoltarla e sentire quello che
vuole…
Re: Desidererei che ella mi esprimesse il suo avviso sulla situazione politica attuale.
Crispi: Nulla ho da dire che Vostra Maestà non sappia.
Re: La situazione è complicata, difficile…
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Crispi: Maestà, l’Italia è in condizioni peggiori di quel che fu il Piemonte dopo Novara. Il Paese ha
perduto coscienza di sé. Gli si è tolto il coraggio, si è avvilito parlando di miserie che non esistono,
si è illuso dandogli a credere che con le sole economie si poteva pareggiare il bilancio! Si è messo
nell’animo del popolo la convinzione della sua impotenza. Ed oggi è difficile chiedergli ed
ottenerne sacrifici per tutelarlo..
Re: E qual è il rimedio a tutto ciò?
Crispi: Il rimedio lo troveranno i ministri che Vostra Maestà penserà di nominare. Solamente dirò
che non vi è tempo da perdere, che bisogna provveder subito; ogni giorno che si perde stando inerti,
i pericoli crescono, sarà difficile trovar modo a provvedere. Si sono perduti quindici mesi, e si è
tutto disordinato; la Francia ci è nemica più di prima, e le altre potenze o ci sono tiepide, o
indifferenti. Noi siamo al di sotto della Spagna. Se fossi rimasto al potere, avrei provveduto alle
finanze ed all’amministrazione e non saremmo caduti così in basso.
Re: Credevo che la posizione era difficile, ma ella me la dipinge più oscura...
Crispi: Mi rincresce, Maestà, di non potere parlare altrimenti. Ma io sono avvezzo a dir le cose
come sono, ed a non ingannare alcuno. Vostra Maestà sa, che io sono devoto alla dinastia, perché
amo la Patria mia, e perché dinastia ed Italia non possono dividersi. Si assicuri, Maestà, che se non
si provvede subito, se si perdono altri mesi ancora senza portar rimedio ai nostri mali, andremo
incontro a un disastro.
Re: Ci vuol l’uomo a ciò! Ella m’indichi la persona cui dovrei affidare il Governo..
Crispi: Io Maestà? Ma io non ho da fare indicazioni… Certo che questa volta non può esser
ministro il primo venuto, non si può dare il Paese in mano ad un individuo che non ha studi, non ha
esperienza di governo, che non ha un passato che lo renda rispettato; vuolsi un uomo che possa
ispirar fiducia al paese. Non si può più affidare il potere ad uomini che devono studiare ancora…
Ora i ministri devono aver studiato; non devono andare a scuola, ma devono esservi andati.
Re: Ma in questo non ci sarebbe che lei…
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Crispi: Mi metta da parte, Maestà; io son vecchio … Del resto, Maestà, a Montecitorio corre la
voce, che anche il Ministero è fatto…
Re: Fatto? Come?
Crispi: Uno di quegli uomini che vi pretendono, non solo ha detto che il Ministero è fatto, ma
anche – e questa è una menzogna – che io l’avrei appoggiato…
Re: Ma chi poteva esser costui? Indicano il Giolitti!
Crispi: Ed è proprio lui che ha parlato così!
Re: Ma che ne dice lei di Giolitti?
Crispi: Io non potrei dar giudizio alcuno sulle persone.
Re: Ma lo conosce!
Crispi: Pur troppo lo conosco, e lo credo incapace di reggere lo Stato. Sarebbe un errore affidargli
il Paese. Non ha studi, non ha esperienza, non ha arte di governo, conosce appena
l’amministrazione… Lo ripeto, non faccia nuovi esperimenti, non affidi il potere a uomini che
devono fare il loro noviziato.
Nei quindici mesi è stato disordinato l’Esercito. E se venisse la guerra…Aggiunga poi che mancano
le armi. Negli arsenali non vi sono che i fucili che fatti fabbricare ai tempi miei. I questi ultimi
quindici mesi non si sono fabbricati fucili di alcun genere.
Re: Né del nuovo né del vecchio modello.
Crispi: Proprio così. Ed i fucili non si improvvisano. Quando ultimamente alla Camera ricordai che
a Sédan i francesi avevan fucili che non colpivano il nemico, quegli imbecilli si posero a ridere. Ora
noi siamo in peggiori condizioni; abbiamo pochi fucili e cattivi. E’ mai possibile che una nazione di
31 milioni di abitanti non abbia a trovare i mezzi per armarsi e per essere pronta a tutte le evenienze
e per potersi validamente difendere? …Non valeva la pena di costituire questa Italia per tenerla
debole e col pericolo d’essere invasa alla prima occasione. Allora varrebbe meglio ritornare quali
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eravamo 33 anni addietro. Che Vostra Maestà torni in Piemonte; lasciamo Roma al Papa,
domandiamogli perdono e facciamoci benedire; invitiamo Francesco II a ritornare a Napoli…
No, non è possibile che questo duri. Bisogna che l’Italia sia meglio governata, che sia forte, potente,
eguale a tutte le altre potenze. E per questo bisogna mettersi in mano ad uomini che sappiano
restaurare lo Stato, ristabilire il nostro prestigio all’estero…Vostra Maestà in questo momento è il
supremo giudice della situazione. Di tutto il bene o il male che verrà all’Italia dopo la scelta del
nuovo ministero la responsabilità sarà sua. Maestà, rifletta bene prima di decidersi.
Il Re dette l’incarico a Giolitti. Caduto il ministero Giolitti il 23 novembre 1893, il 25 il Re convocò
ancora Crispi:… Il Re va incontro a Crispi; lo abbraccia e lo bacia, dicendo “sempre con la stessa
amicizia!” Mentre si avviano a sedersi, Umberto I esclama:
Re: Cattivo tempo!
Crispi: Non istà agli uomini di fare il buono e il cattivo tempo!…
Re: Il tempo fisico…
Crispi: Si capisce. Il tempo morale dipende dagli uomini ed è cattivo quando si governa male.
(si siedono).
Re: Ebbene, che mi dice ella situazione?
Crispi: Che vuole che le dica? Tutto va male, tutto è in disordine. Siamo peggio di quello che
eravamo 18 mesi fa.
Re: So le sue idee, e m’immagino quello che mi vuol dire. Anch’io vedo la situazione politica assai
triste..
Crispi: … e difficile a rimediarsi. Noi siamo caduti troppo in basso: il credito perduto, le finanze
dissestate, l’esercito disordinato e scontento, il paese sfiduciato…
Re: E a tutto ciò come si può provvedere?
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Crispi: In verità, anch’io mi confondo e non so raccapezzarmi. Ci vogliono altri 150 milioni di
nuove entrate.
Re: 150 milioni? Mi dicono che 40 milioni basterebbero.
Crispi: Niente affatto. E bisogna far presto, se vogliamo evitare il fallimento.
Re: E allora?
Crispi: Bisogna rifare il cammino e ritornar indietro. Se dal 1888 mi avessero lasciato fare,
avremmo potuto provvedere a tempo, ed oggi non saremo nelle tristi condizioni che tutti deplorano,
anche coloro che sono la causa di tanti mali.
Crispi: …Il paese è scontento..A Milano parlano di Repubblica cispadana, cioè di un governo
locale, che sarebbe la rottura dell’unità. A Torino non si discute altrimenti; anche là sono scontenti.
Crispi: Bisogna ristabilire la pace nel paese, ispirarvi la fiducia, rialzare le istituzioni e dare al
Parlamento quell’autorità che gli manca..
Re: E dei Fasci di Sicilia che mi dice?
Crispi: Non dovevano farli costituire.
Re: Ed ora?
Crispi: I contadini in Sicilia non hanno tutto il torto. I lavoratori sono meschinamente pagati, ed
hanno ragione quando chiedono un aumento di salario. Bisogna inoltre migliorare le condizioni dei
mezzadri. I contratti agrari sono viziosi ed è necessario portare una riforma a quella parte della
nostra legislazione. Ma lo scontento è anche nella altre classi della popolazione.
Re: Vennero da lei gl’impiegati telegrafici ultimamente?
Crispi: Sì, Maestà, vennero da me; ma io li trattai con dolcezza. Dissi loro che se fossi stato
Ministro, li avrei fatti arrestare tutti. Sarebbe stata un’illegalità, ma l’avrei fatto. Essi sono impiegati
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dello Stato; e non è loro permesso di mettersi in sciopero.. Oggi tutto dipende dalla Maestà Vostra.
Oggi Vostra Maestà è l’arbitro della situazione. Non s’illuda, la responsabilità è tutta sua se non
provvede secondo gl’interessi della Monarchia e dell’Italia…
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1.4 Prosegue il dialogo con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffaele Romanelli
Pisani Dossi: Voi dipingete una situazione davvero terribile. Mi viene da domandarmi “Di chi la
colpa?”. Se lo domandava già tanti anni fa Pasquale Villari in un suo celebre articolo. E indicava
l’ignoranza, l’inadeguatezza della nostra industria e delle nostre campagne, la povertà del Paese,
l’incapacità delle sue classi dirigenti. Sono ancora parole attuali, don Ciccio?
Crispi: Oggi più di allora, e lo stesso Villari ha espresso di recente parole ancor più sofferte.
Pasquale Villari è uno dei nostri maggiori storici, un grande italiano figlio del Mezzogiorno. Le sue
parole sono un monito. Quando nel 1866 Villari si chiedeva “Di chi la colpa?” aveva davanti agli
occhi Lissa e Custoza. Due gravi sconfitte militari. Altre ce ne erano state e altre ce ne furono dopo
di allora. C’era stata Mentana e ci fu Dogali. Mentana! Dogali! Sono oggi i nomi di due navi.
Sconfitte gloriose, ma sconfitte. Poi è venuta Adua! Ma dovremmo arrestarci nel nostro cammino
per un disastro militare? Prove più infelici e gravissime hanno subito altri popoli, e seppero
rilevarsi. Le sconfitte possono stroncare quando sieno irreparabili; e non è questo il caso nostro.
Pisani Dossi: Ma Villari additava non solo il difetto militare, ma, ben più grave di quello, le
debolezze di una Nazione non preparata, non temprata.
Crispi: Esatto. Per questo sono un monito che va ben oltre il problema degli armamenti. Per questo
le mie riforme sono state tutte riforme di pace, che miravano a rafforzare la società, a darle
ordinamenti saldi. Ma lei sa che la nazione si fa forte se combatte. Gli stati nuovi e specialmente
quelli che si fondano sulla libertà, difficilmente si consolidano se non li prema una minaccia
continua che tenga desti gli spiriti e non li riunisca tutti in un solo pensiero.
Pisani Dossi: Una guerra oggi? Volete forse una guerra, don Ciccio? Contro chi? Pensate alla
Francia?
Crispi: L’intento supremo che perseguiamo è la pace, lo sapete. Amici di tutti, siamo però più
vicini ad alcuni popoli. Quanto alla Francia, l’ho detto più volte: “nulla vorrò ordine contro il
popolo vicino, a cui l’Italia è legata per analogia di razza e tradizioni di civiltà”. Ma da quando non
vogliamo più essere una sua appendice mediterranea, la Francia ci è nemica, e lo sarà sempre. La
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Francia, ricordatelo, è sempre stata la maggior guarentigia per il Papa, quale che fosse il suo
governo. Ricordiamoci che è stato un governo repubblicano a mandare le truppe contro la
repubblica romana nel 1849. O Monarchia, o Repubblica, o Impero, la Francia non ci perdonerà mai
la nostra indipendenza. Si accarezzi se pur si vuole in parole, ma si tengano asciutte le polveri.
Pisani Dossi: Per questo guardate con favore alla Germania? Voi siete considerato l’artefice
dell’alleanza dell’Italia con la Germania. C’è addirittura chi dice che la vostra ammirazione per
Bismarck ha portato ad assomigliarli…. Ero con voi nel 1887, quando lo incontraste a
Friedrichsruhe. Ma voi lo avevate già incontrato in altre occasioni. Raccontatemi.
Crispi: Lei sa che io più volte io ho visitato l’Europa in missione politica. Una prima volta fu nel
1877. Il nostro Gran Re sentiva allora il bisogno di coronare i suoi giorni con una vittoria per dare al
nostro esercito la forza e il prestigio che in faccia al mondo gli mancano. Fui a Parigi proprio nei
giorni in cui moriva Thiers; fui a Londra, dove incontrai Gladstone, poi a Vienna. Ma la meta più
importante del mio viaggio fu senz’altro la Germania. Era mio compito allora sondare se Bismarck
avrebbe soccorso l’Italia in una guerra con la Francia. Raggiunsi il Principe e la sua famiglia a
Gastein, e fui accolto con grande benevolenza nella piccola casa che il Cancelliere abitava vicino al
fiume.
Pisani Dossi: Si dice però che il Cancelliere non gradì il vostro accenno ad un appoggio italiano ad
una eventuale annessione dell’Austria.
Crispi: Ma più ancora rimase stupito, allora e in seguito, dal diniego italiano all’offerta di una più
salda alleanza antifrancese con la grande Germania. Non escluderei che a causa del disimpegno
italiano Bismarck incoraggiasse allora la Francia ad occupare Tunisi, un'altra iniziativa gravissima
alla quale il governo italiano patì senza reagire. Al mio ritorno da Gastein avevo provato a
convincere Depretis: “Spero che non avremo la guerra, gli dissi, ma siccome non possiamo noi
arrestare il corso degli avvenimenti europei, ed abbiamo bisogno che l’Europa ci ritenga essere
abbastanza potenti da far valere la nostra forza in caso di complicazioni in conseguenza della guerra
d’Oriente, è giuocoforza tenersi pronti ad entrare anche noi in campagna. L’Italia deve, con
qualunque sacrifizio, compiere i suoi armamenti….”. Ma nulla accadde, e nel congresso di Berlino
nel 1878 il ministro di Depretis nulla chiese e nulla ottenne. Non era stata questa la politica di
Cavour nel 1856! E certamente Vittorio Emanuele II, il Gran Re, non lo avrebbe permesso se fosse
vissuto.
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Pisani Dossi: E la Gran Bretagna?
Crispi: La Gran Bretagna cura splendidamente i suoi interessi. E nel suo interesse ci invitò a
partecipare all’intervento in Egitto, nel 1882. Ancora una volta, il governo italiano respinse l’invito.
Ne scrissi all’amico Mancini, ministro degli Esteri: Voglia Iddio che il tuo rifiuto non sia causa di
nuovi danni all’Italia nel Mediterraneo!
Pisani Dossi: Rinunciammo al Mediterraneo, siamo andati nel Mar Rosso.
Crispi: Se fosse dipeso da me non ci sarei andato; se fosse dipeso da me, e feci tutti gli sforzi per
riuscirvi, sarei andato in Egitto nel 1882. Ma andammo in Mar Rosso, e foste proprio voi, da gran
letterato come siete, caro Carlo, a suggerire il nome di “Eritrea” per la nostra colonia. Ed oggi che
ci siamo, come uscire dalla posizione che ci si è fatta? Io sono contrario a coloro che, con
sentimenti molto borghesi, piangono il denaro speso, piangono la spedizione mal fatta nel 1885; e,
nonostante la incostituzionalità della spesa, vorrei che il nostro Paese ne traesse tutti i possibili
benefici.
Pisani Dossi: Foste accusato per questo di megalomania. Siete un megalomane, don Ciccio?
Crispi: Oh sì, io sono pazzo, perché voglio l’Italia grande e rispettata; sono un megalomane, sono
un soggetto da manicomio. Ma non sono il primo ad esserlo. Anche se non usavamo la parola, erano
megalomani dal 1846 al 1860 quanti volevano l’unità italiana e credevano alla sua possibilità contro
ogni evidenza del momento. Si dica piuttosto che oggi viviamo sotto l’impero della micromania.
Pisani Dossi: Arrivaste a parlare di politica servile...
Crispi: Parole che possono aver ferito i nostri governanti del momento. Ma come altro definire la
passività italiana di fronte agli interventi stranieri sulle sponde del Mediterraneo e nei vicini stati
balcanici? Il Mediterraneo non sarà forse un lago italiano, ma non dovrà essere neanche un lago
francese. Il Mediterraneo da un momento all’altro ci è chiuso. Non soltanto non abbiamo saputo
cogliere le occasioni che valessero a dare all’Italia una maggiore considerazione che oggi non
abbia, facendola partecipare alle imprese che si sono compiute in questi ultimi tempi in Europa, ma
non ci siamo neanche preparati a potervi partecipare in avvenire.
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Pisani Dossi: I vostri avversari sostengono però che per realizzare questi grandi progetti non sono
bastanti le risorse.
Crispi: Oh già, le questioni di bilancio! Quante volte mi hanno imputato che per fare l’Italia grande
io l’abbia gettata nella miseria! Ma tutte le grandi conquiste, che furono fatte dalle grandi Potenze,
nei primi tempi costarono, e molto! I benefici si raccolsero tardi. E dobbiamo noi, ora che siamo
alla vigilia di trarre profitto del denaro speso e del sangue versato a Dogali, oggi che possiamo
avere in Africa, a poca distanza dall’Italia, un territorio da colonizzare, che ci permetta di dirigervi
tutta quella massa di sventurati che corre in America a cercarvi fortuna, dobbiamo noi rinunciare a
questo beneficio che stiamo per assicurare alla Patria nostra?
Pisani Dossi: E il disavanzo nel bilancio dello Stato?
Crispi: Io non temo il disavanzo dei bilanci; quello che m’impensierisce è il modo, il metodo, col
quale si è giunti a questo disavanzo. Non temo il disavanzo dei nostri bilanci perché non ho creduto
mai al pareggio. Si inganna chi pensa ad economie che potrebbero farsi con le riforme della
pubblica amministrazione, e credendo che con esse si potrebbe in qualche guisa mettere il bilancio
dello Stato in prospere condizioni. Economie vere nell’ordinamento dei servizi pubblici è
impossibile che se ne facciano. Solo il riordinamento del sistema tributario e radicali riforme
possono rendere florido il bilancio dello Stato, non certo gli accorgimenti contabili che ci vengono
presentati da anni. E prima d’ogni altra cosa serve un progetto complessivo chiaro, rigoroso, che
mira in alto, affidato ad un uomo energico, un uomo attorno al quale si riuniscano uomini sicuri e
convinti.
Pisani Dossi: Tutto ciò è mancato all’Italia. E’ mancato con Depretis, per non parlare della sciagura
che è capitata all’Italia nei quindici mesi in cui fu chiamato a condurre il governo Giovanni Giolitti,
nel 1893.
Crispi: Badate che io ho collaborato lealmente con entrambi, e ho sempre apprezzato le loro
capacità. Ma ho sempre fatto ogni sforzo per convincerli a politiche energiche. Potrei dire tutto
quello che tante volte ho detto a Depretis in privato; egli sapeva le mie opinioni, conosceva i miei
giudizi, e posso affermare francamente che egli non seppe rispondere una parola alle mie
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osservazioni. Tu sei pieno di buone intenzioni, gli scrissi una volta (eravamo nel ‘77), ma ti
addormenti, e finirai senza aver fatto alcuna cosa d’importante durante il tuo ministero.
Pisani Dossi: L’onorevole Depretis era uomo assolutamente incapace a rendere i popoli virtuosi.
Crispi: Giolitti poi è forse un abile amministratore, ma nulla intende di politiche vaste e
lungimiranti. L’arrendevolezza dell’uno e la miopia del secondo riflettono i vizi nazionali.
Pisani Dossi: Vizi del paese tutto, delle moltitudini, come ammoniva Villari, o particolarmente
delle sue classi dirigenti, della borghesia nazionale?
Crispi: E a chi spetta di elevare le moltitudini se non alla borghesia, a noi tutti? Delle popolazioni
bisogna farsi interpreti. E’ questa l’arte dell’uomo di Stato. La borghesia italiana ha grandi meriti. Il
movimento intellettuale e morale che distinse il secolo XVIII, che fu precursore della vita
nazionale, devesi alla borghesia. Devesi pure alla borghesia questa grande opera politica dalla quale
è escita la Monarchia italiana. Ma la borghesia deve ora compiere l’opera sua. Quell’aristocrazia,
quella borghesia, che seppero redimersi dal giogo straniero e dal domestico, non possono non dar
mano, nel loro stesso interesse, alla redenzione di una plebe rurale che – sarebbe vano il negarlo e
pericoloso – è tra noi serva, non più della gleba, ma ancora della miseria e dell’ignoranza. Né
potrebbero rimanere estranei agli sforzi che si dovranno moltiplicare per dar loro corpi più sani e
anime nuove.
Non tutti hanno consapevolezza delle condizioni in cui vivono le plebi rurali nel nostro Paese. Si
può dire che siano veramente cittadini del nostro Stato quei miserabili che vivono nella povertà e
nell’ignoranza, abitanti di Comuni isolati dal mondo, senza strade, senza scuole? Lo dissi anche al
Re, i contadini siciliani che protestano non hanno tutto il torto. E tentai ogni strada per rispondere
alle agitazioni delle plebi con vere riforme…
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1.5 Crispi incontra Napoleone Colajanni
di Giuseppe Astuto
Alla fine del 1892 il siciliano repubblicano e socialista Colajanni denuncia in Parlamento lo
scandalo della Banca romana, che finanzia i politici per bloccare la costituzione di un’unica banca
d’emissione. L’inchiesta decisa dal Parlamento fa emergere soprattutto le responsabilità di Giolitti,
che si dimette nel dicembre 1893. Intanto montano le agitazioni sociali, soprattutto in Sicilia su
iniziativa dei Fasci siciliani, una nuova organizzazione di operai, contadini, studenti, piccoli
proprietari e artigiani. Ottenuta in bianco la firma sul decreto dello stato d’assedio voluto
soprattutto dalla Monarchia, il presidente del Consiglio lo proclama, quindi lo ritira agli inizi di
gennaio del 1894. Ma il Generale Morra, agli ordini della Corte, ha già eseguito l’ordine con la
sospensione delle garanzie costituzionali, lo scioglimento dei Fasci e l’istituzione dei Tribunali
militari. Annientata l’organizzazione, Crispi cerca l’aiuto di Colajanni, sostenitore dei Fasci: vuole
pacificare la Sicilia e attuare una riforma agraria che promuova la piccola proprietà coltivatrice
secondo una concezione da tempo radicata nella sua origine “minoritaria” greco-albanese. Crispi
e Colajanni s’incontrano in Parlamento agli inizi di luglio 1894. Colajanni, che aveva già invocato
Crispi di non proclamare lo stato d’assedio e ne ha severamente condannato la politica repressiva,
si dichiara disposto ad appoggiarlo sulla legge agraria. La scena è costruita sui contrasti e le
affinità tra i due uomini. Crispi parla da “vecchio giacobino” artefice della nascita della Nazione e
timoroso che nuovi movimenti di massa possano distruggere l’edificio unitario. Lo Stato deve fare
le riforme per il popolo e mai per mezzo del popolo. Pronto ad accogliere le istanze del movimento
dei Fasci, Crispi rifiuta movimenti e culture politiche difformi o avverse a quelle risorgimentali.
Colajanni, Deputato per il collegio di Castrogiovanni, è il rappresentante della nuova democrazia
che monta attraverso vecchie e nuove forme di associazionismo; è strenuo anticolonialista in
quanto favore dell’utilizzazione di risorse per le riforme interne. Ciononostante tra i due il
rapporto è stato e continua ad essere intenso. Le istituzioni municipali di Colajanni, opera
fortemente critica nei confronti del sistema accentrato, ha
influenzato la legge comunale e
provinciale proposta da Crispi durante il suo primo Ministero. Neanche la repressione dei Fasci è
riuscita a produrre la rottura definitiva.
Bibliografia e fonti essenziali:
F. Barbagallo, Da Crispi a Giolitti. Lo Stato, la politica, i conflitti sociali, in Storia d’Italia:
Liberalismo e democrazia (1887-1914), a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari 1995; G.
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Manacorda, Il movimento reale e la coscienza inquieta. L’Italia liberale e il socialismo e altri scritti
tra storia e memoria, Milano 1992. G. Manacorda, I Fasci e la classe dirigente liberale, in Aa. Vv.,
I Fasci siciliani, vol. I, Bari 1976; F. Renda, I Fasci siciliani 1892-94, Torino 1977; G. Astuto,
Crispi e lo stato d’assedio in Sicilia, Milano 1999; D. Adorni, L’Italia crispina. Riforme e
repressione, 1887-1896, Milano 2002; N. Colajanni, Gli avvenimenti in Sicilia e le loro cause, con
prefazione di M. Rapisardi, Palermo 1895; Democrazia e socialismo in Italia. Carteggi di
Napoleone Colajanni: 1878-1898, a cura di S.M. Ganci, Milano 1959; F. Crispi, Politica interna.
Diario e documenti raccolti e ordinati da T. Palamenghi Crispi, Milano 1924.
***
Colajanni: Presidente, sapete bene che ho combattuto Giolitti: ho sollevato lo scandalo della Banca
Romana e ho contribuito alla sua caduta; non posso negare di avere in quella circostanza auspicato
il vostro ritorno alla guida del Paese. Per quella fiducia - vi ricordate? - sono venuto lo scorso anno
a supplicarvi di non dichiarare dello stato d’assedio. Inutilmente, purtroppo. Ho condannato e
condanno severamente la repressione in Sicilia. Ma ora devo dirvi sinceramente che il disegno di
legge sulla divisione dei latifondi che avete oggi presentato alla Camera è provvedimento giusto.
Crispi: Onorevole Colajanni, e voi sapete bene quanto quella decisione sia stata per me difficile;
ora ho proprio bisogno del vostro sostegno per l’approvazione di questa e di altre riforme che sto
preparando per la Sicilia e per il Paese. Sto andando avanti sulla via che vi ho esposto durante i
nostri incontri del mese di dicembre. Vi chiedo di collaborare, di aiutarmi nell’opera di
ammodernamento del nostro Paese e dell’Isola: su questo abbiamo molte idee in comune! Chi
meglio di voi comprende, per gli studi che avete compiuto sulle condizioni economiche e sociali,
quanto il Paese versi in gravi difficoltà finanziarie, mentre la Sicilia aspetta provvedimenti speciali.
Vi ricordo che proprio voi avete sollevato queste questioni nel dibattito parlamentare sullo stato
d’assedio.
Colajanni: Durante i nostri incontri di dicembre, precedenti lo stato d’assedio, ho approvato e
lodato i vostri propositi. Il compimento delle riforme che mi avevate annunciato avrebbero potuto
chiudere splendidamente la vostra vita politica, acquistando benemerenze persino maggiori di
quelle che vi vennero dall’impresa dei Mille! Sapete che, subito dopo i nostri colloqui, mi recai in
Sicilia e mi adoperai per riportare la calma tra i dirigenti dei Fasci. Vi avevo chiesto di dare un
segnale nuovo alle popolazioni siciliane. Avete deciso, invece, di inviare molte truppe in Sicilia per
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incutere timore. Volevate che i riottosi sapessero che il Governo poteva e sapeva reprimere
energicamente e prontamente. Per giunta avete costituito un ministero con uomini appartenenti alla
Destra, mandando un generale a reggere la Prefettura di Palermo!
Crispi: Onorevole Colajanni, non bastava la “benevola attesa” dal vostro gruppo parlamentare.
Dovevo dare subito un Governo al Paese. Lo imponevano le condizioni dell’ordine pubblico in
Sicilia e il crollo finanziario del nostro Paese. Non potevo lasciare il Re “scoperto”. In quel
momento, pur di formare un governo subito, avrei chiamato anche qualche usciere dei ministeri! Ma
tra i primi provvedimenti ho raccomandato ai prefetti di riesaminare i bilanci comunali e i ruoli
delle imposte che gravano sulle classi meno abbienti. Ho annunciato la concessione delle terre
demaniali ai contadini, la riforma dei contratti agricoli, l’alleggerimento dei tributi locali,
l’abolizione del dazio d’uscita sugli zolfi!
Colajanni: Ammetto che voi conoscete bene le questioni dell’isola, le cause vere che hanno
preparato gli avvenimenti dolorosi di quei mesi. La pacificazione però abbisognava di un atto
coraggioso: un’amnistia come caparra di una nuova era riparatrice. Per questo ve l’ho chiesto al
momento della presentazione del ministero alla Camera …(pausa) anche se non ho avuto certo
risposte incoraggianti... (riprende un tono sicuro). Ero convinto che voi non foste favorevole alla
reazione ma temevo soprattutto potessero diventarlo i vostri collaboratori. (Scuote la testa) E
invece…
Crispi: Io non potevo accettare che continuassero i tumulti. Potevo esitare ancora? Non sarebbe
stato un delitto la nostra incertezza? Il ricorso allo stato d’assedio, per me, ve lo ripeto, è stato
doloroso. Ma pensateci bene, onorevole Colajanni: ho fatto le stesse cose del 1860 come ministro di
Garibaldi, quando ho represso in vari Comuni le rapine, gli incendi, gli assassini che avrebbero
potuto interrompere l’opera rigeneratrice senza la dovuta energia. Per me l’ordine a Bixio di
reprimere la ribellione di Bronte e la dichiarazione dello stato d’assedio hanno lo stesso valore!
Allora evitai che, con le sollevazioni, si vanificasse il raggiungimento dell’unificazione. Oggi ho
impedito che le stesse potessero compromettere l’Unità raggiunta. I capi delle ribellioni vogliono
disfare quello che noi, i vecchi, abbiamo conquistato: l’Unità nazionale. Persone giovani e nuove,
gli agitatori, sfuggono all’influenza d’ogni antico patriota, per quanto benemerito.
Colajanni: Presidente, la vostra risposta mi addolora. Sicuramente non conoscevate e conoscete
bene il movimento dei Fasci siciliani. Non vi era alcun complotto. Ve lo dico ancora perché ho
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vissuto direttamente quell’esperienza. Molte delle organizzazioni erano composte da giovani
studenti, da artigiani, molti anche appartenenti al vostro schieramento, che chiedevano una migliore
gestione delle amministrazioni locali. La crisi agraria, con i suoi effetti devastanti, ha rovinato i
settori più importanti dell’economia siciliana. Le nostre esportazioni di vini, agrumi, zolfi, la nostra
maggiore ricchezza, sono crollate… Da qui è nato il malcontento che si è diffuso rapidamente e con
nuove forme di organizzazione. Lo stato d’assedio ha danneggiato la pace sociale. Ha colpito i
migliori elementi della società risparmiando i malvagi facinorosi, i “veri sobillatori”, che sono i
mafiosi, i proprietari terrieri assenteisti, i gabelloti che sfruttano le masse contadine. Nonostante ciò,
io ho personalmente fatto di tutto attraverso miei amici, uomini non di parte, per riportare la calma
in Sicilia.
Crispi: Onorevole Colajanni, io desidero discutere con i partiti estremi nella Camera; lo farò
quando vi porterò i miei disegni di legge per la soluzione delle molte questioni sociali. Ma non
posso approvare l’opera dei socialisti e degli anarchici al di fuori del Parlamento, quando
quest’opera ha per scopo di rovesciare le istituzioni, di portare attentati alla libertà della Patria.
Colajanni: Presidente, voi potete ancora riparare ai mali della Sicilia con savi provvedimenti
politici ed economici. Ma vi prego, liberate De Felice e gli altri dirigenti dei Fasci condannati dai
Tribunali militari! Senza sanare le ingiustizie questo movimento continuerà a pullulare in ogni
angolo della Sicilia. Con la sola repressione, non sarete mai in tempo di frenare i facinorosi. Quanto
a me, se io dovessi trovarmi di fronte al bivio se stare con il popolo o contro il popolo, quel giorno,
lo dico francamente, starò con il popolo, non contro il popolo.
Crispi: Vi assicuro che al momento opportuno valuterò la possibilità di un’amnistia. Ora devo
pacificare l’isola. Con le riforme adottate durante il mio primo ministero ho già costruito uno Stato
libero e forte ma sono consapevole della necessità che a quelle riforme altre dovranno aggiungersi.
La legge sul latifondo siciliano obbligherà i proprietari a trasformare le loro terre e a concederne
una parte ai contadini perché possano godere di piccole proprietà e migliorare le loro condizioni. Di
fronte alle sconcertanti vicende della Banca Romana, è maturata la mia scelta di non fare processi,
ma uscire da quella palude realizzando finalmente, e anche voi siete d’accordo, il riordino delle
banche. Il ministro delle Finanze Sonnino ha già presentato nella finanziaria di quest’anno il
disegno di legge per l’abolizione del dazio sulle farine. Sonnino sta preparando le leggi per
riordinare il credito intorno alla nostra banca centrale, la Banca d’Italia. Le Banche miste e i capitali
tedeschi finanzieranno la crescita del nostro ancora debole sistema industriale. Voglio riprendere la
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rifondazione dello Stato interrotta con la caduta del mio governo nel 1891. Per realizzare questo
piano è indispensabile il concorso vostro e del Parlamento. Certo, ci vuole tempo per discuterlo e
per farlo accettare…
Colajanni: Vi ripeto che collaborerò. Ho condiviso con voi valori e aspirazioni e non ho mai
interrotto la comunicazione con voi. Dopo l’approvazione dello stato d’assedio io, il Marchese di
San Giuliano ed altri deputati siciliani abbiamo costituito una commissione informale per proporre
provvedimenti speciali per l’economia siciliana in crisi: l’abolizione del latifondo, la quotizzazione
dei demani comunali, una direzione generale di pubblica sicurezza in Sicilia e i magazzini generali
per l’esportazione dello zolfo. La verità è che all’idolo della centralizzazione, al momento
dell’unificazione, abbiamo sacrificato tutti gli interessi più vitali del Paese contro le esigenze della
natura e della storia..
Crispi: Per tranquillizzarvi non so quel che farei. Io non potrei, né dovrei ritornare alla mia vita
privata senza aver prima provveduto agli interessi della Sicilia e dell’Italia. Le mie leggi
allevieranno il disagio delle classi agricole, che sono quelle che soffrono e delle quali si servono i
partiti “sovversivi”.
Colajanni rimasto solo, si siede alla sua scrivania e legge un commento al progetto di legge sul
latifondo.
“Il 1° luglio 1894 l’on. Crispi presentò alla Camera dei deputati il disegno di legge intorno alla
enfiteusi dei beni degli enti morali e ai miglioramenti dei latifondi dei privati nelle province
siciliane, e il cuore dei partigiani delle sane riforme si riaprì alla speranza e le previsioni dei
pessimisti e degli increduli parve che ricevessero una solenne smentita…Negli uffici il disegno di
legge agraria fu combattuto fieramente alla quasi unanimità dai deputati siciliani, e fu combattuto
perché ritenuto violento e rivoluzionario. I socialisti invece, e in nome loro autorevolmente ha
scritto il professore Salvioli nella “Riforma sociale” (10 agosto 1894), non lo trovarono di loro
gradimento, dicendolo in sostanza conservatore, tendendo a diffondere quella proprietà fondiaria
coltivatrice, quegli stessi lavoratori del suolo, la quale nella presentazione della legge è per lo Stato
e per le civili istituzioni una più sicura garanzia di ordine e di stabilità. Io non esito a dichiarare
che il principio del disegno di legge agraria Crispi era equo ed opportuno, era rispondente alle
condizioni del momento, e sebbene combattuto ad un tempo dai socialisti e dai latifondisti, senza
distinzione di colore politico, sarebbe riuscito bene accetto e giovevole ai contadini e ai proletari.
Né ciò dicendo credo derogare alle teorie socialiste, che da anni sostengo”.
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1.6 Si conclude il dialogo con Carlo Alberto Pisani Dossi
di Raffaele Romanelli
Crispi: Proprio perché ritengo necessarie riforme profonde affermavo poc’anzi che la borghesia
deve compiere l’opera sua. Dare fiducia, speranza, ordine, progresso. Può e deve farlo. Le classi del
lavoro manuale lo meritano e lo richiedono. Da noi si può attendere, con studio riposato allo
svolgimento di quella questione operaia, idra dalle cento teste, che perpetuamente minaccia Stati
assai più fiorenti del nostro. Mentre in altri stati gli operai disputano e sermonano sulle piazze,
accelerando il regno della generale miseria, i nostri lavorano tranquillamente e accumulano
istruzione e risparmio.
Carlo Pisani Dossi: Ma anche da noi si diffonde il partito socialista, e crescono le agitazioni
operaie.
Crispi: Non giustifico l’esistenza di un partito socialista. Il partito socialista è un partito egoista. E’
un dispotismo nuovo, che si vuol costituire: il dispotismo dell’operaio a danno del proprietario.
Nelle sue varie forme, il socialismo è la negazione della libertà, è un mostro. L’errore dei socialisti
italiani è stato il non avere curato i consigli di Mazzini e di aver seguito le selvagge teorie degli
stranieri. Questo noi non possiamo, né dobbiamo permetterlo.
Pisani Dossi: Non dobbiamo permetterlo, dite. Ma secondo alcuni la repressione dei movimenti e
delle associazioni socialiste, anche quella con la quale avete combattuto i fasci in Sicilia, verrebbe a
negare le fondamentali libertà di associazione.
Crispi: Da tempo nelle nostre aule parlamentari si è discorso se sotto un regime di libertà, pel
mantenimento della tranquillità pubblica, il Governo abbia il diritto di repressione o quello di
prevenzione dei reati, o se l’uno e l’altro. Ora, la prevenzione consiste in una serie di atti di
prudenza; in molti provvedimenti cauti, sicuri e morali, mercé cui il Governo mantiene la pace
pubblica senza cadere nell’arbitrio. E’ difficile esercitarla. Chi l’esercita, non solo deve essere
preveggente, ma deve avere un gran sentimento di giustizia, ed una grandissima moralità.
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Pisani Dossi: La prevenzione e l’arbitrio sono così vicini l’una all’altro che, senza un animo retto,
senza un profondo sentimento della giustizia, si può anche inconsciamente scivolare nell’abuso.
Crispi: Or bene, sta proprio qui l’arte del Governo. Abbiamo bisogno dell’uomo che sappia
comprendere i doveri suoi, e che quando viene il momento in cui la minaccia sociale è possibile,
sappia scongiurare il pericolo senza danno del cittadino e delle istituzioni. Energia non significa
incostituzionalità; energia non significa che ad ogni momento si possano fare arresti ed adottare
partiti arbitrari. Energia significa invece fare tutto il possibile per prevenire i reati e per punire
quando siano stati commessi. Ecco qual è la vera energia. Il diritto individuale finisce là dove
comincia il diritto sociale o collettivo; e il diritto sociale o collettivo comincia là dove la società è
minacciata, e può essere offesa nella sua essenza, e in taluno dei suoi individui.
Pisani Dossi: Quando sosteneste questi concetti alla Camera, l’on. Zanardelli, vostro compagno di
partito esclamò: “Lei vada a sedere a destra, questo è linguaggio di destra!”.
Crispi: Lei che è così attento ai resoconti, sa come risposi, rivolto agli uomini di sinistra:
“comprendo, signori, che alleato a voi sono male al mio posto, ma sventuratamente non ho altro
luogo dove sedermi. Qui sono stato e qui rimarrò”.
Pisani Dossi: E’ un messaggio alto che lasciate alla sinistra e al Paese, caro Crispi. Che le giovani
generazioni lo sappiamo raccogliere. Ed io spero di saper trasmettere loro il vostro pensiero. Con
questo animo vi lascio. La giornata è stata lunga, e meritate un buon riposo.
Carlo Dossi si accomiata. Crispi, rimasto solo, pensa ai suoi affetti…. La malinconia è rischiarata
dal ricordo del recente matrimonio della figlia.
Crispi: Chissà se lo scritto di Carlo saprà davvero rincuorare i giovani di domani. Oggi tutto mi
sembra bujo. I miei occhi non vedono più. Ma nel buio di adesso risplendono i versi che il nostro
grande Carducci ha dedicato alla mia adorata Giuseppina il giorno delle nozze.
Crispi mormora i versi di Carducci:
(…)
Pria che su rosea traccia
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Amor ti chiami, innalza, o bella figlia,
Innalza al padre in faccia
Gli occhi sereni e le stellanti ciglia.
Ei nel dolce monile
De le tue braccia al bianco capo intorno
Scordi il momento vile
E de la Patria il tenebroso giorno,
Ne l’amoroso e pio folgoreggiare
De gli occhi in lui levati
L’ampio riso rivegga ei del suo mare
Ne’ di pieni di fati;
Quando, novello Procida,
E più vero e migliore, innanzi e indietro
Arava ei l’onda sicula;
Silenzio intorno, a lui su ‘l capo il tetro
De le Borbonie scuri
Balenar ne i crepuscoli fiammanti;
In cuore i dì futuri,
Garibaldi e l’Italia: avanti, avanti!
O isola del sole,
O isola d’eroi madre, Sicilia,
Fausta accogli la prole
Di lui che la tirannica vigilia
T’accorciò, Seco venga a’ lidi tuoi
Fe’ d’opre alte e leggiadre,
O isola del sole, o tu d’eroi
Sicilia antica madre.
46
Chiusura. Voci fuori campo, sfumando.
Carlo Pisani Dossi: “Crispi ha una virtù massima: la celerità. E un massimo difetto: la fretta”.
Giosué Carducci: “Questo Statista ha il concetto più alto e più forte dell’unità italiana, che è
l’amore, la fede, la religione della mia vita”.
Enrico Corradini: “Crispi è stato l’ultimo grande uomo di Stato che l’Italia abbia avuto. Uomo di
Stato intendiamo, non nel senso diplomatico di prudenza equilibristica e di timidezza paziente in cui
molti, troppi, lo intendono, ma uomo di Stato nel senso eroico e nazionale della parola (…)”.
Giovanni Giolitti: “Crispi era indiscutibilmente un fervido patriota, che sentiva altamente
dell’Italia, ed avrebbe voluto condurla a sempre più alti destini. Era uomo di grande energia, di
mente larga e pronta, ed aveva idee molto chiare nel suo programma generale; a cui non
corrispondeva però una eguale attitudine a curare i particolari e l’esecuzione. La scarsa attitudine ed
abitudine ponderato delle cose, lo portava alle volte addirittura al fantastico”.
Benito Mussolini: “Certamente Crispi è una delle personalità più importanti del secolo scorso; non
si pecca di esagerazione affermando che è della statura di Bismarck”; il “suo verbo di energia, di
potenza, di dignità, [è] oggi accolto trionfalmente dalle generazioni di Vittorio Veneto, uscite dalla
sanguinose e indimenticabili trincee”.
Benedetto Croce: “Crispi non era un precursore, ma un uomo politico affatto chiuso nella società
del suo tempo, legato alla potenza e alla impotenza di essa, alla sua volontà e alle sue velleità (…)
Compensava e complicava la sua poca profondità e saldezza logica con l’infiammabile e
infiammata immaginazione (…). Era sempre vigile e attivo a salvare l’Italia con la sua premura
affannosa, col suo impetuoso intervento, con la sua “energia” (…) Non era vigile sopr’ogni suo atto,
né scrupoloso di rigida correttezza in ogni parte della sua vita, e non splendeva in buon gusto; ma
era, senza dubbio, di alti spiriti, di cuore generoso, sincerissimo nei suoi affetti e nel suo immenso
amore per l’Italia”.
47
2
FRANCESCO SAVERIO NITTI
Tratti biografici
Studioso e politico di fama internazionale, Francesco Saverio Nitti è stato tra le più alte espressioni
di un’Italia capace con le risorse disponibili nelle sue diverse realtà territoriali di accrescere la
ricchezza nazionale, di dare credibilità all’attività della pubblica amministrazione con lo studio dei
fatti e con l’impiego delle competenze tecniche, di innovare le pubbliche istituzioni a favore dello
sviluppo e della democrazia: di un’Italia che, pur nella povertà di materie prime e di capitali, riuscì
alla fine dell’800 a compiere la sua trasformazione industriale, quindi a partecipare da vincitrice alla
Prima Guerra Mondiale accanto alle nazioni democratiche.
Nato a Melfi nel 1868 da padre garibaldino e madre contadina, nel 1891 si laureò a Napoli in
Giurisprudenza. Giovanissimo redattore de “Il Corriere di Napoli” e de “Il Mattino”, fu chiamato
nel 1894 a dirigere la “Riforma sociale” di Luigi Roux. Dal 1896 insegnò Legislazione rurale,
economia e statistica alla Scuola superiore di agricoltura di Portici, quindi, dal 1898, Scienza delle
finanze nell’Ateneo napoletano. Deputato dal 1904 fu tra il 1911 e il 1914 ministro di Agricoltura,
industria e commercio del governo Giolitti.
Le sue idee guida ebbero pratica traduzione nella Legge su Napoli (1904), ne L’Inchiesta
parlamentare sui contadini nelle province meridionali e nella Sicilia (1909-11) e nella creazione
dell’Istituto nazionale assicurazioni (Ina). Grazie all’energia idroelettrica – il “carbone bianco” –
l’Italia poteva ridurre l’importazione di materie prime, fornire in ogni area geografica energia a
basso costo alle imprese industriali e agricole, ricostituire il territorio boschivo, trasformare
l’agricoltura con la bonifica integrale e le derivazioni irrigue, potenziandone la già forte capacità di
esportare. L’emigrazione e il ritorno delle rimesse dovevano continuare ad alimentare le risorse
valutarie e finanziarie nazionali e la radicale trasformazione delle condizioni di produzione, di vita e
di lavoro in atto nei luoghi di origine. L’istituzione del monopolio statale delle assicurazioni in un
settore non esposto all’innovazione tecnologica consentiva allo Stato di farsi artefice di una
moderna legislazione sociale e di acquistare capacità di investimenti pubblici in funzione della
crescita civile e delle attività imprenditoriali private.
Neutralista nel 1914, sposò immediatamente la causa della vittoria italiana nella Grande Guerra. Tra
il 1917 e il 1919 diresse dal ministero del Tesoro la mobilitazione industriale e gli
48
approvvigionamenti per un conflitto da vincere non solo con le armi ma anche con il sostegno della
popolazione. Nello stesso spirito, per compensare i sacrifici di contadini reduci dalle trincee, istituì
nel 1919 con Alberto Beneduce l’Opera nazionale combattenti, un ente dotato di poteri di esproprio
e di trasformazione agraria.
Convinto per visione internazionale dei fenomeni politici, economici e sociali che l’Italia, paese
piccolo e povero di materie prime, avesse un vitale bisogno di scambiare i suoi prodotti e di pace.
Combattè con le stesse idee di Keynes quella “pace di guerra” che col trattato di Versailles divise
l’Europa in due, mortificando la Germania, isolando la Russia bolscevica e armando i popoli per il
futuro.
Non riconobbe mai il fascismo. Nel 1924, dopo l’aggressione fascista alla sua casa di Acquafredda
in Basilicata, scelse l’esilio: prima a Zurigo, quindi a Parigi. Compose tra le due guerre opere
fondamentali sulla tragicità degli eventi intercorsi e sul valore della democrazia, condannando
qualunque forma di autoritarismo politico e di dirigismo economico. Tra il 1943 e il maggio 1945
fu prigioniero dei tedeschi in Tirolo. Rientrato in Italia fece parte dell’Assemblea Costituente e fu
Senatore di diritto. Deluso nell’aspettativa di prestigiosi incarichi e nel tentativo di rivitalizzare
l’Unione democratica nazionale, accettò nel 1952 di diventare consigliere comunale in
rappresentanza del Blocco popolare a Roma. Qui morì nel 1953.
Bibliografia:
L’edizione nazionale delle opere di Francesco Saverio Nitti, legiferata il 20 ottobre del 1954 e
affidata a un comitato presieduto da Luigi Einaudi, è stata realizzata in 16 volumi Laterza tra il
1958 e il 1980; F. Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, Utet, Torino 1984.
49
2.1 Nitti incontra Giustino Fortunato
di Leandra D’Antone
La scena si svolge in Basilicata, nel febbraio 1911. Francesco Saverio Nitti, invitato dal presidente
del Consiglio Giovanni Giolitti a ricoprire l’incarico di ministro di Agricoltura, Industria e
Commercio, cerca il confronto con il maestro e l’amico di sempre Giustino Fortunato. Nitti è pieno
di entusiasmo di fronte all’opportunità di realizzare il programma di radicali innovazioni che
studia da tempo. Giustino Fortunato, già Deputato dal 1880 al 1909, ma deluso per essere stato
costretto a rinunciare al seggio parlamentare ed essere stato nominato Senatore a vita, gli
contrappone il suo determinismo pessimista, denunciando l’infelicità delle condizioni geografiche
del Mezzogiorno e l’eccesso delle tasse che gravano sui produttori agricoli. Da qualche anno
Fortunato è in contatto con Gaetano Salvemini, anch’egli meridionalista. Come non è esistito mai
un “Mezzogiorno” uniforme, non è esistito un meridionalismo unico. Dall’incontro si delinea la
differenza profonda fra i tre uomini, che mai ha tuttavia impedito il dialogo e il confronto anche
aspro. Fortunato e Salvemini fanno del meridionalismo l’espressione politica più significativa della
critica alle classi dirigenti: Fortunato con idealità conservatrice e rigorosamente unitaria,
Salvemini con decisa fede socialista e federalista. Nitti, socialriformista, antepone alla denuncia la
ricognizione tecnico-scientifica dei problemi del territorio e la valutazione degli orientamenti dei
suoi attori. Il dialogo smentisce anche l’opinione diffusa tra gli storici e i politici che hanno visto in
Nitti il primo ideatore dell’intervento pubblico straordinario nel Mezzogiorno, secondo un progetto
marcatamente industrialista e volto a sostituire l’amministrazione ordinaria. Risulta invece
evidente l’azione a favore dell’agricoltura e di uno sviluppo industriale caratterizzato soprattutto
dalla piccola e media impresa private; nonché la valorizzazione della qualità della pubblica
amministrazione ordinaria attraverso la sinergia tra politica e competenze.
Il dialogo si svolge in casa di Giustino Fortunato. Nitti è un quarantenne pieno di soddisfazione e
di entusiasmo, che mostra tuttavia con compostezza. Fortunato è un sessantenne di bell’aspetto,
elegante e sobrio, ma si muove con la lentezza di un uomo già vecchio e dal fisico malfermo. Il suo
studio a Rionero in Vulture è una vera e propria biblioteca dove abbondano le ricerche storiche,
geografiche e mediche sulla Basilicata, sul banditismo, sulla malaria e sull’emigrazione. La
residenza lucana e non quella romana appare il vero luogo di irradiazione del suo pensiero e della
sua opera.
Bibliografia:
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G. Fortunato, Carteggio, a cura di E. Gentile, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1978, 1979 e 1981; F. S.
Nitti, Il Bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97: prime linee di un’inchiesta sulla ripartizione
territoriale della spesa, Soc. Anon. Coop., Napoli 1900; Italia: Giunta parlamentare di Inchiesta
parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, Roma, Tip.
Bertero 1909-1911.
***
Nitti: Giustino carissimo, ho più che mai bisogno del vostro consiglio e di un sincero colloquio con
voi. Giolitti mi ha proposto la guida del ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.
Fortunato: Mi fai lieto Ciccio! Ho detto spesso a Giolitti quanto ti stimo e sono contento che tu
accetti.
Nitti: Ero certo della vostra personale soddisfazione. Vi ho conosciuto che ero in giovane età, mi
sono nutrito dei vostri scritti e dei vostri discorsi. Sono come voi figlio della Basilicata. Ho
imparato da voi che la malaria e la siccità hanno generato il lungo perverso legame tra l’agricoltura
meridionale e il latifondo; che la malaria e lo sfruttamento delle terre alte hanno prodotto la rovina
dei boschi. Ho dato sulla stampa e in Parlamento voce alla vostra voce per ridurre l’imposta
fondiaria e i dazi, che gravano come i naturali flagelli sui produttori agricoli meridionali di miglior
impegno e volontà. Sono stato e sono come voi fervente unitario. Conoscete le mie nuove idee e
come mi sia allontanato dal vostro pessimismo. Spero che non mi venga a mancare proprio adesso il
vostro sostegno!
Fortunato: Sii sereno, nulla hai da temere! Io avrò eterna gratitudine per chi ha regalato alla
coscienza degli italiani “Il Bilancio dello Stato”! Quel tuo libro è stata una benedizione! Ha
combattuto uno dei maggiori pregiudizi dei settentrionali secondo cui i meridionali non pagano
imposte e scialacquano il bilancio dello Stato. Esso ha provato il contrario. L’Unità d’Italia è stata e
sarà la nostra redenzione morale, ha unito due civiltà, l’una superiore e l’altra inferiore soprattutto
per ragioni naturali. Ma l’Unità è stata anche la nostra rovina economica.
Nitti: Perché continuare a parlare di due Italie, una superiore e una inferiore, e non semplicemente
diverse? Credete troppo alla fatalità geografica! Avete troppo nel vostro cuore e nella vostra anima
51
il difetto di una educazione antica. La storia dei popoli non è solo frutto dell’influenza prevalente
della natura esteriore. Il Giappone ha subito per quattordici secoli la civiltà mongola e poi l’ha
rinnegata d’un tratto. La Spagna che fu truce nella fede e inesorabile nella vittoria, ora non è che
miserabile nell’accasciamento. Che cosa è mutato nelle condizioni geografiche di quei paesi?
Fortunato: Ma cosa cambia se guardiamo all’azione degli uomini? La Destra era onesta. Ma il
Governo d’Italia, dalla Sinistra in avanti, ha osato tutto quaggiù! Ha pensato solo al Mezzogiorno
elettorale! Mediante i Deputati e i Ministri meridionali il Governo d’Italia sostiene quaggiù tutte le
camorre provinciali e comunali; ha sussidiato e sussidia tutti i giornali di Napoli!
Nitti: Non limitate il vostro orizzonte alla coercizione della geografia e alla insipienza della politica
nazionale e locale, che io riconosco e conosco assai bene! In quarant’anni di Unità, di questa Unità
che con le sue ingiustizie è stata il nostro più grande bene, abbiamo realizzato progressi immensi. Io
ho scritto “Il Bilancio dello Stato” proprio per rendere il Nord meno orgoglioso e il Sud più
fiducioso! La ricchezza trasferita al Nord è stata pur prodotta nel Sud! Prodotti agricoli e minerali
meridionali primeggiano sui mercati esteri. E poi, abbiate più fiducia nella collaborazione tra la
scienza e i governi, quando, come oggi avviene, grandi trasformazioni mutano la vita e i diritti dei
popoli e cambia il volto delle economie del mondo. Oggi tutto si muove, anche qui nel nostro
Mezzogiorno!
Fortunato: Ma l’Italia meridionale era nel 1860 ed è ancora fradicia, la sua borghesia è marcia!
Nitti: Vi ostinate dunque a non vedere la realtà? L’Italia intera ha adesso un sicuro avvenire
agricolo e industriale. E’ un piccolo paese: grande per la sua storia e per il contributo alla civiltà,
piccolo per estensione e per mancanza di materie prime. Deve vivere di lavoro e di scambi. Ma il
lavoro e gli scambi hanno oggi una nuova potenza. Chi emigra in altri continenti manda denaro e fa
più ricca l’Italia intera; l’energia idroelettrica dei bacini montani è la “conquista della forza” per
l’Italia e per il suo Sud. Non avete voi detto che il Mezzogiorno è un’unica grande montagna?
Dunque la geografia in questo caso ci aiuta!
Fortunato: L’emigrazione è mossa solo dalla miseria!
Nitti: No caro Giustino, è mossa anche da un bisogno di tentare e cercare. Voglio essere audace!
Nella storia delle nostre regioni meridionali il brigante e l’emigrante con la rivolta e l’esodo sono la
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prova di una mirabile capacità espansiva! L’energia idroelettrica farà risparmiare all’Italia
l’importazione di carbone e muoverà le nostre imprese dell’industria e dell’agricoltura! Napoli con
il suo porto, la nuova energia motrice per le sue vecchie e nuove imprese, può diventare una grande
città industriale! Napoli e molte città del sud sono già accese dall’elettricità! Possiamo produrre di
più per vendere di più; lo stiamo già facendo! (pausa) Possiamo riformare il clima!
Fortunato: Nulla cambierà finché il protezionismo e l’oppressione fiscale faranno prevalere gli
interessi settentrionali; finché la malaria non sarà debellata e l’aridità manterrà povere le nostre
produzioni agricole! I popoli forti vincono laddove la vittoria è possibile. Tutta la civiltà umana è
andata progredendo dal Sud al Nord! E’ possibile lottare contro il freddo e l’acqua, ma non contro il
caldo e la siccità!
Nitti: Dimenticate che per merito vostro e del dottor Angelo Celli dall’inizio del secolo abbiamo
leggi che impongono ai proprietari di fornire gratuitamente il chinino ai lavoratori agricoli! La
malaria infesta ancora le nostre campagne, ma la mortalità è diminuita! Voi vedete i rapidi
cambiamenti che si svolgono sotto i nostri occhi, anche qui, nella nostra Basilicata interna! Non
esiste angolo del nostro Paese che non sia stato toccato dalla civiltà!
Fortunato: Ti ammiro ed ascolto!
Nitti: Abbiamo appena concluso l’Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini
meridionali. L’abbiamo fatta senza pregiudizi, perché il metodo scientifico delle conoscenze possa
aiutare il Governo a favorire la produzione e ancor più la distribuzione della ricchezza. Abbiamo
affidato ogni regione alla cura di un agronomo. Abbiamo diffuso migliaia di questionari tra le
istituzioni tecniche, economiche e politiche locali. Abbiamo incontrato migliaia di contadini,
abbiamo interpellato proprietari e capi di leghe dei lavoratori. Abbiamo studiato palmo a palmo il
nostro territorio meridionale. I nostri tecnici hanno visitato in 8 mesi centinaia di Comuni.
Eravamo convinti che l’emigrazione fosse mossa dalle angherie contrattuali e abbiamo capito che
non è così. Nessuno ci ha chiesto la riforma dei contratti agrari e del credito!
Come Cristoforo Colombo è partito per le Indie e ha scoperto le Americhe, anche noi abbiamo
scoperto l’America! Oggi gli americani comprano case e terre, si alfabetizzano, le donne si
emancipano, le popolazioni sono meno superstiziose, la piccola proprietà coltivatrice si è
spontaneamente formata e si diffonde senza obblighi di leggi!
L’emigrazione sta sconfiggendo il latifondo!
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Fortunato: Ho sempre guardato con favore all’emigrazione; ho sempre pensato che i contadini del
Sud debbano votare per fare più oneste le politiche del Governo d’Italia verso il Mezzogiorno. Ma
dubito dei grandi cambiamenti di cui parli! Credi davvero di poter riformare il clima? (espressione
stupita e ironica)
Nitti: Sì, l’aridità non sarà più un problema quando avremo irreggimentato il flusso disordinato e
disastroso dei nostri torrenti con i bacini montani e i canali che condurranno le acque irrigue nelle
nostre campagne. Niente più paludi, niente più malaria e siccità! Ci riuscirò! Giolitti mi ha
assicurato che potrò realizzare per intero il mio programma. Riformerò l’istruzione tecnica agraria
commerciale e industriale e costruirò una moderna legislazione sulle foreste e sulle acque.
Ricostituirò i boschi e il territorio! Realizzerò la bonifica integrale! Sono con me i migliori
ingegneri idraulici ed i migliori economisti agrari italiani; ho dalla mia parte le imprese elettriche
private meridionali che hanno oggi una grande capacità finanziaria.
Potrò realizzare la riforma più audace che sia stata mai realizzata al mondo: il monopolio statale
delle assicurazioni sulla vita. Con i migliori uomini della nostra pubblica amministrazione costruirò
un istituto che darà diritti ai nostri lavoratori e renderà lo Stato indipendente dalle banche per
investimenti pubblici che favoriranno le imprese ed il lavoro!
L’Italia è stata terra di eroi perché valeva poco. Se tutti avranno il sentimento del loro dovere, il
senso della loro responsabilità, se combatteremo i germi morbili della miseria e i fermenti della
ignoranza, non avremo più bisogno di eroi.
Fortunato: Sai che la mia stima e il mio affetto ti accompagneranno comunque, e voglio sperare in
te.
Vorrei comunque che tu conoscessi meglio il Professor Gaetano Salvemini. Ha lasciato il partito
socialista e sta organizzando col mio sostegno un nuovo giornale di verità e di realtà assolutamente
fuori dai partiti: “l’Unità”. Sono stato io a suggerirgli di chiederti l’articolo sulla questione tributaria
per “La Voce”.
Nitti: Proprio voi collaborate all’impresa di un federalista di idee socialisteggianti che mi considera
un conservatore unitario? Io ho comunque scritto l’articolo e l’ho inviato sia a lui che a voi.
Fortunato: Salvemini rispetta le mie idee ed io condivido molti suoi intenti! Capisco il suo sentire
annientato proprio dalla fatalità geografica: ha perduto moglie e figli nel terremoto di Messina, ma
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ha ancora animo per non tollerare il disprezzo dei settentrionali per i meridionali e per disprezzare
egli medesimo la vile e corrotta borghesia meridionale delle professioni e degli impieghi. Crede
come me nella necessità di dare il voto ai contadini analfabeti e nell’abbattimento dei dazi e delle
imposte. Ha affidato proprio a me l’articolo sulla questione meridionale per il primo numero del
giornale… (Continua con tono scherzoso) Pensa, mi ha minacciato di chiamare il giornale “La
Federazione”, se non lo scriverò!
Nitti: Conto su di voi, non dimenticatelo! Le mie idee e il mio affetto vi inseguiranno ovunque, vi
raggiungeranno sempre nel vostro antico e sofferto Vulture.
Fortunato rimane solo. Si siede alla scrivania e trova la lettera di Salvemini che gli comunica
l’arrivo dell’articolo di Nitti:
Mio carissimo amico, arrivò ieri sera l’articolo del Nitti al quale scrivo per ringraziarlo. L’articolo è
ottimo e resterà. Ma perché il Nitti non si è mai opposto alla legge sul petrolio piacentino? Perché
non getta il grido di allarme contro la riforma doganale che si prepara? Gli uomini come il Nitti
credo che siano oggi funesti in Italia. Essi mettono, senza rendersene conto, il loro senso della realtà
al servizio degli interessi peggiori. I quali applaudono il Nitti quando si oppone e lo lasciano dire
quando parla contro di loro. Queste cose vorrei scriverle al Nitti. Ma non le scriverò se non altro
perché sarebbe un modo troppo originale di ringraziarlo dell’articolo….Gaetano Salvemini.(Buio)
Imbusta la lettera indirizzata a Nitti, quindi scrive a Salvemini:
Caro Gaetano, da quando in una deserta campagna di Val d’Ofanto, appresi con viva angoscia, la
terribile sciagura da cui fosti colpita…da quel momento non mi avesse mai più scritto, e mai più ci
fossimo incontrati, io ho capito, io ho sentito di esserti amico. Non ho figli né nipoti, non ho ambito
mai né glorie né successi politici e il solo fine cui miro, quello cioè di rendermi caro ed utile ai miei
conterranei del Vulture, dopo lunghi anni di sacrifici, è andato miseramente perduto: i miei
conterranei, ahimé, mi han costretto, costretto!, ad abbandonare volontariamente la Camera, per
ridurmi qui dove non è vita ma morte!
Sono per educazione e per indole timido, pauroso quasi, moderatissimo; ma onesto, ma sincero, ma
disinteressato. E’ sempre più viva in me la fiducia che tu solo un giorno dovrai essere l’apostolo del
Mezzogiorno. Se non morrò presto tu saprai tutto quello che so della funebre epopea del nostro
triste popolo che io appassionatamente amo non perché è buono ma perché infinitamente infelice.
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Tu dici parole d’oro sull’idiozia meridionale. Ma se il Mezzogiorno fosse diverso da quello che è,
avrebbe forse bisogno di noi?
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2.2 Nitti incontra Maurizio Capuano
di Fabrizio Barca
Il dialogo fra Nitti e Maurizio Capuano, amministratore delegato della Società meridionale di
elettricità, intende rappresentare la pluralità di soluzioni – nazionalizzazione vs. affidamento a
privati sulla base di una strategia pubblica – con cui, secondo Nitti, lo Stato può promuovere
l’accelerazione di un grande servizio di pubblica utilità, l’energia elettrica, necessario allo
sviluppo dell’Italia e in questo caso del Sud. Fuori da una contrapposizione ideologica di modelli –
pubblico e privato – Nitti è consapevole delle difficoltà dell’una e dell’altra strada e ha compiuto
scelte diverse nel tempo in base a una valutazione delle possibilità effettive di realizzazione. Il
dialogo ha luogo poco dopo che è stata approvata (20 agosto) la legge sulla disoccupazione, che
consentirà anche di finanziare gli impianti della Sila previsti dal Programma di elettrificazione del
Mezzogiorno. A tale atto era legato anche l’accordo per il cofinanziamento dell’operazione da
parte di un pool bancario - Comit, Credit, Bis, Banco Roma, Zaccaria Pisa e Bastoni. (Nel gennaio
del 1922 il finanziamento pubblico verrà effettivamente assegnato; nel 1923 avranno inizio i lavori
per i serbatoi dell’Ampollino, mentre derivazioni del Neto, serbatoi dell’Arvo, etc. saranno
realizzati a partire dal 1926).
Il dialogo consente anche di fare emergere, oltre alla lunghezza dei tempi di attuazione, un altro
limite di quell’intervento: la mancata integrazione con altri interventi (formazione agricola,
irrigazione, etc) che ne avrebbero valorizzato l’impatto sullo sviluppo. Queste resteranno due
costanti non positive dell’azione pubblica nel Sud.
Il dialogo si svolge nell’ottobre 1921, a Casino Pasquale in Sila. Pomeriggio inoltrato, molto
freddo. Nitti è di ritorno da un giro in auto con Maurizio Capuano nelle valli dell’Arvo e
dell’Ampollino, dove dovranno essere costruiti serbatoi e impianti per la produzione di energia
elettrica della Sila. Nitti è venuto da Acquafredda, dove risiede da inizio agosto: attende e si
adopera affinché il quadro politico, dopo le elezioni di maggio, si chiarisca, e si apra per lui una
nuova opportunità. Ha appena chiuso il volume “L’Europa senza pace” che uscirà a novembre. E’
teso per il quadro cupo dell’Italia e dell’Europa, urtato che troppo pochi lo cerchino per prendere
in mano la grave crisi del Paese, contento di essere nel luogo dove finalmente compirà un balzo il
suo sogno di elettrificazione, molla dello sviluppo del Mezzogiorno. Maurizio Capuano viene dalla
Svizzera dove si è recato per discutere di finanza con i soci originari della Sme. E’ orgoglioso di
essere alla vigilia dell’avventura in Sila.
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Bibliografia:
F.S. Nitti. La conquista della forza: elettricità a buon mercato, la nazionalizzazione delle forze
idrauliche, (con lettere e studi di G. Colombo e altri), Torino, Roux e Viarengo, 1905; G. Bruno,
Risorse per lo sviluppo. L’industria elettrica meridionale dagli esordi alla nazionalizzazione,
Napoli, Liguori, 2004.
***
Capuano: …ormai, le condizioni per avviare il programma di elettrificazione del Mezzogiorno ci
sono tutte. Ed io so quanto si deve a lei se siamo a questo punto.
Dopo Pescara e il Matese, ora, grazie ai 160 milioni di mutui agevolati che avremo dallo Stato con
la legge sulla disoccupazione appena approvata, la bozza di accordo fra le più grandi banche del
Paese firmata a fine luglio avrà attuazione. I fondi per partire, finalmente, ci sono.
I piani di distribuzione abbracciano Napoli, la Sicilia, la Puglia. La forza della caduta dell’acqua di
queste montagne silane darà luce ed energia alle città e alle imprese di tutto il Sud. E’ il disegno
strategico che Lei immaginò all’inizio del secolo e a cui, da Ministro, diede un contributo decisivo
con le leggi dell’11 e del ‘13. Le grandi industrie, nazionali e straniere, saranno attratte da quella
che Lei chiamò una forza gratuita. Potremmo veramente essere alle soglie di una svolta, nonostante
la cupezza di questi mesi … Non crede?
Nitti: Lei ha ragione. Se dimentico qui, in queste terre dove mi sono rifugiato da agosto, la
confusione e gli errori di Roma; se lascio alle mie pagine, che ho appena chiuso, le gravi
preoccupazioni per come il dopoguerra viene gestito, a livello europeo e mondiale; allora vedo un
disegno strategico che si avvera.
Scrivevo venti anni fa, e penso ancora, che tre sono le opportunità per lo sviluppo del Mezzogiorno
che l’elettrificazione ora può sbloccare. Una è proprio quella che lei ha ricordato: gli investimenti
esteri, i grandi investimenti industriali. Ma c’è anche che, direi soprattutto, per la piccola e media
industria è massima la convenienza a passare dal vapore alla forza elettrica. Lei sa bene cosa penso:
liberali e socialisti ci hanno abituato a credere che l’avvenire sia riserbato alla grande industria.
Eppure non è vero; anzi, le ricerche della statistica mostrano il contrario: la proprietà è ora più
diffusa che non al sorgere del capitalismo. E poi, assolutamente non secondaria, c’è l’agricoltura,
che sarà spinta ad ammodernarsi con macchine che usano la nuova forza. Con questo Programma,
l’irrigazione potrà favorire nuove produzioni, più adatte al clima e ai suoli del Mezzogiorno.
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Però … però, devo essere sincero con Lei. Quanto tempo ci è voluto per avviare il mio disegno?
Sono passati dieci anni dal progetto dell’ingegnere Omodeo per raccogliere e sfruttare queste
splendide acque silane. E siamo solo al finanziamento. Quanti altri anni ci vorranno prima di
utilizzare questa forza elettrica in tutto il Sud?
Salendo stamane da Cosenza fino a queste terre pensavo – Lei non si offenderà – che forse non
sbagliavo del tutto quando a inizio secolo ero convinto della necessità delle nazionalizzazioni; che
fosse lo Stato, attraverso suoi enti, a realizzare e a gestire la produzione di energia elettrica.
Conosco le obiezioni. E lei sa bene che alla fine lo ho condivise. Come sostenne il Senatore
professor Colombo, è certo l’iniziativa privata che meglio di ogni altra, sotto lo sprone del profitto,
può garantire l’interesse collettivo, anche in questo campo. E lei ne sta dando alta prova. Ma con
quali ostacoli e con quali tempi?
Troppi sono i capitali necessari per realizzare questo grande Programma. Troppi i rischi che un
finanziatore deve incorrere di fronte a consumi dalla crescita così incerta - lo prova la sua stessa
esperienza della Società meridionale - perché gli investimenti abbiano luogo, con i ritmi e nella
dimensione necessari.
Insomma, Capuano, nei venti anni dalla fine dello scorso secolo, di quel grande disegno che lei
cortesemente mi attribuisce, sono stati realizzati impianti importanti, Tusciano, Lete, il Volturno,
Pescara, il Tanagro, ora il Matese e, con fatica, con tanta fatica … Muro. Ma il consumo elettrico
del Sud è una frazione irrisoria, credo il 5 per cento, di quello del Paese … contro un quinto della
popolazione nazionale! Certo, ora, finalmente …
Capuano: … sì, Presidente, ora il disegno si attua. Si attua ora e non prima, perché ora, c’è una
forte domanda. Lei - non se ne avrà a male – si è trovato a volte a sopravvalutare la crescita della
domanda. Fu così già nel suo confronto con il professor Colombo, e poi di nuovo nel nostro
confronto, anche duro – ricorda? – che avemmo per gli impianti sul Volturno, per Napoli.
Nitti: La seguo, la seguo. Ma, mi dica lei, come sarebbero andate le cose se ci fosse stata la
disponibilità di un offerta elettrica maggiore? Quanti imprenditori, dell’industria, dell’agricoltura, di
tutto il Mezzogiorno, avrebbero ampliato, reso più ambiziosi i loro piani? E, ancora, Capuano,
chiediamoci come sarebbero andate le cose se vi fosse stata, qui nel Sud, più concorrenza fra
produttori elettrici.
Ricorda, proprio durante il confronto sul Volturno, le vostre domande di concessione presentate
solo per bloccare altri concorrenti? Pensi ai suoi accordi del ’17 con la Sade di Cini per ripartirvi il
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mercato del Centro e del Sud Italia. E non creda che non ricordi, io, l’aiuto che vi diedi, solo due
anni prima, per frenare l’iniziativa concorrente di Negri, proprio qui nella Sila …
Capuano: … e, oggi, vede i risultati che anche quell’aiuto ha consentito! Non se ne penta!
Presidente.
Nitti: Sì, Capuano, ma i tempi … i tempi che tutto ciò ha richiesto! E poi, non mi diceva proprio lei,
ieri, che il vostro sistema produttivo e distributivo di Napoli ha problemi di efficienza, che non
utilizza in modo appropriato la capacità installata?
Capuano: …sì, effettivamente ci sono problemi, glielo confermo … Stiamo iniziando a
provvedere.
Nitti: Mi domando se tutto ciò non sia proprio il frutto di quell’accaparramento di posizioni di
monopolio, di quegli abusi dannosi, di quegli arricchimenti ingiusti, di cui scrivevo venti anni fa.
Comunque ora ci siamo. In questo Lei ha certamente ragione. La domanda che, allora, voglio farle è
un’altra. E’ veramente l’inizio? Dopo la Sila, ci saranno capitali sufficienti per andare avanti, con
velocità? Con la velocità necessaria?
Capuano: Ne sono certo. L’impegno della Comit e del Credit, di tutte le altre banche, è deciso. Ora,
con la certezza del prestito pubblico, hanno puntato sul Mezzogiorno.
Nitti: Ma se non fosse, se non bastasse … c’è la possibilità di attingere capitali oltre-oceano? Dalla
grande finanza americana? Che notizie mi dà?
Capuano: Per la verità, non sono ottimista. Dopo il primo tentativo, che lei ben conosce, che ho
fatto personalmente sulla Morgan lo scorso anno, continua negli Stati Uniti la missione di mio
cognato, l’ingegnere Ferrari …
Nitti: … di questa Le chiedevo …
Capuano: … appunto, non sono ottimista. Ci vuole una fiducia cieca nelle persone e nelle cose che
esponiamo per indurre quei banchieri a venirci incontro con centinaia di milioni. (Pausa di silenzio)
Ma, vedrà, il modello costruito per la Sila ci consentirà di procedere, con velocità. L’intervento
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statale ha dato fiducia alla finanza nazionale, del nostro Nord. Il mutuo agevolato che avremo nelle
prossime settimane, l’uso gratuito delle acque, la durata delle concessioni: è questa l’azione dello
Stato che ha sbloccato i dubbi di Toeplitz.
Nitti: Certo, avvocato Capuano, questo è il modello, l’alternativa alla proprietà pubblica, che io
accettai sin dal 1911. E’ una sorta di cooperazione fra pubblico e privato, affidata alle relazioni, al
negoziato, ai contratti fra le due parti. Se funziona, è il meglio a cui possiamo aspirare: tutela
l’interesse pubblico … libera l’interesse privato. Se funziona …
A proposito, ho sentito preoccupazioni proprio in merito al decreto di concessione sulla Sila, quello
del 1916. La clausola che impegna il concessionario a raccogliere le acque a valle dell’impianto in
canali di irrigazione non sarebbe affatto cogente. Effettivamente … l’ho riletta … eccola qui…
recita: “la società Sila è obbligata a realizzare i canali di irrigazione quando gli sia stata assicurata la
vendita di almeno metà dell’acqua necessaria alla irrigazione dell’intera zona servita dal canale in
ragione di un litro per ettaro”. Mi dicono che non accadrà mai perché i produttori locali non sono
organizzati. Ma allora che ne sarà di un pezzo importante, decisivo del mio disegno: unire,
integrare, l’intervento per lo sfruttamento elettrico della caduta delle acque con l’intervento sui
boschi, sui bacini, sull’irrigazione per le nuove culture? Si tratta solo di parole?
Capuano: Perché, ora, torna pessimista? Ci saranno, si faranno avanti, i produttori locali e noi,
allora …
Nitti: …ma li avete incontrati, cercati questi produttori? Avete discusso con loro? Lo ha fatto lo
Stato?
Capuano: … ma … non credo … ancora … quando i lavori partiranno …
Nitti: Comunque, Capuano, quello che conta, ora, è cominciare. Dare il via ai lavori e condurli in
porto, velocemente. Imbrigliare quelle acque. Trasportare la loro forza idraulica a grandi distanze.
So che la sua Società lo farà, e meglio di ogni altra. E la ringrazio, in queste difficili ore per tutti
noi, di avermi regalato questa giornata. Sono queste le vere opere di pace, di una pace duratura … .
Speriamo …
Capuano: Speriamo …
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2.3 Nitti incontra Gabriele D’Annunzio
di Maria Teresa Imbriani
Nel 1942, nella Parigi occupata dai tedeschi dove vive ormai da vent’anni un volontario esilio
dall’Italia fascista, Nitti stende gli appunti pubblicati postumi con il titolo “Scriverò un libro di
memorie?”, da cui derivano i ritratti e le testimonianze delle ultime sue opere, in particolare quelle
del volume “Rivelazioni. Dramatis personae”, uscito nel 1948.
Il primo tra i profili datati, nati sulla scia degli appunti memoriali, è proprio il lungo saggio
dedicato a D’Annunzio, la guerra e Fiume (1942). La figura di Gabriele d’Annunzio consente a
Nitti un lungo percorso autobiografico che va dagli anni Novanta dell’Ottocento, quando nelle
redazioni del “Corriere di Napoli” prima e del “Mattino” poi i due hanno lavorato fianco a fianco,
si sofferma sulle gesta del poeta-soldato durante la Grande Guerra e l’impresa fiumana, e
approda, negli anni Venti del Novecento, all’ascesa di Mussolini e del fascismo.
Centrale appare, e non solo nelle rispettive biografie, il mancato incontro in una villa in Toscana
tra Nitti, d’Annunzio e Mussolini dell’agosto del 1922. Mettendo da parte l’orgoglio (d’Annunzio lo
aveva apostrofato «cagoia» durante l’occupazione di Fiume), Nitti aveva preparato il viaggio da
Acquafredda, dopo aver visto a Napoli il segretario inviato dal Vittoriale, Tom Antongini. Il 13
agosto però il poeta cade da una finestra del Vittoriale. La caduta, nota come il «volo
dell’Arcangelo», è causata, secondo le ricostruzioni della polizia, dalla ritrosia di Jojò, Jolanda
Baccara, sorella di Luisa, violoncellista e ospite dell’Eremo, che lo avrebbe spinto per sottrarsi
alle molestie. D’Annunzio subisce una grave commozione cerebrale, ma si ristabilisce presto. Da
Maratea Nitti si affretta a inviare un telegramma, ma il viaggio e l’incontro saranno annullati e
mai più riproposti.
Il dialogo si svolge dunque a Parigi, nel settembre 1942. Nitti è seduto alla scrivania nella sua casa
durante l’occupazione nazista, scrive, è visibilmente nervoso. Gli arrivano le notizie della guerra
(sullo sfondo le immagini), riprende in mano il suo diario, vi legge qualcosa e inizia la stesura
della memoria dedicata a D’Annunzio, la guerra e Fiume. Un momento di serenità gli viene dai
ricordi della sua gioventù. Qui si apre la stanza della memoria.
Dall’altro lato della scena un giovane uomo, vestito elegantemente, passeggia su una spiaggia.
Sullo sfondo il golfo di Napoli (una veduta in bianco e nero) e in sottofondo il rumore del mare.
Gabriele d’Annunzio passeggia e Nitti lo raggiunge. I due discutono di letteratura, di filosofia, di
politica. D’Annunzio rimane sulla spiaggia, mentre Nitti ripercorre le tappe delle loro vite, in
qualche modo parallele, soffermandosi in particolare sui fatti della prima guerra mondiale, su
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Fiume e sul mancato incontro del 1922 con Mussolini.
Bibliografia:
F. S. Nitti, D’Annunzio, la guerra e Fiume, in Scritti politici. Rivelazioni. Meditazioni e ricordi, a
cura di G. Carocci, Bari, Laterza, 1963, Edizione Nazionale, vol. XV); Id., Scriverò un libro di
memorie, in Scritti politici. Articoli e discorsi. Inediti vari. Documenti, a cura di P. Alatri, Bari,
Laterza, 1979-1980, Edizione Nazionale, vol. XVI. G. D’Annunzio, Il cieco, in «Il Mattino», 26-27
luglio 1892, in Scritti giornalistici 1886-1938, a cura A. Andreoli, testi raccolti da G. Zanetti,
Milano, Mondadori, 2003; A. Andreoli, Il vivere inimitabile. Vita di Gabriele d’Annunzio, Milano,
Mondadori, 2000.
***
Nitti: Anatole de Monzie! E d’Annunzio sarebbe stato “l’uomo del miracolo”? Colui che, dal suo
fantomatico esilio parigino, avrebbe distrutto la Triplice Alleanza e deciso nel 1915 l’intervento
dell’Italia accanto alla Francia?
Se fosse pubblicato in Italia questo libro farebbe ridere anche i guardiani dei cimiteri! (entra
D’Annunzio) (Dall’altro lato della scena appare un giovane uomo, vestito elegantemente, che
passeggia. In sottofondo il rumore del mare.)
E poi si può chiamare esilio quello di Gabriele d’Annunzio? Ha qualcosa a che vedere con il mio,
qui a Parigi ormai da vent’anni...
È morto da quattro anni, Gabriele, il principe di Montenevoso… questo ridicolo titolo di principe:
dopo una vita in cui sfruttò tutto - le femmine, l’arte, la guerra, Fiume - volle un pubblico
riconoscimento delle sue virtù civili e militari e si fece dare un titolo che non si concedeva mai. Gli
italiani: tutti a cercare un titolo di nobiltà, anche da me vennero e volevano essere creati baroni e
conti…
Era il 1892.
Lavoravo allora a Napoli con Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao al “Giornale di Napoli” prima e
poi a quel grande quotidiano che è stato “Il Mattino”.
Venne allora fra di noi anche d’Annunzio.
D’Annunzio: Eravamo giovani e pieni di vita e di entusiasmo e di ideali… Scrivevo e studiavo
allora, studiavo e scrivevo disperatamente. Che begli anni, quelli napoletani al “Mattino”: con
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Edoardo e Matilde c’erano Bonghi, Di Giacomo, Raffaele De Cesare, Salandra.
Ti ricordi Francesco? Le nostre passeggiate in riva al mare, le lunghe discussioni letterarie sull’arte,
sulla filosofia, sulla morale… e tu che sapevi a memoria tutta la poesia di Orazio, il Venosino…
Leggemmo allora Barrès, Carlyle, Nietzsche, riprendemmo in mano Platone. Leggevamo
Shakespeare...
(Nitti si avvicina a D’Annunzio agitando un giornale)
Nitti: Gabriele hai sentito del processo di Lecce?
D’Annunzio: Quello per il delitto di Reggio Calabria? Pare incredibile… un cieco! Francesco, non
ti sembra il disegno di una tragedia mirabile?
Nitti: È vero: quel Domenico Margiotta, cieco, che scopre la tresca della moglie sentendo il fruscio
della sua scrittura, va dalla suocera a farsi leggere la lettera e poi convoca l’amante per ucciderlo. È
un personaggio da far invidia a Shakespeare.
D’Annunzio: Guglielmo Shakespeare infuse tutti i veleni della gelosia in un uomo che conosceva
bene la irreparabile inferiorità in cui lo mettevano il colore della pelle e la diversità della razza al
confronto degli altri uomini per gli occhi della donna. E Jago sulla scena ricorda appunto questa
inferiorità per “attossicarlo” di più. Ma certo deve essere infinitamente più atroce il primo morso del
dubbio in un uomo che ha perduto per sempre la luce degli occhi e sa che non potrà mai sorprendere
i segni del tradimento nel volto della donna amata né potrà vigilarla, esposto a tutti gli inganni,
senza difesa, in balia dei fantasmi mostruosi che gli crea la sua immaginazione e che egli guarda di
continuo con gli occhi dell’anima, con quegli occhi senza palpebre, che nessuna volontà può
serrare.
Nitti: “Vorrei essere piuttosto un rospo e vivere dei vapori d’un antro buio, che lasciare nella
creatura che amo un punto per uso d’altri!”
Otello! vi è tutta la violenza della gelosia sessuale?
D’Annunzio: Questo cieco geloso è di continuo intento ad acuire gli altri suoi sensi affinché nulla
gli sfugga. Egli ode il più lieve fruscio d’una carta, lo scricchiolio d’una penna, un cassetto che
viene chiuso con precauzione, una sedia che viene mossa al piano superiore. Egli sorprende nella
moglie il brivido ch’ella tenta di dissimulare, il sussulto che tenta di reprimere; scopre attraverso la
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stoffa del busto la carta nascosta che gli rivelerà la colpa. La carta che non può leggere, ma di cui sa
già tutto.
Nitti: “Se dubito una volta son risoluto”, dice Otello, che non vuole vagare di sospetto in sospetto.
Come il cieco di Reggio che mette in opera la sua vendetta. Ci sono punti oscuri in questa vicenda,
perché la moglie viene risparmiata. Io dubito che il cieco venga assolto.
Sei andato poi alla lezione di scherma?
D’Annunzio: No, non credo che tornerò, soprattutto dopo aver visto schermire Benedetto Croce,
quel giovane che incontriamo di solito al Circolo filologico. Non vorrei cadere nel ridicolo.
Nitti: Allora ci vediamo più tardi in redazione?
(D’Annunzio annuisce. Resta in scena e viene inghiottito dal buio. Nitti ritorna alla sua scrivania –
come se facesse un viaggio nel tempo).
Nitti: Da allora non lo rividi se non saltuariamente. Nel frattempo ero entrato in Parlamento dove
anche Gabriele aveva fatto un rapido ingresso alla fine dell’Ottocento.
Venne la guerra, la prima guerra, che io non volevo, ma che lui sfruttò come occasione per tornare
gloriosamente in Italia. Fu soldato, poeta - soldato, e prese parte a imprese spettacolari: volava in
aeroplano e fece utile opera di propaganda. I suoi voli più importanti li aveva fatti in compagnia
d’un giovane arditissimo pilota, Giuseppe Miraglia, figliuolo del mio amico Nicola, direttore
generale del Banco di Napoli. Quando nel 1915 morì il giovane Miraglia, fui io a dare la notizia al
vecchio padre e fui io poi a incaricare Gabriele di rappresentare la famiglia lì a Venezia. Lo fece
mirabilmente.
D’Annunzio: Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere di Giuseppe Miraglia.
La testa fasciata.
La bocca serrata.
L'occhio destro offeso, livido.
Il viso olivastro: una serenità insolita nell'espressione.
L'aspetto di un principe indiano col turbante bianco.
Le mani conserte sul petto, giallastre.
Ha la giacca azzurra coi bottoni d'oro, quella di ieri.
Vogliono trascinarmi via. Mi rifiuto. Resto in ginocchio.
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Quando sono solo, mi chino sopra il morto, lo chiamo più volte. Le lacrime gli piovono sul viso.
Non risponde, non si muove.
Ricado in ginocchio.
Oh allodola, ai tuoi trilli non basta il giorno intero!
Nitti: Quando nel 1922, nel momento della massima debolezza dello stato, Mussolini propose un
governo di unione nazionale, io uscii dal mio isolamento e chiesi l’aiuto di d’Annunzio.
Suoi emissari vennero da me a Napoli e concordammo un incontro in Toscana per il 15 agosto di
quel fatidico 1922: io, d’Annunzio e Mussolini. Ero ad Acquafredda il 13 agosto e mi arrivò un
telegramma: il poeta era caduto da una finestra ed era in pericolo di vita.
Se d’Annunzio non fosse caduto dalla finestra e l’incontro tra lui, Mussolini e me fosse avvenuto,
forse la storia d’Italia avrebbe seguito altro cammino. Ma gli avvenimenti della storia non possono
essere giudicati al condizionale.
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2.4 Monologo, Nitti dall’esilio in Germania
di Giampiero Francese
Maggio 1944: Francesco Saverio Nitti, “internato civile” dei tedeschi a Hirschegg in Tirolo, scrive
il saggio autobiografico “Paradossi nelle vicende della mia vita”. Già 24 anni prima il figlio
Vincenzo, giovanissimo volontario nella Grande Guerra, era stato prigioniero dei tedeschi. Con
amarezza e stupore Nitti ricorda il suo impegno in sede internazionale in difesa della Germania. La
caduta del Governo Nitti, nel 1920, era stata commentata con viva preoccupazione dai principali
giornali tedeschi, austriaci, inglesi e americani, che ne avevano esaltato i caratteri di grande
statista nello scenario politico mondiale.
Bibliografia:
F.S. Nitti, Paradossi nelle vicende della mia vita, in Scritti politici, Edizione nazionale delle opere
di Francesco Saverio Nitti, XVI-1, Laterza, Roma-Roma 1979.
***
Ho riflettuto a lungo, in queste notti insonni, sulle strane vicende della mia vita e il trovarmi qui in
Germania mi ha fatto pensare ad alcune coincidenze quasi misteriose.
Perché sono in Germania, trasportato qui da Parigi, io stesso non so.
Sono qui da otto mesi, prigioniero, lontano da mia moglie e dalla famiglia e da tutte le cose che
amo.
Dal punto di vista materiale non potrei stare meglio in questi terribili anni di guerra.
Dal punto di vista morale non potrei stare peggio.
Conosco le sofferenze dei miei a Parigi, mia moglie, i miei figli, i miei nipoti che spesso o quasi
sempre mancano di tutte le cose che io ho qui.
Non parlo dei miei che sono in Italia, la mia vecchissima madre, le mie sorelle, tutti i parenti miei
privi forse di nutrimento e in condizioni terribili.
Perché sono qui? Perché non si vuole il mio ritorno in Italia?
Tutto mi attendevo dalla vita, tranne di essere considerato proprio dai tedeschi con sospettosa
diffidenza!
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Nel periodo di aberrazione che seguì la guerra del ’14-’18 io fui il solo capo politico europeo che
moderò gli errori del trattato di Versailles e ne attenuò le conseguenze.
Fui il solo che difese la Germania da tutte le accuse ingiuste.
In Germania dagli uomini più eminenti di tutti i partiti io non avevo avuto che manifestazioni di
simpatia e di ammirazione.
La situazione attuale, che mi danneggia e mi umilia e contro cui non posso né reagire né protestare e che io stesso non so quando finirà e come - è solamente paradossale.
E io sono qui isolato e dolente, a struggermi invano, senza essere di alcuna utilità né a me stesso né
ai miei, né alla mia azione politica, né alla causa della pace.
E nella solitudine in cui mi trovo ora, fra gente di nazioni diverse tutti internati, che non hanno né le
mie idee, né i miei sentimenti, né i miei interessi, penso spesso alle vicende della mia vita che
questo forzato soggiorno in Germania rendono ancora più inverosimile.
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2.5 Nitti dialoga con la moglie Antonia Persico Cavalcanti
di Gianpiero Francese
Il dialogo è costruito sul testo di una lettera indirizzata da Nitti alla moglie Antonia Persico
Cavalcanti: colmo di malinconia e sofferenza il compagno di una vita risponde all’irrealizzabile
desiderio di Antonia - interrotto bruscamente dalla morte di lei - di festeggiare l’anniversario delle
nozze esaltandone nella memoria il protagonismo nel percorso di una vita. Donna molto colta e
raffinata, figlia dell’illustre giurista neoguelfo Federico Persico, Nitti l’aveva incontrata per la
prima volta nel 1894 al Circolo filologico di Napoli, già animato da Benedetto Croce. L’aveva
spostata nel 1898, dopo la vincita della cattedra universitaria, che gli aveva finalmente guadagnato
l’assenso della madre di lei, la marchesa Cavalcanti, fino ad allora ostile alle nozze per le modeste
origini familiari di Nitti. Dall’unione erano nati cinque figli: Vincenzo, Giuseppe, Maria Luigia,
Federico e Filomena, tutti di notevole profilo culturale e personalità. La morte della moglie e di tre
dei figli si rivela come il vero dolore contro cui niente possono né il ragionamento, né la fede negli
ideali. Da questo dolore Nitti non si riprenderà mai più.
Bibliografia:
F.S. Nitti, Lettera ad Antonia, in Rivelazioni, Edizioni scientifiche italiane, 1948.
***
Nitti: Sei tu! Conosco queste pause sei più brava di me a gestire i silenzi. Cosa c’è?
Antonia: Hai da lavorare molto?
Antonia: Se vuoi posso aiutarti.
Nitti: Potresti scrivere uno dei tuoi magnifici articoli.
Antonia: Perché no!
Nitti: La tua laboriosità Antonia, ha sempre avuto qualcosa di prodigioso. Devo farti una
confessione.
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Antonia: Dimmi.
Nitti: Quando si scriveva insieme a volte, senza ch’io ti dicessi nulla, bastava un mio piccolo
appunto e tu facevi tutto il resto. Ma la cosa strana è che a volte io stesso non sapevo distinguere ciò
che tu avevi aggiunto o modificato.
Antonia: Mi dicevi:“nessun segretario avrebbe svolto meglio il tuo lavoro”.
Nitti: E’ vero. Se all’estero, nei nostri lunghi anni di esilio, la mia collaborazione giornalistica fu
così fruttifera che mi permise di aiutare tanti profughi italiani, fu soprattutto perché tu eri accanto a
me e lavoravi per me.
Antonia: A Parigi ho temuto tantissimo per la tua incolumità. Quando la polizia francese aveva
motivo di credere seriamente ad attentati contro la tua persona e aumentava la vigilanza…
Nitti: Tu te ne accorgevi e trovavi il pretesto per uscire con me.
Antonia: E non sempre ci riuscivo. Mi era più facile trascrivere gli appunti in sanscrito di Luigia, o
gli scritti d Federico di Chemioterapia, che non raggirarti.
Nitti: Forse è vero! Ma hai l’aria astratta, cosa c’è?
Antonia: Francesco, sono passati tanti anni ormai e in casa nostra, dopo la morte di Luigia, mai
abbiamo festeggiato alcun avvenimento della famiglia. Almeno una volta dovrai obbedirmi. Ti
chiedo un dono, il più bello. Dobbiamo festeggiare le nostre nozze d’oro!
Nitti: E me lo chiedi con quell’aria triste e severa?
Antonia: Tutto da noi ha ormai un’aria triste e severa. Abbiamo perduto tre figli: Luigia e uno dopo
l’altro Vincenzo e Federico. Ma i nostri nipotini, i figli di Luigia, sono rimasti sempre con noi, sono
cresciuti con noi; ma l’atmosfera di tristezza in questa famiglia non è mai mutata.
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Antonia: Ogni morte ha accresciuto e rinnovato il dolore che è in noi, ma noi abbiamo il dovere e
anche il diritto di soffrire e, senza mancare ai nostri obblighi, possiamo soffrire. Ma non abbiamo il
diritto di soffocare nei nipoti, che vengono ora alla vita, ogni letizia. Vi è qualcosa che dobbiamo
mutare nella nostra casa.
Nitti: tu dici che dobbiamo organizzare una grande festa e rompere definitivamente quest’aria di
tristezza. Dobbiamo riunire in casa nostra tutte le persone della nostra famiglia, i parenti, gli amici
intimi per fare una vera festa e dimenticare il dolore. Dimenticare il dolore.
Antonia: “Tantum scimus quantum memoria tenemus”, non era così che ti diceva il tuo maestro
Granturco? Quanta memoria ancora vorrai riservare al tuo dolore?
Dobbiamo riprenderci i ricordi belli della nostra vita.
Nitti: Quando tua madre per esempio mi mise come condizione al matrimonio la nomina a
professore di Università. Questo si che è un ricordo bello!
Antonia: Le sfide ti sono sempre piaciute.
Nitti: Mi ricordo la faccia di Don Federico quando cercava in qualche modo di aiutare un piccolo
provinciale come me, senza risorse...
Antonia: E la faccia di mia madre quando seppe della tua nomina a ordinario della cattedra di
Scienza delle finanze.
Nitti: Ora si che potrà sposare una Persico Cavalcanti.
Antonia: E ti ricordi i tuoi colleghi del “Pungolo” che stamparono una edizione straordinaria
dedicata agli sposi? E poi la tua sorridente cortesia, quando i tuoi studenti si facevano incontro a
salutarti, per ognuno avevi una parola di cordiale accoglienza…e poi…no non posso dirlo…è
troppo.
Nitti: Forza!!!
Antonia: Il tuo giochetto…
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Nitti: Quale?
Antonia: Il giochetto di punte e tacchi col quale ti spostavi lateralmente in tutta la biblioteca.
Nitti: Che vuoi farmi fare? Posso smettere di fumare per sei mesi sai, se voglio!
Antonia: E fumare il doppio per l’anno successivo…
Nitti: A volte ci riuscivo però.
Antonia: A volte sì.
Nitti: Tu hai corretto con la tua dolcezza le asperità della mia vita. E ti ringrazio.
Antonia: Facciamo una grande festa. Il vero omaggio che possiamo fare ai nostri figli che non ci
sono più è di scrivere noi stessi la loro vita.
Registrato con la voce di Nitti: Mia cara Antonia non mi sono ancora adattato all’idea che sei
morta. Spesso, quando sono solo ti parlo come se tu fossi con me e ti domando consiglio. Ricordi la
conversazione che avemmo il 14 febbraio? Il 31 luglio 1948 si compivano cinquant’anni del nostro
matrimonio. Mi domandavi un dono, il maggiore che potessi fare. Dovevamo festeggiare le nozze
d’oro. Ma tu mi abbandonasti quando proprio io più contavo su di te. La sera del 18 febbraio tu fosti
colpita da violento malore e, dopo una notte di atroci sofferenze, moristi. In qualche momento in cui
potetti esser solo con te e tu meno soffrivi, con la poca voce che ti era rimasta, mi ricordasti le cose
che dovevo fare prima di mancare io stesso. Non mi parlasti del 31 luglio. Sentivi la morte venire.
Continuerò la rude via che devo ancora percorrere, con gli stessi sentimenti e con la stessa volontà
di rigenerazione nazionale.
Ma ciò che di meglio era in me, non è più. E’ finito con te.
(Terminata la lettura della lettera e usciti gli attori, sullo sfondo scorrono le immagini degli ultimi
impegni politici di Nitti e del suo funerale di Stato). A testimonianza del senso e del valore
dell’opera di Nitti gli attori recitano sue affermazioni particolarmente significative ed
emblematiche del modo di concepire la storia collettiva e personale, la politica e la
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amministrazione pubblica, lo sviluppo, al servizio del prestigio del proprio Paese e del
consolidamento della democrazia.
La sorte mi ha fatto nascere in un paese di contadini. Io amo la loro ponderazione anche se ammiro
gli operai. Gli operai parlano di più e sono più vivaci: i contadini meditano. Sono più lenti e sicuri.
Io non sono nato nella cosiddetta linea gotica ma in quella terra dove è nato il nome Italia e forse
perciò amo dello stesso amore tutta l’Italia.
E’ curioso che nel 1799, nel 1820, nel 1848, nel 1859, sia pure disordinatamente, nel Sud si siano
tentate insurrezioni prima di ogni altra parte d’Italia.
La mia terra di Basilicata è stata la piccola Irlanda italiana e forse ora ha almeno tanti abitanti fuori
la Patria che in Patria.
L’amministrazione pubblica italiana era in passato tra le più oneste d’Europa. Vi penetrarono
durante la guerra del 15-18 alcuni elementi impuri, come in tutte le grandi guerre. Ma il processo di
eliminazione si compiva spontaneamente. Prima che il fascismo degradasse tutta la vita italiana e in
parte - fortunatamente solo in parte - la pubblica amministrazione, non vi era esempio di funzionari
che si arricchissero.
Nella mia lunga vita ministeriale sono sempre stato alla ricerca delle grandi attitudini.
Ho scelto sempre per i ruoli più importanti della pubblica amministrazione i giovani migliori e più
meritevoli ed ho seguito i criteri che guidano l’industria privata.
L’idea che lo Stato diriga la produzione e lo faccia sulla base di piani economici prestabiliti che non
siano una necessità per la guerra o per la preparazione della guerra, è semplicemente un’assurdità,
l’entrata in azione della quale segna sempre l’eclissi della libertà e la paralisi della produzione.
Io sono soprattutto italiano ed europeo considero che la grandezza del mio Paese se non in
un’Europa pacifica e ordinata. Più che ogni altra parte d’Europa l’Italia ha bisogno di libertà e di
pace, deve cercare nel lavoro e nello scambio la fonte stessa della sua prosperità.
Se il nazionalismo negli altri paesi è un delitto, in Italia è una stupidità.
Lavorando sinceramente per la pace e per l’unione dell’Europa so di lavorare per la grandezza del
mio Paese.
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DONATO MENICHELLA
Tratti biografici
Donato Menichella fu figura di forte carisma, soprattutto nella comunicazione in ambiti
ristretti (riunioni, conversazioni). Politicamente conservatore, aveva prudenza, riservatezza e
una conoscenza approfondita delle imprese e dei meccanismi dell’amministrazione pubblica:
gli piaceva rimanere dietro le quinte, non prendersi il merito delle cose. Era favorevole
all’intervento pubblico, ma con moderazione e con criterio. Aveva inoltre grande attenzione
per la piccola impresa e per l’agricoltura. Era insieme un industrialista (Iri) e un localista: un
apparente paradosso che si spiega con la sua diffidenza per una classe di capitalisti privati
che aveva dimostrato grande propensione ad alimentarsi di aiuti pubblici e a scaricare le
perdite sullo stato, senza rischiare in proprio.
Nacque nel 1896 a Biccari, in Capitanata (Foggia), da una famiglia benestante di agricoltori
“patriottici”. Istruzione tecnica a Lucera, laurea in scienze politiche all’Istituto Cesare Alfieri
di Firenze, prima guerra mondiale in Albania. Dopo breve esperienza all’Isituto Nazionale
per i Cambi con l’Estero, fu assunto alla Banca d’Italia nel 1921. Si occupò di crisi bancarie,
dal 1923 si dedicò esclusivamente al caso della Banca Italiana di Sconto. Nel 1924 si dimise
dalla Banca d’Italia per dirigere gli uffici di liquidazione della Sconto. Dal 1929 al 1931 fu
dirigente della Banca Nazionale di Credito, nata dalle ceneri della Sconto. Dal 1931 fu
direttore generale della Società finanziaria italiana, una holding che raccoglie le
partecipazioni industriali del Credito Italiano. Direttore generale dell’Iri quando l’ente venne
costituito nel 1933. Partecipò a tutti i principali eventi della grande industria pubblica
italiana: ristrutturazioni, accorpamenti, evoluzione dei rapporti banca-impresa. Fu uno degli
architetti della legge bancaria del 1936. Nel settembre del 1943 si dimise dall’Iri, nel luglio
del 1944 presentò un rapporto alle autorità militari alleate nel quale sostenne la necessità di
far continuare la missione dell’Iri. Dopo il processo di epurazione (viene assolto dalle
accuse) rientrò brevemente all’Iri, e subito dopo divenne direttore generale della Banca
d’Italia, su indicazione di Luigi Einaudi, che ne era governatore. Concepì e attuò la stretta
monetaria che abbatté l’inflazione del 1946-47. Divenne governatore della Banca nel 1948,
dopo l’elezione di Einaudi alla presidenza della Repubblica. Da governatore, puntò alla
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stabilità monetaria, alla crescita – intesa soprattutto come processo di lungo periodo basato
sugli investimenti –, all’apertura commerciale verso l’Europa. Collaborò con Vanoni, scrisse
il testo della legge sulla Cassa per il Mezzogiorno, collaborò con la Svimez. Nel campo
bancario era un fautore dello status quo (proprietà pubblica della banche, intermediari
specializzati, protezione delle banche locali). Frequenti furono i suoi richiami all’efficienza e
al dovere della banche di esercitare con modestia e con intelligenza il loro ufficio di
selezionare la clientela sulla base del merito. Si dimise nel 1960, morì nel 1984.
Bibliografia:
Donato Menichella. Stabilità e sviluppo dell’economia italiana 1946-1960 (a cura di F.
Cotula, C. O. Gelsomino e A. Gigliobianco), 2 voll., Laterza, Roma-Bari 1997; Donato
Menichella. Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta, a cura di F. Cotula, 3 voll., 1999; F.
Barca (a cura di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, Roma 1997; Radici
storiche ed esperienza dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (a cura di Leandra
D’Antone), Bibliopolis, Napoli 1996.
75
3.1 Menichella incontra Andrew Kamarck e Francesco Giordani
di Alfredo Gigliobianco
Due dialoghi che si intersecano, nella Roma del giugno 1944, occupata dagli Alleati. Questi
(specialmente gli Americani) vorrebbero abolire ogni ente funzionale al fascismo: è in gioco
il futuro dell’Iri e quindi l’assetto dell’intera economia italiana. Menichella è in giacca e
cravatta, inizialmente un po’ fuori luogo, ma presto si riprende. E’ preoccupato, perché
dalla decisione degli Alleati dipende il futuro dell’Iri, ente al quale si è dato anima e corpo
negli ultimi dieci anni. Ma è anche molto deciso. Andrew Kamarck, rappresentante della
Commissione Alleata di Controllo, è in divisa, occhiali, tipo professorale. Vuole conoscere
gli assetti economici dell’Italia perché è sua responsabilità eliminare tutto ciò che è
tipicamente fascista. Menichella convince Kamarck che il fallimento delle principali banche
e industrie italiane seguito alla crisi del 1929 aveva messo in mano allo stato le sorti del
sistema industriale e finanziario italiano. Quindi fu inventato un nuovo tipo di ente pubblico
con holding industriali e banche ordinarie. Per il mercato e per non attribuire allo Stato
funzioni improprie di gestione diretta dell’economia si separò la banca dall’industria. Subito
dopo Menichella parla con Giordani, ex Presidente dell’Iri: qui il mito di un Iri
esclusivamente “tecnico” è decostruito. In questo dialogo si può scegliere di privilegiare la
parte “costruttiva” (l’Iri è una cosa buona, pensata per portare ordine e responsabilità in un
sistema mal regolato e pieno di profittatori) oppure la parte decostruttiva (l’Iri ha cercato in
tutti i modi di rafforzarsi, di costruire il proprio mito che ha contribuito a renderlo potente,
intoccabile, fin troppo duraturo). E’ la doppia faccia del vero. Il dialogo è concepito così,
come un esperimento di visione plurale.
Bibliografia:
Donato Menichella. Stabilità e sviluppo dell’economia italiana 1946-1960 (a cura di F.
Cotula, C. O. Gelsomino e A. Gigliobianco), 2 voll., Laterza, Roma-Bari 1997; Donato
Menichella. Testimonianze e studi raccolti dalla Banca d’Italia, Laterza, Roma-Bari, 1986.
***
Kamarck: Quindi lei è Menichella, dell’Iri.
76
Menichella: Adesso veramente sono disoccupato. Sono stato direttore generale dell’Iri fino a
settembre dello scorso anno. Quando il fascismo è stato resuscitato con la liberazione di
Mussolini, ho sentito che non avrei potuto continuare, mi sono dimesso.
Kamarck: Ma a me risulta che lei prima ha organizzato il trasferimento dell’Iri al Nord,
soltanto dopo si è dimesso.
Menichella: Sì, sono rimasto un mese dopo essermi dimesso. E che cosa avrei potuto fare?
Lasciare tutto ai gerarchi, ai politici, o ai generali, che prendessero in mano questa creatura
così utile, così essenziale per lo sviluppo economico italiano, per lo svolgimento ordinato
della vita economica italiana, e la trasformassero in un covo di burocrati, di impiegati
ignoranti di bilanci e di produzione? Quel che ho fatto l’ho fatto per evitare che l’Iri ci fosse
strappata di mano e che una costruzione tecnica, non fascista, fosse trasformata in una
succursale del partito, in un retrobottega meschino. Se noi ci fossimo opposti al trasferimento
al Nord, tutto il personale dirigente sarebbe stato spazzato via e sostituito con dei fascisti, con
dei federali.
Kamarck: Mentre noi qui parliamo, in Toscana si combatte. E il suo Iri “tecnico” produce i
cannoni che sparano contro di noi. Era meglio che fosse asservito ai politici, così non
avrebbe funzionato e avrebbe prodotto meno cannoni.
Menichella: Voi la guerra la state per vincere, la vincerete sicuramente. Vincere la pace è più
difficile. Io ricordo bene quello che accadde dopo l’ultima guerra, quando la confusione di
idee generò il caos, e dal caos venne fuori il fascismo. Voi avete i mezzi per dominare, ma
non potete dominare un deserto: occorre che esistano imprese, leggi, programmi, una moneta
stabile, una certezza del futuro. L’Iri sarà questo per l’Italia, è interesse vostro che ci sia un
cervello, qualcuno che raccolga le informazioni e le dia, qualcuno che metta mano alla
ricostruzione non a caso, ma sulla base di un ragionamento. Lei ha ragione, se ora l’Iri
funziona, voi impiegherete una settimana in più per vincere il fascismo; ma se non funziona
rischiate molto di più, rischiate che questo Paese non si riprenda, che cada un’altra volta nel
caos e che la vostra guerra non dia il risultato che voi vi aspettavate.
Kamarck: Quando è nato l’Iri?
77
Menichella: Nel 1933.
Kamarck: E lei è lì dall’inizio?
Menichella: Sì, fui Direttore generale dall’inizio. Mi chiamò Beneduce, il Presidente.
Beneduce è un nome strano, ma non ha niente a che vedere col Duce. Era un riformatore, un
realizzatore, Beneduce pensava a come finanziare gli investimenti in Italia. Qui abbiamo
bisogno di strade, di ponti, di porti, di industrie: l’idea di Beneduce era di portare il risparmio
della borghesia, della piccola e media borghesia che non investe in borsa, che ha paura della
finanza, di portarlo a finanziare queste cose. Pensava a organismi pubblici, garantiti dallo
Stato, che dessero a questi risparmiatori la garanzia che non si sarebbero fatte speculazioni,
imbrogli, perciò i titoli emessi da questi enti, le cartelle le chiamiamo noi, potevano essere
comprati con grande tranquillità. La ricchezza creata da questi investimenti fatti bene doveva
garantire il pagamento degli interessi. In Italia era difficile proprio reperire capitale di
rischio. Il risparmio e le assicurazioni obbligatorie degli italiani furono indirizzati verso enti
di finanziamento di investimenti pubblici, che a loro volta davano occasioni di investimenti e
di espansione alle imprese private. Ne fece tre, di questi organismi, negli anni venti, uno per
finanziare le centrali elettriche, per elettrificare l’Italia (questo lo fece quando il fascismo non
era ancora al potere), uno per le opere pubbliche, uno per le navi, e poi fece l’Iri nel 1933,
per salvare l’economia italiana che stava per affondare. La crisi mondiale arrivò qui nel 1930,
il 1932 fu l’anno peggiore, nel 1933 nacque l’Iri.
Kamarck: Perché Beneduce scelse lei?
Menichella: Avevo dodici anni di esperienza di salvataggi bancari: nel 1921 fallì una delle
banche italiane più grandi, la Banca di Sconto, e io in quello stesso anno – avevo 25 anni,
avevo interrotto gli studi per partecipare alla guerra, feci volontario la guerra in Albania,
volontario – venni assunto alla Banca d’Italia. Cominciai lì a occuparmi della Sconto, poi ne
divenni liquidatore, dopo qualche anno passai alla Banca Nazionale di Credito, ma sempre
occupandomi di liquidazioni o di affari industriali.
Kamarck: E quindi?
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Menichella: Quindi sapevo leggere i bilanci. Sapevo distinguere gli amministratori che
pensano all’azienda da quelli che pensano a se stessi. Sapevo riconoscere le pretese assurde,
la gente che s’inventa dei crediti, i dirigenti che hanno portato l’azienda alla rovina e
pretendono cinque anni di stipendio come indennizzo.
Kamarck: Lei sarebbe una specie di Catone il censore.
Menichella: Se le fa piacere... Catone ce l’aveva con i Cartaginesi, mentre a me i Cartaginesi
non dispiacciono, si dice che i conti li sapessero fare. Io ce l’ho con quelli che i conti non li
sanno fare, o meglio, con quelli che li sbagliano apposta. Nel nostro mondo degli affari
nessuno vuole rischiare il suo, e quando c’è un fallimento, vai a vedere e il capitale non c’è, e
in più hanno portato via tutto quello che c’era da portar via, così che ai creditori non rimane
nulla.
Kamarck: E il fascismo? Lei si ricorda che c’è una guerra? Intanto che Mussolini armava,
intanto che le truppe italiane andavano in Spagna e in Etiopia, l’Iri che cosa faceva? Non era
forse lo strumento economico di questa politica di espansione? Le grandi imprese italiane,
inquadrate nell’Iri, sono diventate una specie di esercito, una grande forza al servizio del
fascismo, al servizio dell’espansione mondiale che il fascismo voleva realizzare a fianco
della Germania e del Giappone.
Menichella: Se non fosse stato per la crisi economica mondiale, l’Iri non sarebbe mai nato.
Non c’è mai stato, in Italia, un piano per nazionalizzare l’economia, per dare le imprese
private allo stato o metterle al servizio della politica. L’Iri è nato per far fronte al crollo delle
banche e delle industrie legate da una pericolosa fratellanza siamese che aveva già prodotto
molti fallimenti e salvataggi. Le banche erano con l’acqua alla gola perché le imprese non
erano più in grado di pagare gli interessi sui prestiti; poi per impedire la caduta dei titoli
azionari di quelle stesse imprese in borsa, le banche li hanno acquistati a piene mani e sono
diventate padrone delle industrie. Ma si erano troppo impegnate nell’industria e non erano
più in grado di rimborsare i depositi dei risparmiatori. Ufficialmente l’abbiamo sempre
negato, ma i ritiri di depositi ci furono, soprattutto nel 1932: se fossero continuati le banche
sarebbero fallite e un milione di persone avrebbero perso i propri risparmi. Allora abbiamo
fatto l’Iri. L’Iri doveva separare la banca dall’industria, comprare dalle banche le
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partecipazioni industriali, e in questo modo ridare liquidità alle banche, riportarle al lavoro
bancario normale.
Kamarck: In che modo l’Iri è stato coinvolto nei preparativi per la guerra?
Menichella: In nessun modo. Preparativi non ce ne sono stati. L’Italia è andata in guerra
senza aerei, senza fucili, senza scarpe per i soldati. La Spagna e l’Etiopia hanno esaurito le
capacità dell’esercito. Dopo quelle campagne, dopo il 1936, non c’è stato uno sforzo
concreto di coordinamento, un piano. Il governo ha messo in campo delle leggi
sull’assegnazione di valuta estera alle imprese, altre leggi per autorizzare la creazione di
nuovi impianti industriali. Lo scopo doveva essere di evitare doppioni, di razionalizzare. Non
ha funzionato niente: le pratiche dormivano nei ministeri, si perdevano, per fare una cosa
dovevi ottenere il visto della corporazione, del ministero Cambi e valute, dell’ente locale, del
sindacato, del partito, per le imprese era un incubo. L’Iri non è mai stato interpellato in
questo, è stata una preparazione politica, esclusivamente politica, che poi non ha portato a
nulla, cioè ha portato a un diluvio di carte che hanno bloccato le imprese. Infatti la
preparazione per questa guerra è stata peggiore, molto peggiore che quella per l’altra guerra.
E lo si è visto subito: in Grecia l’esercito italiano è rimasto fermo per mesi sulle montagne,
senza l’equipaggiamento necessario, al freddo. Conosco quei posti, ho fatto lì la prima guerra
mondiale, in Albania. Ho avuto pena per quei soldati. In Sicilia...
Kamarck: E gli impiegati, i dirigenti? Con che criterio si andava a lavorare per l’Iri? Come
avveniva la scelta?
Menichella: La tessera fascista sì, quella la dovevano avere tutti per lavorare nello stato e
negli enti pubblici. Ma nessuna prova di fedeltà, nessuna faziosità, e nessuna carriera
politica. Ci siamo basati solo sulla bravura, sulla competenza. Abbiamo visto le capacità,
quello che i candidati avevano fatto, solo questo.
Kamarck: Facciamo così, Menichella. Mi scriva un rapporto, mi spieghi per iscritto come è
nato l’Iri e che cosa ha fatto. Così avremo qualche elemento più concreto per decidere. Le do
dieci giorni di tempo.
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Il giorno dopo, a casa di Giordani, a Roma. Giordani in veste da camera. Anche Giordani è
preoccupato. Giordani è napoletano.
Giordani: Allora come sono questi Americani?
Menichella: Ho parlato con il capitano Andrew Kamarck. Più il tipo professore che il tipo
militare. Il suo problema, naturalmente, è il fascismo. Io gli ho spiegato che il fascismo in
casa nostra non c’era, che il problema dell’Iri è stato il problema dell’industria italiana. Mi
pare che siamo sulla buona strada.
Giordani: Ti ha chiesto del 1937, di quando l’Iri è diventato per legge istituto di carattere
permanente? Quello potrebbe essere un punto delicato, perché loro potrebbero fare due più
due fa quattro: se fate un istituto permanente allora vuol dire che non è più un’emergenza,
non è più una crisi, c’è un disegno di controllo dell’industria...
Menichella: Calma calma, ora vediamo come sistemarla questa cosa. Per adesso non sanno
niente: pensi che sia andato a leggersi tutte le norme e gli statuti? Ora bisogna convincerlo
del punto generale, del fatto che questo istituto è stato fatto per salvare l’economia italiana.
Era diventata un’economia di speculatori, il capitalismo più nero che non rischia nulla e si
abbevera allo stato. L’Iri sarà magari la burocrazia, ma è la burocrazia che funziona, tutti si
assumono le loro responsabilità, i profittatori si mettono alla porta. Io penso che di questo c’è
ancora bisogno in Italia.
Giordani: Ma figurati se non lo penso anch’io! E’ quello che abbiamo fatto! Ma loro devono
convincersi che non c’è un nesso specifico con il fascismo. E’ chiaro anche a loro che
Mussolini era d’accordo, se no non si sarebbe fatto. Poi magari al governo volevano fare la
pianificazione bellica e noi abbiamo cercato di fare le cose col cervello, di non fargli fare
castronerie, però qui è un terreno minato. Noi invece dobbiamo insistere sul fatto che non
accettavamo ordini dai fascisti, questo è perfetto, ed è anche vero. Se qualche gerarca ci
diceva date i soldi a Tizio, noi dicevamo non si fa. Organismo tecnico. Niente pastette di
partito, niente carriere fasciste.
Menichella: D’accordo, questo lo dico, lo ribadisco. Ma adesso devo scrivere un rapporto.
Lo vuole subito. Lì bisogna che faccia un po’ la teoria della questione, lì devo anche spiegare
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perché ci siamo presi le banche. Le banche sono un centro di potere, e con tutto quello che
hanno fatto, le scalate, anche la faccenda della speculazione sulla lira nel 1926... d’ora in poi
è meglio che stanno in mani pubbliche. Ma ho un’idea per rendere la cosa più oggettiva, e
anche definitiva. Dobbiamo dire che in Italia, dico nell’Italia moderna, non nel Cinquecento,
una vera classe di finanzieri, cioè di capitalisti che gestiscono la banca per amore della banca,
come mestiere loro, non c’è. Da una parte ci sono le casse di risparmio, le banche popolari, e
va bene. Ma per quanto riguarda la banca commerciale, la banca per la grande impresa, o la
media, allora lì questa tradizione non si è formata, non ci sono le persone. Allora i proprietari
delle banche sono inevitabilmente, alla fine, gli industriali, e quelli prendono le banche per
farsi dare i soldi per le loro industrie, guarda i Perrone a Genova, guarda Agnelli, guarda
Gualino a Torino. Ma in Campania è la stessa cosa... Allora se questo è il fatto, che cosa ti
aspetti dai privati? Solo guai. E’ meglio un pubblico che funziona, ti do i soldi se ci sai fare.
Allora questi soldi possono essere per tutti, non solo per gli industriali già affermati che
comandano anche il mondo della finanza.
Giordani: Mi sembra perfetto. Fagli questa relazione. Scrivila come sai scrivere tu. Ma di
me ti ha chiesto qualcosa?
Menichella: Stai tranquillo. Non sei tu il suo problema.
Giordani: Degli altri chi c’è a Roma?
Menichella: C’è Tavolato.
Giordani: Digli di andare in ufficio, di farlo pulire, di tener su il posto. Non si sa mai.
Due settimane dopo, nella sede della Commissione Alleata di Controllo, Andrew Kamarck e
Menichella.
Kamarck: Ah, Menichella, ho letto, ho letto il suo rapporto. E ho fatto un giro anche in via
Molise.
Menichella: E’ andato all’Iri? Ma non avrà trovato nessuno.
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Kamarck: Invece c’era il dottor Tavolato, che mi ha mostrato il posto, mi ha fatto anche
vedere la sua stanza. Molto preparato, questo vostro funzionario. E il posto l’ho trovato
semplice, scarno, un po’ british, se posso dire.
Menichella: Non sono mai stato in Inghilterra. Qui abbiamo cercato di badare alla sostanza.
Come le ho detto l’altra volta, niente manie di grandezza. C’è un lavoro da fare e l’abbiamo
fatto. Non l’abbiamo fatto per Mussolini, o col saluto romano. Abbiamo fatto quello che
avrebbero fatto gli ingegneri in una fabbrica, se si fosse guastato l’impianto elettrico.
L’abbiamo riattivato, abbiamo fatto delle modifiche...
Kamarck: Secondo lei, l’Iri dovrebbe star lì per sempre, a tempo indeterminato?
Menichella: Finché serve. Non escludo affatto che si rivendano cose ai privati. Basta che
comprino con soldi veri, non facendosi finanziare in tutto dalle banche. Invece la proprietà
delle banche io non la darei. E’ troppo vicino il pericolo che le banche tornino come prima,
schiave degli industriali e non veramente obiettive nel fare il credito. Le banche devono
servire tutti, tutta l’economia. Sono un servizio pubblico. E’ detto esattamente nella legge del
1936: è una legge che abbiamo fatto noi all’Iri.
Kamarck: Io dirò questo, Menichella. Dirò che questa dell’Iri è una faccenda degli Italiani,
che la deve risolvere il governo italiano. Da questo momento la palla è a voi, dr. Menichella!
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3.2 Il dialogo con Giordano Dell’Amore
di Alfredo Gigliobianco
Giordano Dell’Amore, presidente dell’Associazione fra le casse di risparmio, propone, in un
discorso all’assemblea dell’Associazione (25 maggio 1955), di obbligare le Casse a
impiegare una parte dei propri fondi a favore di un nuovo ente che si dovrebbe occupare di
fare il credito agrario. Il tutto al fine di “favorire l’agricoltura”. Menichella, presente
all’assemblea, si oppone e difende l’autonomia delle banche, che devono essere libere di
fare credito a chi ritengono più meritevole, non vincolate in schemi burocratici imposti
dall’alto. Un dialogo serrato, alla presenza dei dirigenti delle banche, che testimonia un
Menichella preoccupato delle conseguenze di un dirigismo economico scriteriato: egli non è
contrario in principio a imporre limiti o scopi ai privati, ma teme che i gruppi particolari
organizzati finiranno per mettere da parte ogni vero obiettivo pubblico per far prevalere,
servendosi delle leggi dirigiste, i propri interessi.
Bibliografia:
Donato Menichella. Stabilità e sviluppo dell’economia italiana 1946-1960 (a cura di F.
Cotula, C. O. Gelsomino e A. Gigliobianco), 2 voll., Laterza, Roma-Bari 1997.
***
Dell’Amore: ...l’agricoltura per vivere, per prosperare, ha bisogno di una sistematica politica
di difesa dei prezzi: soltanto prezzi stabili, e sufficientemente rimuneratori, possono indurre
l’agricoltore, grande e piccolo, a prestare la sua fatica. Di questa esigenza investiamo il
mondo politico, le forze politiche che in passato hanno mostrato di non essere sorde alle
esigenze di una parte così cospicua della società italiana. Ma di un’altra cosa l’agricoltura ha
bisogno: di capitali, di abbondanti capitali che vi si investano direttamente. Ora, vi è qui un
circolo vizioso: i capitali disertano l’agricoltura se la redditività non è soddisfacente, e d’altra
parte questa redditività non può essere conseguita se la produzione non è alimentata da
copiosi capitali. Come superare questo intoppo? La via che noi proponiamo è quella del
credito. Credito che finora è stato insufficiente: il volume del credito affluito all’agricoltura
in questi anni dopo la guerra non è cresciuto in linea con la svalutazione della moneta, e non
è cresciuto in linea con l’espansione del credito in generale...
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Menichella: Mi permetta, Presidente, è insolito che in un’occasione così solenne un discorso
venga interrotto, e interrotto da un ospite, quale io sono qui nella vostra assemblea, anche se
un ospite... abituale. Ma l’interruzione, lungi dall’essere un segno di scortesia, io vi prego di
interpretarla piuttosto come un segno di attenzione, di volontà di dialogo franco e cordiale
con voi, con il vostro presidente, con il quale tante volte mi sono trovato a collaborare.
Interrompo per dire il mio avviso su quali possono essere, in materia di credito, i paragoni
utili e quelli meno utili: quando si afferma che il credito all’agricoltura non è cresciuto, per
rivendicare, questo è chiaro, una crescita maggiore, bisogna prima di tutto distinguere.
Perché il credito di esercizio, il credito che finanzia l’agricoltore anno per anno per gli
acquisti di sementi e di concimi, è cresciuto in linea con tutto il resto del sistema, vi posso su
questo fornire i dati. Sull’altro credito, quello a lungo termine per le macchine e per le
migliorie agrarie, è vero che si è dato un po’ meno, ma questo fatto va considerato insieme
con un altro fatto: come si sono evoluti i prezzi dei prodotti agricoli subito dopo la guerra?
Nel maggio del 1946 – l’inflazione cominciava allora – l’indice generale dei prezzi stava a
25, ma l’olio di oliva era pagato 42, i buoi 39, i suini 38, il latte 40, il burro 46. In sintesi, di
fronte a una media di prezzi 100, i prodotti agricoli noi li pagavamo 200. Per quanto riguarda
la guerra, invece, ho un ricordo personale (le statistiche non le ho, allora si pensava ad altro
che a fare statistiche): ricordo che dopo 15 anni di lavoro ero riuscito a farmi un
appartamento: nel ’44 me lo son dovuto vendere per far mangiare me e la mia famiglia,
perché i prezzi dei generi alimentari erano così alti che non c’era possibilità di sopperirvi se
non con grossi sacrifici. Ora, se nel dopoguerra il credito affluito all’agricoltura è stato
minore, in proporzione, di quello affluito alle altre attività, noi dobbiamo dire serenamente
che questa era una condizione naturale di cose: gli agricoltori il credito non l’hanno chiesto
alle banche perché il credito all’agricoltura lo fornivamo noi, lei, io, pagando prezzi che
erano cresciuti il doppio degli altri prezzi. Va bene il credito, voglio concludere, ma va
considerato l’insieme: il credito è un complemento, e perciò dobbiamo conoscere il tutto per
calcolare il complemento. Altrimenti ne vien fuori una lotta fra classi, fra categorie, che non
ha giustificazione: non potendo dare tutto a tutti – voi sapete che il risparmio ha un limite –
bisogna avere le informazioni per essere giusti, o almeno per fare il minor numero possibile
di errori.
Dell’Amore: Ringrazio il governatore Menichella, che giustamente ci rammenta i limiti delle
risorse economiche. Siamo un paese povero, e i capitali vanno ripartiti con cura. Ma
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dobbiamo anche saper dare, quando serve, l’impulso. Pur con tutte le precisazioni e le cautele
fornite or ora dal governatore, noi vediamo che in molte regioni, segnatamente nelle regioni
più povere, il credito all’agricoltura langue: e parlo di oggi, dei bisogni di oggi rispetto alle
opportunità d’investimento che pure esistono. Ora, in presenza di questo deficit, è ben
giustificata la proposta, che faccio qui e che l’Associazione si riserva di precisare in seguito,
di un ente apposito per il credito agrario. Questo ente si finanzierà collocando i propri titoli
sul mercato. Ma può darsi che questi titoli inizialmente trovino difficoltà ad esser collocati.
Per ovviare a questo, io propongo che le banche possano essere chiamate a dare un
contributo. Che la Banca d’Italia possa prescrivere alle banche di investire una parte dei
depositi, una piccola parte, nei titoli del nuovo ente.
Menichella: Mi permetta ancora, Dell’Amore, sempre nello stesso spirito di prima. Lei dice:
“Visto che i quattrini non vengono volentieri, pigliamoli per forza; cioè diciamo alle banche:
una certa quota dei tuoi depositi tu devi sottoscriverla in cartelle.” Ma noi finora abbiamo
seguito la strada della buona volontà, se dovessimo ricorrere alla costrizione sarebbe
veramente un triste momento. Vede, il giorno che il Governo deciderà così, io non avrò che
da eseguire; ma finché mi sarà dato di esprimere parola, io sarò contrario ad obbligare le
banche a dare una quota dei propri depositi per certi determinati fini, di volta in volta
indicati...
Dell’Amore: Si tratterebbe di una misura temporanea, e per una quota modesta...
Menichella: Beh, anche il giovanotto che si avvicina alla ragazza per portarla a letto,
comincia con un casto bacio. E poi? Noi inizieremmo su una strada e non sapremmo dove
finire, su quella stessa strada. Mi rivolgo ai banchieri: io sento che essi amano, come è giusto
che amino, l’agricoltura; però sento che a un certo momento sono anche gelosi
dell’autonomia delle loro decisioni, la quale autonomia fa sì che il credito lo debbano fare a
chi vogliono, a chi credono, a chi merita, in base alle loro valutazioni, e non a chi sia loro
imposto dall’alto. Questo è il punto fondamentale. Immagini che cosa succederebbe se
ammettessimo questo principio a favore dell’agricoltura. Poi verrebbe la pesca, poi lo zolfo,
poi i parrucchieri... Infine il lavoro del banchiere che cosa diventerebbe, la lettura delle
circolari del Ministero! Sarebbe una degradazione! Sarebbe la fine della banca come atto di
intelligenza.
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Dell’Amore: Mi perdoni, eccellenza. Ma noi, a favore dello stato, questa lettura di circolari
già la facciamo, perché volenti o nolenti, i titoli del debito pubblico li dobbiamo comprare. E
il risparmio raccolto dalle Poste va tutto a fini pubblici, o allo stato o agli enti locali.
Menichella: E giustamente, lo Stato dev’essere l’unica eccezione. Noi allo Stato non
possiamo negare un contributo, perché esso provvede alle grandi opere, alle strade, ai porti,
alle bonifiche, che nessun altro può fare. Ma se io un giorno ammettessi l’agricoltura, allora
avrei aperto il vaso di Pandora. Nessuno potrebbe essere escluso, o meglio si accenderebbe
una lotta politica fra tutti i settori per arrivare alla legge, e quel meccanismo di scelta, di
efficienza economica, che dovrebbe essere le banca, non esisterebbe più, perché sarebbe
inondato dalla forza degli interessi, della fazione, del gruppo meglio organizzato. Mentre io
credo che debba prevalere, nella vita economica, chi produce meglio, chi riesce ad
accontentare meglio i bisogni di tutti, dei consumatori, e non chi riesce ad organizzarsi
meglio per accaparrare il favore dell’autorità.
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3.3 Menichella incontra Mauro Scoccimarro
di Alfredo Gigliobianco
Il 19 gennaio 1947 (dopo il suo viaggio negli Usa e prima della stretta monetaria che
stroncò l’inflazione) Menichella discute con il ministro delle Finanze, il comunista Mauro
Scoccimarro, due punti essenziali della propria linea d’azione. Il dialogo avviene nella sede
del Centro Economico per la Ricostruzione, una specie di centro studi multipartitico fondato
dai comunisti. Ne era presidente Antonio Pesenti (predecessore di Scoccimarro alle Finanze)
e vi partecipavano esponenti tecnici e politici di tutti i partiti antifascisti. In primo luogo
Menichella auspica la restrizione del credito per sconfiggere la speculazione sulle merci, che
fa lievitare i prezzi. Di fronte al ministro del Pci egli accentua soprattutto la valenza
popolare di questa politica, perché i percettori di reddito fisso vedono il proprio reddito
liquefarsi di fronte all’aumento dei prezzi. In secondo luogo spiega il perché del suo
anatema contro le partecipazioni bancarie nelle imprese, maturato dopo i fallimenti degli
anni venti (Banca di Sconto-Ansaldo). Una banca che partecipa al capitale di un’impresa,
dice Menichella, viene percepita dal pubblico (che non è stupido: si basa su esperienze
vissute) come facente parte di un gruppo industrial-bancario, una specie di famiglia che lotta
contro altre famiglie per la supremazia commerciale ma soprattutto per ottenere i favori
dello Stato. Se c’è bisogno del ridimensionamento di un’impresa partecipata, la banca non
può farlo, perché il pubblico (e i suoi depositanti) percepisce questo come un segno di
debolezza dell’intero gruppo, ritira i depositi e porta la banca alla rovina. Allora la banca è
costretta a finanziare sempre, diventa schiava dell’impresa e si inguaia. Il rimedio
all’instabilità finanziaria non è quindi principalmente una questione di liquidità, di tecnica
bancaria, ma di struttura del capitalismo e di percezione, da parte del pubblico, che questa
struttura continua, si perpetua. L’intervento di Menichella fu importante per “sfeudalizzare”
il capitalismo italiano. Questo i comunisti lo capirono, anche se criticavano continuamente
Menichella per la sua inclinazione restrittiva (prima parte del dialogo).
Bibliografia:
A. Gigliobianco, Via Nazionale. Banca d’Italia e classe dirigente. Cento anni di storia,
Donzelli, Roma 2006.
88
***
Scoccimarro: Le dà fastidio il fumo, dottor Menichella? Apro la finestra?
Menichella: Il fumo mi dà fastidio, veramente, ma il freddo è peggio, lasciamo le cose come
stanno.
Scoccimarro: Avrei voluto andare alla riunione delle banche, ieri, ma alla fine non ho
potuto. Chi c’era mi ha detto che i banchieri sono rimasti scossi dalla sua idea di imporre un
deposito obbligatorio alla Banca d’Italia.
Menichella: Non ho detto che lo voglio fare. Ho detto che lo farei se loro non la smetteranno
di finanziare la speculazione sulle merci.
Scoccimarro: E come funzionerebbe questo sistema?
Menichella: Come in America, è molto semplice. Se i tuoi depositi, tu banca, aumentano di
cento, venticinque o trenta li devi depositare alla Banca d’Italia. In questo modo la liquidità
si asciuga. Se non lo fanno loro lo devo fare io.
Scoccimarro: Ma c’è lo strumento di legge?
Menichella: Sta nella legge bancaria del 1936 combinata con quella del 1926. Abbiamo tutti
i poteri che vogliamo, è una specie di cambio di destinazione d’uso della norma. E’ stata
pensata per la vigilanza sulle banche, ma noi la possiamo utilizzare per la politica monetaria,
per la liquidità generale.
Scoccimarro: La mia preoccupazione è che questo possa innescare una restrizione generale
del credito. Non ci sono solo gli speculatori. Non crede che possiamo trovare i mezzi per
colpire gli speculatori senza colpire tutti quelli che fanno il loro lavoro onestamente?
Menichella: Già, la polizia. Ma mi creda, Scoccimarro, non c’è nessun bisogno di polizia.
Tutti grideranno che sono senza ossigeno e stanno per morire, ma tempo 15 giorni rimettono
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sul mercato l’olio, il grano, il formaggio. I prezzi scenderanno, il credito ci sarà di nuovo per
tutti e anche gli operai delle città ne saranno contenti. E’ nell’interesse loro.
Scoccimarro: Gli operai hanno bisogno di due cose, lei lo sa. Far bastare il salario è una.
L’altra è averlo, il salario. Cioè il posto di lavoro. Sono preoccupato soprattutto per le
industrie meccaniche. I mercati esteri si devono riattivare, la domanda interna non c’è...
Menichella: Io sono fiducioso che gli effetti negativi saranno trascurabili, saranno graffi,
piccoli graffi. Però le dico, caro Scoccimarro, che cosa noi non avremo questa volta, a
differenza di quello che successe dopo l’altra guerra. Non avremo i fallimenti bancari.
Questo lo posso garantire. E questa è una gran cosa per tutti. Per i ceti medi che hanno i
depositi, per i ceti operai che devono continuare a lavorare. Queste cose non le avremo
perché le banche non sono più padrone delle industrie.
Scoccimarro: Già, l’Iri. L’Iri è diventato il cervello del capitalismo italiano. Ma che cosa è
cambiato nel capitalismo? Che adesso è più razionale forse. Forse avete limitato il caos
capitalistico, l’anarchia del mercato. Ma il rapporto fra il lavoratore e il capitale non è
cambiato, non vedo alcun cambiamento.
Menichella: Io non pretendo la perfezione, onorevole Scoccimarro. Dico che adesso si fanno
meno errori di prima. Falliscono meno fabbriche, falliscono meno banche, si buttano via
meno materie prima in produzioni inutili. Pensi a come stavano le cose dopo la prima guerra
mondiale. Lei ha la mia età, credo, lo ricorderà bene. Io mi misi alla lavorare per la
liquidazione della Banca di Sconto, nel 1921. Quando andammo a vedere i libri, il capitale
non c’era. La Sconto aveva le azioni dell’Ansaldo, l’Ansaldo aveva le azioni della Sconto,
tutti e due urlavano, Pogliani e i fratelli Perrone, soprattutto i Perrone, volete distruggere
questa azienda, questo colossale sforzo patriottico, voi avvoltoi e becchini. Ma Scoccimarro,
le assicuro, l’Ansaldo continuava a produrre navi, locomotive, ma era tutta una fantasia
basata sul fatto che lo stato doveva poi comprare tutto, e comprare a prezzi altissimi, e questo
per soddisfare l’ambizione sfrenata di Pio Perrone, la sua sete di dominio. Ma chi pagava?
Non erano cose che si potevano impiegare proficuamente nella produzione o nel consumo.
Pagavamo noi, lei, io, gli operai di tutte le altre aziende. Con i sussidi, con gli acquisti folli,
con il credito. Certo lo so che gli operai dell’Ansaldo avrebbero voluto continuare, ma è una
cosa che non può continuare all’infinito.
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Scoccimarro: Ma questo fu prima dell’Iri, vorrei capire bene come, secondo lei, l’Iri cambiò
questo. Perché mi pare che lei non sia andato alla Commissione economica della Costituente,
non ci ha dato la sua versione dei fatti. E’ importante invece, perché Beneduce è morto,
Menichella non parla... Lei capisce che una certa perplessità è normale.
Menichella: Le commissioni non mi sono mai piaciute. Si tende sempre a distorcere, a fare
grandi polemiche, a far capire quello che non è. E così anche sulla stampa. Io non ho mai
fatto un’intervista e penso che non la farò mai. Ci sono cose che si spiegano meglio a
quattr’occhi.
Scoccimarro: E quindi?
Menichella: Quindi è questo. Che dopo la prima guerra mondiale si capì il male ma non fu
data la medicina. E la medicina è una sola, che la banca e l’industria vanno separate. Perché
sono due mestieri diversi e incompatibili. Se sono un industriale, io non faccio bene il mio
mestiere se ho sempre dietro le spalle la cassa aperta della banca: ho bisogno invece di un
controllo, di uno stimolo a fare meglio, questo è il controllo della banca indipendente. Poi c’è
il fatto del pubblico, un fatto importantissimo, importantissimo e che nessuno capisce. Se io
sono banca e possiedo le azioni di un’industria, possiedo il controllo, questa è una cosa che si
sa, c’è scritto sui giornali. Se l’industria va male e si deve intervenire, anche con dei
licenziamenti, adesso non voglio apparire..., non ci sono solo licenziamenti di operai, ci sono,
possono essere necessari cambi di dirigenti, ridimensionare o chiudere un ramo, cambiare
direzione, questo la banca non riesce a farlo, non riesce a imporlo, perché tutti diranno: ecco,
sono in crisi, è un segno di debolezza, e comincia il ritiro dei depositi dalla banca. E da lì
tutto il resto. Questo è quello che succede in Italia. Succede così, non da ora: ne parla anche
Pareto, lei sa che Wilfredo Pareto era un dirigente industriale? Dirigeva una miniera di ferro.
Beh, voleva fare degli interventi e la banca proprietaria lo impedì, disse no, si parlerebbe
male di noi... Questi gruppi di industria-finanza erano come nel feudalesimo: una banca al
centro che è il castello, poi i vassalli che sono le imprese, uno per tutti, tutti per uno. E alla
fine la resistenza su queste posizioni assurde, di spreco assoluto, la paga lo stato. Capisce?
Non è che lottano fra loro per farsi concorrenza, per fare cose a minor prezzo a vantaggio dei
consumatori, no, lottano fra loro per avere l’appoggio dello stato, il salvataggio dello stato. E
però mantenere il controllo di tutto. Allora questo si può fare una volta, ma non due volte, tre
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volte, come abbiamo fatto in Italia. L’Iri è nato per dire basta a questo. Le banche da una
parte, fanno il credito commerciale. Gli istituti speciali fanno il credito a lungo termine, per
gli impianti industriali. Le imprese chiedono il credito a chi gli pare, possono ottenerlo o non
ottenerlo, ma non è che hanno la banca loro.
Scoccimarro: Ma alla fine l’Iri, che possiede sia le banche che le industrie, quelle grandi,
potrebbe essere il castello più grande di tutti. Quello che tiene tutto per sé. A dispetto anche
dello Stato.
Menichella: In linea del tutto teorica. In pratica è una cosa molto più controllabile rispetto a
prima, basta scegliere bene le due o tre persone alla testa. Ed è stato così, perché vada a
vedere le cifre. Le banche dell’Iri fanno credito a tutte le imprese, grandi e piccole, il credito
che fanno alle imprese dell’Iri non è nemmeno un terzo del totale. E dall’altra parte le
imprese dell’Iri ottengono credito dalle altre banche, dagli istituti speciali.
Scoccimarro: Prendiamo il problema del Mezzogiorno, un problema che il fascismo ha
messo sotto il tappeto, hanno detto non esiste e basta. Invece esisteva allora ed esiste adesso.
Le aziende dell’Iri investiranno nel Mezzogiorno oppure si atterranno puramente alla logica
del profitto? Sono capaci di superare questa logica? Questo è il punto.
Menichella: Non sono capaci, glielo dico molto chiaramente onorevole Scoccimarro. Ma le
dico anche che io sono lieto che non ne siano capaci. Queste sono imprese che devono vivere
e stare sul mercato, confrontarsi con altre imprese. Non possiamo chiedere loro di immolarsi
per qualche cosa. Questo è il compito dello Stato. Se lo stato vorrà creare, nel Sud, le
condizioni per cui le imprese trovino conveniente investire, bene, sono io il primo a volerlo, a
rallegrarmene, ma secondo me è sbagliato costringere le imprese. Il giorno in cui le imprese
andranno spontaneamente, allora lo stato potrà dire: ho raggiunto il mio scopo. Portando
l’acqua, le strade, le scuole, la giustizia, ho reso questa parte dell’Italia attraente per le
imprese, e potrà iniziare lo sviluppo industriale, anche industriale.
Scoccimarro: Lei mi dice che lo Stato ha le imprese, ma queste imprese fanno esattamente
quello che farebbero se non fossero dello Stato. Non è paradossale?
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Menichella: Il fatto che adesso siano dello Stato, o meglio dell’Iri, impedisce quella battaglia
tra fazioni, tra castelli di cui dicevamo prima. Questo è il grande vantaggio, ed è un
vantaggio per tutti. Non tanto le industrie, ma le grandi banche è essenziale che rimangano
pubbliche. Altrimenti si riproduce tutto quel sistema. Che è un sistema apparente di
ricchezza, ma di ricchezza per pochi, pagata invece dai molti.
Scoccimarro: Questo è un argomento che mi riservo di approfondire, dottor Menichella. Per
quanto riguarda la speculazione sulle merci, di cui mi ha parlato all’inizio, farò fare dei
controlli dalla Guardia di finanza. E se è come dice lei, su questo avrà il mio appoggio.
Ammesso che le facciano passare le sua idea. Il governatore Einaudi che cosa ne dice?
Menichella: Il professor Einaudi è informato. Penso che capirà l’importanza della questione.
Scoccimarro: A me sembra che il professor Einaudi pensi solo al bilancio dello Stato. Non
mi dolgo che ci pensi, però deve anche capire che è competenza mia.
Menichella: Se ci sono questioni che vanno portate alla sua attenzione, questo è il mio
lavoro. Stia sicuro che io non permetterò alla speculazione di continuare, sempre che ci sia
l’appoggio del governo.
Scoccimarro: Penso che su questo ci potremo intendere. Non mi piace rimandare troppo. La
saluto, dottor Menichella.
Menichella: Arrivederci, onorevole Scoccimarro.
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3.4 Grano, ferro, macchine per l’Italia: dialoghi menichelliani per
procurarsi le valute estere (dialoghi con Alcide De Gasperi, Eugene Black,
Francesco Giordani)
di Alfredo Gigliobianco
La Cassa per il Mezzogiorno si inserisce nella storia delle difficoltà italiane – vivissime nel
secondo dopoguerra – di pareggiare le importazioni con le esportazioni e fa parte di un
progetto di crescita dell’economia capace di alimentare investimenti all’interno e
competitività all’estero valorizzando con interventi mirati (energia, infrastrutture, bonifiche)
le risorse delle regioni del Sud. Menichella ne è il vero ideatore, in ciò sostenuto dall’azione
e dalla capacità progettuale dell’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, intorno alla
quale, sotto la guida di tecnici meridionalisti, si raccolgono tutte le principali imprese
italiane, pubbliche e private, del Nord, del Centro e del Sud. La disponibilità della Banca
Mondiale a finanziare con prestiti in dollari programmi di investimenti nelle aree depresse
del mondo, fa della nostra “questione
meridionale” una straordinaria occasione per
l’Italia, che può ottenere valuta estera anche dopo la scadenza del Piano Marshall.
Menichella costruisce nel tempo la sua strategia di stabilizzazione monetaria e di sviluppo. Il
primo momento è la conferenza della pace di Parigi con l’obiettivo di conseguire per l’Italia,
paese ex fascista nonché sconfitto, il trattamento riservato dagli alleati ai paesi
cobelligeranti. Quindi si adopera per l’inserimento dell’Italia nel Fondo Monetario
Internazionale, per l’acquisizione di prestiti internazionali e per l’orientamento dei prestiti
in dollari del Piano Marshall verso il potenziamento dei nostri settori industriali di punta.
Nel corso di questa azione Menichella viene accusato dagli strateghi del Piano americano
di non spendere abbastanza in fretta le valute estere ottenute. In realtà egli si tiene coerente
con una linea di prudenza che cerca nello sviluppo soprattutto la continuità, non l’exploit
momentaneo. Avviata la stabilizzazione monetaria, Menichella, avvalendosi di Francesco
Giordani che siede per l’Italia presso la Banca Mondiale, ottiene da questa la garanzia di
prestiti in dollari per un piano di investimenti nel Sud, quindi scrive nel suo ufficio di
Governatore della Banca d’Italia il disegno di legge per l’istituzione della Cassa per il
Mezzogiorno, presentato in Parlamento da De Gasperi. Tratta quindi personalmente col
Presidente della Banca Mondiale Eugene Black le modalità e i tempi di erogazione del
prestito, avendo come obiettivo la convertibilità e la stabilità della lira e la capacità degli
investimenti di generare effetti di lungo periodo in tutti i settori produttivi. Alla fine degli
94
anni cinquanta arrivò il miracolo economico in tutte le regioni italiane e per Menichella la
soddisfazione dell’Oscar della moneta alla lira, oltre al riconoscimento di miglior banchiere
centrale.
Donato Menichella. Stabilità e sviluppo dell’economia italiana 1946-1960 (a cura di F.
Cotula, C. O. Gelsomino e A. Gigliobianco), Laterza, Roma-Bari 1997; Radici storiche ed
esperienza dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (a cura di L. D’Antone),
Bibliopolis, Napoli 1996 (saggi di D’Antone e di Cardarelli).
***
Menichella al telefono: conversazioni dal 1946 al 1954. Cerca di ottenere gli aiuti necessari
all’Italia per mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti. E’ concentrato sul risultato,
cerca mille modi, supera ostacoli, ma è anche molto fermo nelle sue convinzioni. E’ il
rappresentante di un’Italia sconfitta e deve presentarne le credenziali ai vincitori. Deve far
capire l’Italia, le sue potenzialità e la serietà di intenti. Deve confrontarsi con
condizionamenti politici, con regole e preferenze che non condivide, indovinare il risultato di
certe sue mosse. I suoi collaboratori vanno e vengono. Lui in vari atteggiamenti. Vestito di
tutto punto, maniche di camicia ecc.
Agosto 1946. Al telefono con Alcide De Gasperi.
Si considerano le necessità di valuta estera e si affilano le armi per la conferenza della pace
di Parigi (agosto-ottobre 1946; il trattato di pace sarà siglato il 10 febbraio 1947):
Menichella: No Presidente, i privati non ci daranno nulla, né dollari né sterline. Tutti stanno
fermi, aspettano, c’è troppa paura; solo dai governi esteri ci possiamo aspettare qualcosa.
Praticamente, dagli Stati Uniti. Se riusciremo a convincerli, beninteso. Dobbiamo superare le
loro incertezze. Senza carbone la nostra industria non può lavorare. Con il carbone che
abbiamo ora, l’industria non può andare oltre il 30-40% di utilizzo degli impianti. (pausa)
La conferenza di Parigi? Per Parigi mi sono fatto un’idea. Guardi presidente, paghiamo tutto,
è inutile fare resistenza su cose che non otterremo. Abbiamo pochissimo tempo per parlare,
non sappiamo neanche se ci faranno parlare, dobbiamo concentrarci sulle cose essenziali. Io
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la vedo così. Le colonie niente, le cediamo. I danni che la Germania ci ha fatto dopo l’8
settembre, pazienza, inutile insistere. Danni dei bombardamenti durante la cobelligeranza,
carico nostro. Guardi, se si deve, accettiamo anche di pagare riparazioni per quello che
l’Italia ha fatto durante il fascismo, prima dell’8 settembre. Ma, questo è il punto principale,
dal 13 ottobre 1943 noi siamo cobelligeranti, siamo in guerra contro la Germania. Allora, in
questa guerra ognuno paga almeno le proprie spese. Quindi la carta moneta che gli Alleati
hanno emesso in Italia, colla quale hanno comprato i nostri pomodori, sono andati al
ristorante, hanno lavato la biancheria (e hanno fatto alzare i prezzi), beh, quello ci va
rimborsato. Dobbiamo puntare lì. Sommando quello alle lire che gli abbiamo dato noi, e
tenendo conto anche dei beni che ci sono stati semplicemente requisiti, arriviamo a 2 miliardi
di dollari di ora, sarebbe una grande boccata di ossigeno.
Voce fuori campo: il trattato di pace rimase punitivo per l’Italia, ma attraverso accordi
paralleli (è rimasto famoso il viaggio di De Gasperi e Menichella in America nel gennaio
1947) l’Italia ottenne dagli Stati Uniti circa 350 milioni di dollari di rimborsi. Un quinto di
quello che chiedeva Menichella, comunque una somma notevole, sufficiente per garantire le
forniture di energia per un anno. Poi, dal 1948, cominceranno gli aiuti del Piano Marshall.
Aprile 1947, interlocutore non identificato:
Menichella: La Banca Mondiale? La Banca Mondiale va benissimo, ma non è che adesso
dicono: i denari d’ora in poi ve li dà la Banca Mondiale, noi Stati Uniti usciamo fuori. Prima
devono finire di darci quello che hanno promesso, poi ne parliamo.
Febbraio 1949. Menichella sta leggendo, alla sua scrivania. Ha in mano il rapporto, appena
pubblicato, dell’Eca (Economic cooperation administration, cioè Piano Marshall) sull’Italia,
redatto da Paul Hoffman:
Menichella: Questo poi è il colmo. Dice che non spendiamo abbastanza. Questi fetenti del
piano Marshall dicono che gli aiuti magari all’Italia li possono diminuire, visto che noi
abbiamo accumulato un po’ troppe riserve. Me lo chiami questo Hoffmann, ci voglio parlare
con Hoffmann. Ma è venuto mai in Italia? Mi piacerebbe sapere che faceva al tempo della
sconfitta dei democratici, di Wilson, nel 1918. Beh, io ero tornato dall’Albania, avevo 23
96
anni quando nel 1919 gli americani sospesero gli aiuti e vidi la lira crollare in due mesi. Gli
Americani dissero che la politica cambiava, che, guerra finita, non c’era più motivo di
sostenere le valute dei paesi alleati. Fine. Allora se permetti, un po’ di prudenza. Perché ci
servono le riserve? Per tenerle di riserva, se mai voi cambiate idea. Perché se cambiate idea,
noi non dobbiamo fare la fame e il freddo per un anno. E’ molto semplice. Loro dicono che
non cambiano idea, ma dipende dalle elezioni. O il presidente muore e ne viene un altro.
Democrazia va bene. Ma democrazia vuol dire anche che si può cambiare idea, mi pare. Noi
dobbiamo prendere le nostre precauzioni. Lo so come vanno queste cose. Non risponde al
telefono? Va bene, lo chiamiamo dopo. Hoffman. Secondo me non è mai venuto. E’ tutto
teorico il suo discorso. Non c’è l’esperienza, non c’è.
Al telefono con Francesco Giordani, giugno 1949. Sempre in primo piano la situazione
valutaria. Nasce l’idea della Cassa per il Mezzogiorno:
Menichella: Carissimo Francesco, bene non va… Le riserve sono al limite. La situazione
delle abitazioni è spaventosa ancora. Ma senza carbone non si riesce a produrre il cemento...
Giordani: Dunque, si va avanti col Sud? La settimana scorsa ho parlato con Lilienthal, te lo
ricordi? Quello della Tennessee Valley, mi ha fatto un panegirico della Tennessee Valley
Authority, quant’è integrata, quant’è bella, quant’è razionale. Allora ho pensato: possiamo
dire che la facciamo anche noi puntando sul Mezzogiorno! Qui a Washington sono
appassionati di sviluppo, ci vanno pazzi. Se noi vogliamo i dollari, allora dobbiamo
presentare il nostro piano integrato, razionalissimo, per il Mezzogiorno. Ci mettiamo i dati, le
previsioni, tutto. Portiamo questa grande regione europea, che non ha nessuna ragione per
starci, fuori dall’arretratezza economica, nel ventesimo secolo... è proprio il lavoro della
Banca Mondiale, questa banca che finora noi non abbiamo utilizzato.
Menichella: Sì, metto subito al lavoro Saraceno, quello è bravissimo coi piani. Poi ci
metterei Guidotti, adesso sta qui al mio Servizio studi, prima stava alla Società Meridionale
con Cenzato. Vediamo, metto al lavoro tutta la Svimez. Ma poi in concreto, come facciamo
arrivare i soldi? Cioè la Banca che cosa finanzia precisamente?
Giordani: Ci vorranno dei progetti, qui va tutto per progetti.
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Menichella: Già, così si trovano a dover finanziare da una parte i comuni del Matese per
l’irrigazione, dall’altra la Finsider, dall’altra il Consorzio di bonifica... E quando finiamo?
Giordani: E quindi?
Menichella: La Banca Mondiale vuole un unico canale per erogare i prestiti. E’ da tempo
che noi ci pensiamo: facciamo un ente speciale, un ente di sviluppo. Che prende i soldi, fa i
finanziamenti, vede i progetti.
Giordani: Lo chiamiamo Ente per lo sviluppo del Mezzogiorno.
Menichella: Ente per il Mezzogiorno.
Giordani: Istituto per il Mezzogiorno.
Menichella: Chiamiamolo Cassa. Cassa per il Mezzogiorno. Deve avere una sua autonomia
finanziaria, dei finanziamenti assicurati anno per anno. La scrivo io la legge, se il presidente
del Consiglio mi dà via libera.
Un mese dopo, al telefono con De Gasperi:
De Gasperi: Menichella, ma lei è sicuro di questo nome? Cassa per il Mezzogiorno? No,
perché a me pare che Cassa ecciti un po’ troppo l’immaginazione, non vorrei... Già la
politica, lei lo sa, è tutta percorsa da questa tendenza alla spesa, a cui deve contrapporsi una
resistenza, valutazione e... comparazione. Ecco, io non vorrei che Cassa desse troppo l’idea
che i soldi sono lì, che basta allungare la mano.
Menichella: Ci conosciamo da quattro anni, Presidente, può immaginare se non condivido la
sua prudenza. Ma qui c’è un altro fattore che entra in gioco. Io non vorrei mai dare false
speranze. Eppure, da meridionale, sento che lo Stato con il Sud deve fare un patto in cui ci
sono due clausole. Da una parte la serietà nella spesa, la selezione rigorosa delle cose che si
finanziano. Dall’altra la serietà nel dare, cioè che i soldi promessi poi vengano dati davvero
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(perché sa, molte volte è successo il contrario). Allora, io la vedo così: le nostre procedure
saranno una garanzia nel primo senso. E questo nome Cassa (insieme alla volontà del
Governo, s’intende) sarà un segno, per i meridionali, che ci sono i denari, che le promesse
diventano realtà.
Dicembre 1953, telefonata con Giordani. Eugene Black è il Presidente della Banca
Mondiale:
Menichella:...la Banca Mondiale, già. Se le cose non si muovono, se non arrivano i dollari,
io devo stringere il credito, e sono problemi con le banche, problemi col governo, problemi
con le industrie. Ma non posso permettere che la lira cada per lo sbilancio dei pagamenti con
l’estero. Il Piano Marshall ormai sta per chiudere il rubinetto, e non abbiamo nient’altro.
Giordani: Ma quali sono le difficoltà? Il Presidente Black è ben disposto verso l’Italia, gli
abbiamo dato un piano che era un gioiello. Devi parlare direttamente con Black.
Menichella: Lo devo vedere a Parigi. Gli darò tutte le assicurazioni che vuole sulla politica
monetaria italiana, così può vendersi la cosa a Wall Street, ai finanziatori, ma lo devo
impegnare a farci avere i dollari, almeno 250 milioni in tre anni. Pensa che è meno di quello
che abbiamo avuto di aiuti esteri in un anno solo.
Giordani: Ma se ce la facciamo, vuol dire anche che stiamo messi cento volte meglio di
cinque anni fa, quando a ogni momento stavamo sul baratro.
Menichella: E’ vero. Ma non lo deve sapere nessuno!
Menichella chiude il telefono e dice fra sé e sé: Chiederò a Black di aumentare l’ammontare
dei prestiti. Dai 10 milioni di dollari per anno che abbiamo avuto fino adesso, e che hanno
finanziato industrie tessili, di trasformazione di prodotti agricoli, di fertilizzanti, dobbiamo
passare a prestiti di ben più elevato ammontare per più costosi progetti: bisogna puntare sulla
produzione e sulle applicazioni dell’elettricità, sulla costruzione di abitazioni, strade e vie di
comunicazione, sui più nuovi prodotti dell’industria meccanica e delle industrie satelliti, sulla
chimica dei fertilizzanti e dell’energia, sulle macchine per l’agricoltura! Lo convincerò
perché grandi e piccole imprese, private e pubbliche, del Nord e del Sud, ne avranno
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benefici. E tutto questo sarà benefico per il progresso economico e civile del Sud e dell’intero
Paese! Così la Banca Mondiale potrà vantare il suo maggiore successo con i prestiti all’Italia!
Ottobre 1962: La scena si oscura si illumina di nuovo su Menichella, a Washington,
all’Assemblea della Banca Mondiale (nel 1960 ha dato le dimissioni da Governatore della
Banca d’Italia) intento pronunciare il suo Indirizzo di omaggio a Black che lascia la
presidenza:
(…) Il nostro incontro avvenne a Parigi, ricordate Signor Black? Discutemmo il problema
fuori da ogni collegialità, da ogni etichetta. Non mercanteggiammo. Le mie speranze non
andarono deluse e voi vi dichiaraste disposto ad appoggiare tre nuovi prestiti di 70 miliardi di
dollari ciascuno alla Cassa per il Mezzogiorno. Ed io ricorderò sempre la commozione di un
altro grande italiano, ahimè come Giordani anche lui scomparso, Ezio Vanoni quando ebbe
due mesi dopo da voi l’annuncio della decisione. Egli, che in quel periodo maturava l’ampio
disegno che tradusse nel piano che ha portato il suo nome, conosceva il valore delle cifre e
soprattutto sapeva cogliere il significato dell’appoggio di un prestito della massima
istituzione creditizia internazionale alla sua politica economica di espansione della spesa.
Saputo del Vostro ritiro dalla Presidenza della Banca pensavo al diverso corso che avrebbe
potuto verificarsi nel nostro Paese se voi non aveste accolto la mia proposta. Certo, la storia
non si fa con i sé, ma è verosimile che il coraggio che abbiamo avuto nel consentire a più
riprese l’espansione creditizia, che è stata alla base del mirabile sviluppo del reddito
nazionale negli ultimi 10 anni, ci sarebbe mancato se l’assistenza data al nostro Paese dalla
Banca Mondiale al momento opportuno non fosse stata così decisa, importante e cordiale,
come invece essa fu, Signor Black!
Si leva un fragoroso applauso.
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LUIGI STURZO
Tratti biografici
Figura autorevole di uomo politico ed esponente di primo piano del movimento cattolico italiano,
Luigi Sturzo fu il principale artefice dell’inserimento delle masse popolari cattoliche nello Stato
italiano in chiave laica e democratica, strenuo difensore delle autonomie locali, convinto sostenitore
del ruolo dei partiti politici, considerati le “arterie” della società civile e strumenti primari di libertà.
Nato a Caltagirone, una cittadina in provincia di Catania, il 26 novembre 1871 da una famiglia
dell’agiata aristocrazia terriera, compì gli studi nei seminari di Acireale, Noto e Caltagirone tra il
1883 e il 1894, quando venne ordinato sacerdote. Nel 1894 studiò teologia all’Università
Gregoriana di Roma, dove entrò in contatto con quel mondo giovanile (tra cui Romolo Murri,
Giuseppe Toniolo) entusiasta per il Papa Leone XIII e promotore dell’impegno sociale dei cattolici.
Per il giovane prete, sotto la spinta ideale e politica dell’Enciclica Rerum Novarum (1891) e a
contatto con l’esperienza delle rivolte contadine e operaie in Sicilia nel 1894 (Fasci siciliani),
iniziarono gli anni dell’attività organizzativa tra i contadini, gli artigiani; promosse le prime casse
rurali e cooperative della sua città; da cattolico intransigente aderì all’Opera dei Congressi,
chiedendo un esplicito impegno dei cattolici sulla questione meridionale. Denunciò lo sfruttamento
economico, tributario e amministrativo, attuato dal governo e dalla classe dirigente nazionale nelle
regioni meridionali. Intraprese la sua battaglia amministrativa a Caltagirone, diventando “prosindaco” dal 1905 al 1920 (non potendo fare il sindaco, in quanto sacerdote). Il discorso del 1905 I
problemi della vita nazionale dei cattolici, segnò il definitivo superamento dell’esperienza dei
cattolici Papali, osservanti del non expedit e l’aspirazione alla formazione di un partito laico,
democratico, costituzionale, di ispirazione cristiana.
Alla vigilia della guerra mondiale erano già in nuce i tratti distintivi della sua azione politica: la
fiducia nell’autogoverno locale e la centralità del comune come vera base della vita civile; il senso
della Patria e il riconoscimento del valore del Risorgimento italiano; il liberismo non ostile
all’intervento dello Stato, ma alle forme stataliste di gestione delle imprese e di promozione dello
sviluppo. Il 18 gennaio 1919 lanciò l’appello A tutti gli uomini liberi e forti, con il quale nacque il
Partito Popolare Italiano (Ppi), il primo partito di massa dei cattolici, su una chiara e articolata
piattaforma programmatica, (difesa della famiglia e libertà d’insegnamento; legislazione sociale e
difesa del diritto del lavoro; autonomie locali; forme di previdenza sociale; rappresentanza
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proporzionale e voto femminile; difesa del Paese). Nelle elezioni politiche del 1919 il partito
popolare ottenne un grande successo, divenendo determinante per la formazione dei governi
nell’inquieto e instabile dopoguerra. Fallito il tentativo di costituire un’alleanza con i socialisti e i
gruppi liberal-progressisti per contrastare la violenza squadristica fascista, il partito popolare
partecipò ai governi postbellici e, dopo la marcia su Roma, anche al primo Ministero Mussolini,
nonostante il parere contrario di Sturzo. Il popolarismo era diviso in due tendenze: l’anima
moderata sostenne il fascismo, l’altra, guidata da Sturzo, passò all’opposizione aperta, difendendo
l’autonomia del partito. Il Vaticano, sensibile alla prima opzione, costrinse Sturzo prima alle
dimissioni da segretario del partito (1923) e poi nel 1924, dopo il delitto Matteotti, all’esilio.
Nei lunghi ventidue anni trascorsi prima a Londra (dall’ottobre 1924 al settembre 1940), poi a New
York (1940-1946), svolse un’intensa attività politica e culturale contro il fascismo e il nazismo a
contatto con il variegato mondo degli esuli antifascisti italiani e con gli ambienti politici e
intellettuali europei e statunitensi.
Tornato a Roma nel settembre 1946, da trionfatore ma ormai fuori dal gioco politico, faticò a
comprendere le scelte della Democrazia Cristiana, il nuovo partito dei cattolici italiani guidato da
De Gasperi, elaborate d’accordo con il Vaticano e gli anglo-americani. Nella primavera 1952
condusse la cosiddetta “operazione Sturzo” per le elezioni amministrative di Roma nel tentativo, poi
fallito, di formare con l’avallo del Vaticano una lista civica con le destre. Nominato Senatore a vita
nel dicembre 1952, si iscrisse al gruppo misto e si impegnò febbrilmente sulla stampa e in
Parlamento a denunciare l’invadenza dello Stato, il proliferare degli enti statali e parastatali, le
degenerazioni del sistema di governo della Democrazia cristiana, l’avanzata del Partito comunista,
le posizioni “socialisteggianti” della nuova classe dirigente democristiana. Morì a Roma l’8 agosto
1959, all’età di 88 anni.
Bibliografia:
Le numerosissime opere di carattere politico, sociologico ed etico politico di Sturzo e la sua vasta
corrispondenza sono in gran parte pubblicate nell’Opera Omnia a cura dell’Istituto Luigi Sturzo. Per
indicazioni complete si rinvia al sito http://www.sturzo.it. G. De Rosa, Sturzo, Torino 1977; F.
Malgeri, Profilo biografico di Luigi Sturzo, Roma 1975; M. G. Rossi, Scritti politici di Luigi Sturzo,
Milano 1982.
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4.1 Sturzo incontra Mario Milazzo e due giornalisti
di Salvatore Lupo
Il progetto di Sturzo prevede la costituzione di un partito democratico-cristiano sia su scala locale
sia su scala nazionale, per quanto il provvedimento Papale noto come “Non expedit” proibisca la
partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche nazionali. Sturzo cerca anche un “riscatto” del
Mezzogiorno basato sull’idea dell’autogoverno locale, della quale la sua esperienza alla guida
dell’amministrazione comunale come “prosindaco” (in quanto sacerdote, non poteva secondo la
legge fare il sindaco) va considerata un po’ un laboratorio.
Il dialogo si svolge a Caltagirone, in un ufficio del Palazzo municipale nel dicembre 1905. I
personaggi sono: Sturzo, Mario Milazzo, due giornalisti – Saro del “Corriere di Catania”,
Giacomo dell’“Avanti!”, un usciere.
Bibliografia:
Caltagirone, Palermo, Sellerio, 1977; G. Barone, Egemonie urbane e potere locale (1882-1913), in
Storia d'Italia dal 1860 ad oggi. Le Regioni. La Sicilia, a c. di M. Aymard e G. Giarrizzo, Torino,
Einaudi, 1987. G. Giarrizzo, Luigi Sturzo amministratore locale, in Atti del convegno
internazionale «Luigi Sturzo nella storia d'Italia», Roma, Edizioni Storia e Letteratura, 1973, Vol.
I,. E. La Loggia, Il movimento cooperativo agricolo in Sicilia. Contributo storico, statistico,
documentale e le affittanze collettive in Sicilia al congresso di Roma del 1912, in Autonomia e
rinascita della Sicilia, Palermo, 1963. S. Lupo, L'utopia totalitaria del fascismo (1918-1942), in
Storia d'Italia dal 1860 ad oggi. Le regioni. La Sicilia, a c. di M. Aymard e G. Giarrizzo, Torino,
Einaudi, 1987. F. Renda, Il movimento contadino nella società siciliana, Palermo, Sicilia al Lavoro,
1956.
***
Saro e Giacomo, abbastanza giovani, l’uno con accento siciliano l’altro milanese, entrano
nell’ufficio insieme a un usciere, in là con gli anni, in divisa appunto da usciere.
Saro, rivolto all’usciere e dandosi importanza: Ricorderà a don Sturzo il nostro appuntamento. Lei
mi conosce già, io sono un giornalista del “Corriere di Catania” ma il collega qui è dell’”Avanti!”,
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viene da Milano (con enfasi). E’ venuto apposta da Milano a Caltagirone (enfasi ancora maggiore)
per informare la pubblica opinione su un prete …
Usciere: Don Sturzo?
Saro: … e già: quello che ha vinto le elezioni in questa bella cittadina e la va ad amministrare
nell’anno 1905, secolo ventesimo dico, in questo pezzo di Regno d’Italia, se di Italia possiamo
parlare (ironico, guarda Giacomo e i due ammiccano).
Usciere: Vossia deve portare pazienza, ci sarà da aspettare.
Saro, sempre enfatico: Parliamo di un sacerdote, che per lo spirito di carità che è del suo ufficio non
vorrà farci attendere troppo. I nostri lettori vogliono sapere tutto. E’ la democrazia! Noi siamo
giornalisti democratici.
Usciere, quieto: Don Sturzo, mischinu, è travolto dalle cose … risultati elettorali, riunioni, il
delegato, il segretario comunale, tutti lo vogliono … Mi chiamano. Con il permesso di vossignoria.
L’usciere se ne va, i due si siedono e iniziano a chiacchierare fitto fitto.
Giacomo: Ma mi vuoi spiegare di questo Sturzo? E non è illegale che facciano sindaco un prete?
Saro: Sì, ma troveranno una soluzione. Aggiusteranno la cosa.
Giacomo: …un prete!
Saro: Sindaco in un paese come questo… con i problemi che ci sono … la miseria … e poi tutte
queste spese che il comune dovrà fare per l’illuminazione, le scuole, le strade …
Giacomo: Cosa farà, chiederà al santo patrono di far piovere i soldi dal cielo?
Saro: Ma vedi, siamo a Caltagirone. Sicilia interna col suo intatto feudalesimo! Latifondo, malaria!
Baroni, preti, avvocati, notai, e poi contadini, contadini analfabeti, “un volgo disperso che nome
non ha” (nella citazione ha un tono tra ironico e ampolloso).
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Giacomo: Manca la borghesia.
Saro: C’è quella radicale, proprio quella che oggi ha perso le elezioni. Di questi, la persona
migliore è Mario Milazzo, che ha un’influenza sui contadini. Posa anche a poeta (e cita con enfasi):
“Il parlamento è un covo d’intriganti/ Il municipio è pien di nullità/ e ahimé, l’Italia è il regno dei
birbanti”: sono versi suoi.
Giacomo: Già, radicale e pure poeta, laddove ci vorrebbero socialisti e ingegneri.
Saro: E veri proletari. Invece si tratta di gente che per il socialismo non è matura e per la stessa
ragione per cui non è matura per il capitalismo. La tirannide dei baroni, gli inganni del clero: non
sono capaci di ribellarsi né all’una né agli altri.
Giacomo: D’altronde a Catania le cose non vanno molto meglio.
Saro: Ma che dici? È una grande città, con i suoi traffici, il suo porto, le sue raffinerie – di zolfo, sì
(spiega condiscendente). C’è un sindaco socialista, Peppino De Felice, lui sì un amministratore
moderno, l’uomo giusto per la Milano del sud!
Giacomo, perplesso: Prego?
Saro: Sì, Catania insomma. Sì, la chiamiamo così.
Giacomo, calcando sul suo accento meneghino, e con ironia: Beh caro compagno, Milano
addirittura … Sono stato in effetti a Catania, ci sarà pure il porto e tanto movimento, ma c’è anche
tanta miseria e sporcizia e ignoranza. Altro che socialismo in questo paese! Il tuo De Felice non
somiglia mica al nostro Turati. Più che un compagno mi sembra un Vicerè come quelli antichi di
cui ha scritto quel vostro romanziere …
Saro: .. Federico De Roberto.
Giacomo: Appunto, il De Roberto. Educazione, vuol essere! Nel Meridione non ce n’è da nessuna
parte: pensa a quegli impicci della mafia.
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Saro: Non lo dire a me né a De Felice che l’ha combattuta!
Giacomo: Va bene, ma non basta.
Nel frattempo Saro si accosta un po’ impaziente alla porta e vedendo qualcuno passare nel
corridoio si illumina in viso e lo chiama ad alta voce.
Saro: Avvocato Milazzo, la prego, una parola! (e poi, rivolgendosi più a bassa voce a Giacomo), E’
Milazzo.
Milazzo si affaccia sulla porta, ed entra. E’ un signore elegante, di mezza età. Si siede con aria
disfatta
Saro: Il collega dell’ “Avanti!” le vorrebbe chiedere della vittoria dei clericali.
Giacomo, con enfasi retorica: A Caltagirone trionfa l’oscurantismo, e i preti tengono le masse
addormentate sicché nessuna favilla di progresso possa destarle. Non è d’accordo?
Mario Milazzo: Ma no, no. Così non capiamo niente. Caltagirone è ben sveglia, la gente chiede i
propri diritti, ci sono circoli popolari, abbiamo avuto scioperi e manifestazioni. Anche qui siamo in
Italia, anche qui siamo nel ventesimo secolo.
I due giornalisti borbottano perplessi.
Giacomo: Ma vincono le elezioni i clericali, non i democratici.
Milazzo, più vivace: Perché no? Da quando i socialisti coi Fasci siciliani hanno chiamato i proletari
a prendere coscienza anche i cattolici si sono mossi, hanno imparato. Magari solo per spirito di
concorrenza, non so, si mostrano attenti ai bisogni del popolo. Ad esempio hanno costituito una
Cassa rurale per finanziare i contadini, e da allora gli usurai alliccano la sarda.
Giacomo: Che cosa??
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Saro: Vuol dire che non trovano clienti.
Milazzo: Il programma di Sturzo per il governo municipale somiglia a quello del vostro De Felice,
che dicono socialista ma che poi è solo riformista: se non abbiamo paura delle parole. Quei due
sembrano il diavolo con l’acqua santa, eppure…
Giacomo: Ma avvocato, parliamo di quelli che hanno fatto l’indice, il sillabo, dei nemici dell’Italia
nuova!
Milazzo: Va bene, va bene. Ma dovete sentire Sturzo parlare del problema del Meridione, che
sembra uno di quei vostri amici pugliesi, sembra quel Salvemini … Parla di decentramento, di
sviluppo economico, di trattati di commercio. Per tutto questo pare un democratico.
Giacomo: Fa finta.
Milazzo: Macché. Anche se per altre cose resta in effetti un conservatore. Se si fa intervistare
ricordatevi bene: lo metterete in difficoltà chiedendogli di Santo Pietro.
Saro, rivolgendosi a Giacomo: Santo Pietro, poi ti spiego di che si tratta.
Milazzo: Ma sento che sta arrivando. (Si alza e si avvia in fretta verso l’uscita) Me ne vado perché
non ho nessuna voglia di vederlo.
Esce dunque e subito dopo entra altrettanto frettoloso Sturzo, vestito con una tonaca non molto in
ordine. Presentazioni e strette di mano.
Sturzo, ironico: Milazzo mi sembra un po’ ammaccato. (confidenziale). E’ un’ottima persona, ha
lavorato bene ma noi faremo di meglio (si siede, e scherza). E allora signori, non so se siate
massoni o rivoluzionari, ma so comunque che siete dei mangiapreti. Che volete sapere da me?
Giacomo, tirando fuori un notes: Don Sturzo, sembra che lei dia molta importanza a queste
elezioni comunali.
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Sturzo, accalorato: Il Comune è il luogo naturale del governo popolare, mentre la provincia è
un’entità artificiale creata dal centralismo liberale tutto prefetti e questori, tutto asfissianti controlli
e gravami e tasse. Con il centralismo amministrativo e politico, con il protezionismo economico, i
governi liberali stanno producendo una “guerra regionalista” (enfasi) tra nord e sud.
Saro: Queste cose le dicono anche eminenti liberali come il De Viti De Marco.
Giacomo, ironico: Che poi è massone e anticlericale.
Sturzo: Sia pure, ma studioso onesto e figlio devoto della sua Puglia. Dobbiamo tutti puntare a una
rinascita del Mezzogiorno che comincerà dalla valorizzazione dell’autogoverno nelle città grandi e
in quelle piccole come la nostra.
Giacomo: I conservatori qui in paese la criticano perché capeggia i contadini e crea casse rurali,
dicono che lei ottiene i suoi successi con gli stessi metodi dei socialisti.
Sturzo: Le sembro un socialista? Io?
Giacomo: No di certo. Io non ci credo punto. Così si dice da certi suoi avversari.
Sturzo: Nulla di più lontano da me dal socialismo, che corrompe le menti dei nostri contadini
portandoli al materialismo e al ripudio di Dio.
Saro e Giacomo, insieme: Ma che dice!?
Sturzo, insistente: Non la dottrina marxista, ma la dottrina sociale della Chiesa ci ha spinti qui a
Caltagirone a impegnarci nelle cooperative per l’affitto dei latifondi e nelle Casse rurali, come la
benemerita Cassa S. Giacomo per contrastare l’usura. Nulla di più sbagliato della lotta di classe. E’
necessaria invece la concordia delle classi (ironici borbottii dei giornalisti) … sì certo, come si vede
nella nostra cittadina grazie all’impegno degli esponenti delle famiglie più eminenti, credenti e di
buona moralità.
Giacomo: Che gran moralità voi clericali avete dimostrando ancora l’anno scorso buttando fuori dal
paese a furor di popolo poveri artisti di teatro che non facevano male a nessuno!
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Saro: Voi giudicate morali gli sfruttatori, i latifondisti che taglieggiano i contadini per poi
scialacquare il denaro a Londra o a Parigi in bagordi di ogni genere.
Sturzo: E’ inutile che facciate della propaganda. Anche il vostro Milazzo è un membro dell’élite
cittadina, ed io stesso lo sono.
Giacomo: E i proletari dovranno sempre stare al vostro seguito?
Sturzo: Purché ci dimostriamo capaci di ragionare nei termini dell’interesse pubblico, della
valorizzazione delle energie locali. Questo facciamo noi cattolici riuniti in partito.
Saro: Scusi, ma parlare di partiti in paesi come i nostri, dove imperano le fazioni e il personalismo
…
Sturzo: Anzi questo rende più necessaria la distinzione tra i partiti, cioè tra diversi programmi e
idealità, perché sono i personalismi che innanzi agli eletti rendono onnipotenti i funzionari
governativi.
Saro: Don Sturzo, mi è stato consigliato di chiederle di Santo Pietro (spiega rivolgendosi a
Giacomo) Si tratta di un terreno demaniale vicino alla città, che radicali e socialisti vorrebbero
diviso tra i contadini poveri, ma che non viene loro distribuito in spregio alla legge. Ci sono di
mezzo gli interessi privati dei precedenti amministratori ...
Sturzo, duro: La legge non stabilisce questo e la questione è più complicata di come dice lei. Siamo
sempre stati contrari all’idea dello spezzettamento di Santo Pietro propugnata da Milazzo e – lo so
bene – da tanti nostri concittadini.
Giacomo: E perché?
Sturzo: Non che essa sia del tutto sbagliata, però ha dei difetti che i socialisti, fautori della
socializzazione e non della privatizzazione delle terre, dovrebbero capire.
Giacomo: Fa il massimalista ora?
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Sturzo: No, no. E’ partendo dai propri (enfasi) principi che il Centro cattolico non può accogliere le
rivendicazioni popolari, e per due ragioni: in primo luogo perché si tratta di un bosco di alberi di
sughero, che i contadini spianterebbero subito; e poi perché con il reddito ricavato dal suo affitto il
comune potrà costruire opere pubbliche senza gravare sui contribuenti.
Saro: Ve la vedrete coi contadini, in piazza, e con gli estremisti che già ora minacciano di dar fuoco
al bosco.
Sturzo: Vedremo come si orienterà l’opinione pubblica, e al peggio provvederemo a dividere una
parte dei terreni: il conflitto sociale è un male che va evitato anche con opportune concessioni.
Giacomo: Senta, il suo cattolicesimo democratico andrà anche bene a Caltagirone, ma su scala
nazionale il Papa proibisce ai cattolici di formare un partito politico. Voi parlate tanto contro il
liberalismo, ma alla fine i vostri elettori finiscono per mandare al Parlamento candidati liberali e
conservatori.
Sturzo, in gravi ambasce su questo punto, cerca con cura le parole: Lo ammetto, siamo solo a un
punto di partenza. Il Vaticano si mantiene intransigente, e nessuno può negare il suon buon diritto a
protestare con il “non expedit” contro l’usurpazione del 1870. (si ferma un attimo, quasi non
credesse a quanto dice, guarda i suoi interlocutori che ostentano sconcerto, poi si riprende). Può
darsi che però la posizione della Chiesa stia per cambiare. Verrà il momento che costruiremo un
grande partito democratico cristiano di scala nazionale, che parteciperemo alle elezioni politiche,
che contribuiremo al governo della nazione.
Giacomo, ironico: Staremo a vedere.
Sturzo: Quello sarà un bel giorno per tutti, anche per voi (sorride) se oltre che massoni e socialisti
siete anche, come dite, democratici. I cattolici hanno il diritto di esprimersi quanto gli altri.
I giornalisti vorrebbero parlare ancora, ma Sturzo si alza.
Sturzo: Adesso è tardi. Vi saluto e torno alle mie incombenze.
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Saluta ed esce di fretta. Anche i giornalisti si alzano, elettrizzati.
Saro: Che tipo singolare! Ne verrà fuori un buon articolo per i lettori de “L’Avanti!”.
Giacomo, perplesso: Quanto a questo, non so se il direttore me lo lascerà pubblicare. Un prete
democratico con un lungo naso… Un bosco di sugheri nella Sicilia dell’interno … Chi nell’Italia
superiore (enfasi) può essere interessato a quanto succede a personaggi e in luoghi così bizzarri?
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4.2 Sturzo incontra il Monsignore
di Salvatore Lupo
Nel 1919 Sturzo ha fondato il Partito popolare, di ispirazione cattolica ma non confessionale,
ottenendo insieme ai socialisti un grande successo nelle elezioni politiche dello stesso ’19.
Socialisti e cattolici sono però troppo divisi tra loro, e con i gruppi liberal-progressisti, per
costituire un’alleanza di governo atta a contrastare il terrorismo fascista che insanguina il paese
nel ’21-’22, e per opporsi al governo di coalizione costituito da Mussolini all’indomani della
marcia su Roma (ottobre ’22). Il Partito popolare è diviso in due tendenze: l’una intende sostenere
il fascismo nella logica dell’alleanza conservatrice, l’altra, guidata da Sturzo, passare a
un’opposizione vigorosa. Il Vaticano sostiene la prima opzione, e spinge alle dimissioni Sturzo che,
in quanto sacerdote, ritiene di dover obbedire. L’anno seguente (1924) i fascisti uccidono
Matteotti, e si registra la crisi politica dell’“Aventino” con il progetto di una nuova alleanza di
opposizione di centro-sinistra tra liberal-democratici, popolari e socialisti: il Vaticano, per evitare
un’opzione del genere e preparare l’incontro col fascismo che culminerà nella stipula del
Concordato (1929), costringe Sturzo all’esilio.
Il dialogo si svolge a Roma, in una saletta in un istituto religioso, nel luglio 1924. I personaggi
sono: Sturzo, il Monsignore (alto prelato romano), don Pino (sacerdote al suo seguito).
Bibliografia:
R. De Felice, Mussolini il fascista, I La conquista del potere, Torino, Einaudi, 1968.G. De Rosa,
Luigi Sturzo, Torino, Einaudi, 1977. S. Forti, Il totalitarismo, Roma-Bari, Laterza, 2001. F.
Malgeri, I cattolici dall'Unità al fascismo: momenti e figure, Chiaravalle Centrale, Framas, 1973. L.
Sturzo, Il partito popolare italiano, voll. I-3, Bologna, Zanichelli, 1956. Id., Italia e Fascismo,
Roma, Storia e Letteratura, 2001.
***
L’alto prelato romano e don Pino entrano nella stanza. Il Monsignore è un uomo alquanto avanti
con l’età, ma vigoroso.
Don Pino, con tono sollecito verso il Monsignore: Non capisco perché don Sturzo non sia ancora
qui. L’avevo preavvertito della visita di Vostra eccellenza.
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Monsignore: Va bene don Pino, verrà.
Don Pino: Io penso sempre, Monsignore, che questo piccolo provinciale siciliano si sia montato la
testa da quando nel 1919 ha creato quel … Partito popolare. E va bene, a quel tempo, in piena
epidemia bolscevica, un partito cattolico poteva servire. Ma adesso …
Monsignore, secco: Non lo sottovaluti. E’ persona preparata, di carattere.
Don Pino, con ossequio: Monsignore è come sempre giudice ottimo di uomini e cose. (più vivace)
Ma secondo il mio umilissimo parere non si doveva compromettere il cattolicesimo in questa
maniera, con questa scriteriata opposizione al governo di restaurazione nazionale così validamente
guidato dal cavalier Mussolini.
Monsignore: Nondimeno don Sturzo è uno dei nostri, mentre Mussolini resta l’ateo che solo per
convenienza ostenta rispetto verso il Santo pontefice. D’altronde prima di lui facevano la stessa
cosa certi liberaloni poi pronti a spogliare la Chiesa dei suoi diritti. Non lo dimentichi.
Nel frattempo entra Sturzo un po’ affannato. Saluti.
Sturzo: Monsignore, don Pino.
Monsignore: Figliolo carissimo.
Sturzo, ansioso, quasi febbrile: Mi recate notizie? Che dice il Santo padre dell’assassinio del
povero Matteotti? Possiamo sperare in un suo sostegno? E’ ormai certo che Mussolini è
personalmente coinvolto, sembra che sia proprio il mandante. Che scandalo!
Don Pino: Ma padre, come si può sostenere una simile assurdità! Il capo del governo ha magari
omesso di controllare i suoi collaboratori, ma ipotizzarne le responsabilità in un omicidio …
Sturzo, duro: Via, parliamo di cosa certa. Vediamo di dirci il vero, almeno tra noi.
Momento di imbarazzo e silenzio.
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Monsignore: Figliolo, bisogna evitare di compromettere la Chiesa. Questo vostro Aventino, questa
protesta scomposta che conduci a fianco della peggiore schiuma bolscevica e massonica.
Sturzo: Ma Monsignore …
Monsignore: No, lasciami dire. Non arriverete a niente, né tu né quei tuoi … amici. Il Re
continuerà a sostenere il governo Mussolini.
Sturzo: Dovremo dunque piegarci? Non c’è dunque la forza morale, quella della verità?
Monsignore, paziente: Lo sappiamo che le tue intenzioni sono pure. Però la Chiesa vede meglio e
più lontano di te. Dobbiamo tornare al 1919? Pur di mettere sotto accusa Mussolini, riporteremo la
nostra carissima Italia sotto la sferza del sovversivismo?
Sturzo: Non dimentichi che i socialisti e noi popolari nel 1919 vincemmo elezioni che si può dire
furono le prime libere nella storia del nostro paese.
Monsignore, fa una pausa e spiega pianamente: Figliolo, tu persisti nell’errore.
Don Pino, incoraggiato dall’atteggiamento del Monsignore: La libertà senza l’autorità è soltanto
licenza. Non può una folla briaca prendersi gioco dei più santi ideali di religione innanzitutto e poi
anche, diciamolo, di Patria.
Sturzo: Noi abbiamo sempre combattuto il sovversivismo a viso aperto.
Don Pino, aggressivo: Ma don Sturzo, ha dimenticato quel Deputato del vostro partito, quel
Miglioli di Cremona per cui non a torto la stampa ha parlato di “bolscevismo bianco”? Dovrà la
Chiesa essere travolta da errori così enormi?
Sturzo, serissimo: Miglioli ha soltanto difeso gli interessi legittimi dei contadini. La reazione
fascista contro i suoi – contro i nostri! – è stata atroce. Ma la Chiesa, devo dirlo, su questo ha
taciuto e ora lei, don Pino, giustifica gli assassini.
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Monsignore, mellifluo: Comunque siamo qui per parlare del presente e del futuro, lasciando da
parte il passato. (Si rivolge a S e passa a un tono ufficiale) Don Sturzo, lei ha ben meritato nei
confronti della nostra Santa Chiesa. Però già l’anno scorso il santo pontefice in persona le ha
chiesto un sacrificio.
Sturzo: Non lo dimenticherò mai. Mi fu ordinato …
Monsignore: Le fu comunicato un desiderio motivato del Pontefice.
Sturzo, quasi esasperato: Si dica come si dica, sta di fatto che non ebbi scelta. Obbedii. Mi fu
chiesto, diciamo così, di lasciare la segreteria del Partito popolare, contro il voto dichiarato della
maggioranza degli iscritti, perché la mia figura faceva ombra al cavalier Mussolini capo del
governo, a quello che appellano “il duce”.
Don Pino: Non si poteva tollerare che lei agisse in alleanza con forze sovversive e addirittura
massoniche.
Sturzo: Si lasciò il partito privo di una guida nel momento di maggior pericolo. Nell’interesse di
chi, mi chiedo?
Monsignore: In quello della Chiesa, evidentemente. (passa dal tono ufficiale a quello
confidenziale) Sì, è vero, anche di una positiva convivenza col fascismo. D’altronde senti figliolo,
rifletti. Cosa avrebbe da guadagnare il Santo Padre a rimettersi in una posizione di contrapposizione
nei confronti dello Stato italiano, come nei decenni precedenti? Non dobbiamo in ogni caso cercare
un accordo?
Don Pino: E il migliore interlocutore per noi è proprio il fascismo, fautore di una società ordinata
contro le utopie sovversive ma anche quelle liberali. Cosa dovremmo aspettare? Che introducano il
divorzio? Che ai protestanti sia concesso il diritto di corrompere con la loro falsa dottrina la nostra
cattolicissima nazione italiana?
Sturzo: La Chiesa riconquisterà in Italia l’autorità morale scossa dalle vicende del Risorgimento
solo con la convinzione, con il consenso, non certo legandosi a un regime tirannico.
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Don Pino: Ma quale Risorgimento! Il nemico della Chiesa è sempre lo stesso, è la menzogna di
sempre del libero pensiero, che nelle diverse epoche assume il volto del protestantesimo,
dell’illuminismo, del liberalismo, del comunismo. E’ tutta una sinagoga di Satana.
Sturzo, sillabando: Lei, don Pino, vuole distruggere tutto quello che dalla Rerum novarum abbiamo
fatto per riportare il cristianesimo nel mondo moderno, anzi per portare moralità e giustizia cristiana
nel mondo moderno.
Monsignore, con tono conciliante: Andiamo, non di questo si tratta. Si tratta di circostanze
politiche che la Chiesa deve affrontare di volta in volta, con diversi strumenti, sempre usando la
massima prudenza. Proprio per prudenza è stato dal Santo Padre e dal suo segretario di Stato deciso
che lei, don Sturzo, lasci al più presto l’Italia.
Sturzo, incredulo: Come lasciare l’Italia?
Don Pino: Per la sua stessa sicurezza, perché gli estremisti del fascismo sarebbero felici di
propinare a don Sturzo dell’olio di ricino, e magari qualche dose di manganellate. Solo Mussolini
può tenerli a freno.
Sturzo: Figurarsi, le loro intemperanze gli fanno così comodo.
Don Pino: Si dimostrerà ragionevole se noi ci mostreremo ragionevoli.
Monsignore, d’un tratto fermissimo: E tu, figliolo, dovrai obbedire senza indugio a quanto stabilito
dalle gerarchie.
Sturzo, stanco e già sconfitto: Insomma, per la seconda volta dovrò tradire me stesso e la mia – la
nostra causa. Mi si impone di lasciare la Patria. Non potrò combattere questa buona battaglia.
Monsignore, tornando ai toni melliflui: Figliolo, devi intendere la ragione. Questa Italia delle
camicie nere è giovane e baldanzosa, ha tanta forza fisica ma difetta di forza morale. La chiede a
noi. Noi glie la daremo.
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Sturzo: E perché? Per amore dei banchieri e dei capitalisti? Per compiacere il Savoia che
disprezziamo?
Monsignore: No, per il ben inteso interesse della nostra madre Chiesa. Mussolini ci offre un
accordo, un concordato, che sani le ferite del 1861 e del 1870. La Chiesa tornerà a muoversi da
posizioni di forza, ritrovando la propria funzione regolamentatrice e ordinatrice delle relazioni tra
gli esseri umani, tra i sessi, tra le generazioni, tra le classi sociali.
Sturzo, stavolta aspro e deciso: Un concordato che svilisca l’esperienza del Risorgimento riporterà
la Chiesa sotto il fuoco di critiche giuste, come erano almeno in parte giuste quelle dei liberali del
secolo scorso.
Don Pino: Anche tanti regimi liberali hanno sottoscritto un concordato.
Sturzo: Ma qui si tratta di un concordato col fascismo!
Don Pino: La lotta contro socialismo, liberalismo, laicismo, protestantesimo, massoneria, è comune
alla Chiesa e al regime…
Monsignore: …e tra i due, se passeremo indenni tra questi marosi, alla fine sarà la Chiesa
millenaria a trionfare.
Sturzo: Ma parliamo di gente che fa una religione dell’amore per la propria nazione, e dell’odio per
le nazioni altrui. La fede di partito e nel partito è una caricatura che dovrebbe fare orrore a chi crede
per davvero, ai cristiani.
Don Pino: Beh, se parliamo di fede politica sono i comunisti a voler realizzare il paradiso nel
mondo – per poi portarci l’inferno.
Sturzo: Comunista o fascista, una politica che si finge fede toglie spazio al sacro, distrugge il senso
del trascendente, e in questo mondo distrugge lo spirito critico.
Don Pino: Spirito critico! Don Sturzo, non giochi a fare il Voltaire.
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Sturzo: Dobbiamo avere orrore per questo “totalitarismo” che vuol dominare l’intera società, che
inevitabilmente passerà dalla sfera pubblica a quella morale e privata, a coartare le coscienze.
Don Pino, sconcertato: Ma che discorsi son questi!
Monsignore, ironico: Non ti sembra di esagerare?
Sturzo, a voce molto alta: Fa orrore, orrore. (Accorato, sillabando) Non prova lei il mio stesso
orrore, Monsignore?
Monsignore, incerto: Mah, sono le brutture di questo secolo che ha dimenticato l’insegnamento
della Chiesa. Giusto per questo la Chiesa deve tutelarsi.
Sturzo: E se domani venisse chiamata sul banco degli imputati come complice di questo
totalitarismo?
Don Pino: Ancora con questa parola senza senso …
Monsignore, solenne: Se domani questo avverrà, troveremo il modo di difenderci. La Chiesa è
molto antica e per grazia di Dio ha grandi risorse, di certo più di quelle che hanno questi scalmanati
in camicia nera.
Don Pino: Ecco. Ecco. Ascoltate la voce della Chiesa.
Monsignore, secco: In conclusione, Don Sturzo, dovrà al più presto abbandonare l’Italia. Il suo
itinerario è stato già stabilito. Le ordino di sottomettersi.
Monsignore, ormai svuotato: Obbedisco.
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4.3 Milazzo incontra il segretario della Federazione fascista catanese e un
funzionario di Prefettura
di Salvatore Lupo
Sturzo è in esilio. A Caltagirone i fascisti cercano di impadronirsi di tutti i gangli della vita locale,
ma la loro influenza viene limitata dal vecchio gruppo cattolico, forte dell’autorità morale
guadagnata con Sturzo e del controllo delle istituzioni da lui create, come la Cassa rurale S.
Giacomo per la lotta contro l’usura. Emerge qui la figura di Silvio Milazzo, futuro esponente della
Democrazia cristiana postbellica, che negli anni ’50 sarà personaggio molto discusso per alcune
scelte politiche del tutto originali. Figlio di un ex-avversario politico di Sturzo, esponente della
classe dirigente cittadina, Milazzo negli anni ’20 è passato a far parte integrante del gruppo
cattolico e giovanissimo ne è divenuto un leader. I fascisti con espedienti illegali riescono a
prendere il controllo della Cassa, credono di aver vinto, ma siamo nel 1938 e il loro potere è ormai
al tramonto.
Il dialogo si svolge a Caltagirone, in un ufficio nella sede della Cassa rurale S. Giacomo, nel
giugno 1938. I personaggi sono: Silvio Milazzo, il segretario della Federazione fascista catanese,
un funzionario di Prefettura, un cittadino.
***
Nell’ufficio giungono le voci concitate di una turbinosa assemblea in corso nella sala attigua. Il
segretario della Federazione fascista e il funzionario di Prefettura entrano e chiudono la porta; i
rumori si attenuano. Il segretario della Federazione fascista è in camicia nera, con pantaloni alla
zuava, stivali e frustino. Il funzionario di Prefettura porta occhiali tondi, baffetti, un vestito scuro di
taglio modesto e la cravatta. Parlano in piedi.
Segretario della Federazione fascista, andando nervosamente su e giù per la stanza, gesticola e
parla con tono irato scandendo le parole: Volete insomma una volta giustificare la passività
dell’autorità di polizia davanti a questa situazione di Caltagirone? Siamo nell’anno 1938,
diciassettesimo dell’era fascista, e dopo la gloriosa impresa d’Etiopia l’impero ha fatto la sua
ricomparsa sui fatali colli di Roma.
Funzionario di Prefettura, stando fermo: Cerchiamo di fare il nostro dovere.
119
Segretario: E’ possibile mai che vengano tollerate le mene sotterranee dei seguaci di un prete che
dall’estero intriga contro la Patria? Per stroncare quest’andazzo devo arrivare da Catania io, il
segretario della Federazione del partito nazionale fascista, insomma il federale?
Funzionario, in apparenza sottomesso ma in realtà per nulla impressionato: Eccellenza, non si
tratta di qualche comunista che prova a organizzare una manifestazione di disoccupati, di qualche
anarchico che incide sui muri scritte sovversive. In quei casi la soluzione è facile: li si sorveglia, si
trova qualcuno che li tradisca, li si sbatte in prigione o al confino.
Segretario: Ma anche se non si tratta di sovversivi c’è pur sempre una bonifica totalitaria delle
coscienze che è voluta dal Duce in tutta l’Italia, e che non può certo arrestarsi in questo paese.
Caltagirone non può restare autonoma dal fronte unico nazionale, insomma in preda al vergognoso
passato liberal-democratico sturziano.
Funzionario: Quello che oggi vien detto il partito sturziano è una specie di circuito comprendente i
cittadini più eletti, i beneficati e i seguaci dell’antico Centro cattolico, e molti altri che ricordano
con favore i vecchi tempi.
Segretario: Bloccateli negli stessi luoghi in cui si riuniscono per le loro trame.
Funzionario: Bah, si trovano nei circoli, nei caffé, qualche volta anche nelle sedi del Dopolavoro
fascista.
Segretario: E voi chiudeteli.
Funzionario: L’abbiamo fatto, e più volte. Non possiamo però chiudere il corso o la piazza.
Comunque non servirebbe perché il punto è un altro: non riusciamo mai a trovare persone adatte a
sostituirli nelle cariche direttive qui in paese, nell’amministrazione comunale e persino nel partito…
Segretario, sempre roboante: Così il duce vi ha ordinato, camerata.
Funzionario: Sì, sì, senz’altro. Eseguiremo sempre gli ordini del duce e di tutte le gerarchie, senza
discutere. Dovrebbe però arrivare da Catania qualcuno.
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Segretario: Sono qua a portare in vostro sostegno tutta la forza del regime, alla testa delle camicie
nere che a un mio gesto sono pronte ad ogni cimento.
Funzionario: Sì, sì, senz’altro. Ma lei tornerà a Catania.
Segretario, agita il frustino esasperato: Come “lei” ??? Non sa che quello del “lei” è un uso
straniero, se non giudaico, che i veri italiani si appellano l’un l’altro con il “voi”, stante il dettato del
Duce fondatore dell’impero?
Funzionario, solo in apparenza scusandosi: Certamente, senz’altro, bisogna seguire il dettato del
Duce. (Pausa) Resta il fatto che voi tornerete a Catania alla testa delle vostre, uhm, coorti, che qui a
Caltagirone torneremo a fare i conti con la vecchia classe dirigente, con i parenti e gli amici di don
Sturzo. E’ una genia (aggiunge quasi divertito). Non finisce mai.
Segretario, più quieto: Comunque almeno la storia di questa banca cooperativa, la Cassa rurale S.
Giacomo, l’abbiamo risolta. Con il voto dei camerati che ho portato da Catania apposta, e che
abbiamo travestito da soci (ammicca), l’abbiamo strappata a Milazzo e ai suoi amici antifascisti.
Non ne faranno più uno strumento per crearsi clientele, per minare l’autorità del partito unico, delle
gerarchie e della rivoluzione.
Funzionario, paziente: Ecco vedete eccellenza, anzi camerata, proprio questo giovane Milazzo,
Silvio insomma, ci dà la misura del problema. E’ il figlio di quel Mario Milazzo che ai tempi della
democrazia …
Segretario: Tempi deplorevoli e non mai abbastanza deplorati.
Funzionario: Certamente, certamente, non mai abbastanza. Dunque il padre, il vecchio Mario
Milazzo, ai tempi della deplorevole democrazia era stato avversario di Sturzo, nonché capo del
partito dei radicali che si opponeva al centro cattolico. Senonché, asceso al potere il fascismo, il
figlio Silvio, allora un ragazzo, è confluito nel gruppo cattolico.
Segretario: Bisogna evitare che i vecchi governino sia pure per interposti figli e nipoti. Largo ai
giovani e ai puri.
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Funzionario, insinuante: Si direbbe comunque che a tanti anni dalla marcia su Roma il nemico sia
ancora più forte e compatto di quanto fosse in passato.
Segretario: Vuol dire che la rivoluzione deve ancora compiersi.
Funzionario: Bisognerebbe però affidarla a chi goda di un po’ d’autorità, non abbia precedenti
penali, sia in possesso dei previsti requisiti morali e di quelli richiesti dalla legge.
Segretario, spazientito: Trovateli dunque. Non siamo più ai tempi delle elezioni, dei ludi cartacei
(enfasi), in cui la pazza democrazia portava al governo i peggiori. La legge dà alla Prefettura tutti i
poteri per nominare i migliori – purché fedeli al regime, alla Patria e al duce.
Funzionario: Vede, anzi, mi scuso, vedete, sembrerà impossibile, ma non si trovano. Bisognerà che
arrivi qualche buon funzionario da Catania, o magari da Roma. Un buon funzionario è sempre la
migliore soluzione.
Segretario: No, meglio un buon fascista.
Funzionario: Certo. Però. Vi ricordate di quel segretario del fascio che pretendeva di aver creato
una “città giardino” a Santo Pietro, da lui chiamata niente di meno che Mussolinia? Quello fiutò
l’affare facendo da guida al duce nel suo viaggio del ’24, e ne ottenne una barca di finanziamenti
documentando il buon andamento dei lavori con fotografie – falsificate!
Segretario, imbarazzato: Fu espulso come un volgare profittatore.
Funzionario: Ma tutti in paese sapevano che la fantomatica città giardino non esisteva per nulla, e
nessuno si scandalizzò: era quanto ci si poteva aspettare da gente così.
Segretario: Insomma basta.
Prima che il funzionario di Prefettura replichi si apre la porta ed entra Milazzo, trentacinquenne
elegantemente vestito, freddo e sicuro di sé. Ancora si sentono schiamazzi che si attenuano quando
la porta viene richiusa.
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Segretario, trionfante: Signor Milazzo, le camicie nere vi hanno strappato di mano la Cassa rurale
S.Giacomo, l’arma da voi lungamente usata per i vostri intrighi antifascisti. Spero anzi (tra ironico
e minaccioso) che la loro maschia determinazione non vi abbia fatto paura.
Milazzo, freddo: Un po’ di paura in effetti l’ho avuta: se non altro per la tenuta dei pavimenti del
nostro piccolo edificio. Questi cosiddetti nuovi soci della Cassa che la Signoria Vostra ha portato da
Catania sono più numerosi di quanto siano mai stati i vecchi, e pestano forte i piedi. Dove li ha
raccattati? Non a Caltagirone, perché qui nessuno li aveva mai visti.
Segretario: Basta così! Ricordatevi che per i nemici della rivoluzione abbiamo sempre pronto il
legno e anche il ferro.
Milazzo: In effetti, prima di votarmi contro, gli amici della Signoria vostra mi hanno mostrato le
rivoltelle: comunque va bene, se il rappresentante della legge (e indica il Funzionario di Prefettura)
dice che tutto questo è legale. Io tornerò a casa mia, in campagna. Ecco le chiavi: della sede si
occupi lei.
Porge le chiavi al segretario della Federazione fascista che, un po’ spiazzato, le prende e non
sapendo che farne le dà al funzionario di Prefettura il quale a sua volta se le rigira imbarazzato tra
le mani.
Segretario, riprendendosi: E così faremo. Attenzione! Il regime è vigile e vi tiene d’occhio. Viva il
Duce!
Alza di scatto la mano nel saluto romano. Il funzionario di Prefettura lo imita goffamente dopo un
attimo di esitazione, Milazzo alza il braccio per ultimo e a metà, con aria pigra e beffarda. Il
segretario della Federazione fascista esce a grandi passi dalla stanza. Fracasso nella sala attigua
per la fuoriuscita dei fascisti, poi silenzio assoluto.
Funzionario, con aria d’improvviso rilassata, ma imbarazzata: Don Silvio sono mortificato. Io non
apprezzo le sue idee politiche, ma certo oggi sono state violate tutte le disposizioni di legge sul
rispetto dovuto alle società e alla proprietà. Non ho potuto fare niente, ma riferirò al prefetto e lui si
farà sentire.
123
Milazzo: Ne dubito.
Funzionario: Che faccio delle chiavi?
Milazzo: Per ora le tenga lei.
Funzionario, pensoso: Penso a suo padre. Chissà che avrebbe fatto!
Milazzo: Mio padre, se fosse vivo, non apprezzerebbe nemmeno lui le mie amicizie politiche, ma di
certo mi sosterrebbe nella difesa di quest’istituto così necessario per la prosperità della nostra città,
che qualcuno vorrebbe mandare in malora.
Funzionario: Poveri noi, potrebbe riuscirci.
Milazzo: No, no. Troverò gli appoggi giusti a Roma presso qualche alto prelato, e attraverso di lui
arriverò a Mussolini in persona; sono certo di poter ribaltare la situazione, anche perché quel (gesto
sprezzante) gerarca non durerà a lungo nella sua carica. Presto i suoi capi lo faranno “ruotare”,
come dicono loro; il prossimo non sarà migliore, ma forse ci si potrà parlare. La loro rivoluzione
non è una cosa seria.
Funzionario, tra preoccupato e curioso: Se falliscono questi, non resterà che il comunismo.
Milazzo: Crede? Sarebbe una iattura. Più probabile, e auspicabile, che il fallimento del fascismo
porti a un trionfo di noi cattolici.
Funzionario: Con tutto il rispetto, non mi pare che dal vostro club di notabili e prelati possa venire
qualcosa di buono per l’Italia di oggi.
Milazzo: Invece siamo pronti, e non soltanto a Caltagirone dove l’insegnamento di don Sturzo è
vivo e attuale più che mai. Lei non conosce la forza e l’influenza che ha oggi l’Azione cattolica.
Quando il fascismo cadrà, saremo in prima fila partendo da cittadine come la nostra.
124
Funzionario, perplesso: Ma don Silvio, dimentica che siamo la periferia della periferia d’Italia?
Siamo andati – almeno dicono – a civilizzare l’Abissinia. Quanti dei soldi spesi in Africa sarebbero
stati meglio impiegati per civilizzare la nostra Sicilia! Non vede che miseria c’è in giro? Ci vorrà
ben altro. Ci vorrebbe una rivoluzione vera.
Milazzo: Io sarò contro anche in quel caso: le rivoluzioni non sono nelle mie corde. Piuttosto
faremo una riforma agraria, piccola però. Vedremo di ottenere qualcosa anche per la nostra Sicilia:
l’autonomia regionale, magari. Torneremo ad avvicinarci all’Europa sviluppata, come voleva
Sturzo agli albori del secolo.
Funzionario: Tornerà mai Sturzo?
Milazzo: Bisogna che torni, il nostro don Sturzo. Lui troverà il modo.
Intanto un cittadino passa davanti ai due borbottando qualcosa di incomprensibile, poi si allontana
di corsa finché si sente di lontano la sua voce gridare “Abbasso il fascismo. Viva Sturzo!”. Il
funzionario di Prefettura e Milazzo si guardano allarmati. Poi Milazzo fa un gesto minimizzante, e
il funzionario di Prefettura finge di non sentire.
125
4.4 Sturzo incontra Gaetano Salvemini e Mario Einaudi
di Lucia Denitto
Brooklyn, 26 agosto 1946. Ambientato alla vigilia della partenza di Sturzo dall’America per
rientrare in Italia dopo il lungo esilio (prima a Londra dall’ottobre 1924 al settembre 1940, poi a
New York per i sei anni successivi, fino all’agosto ‘46), il dialogo si svolge tra due dei più
prestigiosi e autorevoli esponenti dell’emigrazione antifascista, il popolare Sturzo e il laico
socialista Gaetano Salvemini (Molfetta, 8 settembre1873-Sorrento, 6 settembre 1957), entrambi
ultrasettantenni, formatisi culturalmente e politicamente nell’Italia liberale e prefascista, in esilio
da oltre un ventennio, e il giovane studioso laico e liberale Mario Einaudi, figlio di Luigi Einaudi
(futuro presidente della Repubblica italiana), appena quarantenne, in esilio in America fin dal
1933, professore alla Graduate School of Political Science presso la Fordham University di New
York, impegnato attivamente sul terreno concreto delle prospettive di ripresa economica e politica
dell’Italia postfascista, a stretto contatto con gli ambienti politici e culturali statunitensi.
Pensato attorno a due principali questioni, l’intensa attività politica e culturale svolta dagli esuli
antifascisti in America e le prospettive plurali da essi avanzate per la ricostruzione della nuova
Italia democratica, il dialogo affronta i seguenti temi: la fitta rete dei rapporti culturali, politici e
umani di Sturzo con gli emigrati antifascisti, cattolici, ex popolari, liberali, liberal-democratici,
socialisti; i loro contatti con le principali agenzie dell’informazione e del governo americano, il
loro comune impegno per sensibilizzare l’opinione pubblica e l’amministrazione americana e
alleata sulla realtà italiana. Il dialogo evidenzia anche le divergenze al loro interno, come emerge
dalla battaglia anticlericale di Salvemini, dal peso eccessivo da lui attribuito ai rapporti tra il
Vaticano e il governo americano durante la guerra e nel futuro assetto dell’Italia democratica. Dal
canto suo Sturzo è febbrilmente impegnato ad organizzare su prospettive democratico-cristiane i
cattolici americani e in particolare gli italo-americani, sensibili ai richiami filofascisti e
visceralmente anticomunisti; a sensibilizzare gli anglo-americani a non infliggere all’Italia una
pace punitiva. Da qui il suo impegno cardine per un trattato di pace giusto e onorevole per l’Italia.
Dall’osservatorio americano sia Sturzo che Salvemini insistono soprattutto sulle questioni
diplomatiche per la rinascita dell’Italia: Trattato di pace per il prete siciliano; rapporti VaticanoAmerica per il leader liberal-socialista. Entrambi non riescono a cogliere le novità politiche e
sociali e il nuovo quadro internazionale, che va emergendo da un mondo sconvolto dal dramma
della seconda guerra mondiale. Da qui il pessimismo di Sturzo, la sfiducia di Salvemini per le sorti
dell’Italia. Non va comunque sottovalutata la loro battaglia ideale e politica per la questione
istituzionale a favore della repubblica; per la valorizzazione dell’impegno, anche armato, del
126
popolo italiano contro il nazifascismo e per la liberazione del paese; per il futuro assetto
democratico del paese.
Dalla discussione, infine, tra i tre protagonisti sulle prospettive della ricostruzione economica e
politica dell’Italia nel dopoguerra emergono sostanzialmente due Italie, quella prefascista a cui
guardano Sturzo e Salvemini, anche se con accentuazioni diverse, quella del futuro, prefigurata dal
giovane Einaudi, consapevole dei grandi mutamenti intervenuti nei processi economici e sociali
durante gli anni Trenta del Novecento e favorevole a sperimentare anche in Italia il sistema
democratico ed economico dell’America di Roosevelt.
In casa dei Bagnara, una famiglia operaia originaria di Caltagirone, dove Sturzo occupa due
stanzette del primo piano, fervono i preparativi per il suo ritorno in Italia. Sturzo passeggia
nervosamente nella stanza, tra libri, corrispondenze, carte, giornali; ha il respiro difficile, è
piuttosto affaticato, ma particolarmente elettrizzato per la partenza, che era già stata programmata
un anno prima, e rinviata su insistenze del Vaticano e di De Gasperi, per il timore che la sua
battaglia per la repubblica potesse compromettere i difficili equilibri politici. È viva la
preoccupazione per la situazione dell’Italia e per il trattato di pace.
Bibliografia:
L. Sturzo, Scritti inediti, vol. III. 1940-1946, a cura di F. Malgeri 1976; L. Sturzo, La mia battaglia
da New York, Opera Omnia, seconda serie, vol. VIII, Roma 2004; L. Sturzo-M. Einaudi,
Corrispondenza americana (1940-1944), a cura e con introduzione di C. Malandrino, Fondazione
Luigi Einaudi-Istituto Luigi Sturzo, Firenze 1998; G. Salvemini, L’Italia vista dall’America, a cura
di E. Tagliacozzo, Opere VII, voll. I e II, Milano 1969; Id., Scritti vari (1900-1957), a cura di G.
Agosti e A. Galante Garrone, Opere VIII; G. De Rosa, Sturzo, Torino 1977; F. Malgeri, Luigi
Sturzo nel <<difficile>> esilio americano (1940-46), in “Analisi Storica”, a. II, n. 2, gennaiogiugno 1984.
***
Sturzo: Finalmente l’Italia è libera e repubblicana, caro professore! Il 2 giugno scorso il popolo
italiano, scegliendo la repubblica, è diventato maggiorenne.
Salvemini: Ora più che mai dobbiamo lavorare per costruire la democrazia nella nostra Italia
scombinata. So bene, carissimo don Sturzo, che ella non ha bisogno dei miei consigli e non me li ha
127
domandati. E io non so se faccio bene ad offrirglieli non richiesti. Passeggia nervosamente nella
stanza.
Spero solamente che ella vedrà in queste mie parole un atto di affetto e di rispetto verso di lei e non
un segno di presunzione.
Sturzo: Caro Professore dica pure liberamente e senza preamboli: da troppi anni, dai nostri
incontri/scontri a Londra e poi qui a New York, in privato e sui giornali sono avvezzo ai suoi strali
taglienti e spesso ingenerosi.
Salvemini: Nel momento in cui ella si appresta a rientrare nell’amata Italia dopo oltre vent’anni di
esilio sarà necessario rimboccarsi le maniche per costruire la nuova Italia fuori da ogni bigottismo
sui valori della libertà e della democrazia.
Il popolo italiano nella sua presente tragica situazione è stato travolto come una persona nel vortice
d’una terribile tempesta nel deserto del Sahara, sbattuta di qua e di là da nugoli di sabbia calda e
pungente, senza possibilità di orientarsi o di sfuggire. Nessuno poteva sapere quale sarebbe stata la
configurazione del paesaggio o come si sarebbero presentate le cose finita la tempesta.
Sturzo: Ma ora sappiamo che durante la tempesta, anzi l’inferno scatenato nel paese, lo sforzo del
popolo italiano è stato concorde, unanime, completo, d’accordo con le autorità militari di
occupazione e con la partecipazione di tutti i partiti politici.
E’ stato difficile, impegnativo giungere a questo risultato: tutti noi qui dall’esilio (penso anche ai
suoi amici laici che poi sono anche miei amici Giorgio La Piana, Carlo Sforza, Alberto Tarchiani,
Arturo Toscanini) abbiamo inondato la stampa di articoli, lettere, rettifiche, abbiamo fatto
conferenze, comizi, lanciato messaggi radiofonici, preparato rapporti e relazioni per il Dipartimento
di Stato per influire sulle agenzie governative e sull’opinione pubblica americana nell’interesse
dell’Italia democratica e nell’interesse della pace duratura.
Salvemini: Senza esagerare l’importanza dell’opera compiuta, abbiamo svolto un lavoro immane.
Siamo e siamo stati una comunità variegata, dinamica, piena di tensioni e molto insicura, abbiamo
discusso, litigato, agito perché fossero scisse le responsabilità del fascismo da quelle del popolo
italiano, per denunciare gli errori che i diplomatici inglesi e americani commettevano nel trattare i
problemi italiani, per sostenere come prioritarie per le sorti dell’Italia la repubblica e le libere
elezioni.
128
Sturzo: Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto. Stando qui in America non potevamo dire agli
italiani cosa fare… Potevamo, invece, - e lo abbiamo fatto - far comprendere agli alleati i problemi
italiani: convincerli a non imporre condizioni umilianti e vessatorie durante l’occupazione, come
invece poi hanno fatto; spingerli a lavorare per una pace giusta, valorizzare ai loro occhi il ruolo
della resistenza e della lotta armata.
Salvemini: Ma con quale esito?
Sturzo: Riandando alla mia attività di esiliato, di italiano, di uomo politico e di prete cattolico
insieme, debbo riconoscere purtroppo, caro Professore, che dal punto di vista degli avvenimenti
tutte le mie battaglie dal 1940 a oggi sono state battaglie perdute. Quella per la valutazione di
un’Italia non fascista al pari di una Francia non vichysta: l’esito fu nullo; quella delle affermazioni
dei valori politico-morali di libertà di fronte ai paesi e ai sistemi totalitari, dittatoriali, servili: l’esito
fu nullo; la terza per un ordine internazionale basato su diritto e la libertà dei popoli: l’esito fu nullo;
quello per un miglior trattato di pace con l’Italia; ci poteva capitar ancor peggio, ma questo che ci
stanno imponendo è realmente ingiusto e dannoso: prevedo anche in questo caso un esito nullo, caro
Professore!
Salvemini: Il popolo italiano ha creduto che la tensione eroica di quel tempo, dopo il crollo della
tirannide, la lotta partigiana, potesse durare in eterno e si è illuso di poter costruire in Italia, anzi in
Europa, anzi nel mondo una nuova umanità….
Oggi sta venendo la vita mediocre. pausa
I nuovi politicanti stanno costruendo una repubblica sbilenca, sfiancata, claudicante (parlando con
tono sempre più alto e concitato) la repubblica monarchica dei preti!! Con la responsabilità piena
del Vaticano e dell’America che ……
Sturzo, lo interrompe bruscamente: Intanto gli italiani e le italiane hanno scelto la repubblica. Una
continuazione della Monarchia savoiarda, colpevole della dittatura fascista, sarebbe stata una
sciagura... ho tanto combattuto e lottato contro questo pericolo anche con i miei amici di partito,
accettando perfino di ritardare fino ad oggi il mio rientro per non compromettere questo risultato. E
poi….basta Professore con i suoi attacchi alla Chiesa, al Vaticano! Peccato che lei doveva venire in
America per diventare anticlericale! Già mi ha reso difficilissimo il compito di diffondere tra i
cattolici americani e gli italo-americani l’immagine e il ruolo di una Chiesa diversa, disolidarizzata
sì proprio così disolidarizzata dal fascismo; di rimuovere, cioè, nel mondo cattolico americano, e
129
prima europeo durante il mio esilio londinese, un diffuso atteggiamento filomussoliniano, di
contrastare un’adesione alle politiche delle destre più o meno reazionarie. Abbagliati dai miti
corporativistici e dai blocchi d’ordine anche i cattolici americani tendevano ad assolvere fascismo e
nazismo dai loro crimini.
Salvemini: Riconosco i suoi sforzi, la sua infaticabile attività di organizzatore e di pubblicista… e
poi lei come prete e come fondatore del primo partito cattolico in Italia ha affrontato l’esilio per la
difesa della libertà e della democrazia. Sa bene, caro Don Sturzo, che io sono convinto da tempo
che ella per le sue dottrine politiche e sociali è un giansenista, è agli antipodi della dottrina
cattolica! Anche perché ….(Con tono tra forte convinzione e pacata provocazione) un cattolico non
può essere democratico….
Sturzo: E no!!! Basta con queste provocazioni e deformazioni dottrinali. Le ho già risposto a chiare
lettere durante la sua crociata anticlericale degli anni scorsi…E poi ella confonde la dottrina con
l’azione politica….Piuttosto ricordi che in Europa i cattolici democratici hanno collaborato con i
comunisti nella lotta clandestina e che oggi collaborano nei paesi liberati.
Il 2 giugno scorso il popolo italiano ha dimostrato una maturità democratica che molti gli
contestavano: la libertà è nelle sue mani. Bisogna ora favorire l’educazione politica generalizzata e
destare la vocazione per la vita pubblica.
Salvemini: I rinati partiti politici sono chiamati a questo compito impegnativo. Ma abbiamo una
classe dirigente in grado di affrontare i problemi drammatici dell’Italia?
Sturzo: Intanto bisogna ricostruire strade, ponti, porti, cantieri navali, case, scuole, favorire la
ripresa dell’agricoltura e dell’industria. Sono già in atto i primi urgenti aiuti alleati, ma il ritorno
pieno alla vita democratica richiede una coraggiosa politica agraria che favorisca lo spezzettamento
del latifondo e la colonizzazione interna; il decentramento regionale e una riforma burocratica,
interventi che già nel primo dopoguerra avevo indicato come prioritari.
Salvemini: Per l’Italia di domani è fondamentale instaurare un radicale sistema di autogoverno
locale, abolire il centralismo amministrativo, affidare al Parlamento centrale solo i problemi
d’interesse generale e nazionale e attribuire tutti gli altri agli enti locali autonomi. E poi…
130
dobbiamo renderci conto che è passata l’epoca in cui la democrazia politica poteva esistere separata
dalla democrazia economica. I primi passi per un nuovo ordine economico e sociale sono la
confisca di proprietà mal acquistate e la nazionalizzazione delle grandi imprese. Con tono fermo
E’ l’unico modo per realizzare l’ideale di una democrazia industriale e attuare quella libertà dal
bisogno predicata in tono maggiore dal presidente Roosevelt e in tono minore persino nelle
cosiddette encicliche sociali degli ultimi papi…Ma guai ad attuare la nazionalizzazione delle medie
e piccole aziende industriali e commerciali come sostengono i demagoghi e dottrinari comunisti!
Sturzo, con scatto d’ira: Non mi venga a parlare anche lei di nazionalizzazioni! Sono il tarlo della
libertà! Poi con tono quasi conciliante: sarà necessario piuttosto un sistema economico, nel quale
sia impedito il prepotere della finanza internazionale e il capitalismo di sfruttamento senza
sopprimere la libera iniziativa privata. Vedo con preoccupazione che sia in Inghilterra che qui in
America si va diffondendo una mentalità economicista che abitua alla restrizione della libertà a
spese della democrazia. a voce alta e alzandosi in piedi Non vorrei che il totalitarismo cacciato via
dalla porta possa rientrare dalla finestra!. Ecco perché è necessario alzare la bandiera della libertà
anche in economia!
Entra accaldato e affannato, perché in ritardo, Mario Einaudi, il quale s’inserisce subito nella
discussione.
Einaudi: Buonasera! Vedo, caro Don Sturzo, che ella è già pronto a riprendere attivamente il suo
impegno politico! Come va la sua salute? Dovrà raccogliere tutte le sue forze fisiche e morali. Mille
voci chiedono, reclamano, esigono il suo ritorno. Il Paese ha bisogno di una guida illuminante,
energica, sicura.
Ed ella, stimato Professore, prefigura scenari pessimisti per le sorti dell’Italia?
Sturzo: La mia salute è sempre cagionevole, come tu sai, per avermi quotidianamente sentito,
consigliato, voluto bene, ma in questo momento temo soprattutto il sussulto del mio cuore, dei
ricordi, delle emozioni nel rivedere il mio amato Paese!!! Ma sia ben chiaro: io non ritorno per
ragioni personali, né per rivedere i miei parenti, né per riposarmi dalle fatiche. Ritorno sì come
leader di un partito disciolto, vado incontro a sofferenze morali e fisiche, so bene che in base al
Concordato non mi iscriverò al partito, mi manterrò fuori dall’organizzazione; ma nessuno può
pensare che io mi astenga dal prendere parte attiva alla politica del paese!
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Salvemini e Einaudi, quasi all’unisono: Non abbiamo dubitato nemmeno un istante: ella non può
astenersi dall’impegno politico pieno!
Einaudi: Caro Don Sturzo, adesso che torna alla politica attiva non dimentichi che qui e in
Inghilterra si sono teorizzate sperimentate e adottate con successo nuove politiche economiche e
sociali. Dopo la crisi del ’29, senza compromettere l’economia di mercato, lo Stato è intervenuto
per sostenere l’occupazione, stimolare la ripresa dell’attività produttiva, ristabilire fiducia nelle
banche. E che ha fatto? Ha promosso un vasto programma di lavori pubblici e di prestiti alle
imprese in difficoltà…
Sturzo: Politiche che rischiano di confondersi con il dirigismo corporativo fascista: lo stato
imprenditore, banchiere….
Einaudi: Le ho detto tante volte che le differenze sono enormi sia per i metodi che per i risultati
ottenuti: Mussolini imponeva dall’alto, in modo totalitario; le politiche del New Deal nascono da un
confronto democratico con la popolazione e le istituzioni locali e producono lavoro, investimenti,
sviluppo.
Salvemini: Mi scusi se la interrompo, caro Mario: ma è così convinto che sia questo oggi il primo
problema per il futuro democratico dell’Italia?... agitato, passeggiando nervosamente nella stanza
Non vede che l’America, questo grande serbatoio di libertà (lo dico da cittadino americano come
lei), sta avallando in pieno la politica del Vaticano? (Scandendo con forza) una politica di
restaurazione.
Einaudi: Mi sbaglio? O bisognerà prima o poi promuovere politiche di sviluppo!?!?
Sturzo: Certamente…ma insisto: le libertà politiche non vanno mai disgiunte dalle libertà
economiche…
Einaudi: Farò un esempio concreto. Crede ella, caro don Sturzo, che basterà spezzettare il
latifondo, distribuire il fazzoletto di terra al bracciante o al contadino povero per evitare nuove
povertà e espropri e favorire la ripresa dell’agricoltura?
O non è invece necessario seguire
l’esempio della Tennessee Valley Authority e inserire la riforma agraria in un vasto programma di
132
miglioramento produttivo, controllo e distribuzione dell’acqua e di produzione di energia elettrica?
I risultati sarebbero enormi anche nelle regioni meridionali.
Sturzo: Mio caro Mario, in quello che dici sento gli echi dei tuoi studi, dei tuoi contatti con gli
esperti e i consulenti della Foreign Economic Administration…. Si vedrà quale strada percorrere!
Con tono deciso Ma ora bisogna insistere sulla questione dei nuovi confini dello stato italiano, sulle
condizioni inique del Trattato di pace e quindi sulle responsabilità dell’America.
Intanto nella stanza le signorine Bagnara si affannano a chiudere bauli, valigie…. Sturzo si
prepara a salutare i suoi amici.
Salvemini: E’ tempo di congedarsi! Riprenderemo in Italia le nostre animate discussioni. Intanto
caro Don Sturzo le sono molto riconoscente e fiero della sua amicizia!!
Si abbracciano.
Sturzo: So bene che le sue imfiammazioni sono state sempre temporanee!! Nel suo cuore non c’è
risentimento per la mia persona!! Così nelle mie preghiere c’è sempre posto anche per un ateo come
lei! E tu caro Mario, mia guida, mio fiduciario, mio confidente, mi mancherai. Ricordami alla tua
signora e tanti auguri per i bambini!
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4.5 Sturzo incontra Ezio Vanoni
di Lucia Denitto
All’uscita dall’aula, nei corridoi di Palazzo Madama, dopo una delle tante interrogazioni da lui
presentate, come quelle sull’Eni e su numerosi episodi di commistione del pubblico con il privato,
Sturzo, stanco, affaticato, con il “fisico minuscolo di un uccellino”, particolarmente curato nel suo
abbigliamento, come accadeva ogni volta che si recava a Palazzo Madama, e sempre lucido e
battagliero, incontra il ministro del Bilancio, Ezio Vanoni (Morbegno, 3 agosto 1903-Roma,16
febbraio 1956), una delle figure più rappresentative di tecnico politico e uomo di governo del
vecchio gruppo degasperiano, con riconosciuta esperienza e competenza in campo economico. In
quei mesi il cinquantenne economista cattolico è al centro di aspri dibattiti e critiche, attivamente
impegnato a promuovere nella Democrazia cristiana e nel Governo una politica di pianificazione
economica orientativa, ma si distingue sempre per la sua calma, per il tono pacato della voce, per
il self-control e per il ricorso all’umorismo di tipo anglosassone.
Bibliografia:
L. Sturzo, Politica di questi anni. Consensi e critiche, Opera Omnia, Seconda Serie, voll. XI-XIIXIII, I ed., Bologna 1957, 1966, 1968; E. Vanoni, La politica economica degli anni degasperiani, a
cura di P. Barucci, Firenze 1997; L. Sturzo-G. La Pira, Cattolici e mercato: la grande polemica, a
cura di D. Antiseri, Roma 1996; F. Malgeri, La vita politica ed economica italiana del secondo
dopoguerra nel giudizio di Luigi Sturzo, in AA.VV., Luigi Sturzo nella storia d’Italia, Roma 1973;
G. De Rosa, Sturzo mi disse, Brescia 1982; L. D’Antone (a cura di), Radici storiche ed esperienza
dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, Napoli 1996; F. Barca (a cura di), Storia del
capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, Roma 1997; A. L. Denitto, Confindustria e
Mezzogiorno (1950-1958), Galatina (Le) 2001.
***
Vanoni: Buongiorno, senatore Sturzo. Sono lieto di incontrarLa al suo nuovo posto di
combattimento!!
134
Sturzo: Caro Vanoni, purtroppo le condizioni di età e di salute non mi permettono di adempiere
sempre come vorrei ai miei doveri di parlamentare. Com’è noto a quanti mi conoscono bene, due
anni fa sono stato molto perplesso e ho resistito parecchio, prima di accettare la nomina a senatore a
vita che il presidente della Repubblica ha voluto conferirmi.
Vanoni: Ha fatto benissimo ad accettare l’alto riconoscimento in considerazione della sua attività
antifascista e di fondatore del partito popolare. In ogni caso sia in quest’aula che sui giornali la sua
voce, le sue sferzate sono in un certo senso …la nostra coscienza critica…
Sturzo: Sono molto preoccupato. Riconosco che dopo un’esperienza di quasi dieci anni di governo
è merito principale della Democrazia cristiana aver superato le crisi politiche economiche e sociali
senza rivolte, senza scosse, con graduale assestamento interno e esterno, affrontando con coraggio
situazioni acuite e cercando di risolvere problemi assai difficili e perfino quelli che mai in passato
furono affrontati con chiara visione e larghezza di mezzi: parlo del Mezzogiorno! Ma a quale
prezzo per la libertà e la democrazia? Con quali risultati?
Vanoni: Abbiamo lavorato e lavoriamo con tranquilla coscienza di aver fatto tutto il nostro dovere,
di aver fatto quello che era umanamente possibile per realizzare le condizioni migliori di vita del
nostro popolo. Abbiamo fatto sul serio per difendere la possibilità di acquisto dei limitati stipendi e
dei limitati salari delle nostre classi che lavorano. Dunque stabilità monetaria, riforma agraria,
Cassa per il Mezzogiorno sono i nostri risultati. E ancora due leggi, di cui nel bene e nel male sono
il principale responsabile come ministro del Bilancio; mi riferisco alla riforma tributaria, che
introduce per la prima volta un sistema per realizzare una migliore distribuzione delle ricchezze e
per una tassazione equa, e all’istituzione dell’Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, che so bene quanto
Ella critichi e ritenga responsabile di gravi danni.
Sturzo: Riconosco che mi è sembrata un’audacia, ministro Vanoni, tentare di portare il senso di
fiducia tra il contribuente e il fisco. Se la prova riesce, e lo vedremo in seguito, il fisco si riabilita e
soprattutto cresce la fiducia del cittadino verso lo Stato. Ma per favore non venirmi a parlare del
ruolo propulsivo dell’Eni di Mattei: una potentissima holding finanziaria, che ha il monopolio della
ricerca e dello sfruttamento del metano e del petrolio, un’azienda pubblica nazionale, che gode di
un largo giro d’affari, di capitale pubblico notevolissimo, quindi ha una sfera di influenza
economica e politica tutta particolare. L’Eni si può considerare uno Stato nello Stato!!
135
Vanoni: Capisco che Ella veda fantasmi del passato ovunque si sperimentano nuove politiche
economiche, ma non può ignorare che quanto l’on. Mattei sta facendo consente alle aziende
industriali di utilizzare il metano a buon prezzo, di affrancare il mercato degli idrocarburi dallo
strapotere commerciale delle compagnie estere e all’Italia di avere una posizione autonoma sui
mercati di rifornimento. (Con tono pacato ma fermo) Risultati formidabili per un’azienda di Stato,
che è comune l’accusare di inettitudine e di lentezza.
Sturzo: Ma come fai a non vedere in tutto questo i germi di un invadente statalismo, che sta per
superare di molto lo statalismo fascista!? Non conosco Mattei e non ho nessun motivo personale
contro di lui, né contro coloro che lo proteggono! Combatto tutti gli enti statali e parastatali, tra cui
Eni e Iri, che abbondano di privilegi, abusano del potere economico e delle protezioni pubbliche,
invadono con sempre crescente ritmo l’ambito dell’iniziativa privata, preparando e attuando una
specie di socialismo di stato o di statalismo sociale che dir si voglia.
Vanoni: Personalmente non mi toccano le accuse di “pesciolino rosso che naviga nell’acquasanta”,
che mi sono state rivolte da più parti! Vorrei provare invece a spiegarle che sono convinto, da
tempo (ricorda il Codice di Camaldoli?!), che l’ordinamento politico ed economico deve perseguire
tre scopi: 1. Consentire un massimo di libertà; 2. Portare ad un massimo di utilità sociale; 3.
Realizzare un massimo di giustizia sociale. Spetta allo Stato superare le tante posizioni di
ineguaglianza economica e modificare lo stato di distribuzione delle ricchezze. Non sarà che Ella
brandendo la bandiera della libertà non tenga conto dei danni sociali prodotti da un’economia
lasciata in balia del mercato e del liberismo!?
Sturzo: Anche tu, come tanti altri, mi etichetti come liberista! Non mi stancherò di ripetere mille
volte che non nego l’intervento dello Stato, nego l’interventismo; non nego le direttive dello Stato,
nego il dirigismo; non nego che ci siano enti statali, nego la statizzazione dell’economia!
Vanoni: Ella, don Sturzo, è sempre sospettoso e pessimista sul ruolo che lo Stato è chiamato a
svolgere!
Sturzo: C’è chi crede, o finge di credere, che la mia campagna contro lo statalismo abbia di mira lo
Stato, i suoi istituti e i suoi poteri; niente affatto; io combatto gli eccessi, ai quali, in nome dello
Stato, arrivano i detentori del potere, sia legislativo, sia direttivo, sia esecutivo, limitando quella
libertà che per la natura dello stato democratico e nel quadro costituzionale è garantita e deve essere
136
garantita al cittadino. Come noi non vogliamo che la libertà divenga licenza, così non vogliamo che
lo Stato violi, ferisca, limiti sia il principio della libertà sia gli istituti che ne garantiscano
l’esercizio; tale abuso io chiamo statalismo.
Vanoni: Sì ma lo Stato ha il compito di coniugare giustizia sociale ed efficienza
Sturzo, interrompendolo: Stato è una parola astratta; io parlo degli uomini che tengono il potere: il
Governo (presidente e ministri); il Parlamento (senatori e deputati); i Dicasteri (la burocrazia
dirigente); i corpi giurisdizionali (giudiziari e amministrativi); gli enti pubblici (statali e parastatali).
Questa complessa organizzazione dello Stato è quella che può creare lo statalismo, anche se la
nostra recente Costituzione repubblicana rispetta la libertà dei cittadini.
Vanoni: Come uomo di governo, caro Don Sturzo, sento prepotente l’impegno morale di affrontare
e portare a soluzione alcuni problemi ancora aperti della vita economica e sociale del paese, come la
disoccupazione e lo sviluppo del Mezzogiorno. Sento acutamente le contraddizioni di una politica
economica che difendendo la lira, ha garantito la ripresa economica ma non è riuscita ancora ad
allargare il livello dell’occupazione.
Sturzo: Non vorrai cavalcare anche tu l’ondata degli illusi statalisti sociali come il sindaco La
Pira? Nei mesi scorsi Firenze è stata scossa dai licenziamenti a catena di migliaia di operai e il suo
sindaco che fa? S’indigna, accusa gli industriali di aver creato un clima di intimidazione tra gli
operai, chiama in causa lo Stato, convince l’Eni ad assumere stabilimenti in crisi. Non metto in
dubbio le buone intenzioni, umane e cristiane, di La Pira, ma senti cosa scrive, rivolgendosi al
Presidente di Confindustria.
mostra con mani tremanti ritagli di giornali dei mesi scorsi e legge: Permetta, Dott. Costa che io
francamente Le dica una cosa. Quando io Le ho posto e Le pongo problemi concreti - quante volte!
Ricorda?- Lei è sempre fuggito per la tangente: anziché darmi una soluzione concreta (cittadina o
nazionale) dei problemi che Le ponevo, Lei mi ha sempre posto davanti, come risposta, i principi
<<divini>> dell’economia e del diritto: la iniziativa privata (quale?); la libera concorrenza (quale?);
la legge della domanda e dell’offerta (quale?); il <<sacro>> diritto di proprietà; il diritto di liquidare
le aziende; il diritto di fallire; il diritto di licenziare e così via!”. Questo è il suo pensiero!
La Pira è lo statalista della povera gente; ed è arrivato a pensare che lo stato, tenendo in mano
l’economia possa assicurare a ciascun cittadino il suo minimo vitale!
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Vanoni: Ma non può disconoscere il tormento di La Pira. Di fronte alla “cartella clinica” di una
città di 400 mila abitanti, come Firenze, con 10 mila disoccupati, con i 950 licenziamenti della
Richard Ginori, con i licenziamenti in atto della Manetti&Roberts, con 2 mila sfratti, 17 mila libretti
di povertà, 37 mila persone assistite dal Comune e dall’ECA, con grosse crisi industriali nel
Valdarno, La Pira Le chiede: “Cosa deve fare il sindaco? (…) Può lavarsi le mani dicendo a tutti
<<scusate, non posso interessarmi di voi perché non sono statalista, ma un interclassista>>?”.
Sturzo: Non ho mai negato il mio interessamento per i disoccupati, gli operai, i contadini; io
difendo un moderato intervento statale nei vari ambiti dell’attività privata, specialmente a scopo
integrativo e dove l’iniziativa privata non possa da sé corrispondere adeguatamente alle esigenze
pubbliche. La mia difesa della libera iniziativa è basata sulla convinzione scientifica che l’economia
di stato non solo è anti-economica. Ma comprime la libertà e per giunta riesce meno utile, o più
dannosa secondo i casi, al benessere sociale.
Vanoni: Sono fermamente convinto che oggi il problema delle centinaia di migliaia di famiglie che
non hanno lavoro e sicurezza di lavoro vada affrontato all’interno di una seria e rigorosa politica di
programmazione economica. Bisogna prima di tutto chiarire che cos’è un piano, distinguere il piano
buono da quello cattivo e poi pensarlo ed attuarlo.
Sturzo: Spiegati meglio, anche se conosco bene il tuo pensiero.
Vanoni: Il piano è il coordinamento di attività che si svolgono in un dato ambiente e in determinato
momento. Gli strumenti del piano possono essere i più diversi: non c’è bisogno che lo Stato
intervenga direttamente, ma può limitarsi a condizionare attività produttive, attraverso
un’imposizione, attraverso obblighi, attraverso interventi; può limitarsi a sostenere una certa attività
produttiva, tipica la politica dei dazi doganali; può in sostanza fare tante cose, lo Stato, la
collettività, coordinando la propria azione con l’azione dei privati, determinandola e sostenendola,
senza arrivare al dirigismo economico, all’intervento diretto e immediato dello Stato per risolvere
determinati problemi.
Sturzo: Sono proprio queste le linee ispiratrici che ho ritrovato nel Piano decennale per assorbire
quattro milioni di lavoratori, che hai presentato nel giugno scorso nel Congresso di Napoli della
Democrazia cristiana, una delle poche serie iniziative emerse al San Carlo, se penso a come il
partito sia finito nelle mani dei nuovi dirigenti, che si dicono “più sociali e meno liberali”.
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Vanoni: In quella sede De Gasperi, pochi mesi prima di lasciarci per sempre, aveva affidato a me,
tecnico che avevo ricoperto i dicasteri economici dei suoi Governi fin dal 1947, il compito di
predisporre un piano con l’obiettivo di assicurare a ciascuno un lavoro, una casa, una sussistenza
degna di un uomo libero. Così ho presentato lo Schema decennale che si propone di incrementare il
reddito, raggiungere la piena occupazione, perseguire il pareggio della bilancia dei pagamenti,
ridurre progressivamente il divario fra Nord e Sud del Paese, con investimenti in agricoltura, nelle
bonifiche, nell’edilizia, nell’energia, nella produzione industriale.
Al centro della concezione dello Schema vi è la convinzione che i nuovi posti di lavoro devono
essere creati dall’iniziativa privata.
Sturzo: Sono d’accordo con te! E non m’importa che si dica che Sturzo è d’accordo con Vanoni!
(Avvicinandosi a Vanoni con tono ironico) si potrebbe anche dire che Vanoni è d’accordo con
Sturzo!! La verità è che io e te, partendo da concezioni e da posizioni diverse, non possiamo fare a
meno di rispettare le più elementari leggi economiche.
Vanoni: Voglio, però, ribadire con forza che lo Stato si deve impegnare a creare le condizioni per
rendere convenienti gli investimenti privati. In altri termini lo Stato deve assumersi direttamente o
indirettamente la responsabilità dello sviluppo globale dell’economia e della società!
Sturzo: Il tuo quadro è ortodosso, caro Vanoni! Hai fatto bene a ricordare, specie agli estremisti del
congresso, che il piano di assorbimento della manodopera va congiunto necessariamente con la
salvaguardia della solidità monetaria, con il maggiore aiuto possibile allo sviluppo della iniziativa
privata e con la prospettiva degli investimenti esteri, “onde sanare - come testualmente tu hai
sostenuto a Napoli - il maggior squilibrio della bilancia dei pagamenti”. Spero, caro Ministro
Vanoni, che i consensi registrati al San Carlo impegnino seriamente il partito e il Governo: solo così
il tuo piano non rimarrà una bella esercitazione di cultori di scienze economiche e statistiche e non
diventerà un bel gioco politico per le discussioni dei partiti e le relative aperture a sinistra.
Vanoni: Da giugno ad oggi la stesura definitiva dello Schema ha mobilitato le migliori energie
tecniche presenti nella Svimez e può considerarsi uno dei piani più avanzati di ingegneria sociale. È
con queste convinzioni e speranze che fra qualche giorno, il 29 dicembre prossimo, lo presenterò in
Consiglio dei Ministri per la sua approvazione definitiva.
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Sturzo: Tanti auguri, caro Vanoni. Dovrai superare molti ostacoli per arrivare all’aumento minimo
del reddito nazionale nella misura media del 5 per cento per ogni anno, come ti prefiggi. Ciò
richiede sacrifici e austerità! Chi non ricorda il vecchio motto di Nitti: <<produrre di più e
consumare di meno?>>. In complesso, formula Nitti, formula Menichella, formula Vanoni si
riducono ad una sola: aumentare il risparmio per reimpiegarlo in opere produttive! Poi il resto viene
dopo!
140
4.6 Monologo di Sturzo
di Lucia Denitto
Sturzo si trova in una delle due stanze, semplici e disadorne, del Convento delle Canossiane, dove
si è rifugiato dopo il suo ritorno in Italia, amorevolmente accudito da Suor Candida, e dove riceve
pochi ma fidati amici e visitatori, affascinati dal suo sguardo magnetico, dal suo brillante eloquio,
dalle sue prediche. È seduto dietro al suo tavolo di lavoro, coperto di carte, giornali, documenti,
con uno scialle sulle spalle e un altro sulle ginocchia. È intento a riordinare carte e articoli,
muovendo freneticamente le sue mani lunghe e affusolate. Vuole ripercorrere l’analisi degli ultimi
anni, su quel nodo che arrovella gli ultimi mesi della sua vita: moralizzare la vita pubblica!
La scena si svolge circa un mese prima di quel 23 luglio 1959, quando viene colpito da collasso.
Morirà il pomeriggio di sabato 8 agosto.
Bibliografia:
L. Sturzo, Tre male bestie, Napoli 1959; Id, Discorsi parlamentari, Senato della Repubblica, voll.
2, Roma 1978.
***
Sturzo: Mi dicono da più parti che non riesco a stare al passo coi tempi! Che i miei giudizi, o
meglio, le mie prediche - secondo i miei detrattori - nascono da una visione arcaica della vita
politica e sociale. Ma io riconosco che il paese ha superato la fase critica del dopoguerra, che il
reddito è cresciuto ancora di più di quanto il povero Vanoni, stroncato da un infarto a Palazzo
Madama, avesse previsto nel suo Schema.
Oggi, però, siamo di fronte ad una vera e pesante questione morale, che sta inquinando la stessa
democrazia, faticosamente conquistata e costruita.
Già nel 1946 avevo sostenuto che la prima ad essere corretta doveva essere la vita pubblica.
Sollecitavo ministri, deputati, sindaci, consiglieri, cooperatori, organizzatori sindacali ad essere
esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità.
Quelle mie parole erano principalmente dirette ai democratici cristiani. Essi parlano spesso e con
fede di portare Cristo nel mondo, che lo ha sconfessato; di vivificare la fede degli avi nei cuori dei
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nipoti; di difendere l’integrità della famiglia, la libertà della scuola, l’insegnamento religioso; di
promuovere l’attività sociale secondo gli insegnamenti della Chiesa.
A questi propositi nobili e veramente cristiani sostenevo che bisognava aggiungere anche la
moralizzazione della vita pubblica.
E poiché essi erano e sono nei ministeri, negli enti statali e parastatali, nelle amministrazioni
provinciali e comunali, nei sindacati e nelle cooperative e in tante altre simili organizzazioni, hanno
l’obbligo di perseguire come primo e principale dovere quello di osservare la moralità pubblica essi
stessi e di farla osservare agli altri, di opporsi alle infrazioni delle leggi morali senza esitazioni,
anche affrontando le ire degli interessati, siano del proprio o di altri partiti.
Oggi, dopo un intervento sistematico e abusivo dello Stato, che viola le libertà individuali, quelle
dei nuclei sociali e pubblici, dopo che il partito di maggioranza ha occupato lo Stato, non bastano
più gli appelli, è necessario individuare i nemici, le bestie della democrazia, e combatterli.
Nel mio cammino verso la democrazia, per esperienze personali, studi e lotte, di bestie enormi ne
ho individuato proprio tre: lo statalismo, la partitocrazia, l’abuso del denaro pubblico.
Il primo va contro la libertà; la seconda contro l’uguaglianza, il terzo contro la giustizia.
Ebbene, senza libertà, eguaglianza e giustizia non esiste la democrazia!
142
5
GIUSEPPE DI VITTORIO
Tratti biografici
Giuseppe Di Vittorio è stato forse il più importante dirigente del movimento operaio italiano.
Raccolse anche grande stima e popolarità. Esse sono da attribuire anche alla sua immagine di
politico dal “volto umano”, leale e trasparente, stimato dagli avversari, capace di coniugare
sentimenti e ragione; molto semplice nei modi, affettuoso nei rapporti umani, fu un grande
“tribuno”, capace di farsi ascoltare dai lavoratori anche grazie al suo linguaggio diretto e
“familiare”.
Nacque nel 1892 a Cerignola (provincia di Foggia) da famiglia contadina. A sette anni dovette
lasciare la scuola a causa della morte del padre. La militanza nelle file del movimento contadino
della sua città risale agli anni della primissima adolescenza. Fondò un circolo giovanile socialista,
impegnandosi contemporaneamente come dirigente della Lega dei braccianti e della Camera del
lavoro. Aderì al sindacalismo rivoluzionario, sostenendo contemporaneamente posizioni unitarie
all’interno delle strutture camerali pugliesi. Già arrestato in occasione di uno sciopero nel 1911, in
seguito ai fatti verificatisi durante la settimana rossa, nel 1914, fu costretto ad espatriare in Svizzera
per alcuni mesi. Ferito al fronte, durante la Grande guerra, fu a lungo trattenuto come elemento
sovversivo e disfattista, nonostante abbia aderito inizialmente alle posizioni dell’interventismo
democratico. Negli anni dell’immediato dopoguerra, fu segretario della Camera sindacale del lavoro
di Bari. Eletto alla Camera alle elezioni del 1921, grazie all'immunità, potette riprendere l’attività
sindacale e politica dopo l'arresto successivo all'organizzazione di uno “sciopero regionale
antifascista”. Nel periodo precedente la marcia su Roma fu tra i promotori dell’Alleanza del Lavoro
e aderì attivamente alle formazioni degli Arditi del Popolo. Nell’agosto del 1922, durante lo
“sciopero legalitario”, organizzò la riuscita difesa di Bari vecchia dagli assalti delle squadre
fasciste. In questo periodo maturò il suo passaggio alla componente socialista favorevole alla
fusione col Partito comunista e all’adesione all’Internazionale comunista. Entrato definitivamente
nel Pcdi nel 1924, diresse l’Associazione di difesa dei contadini del Mezzogiorno. Arrestato nel
1925 e detenuto sino alla metà del 1926, per disposizione del suo partito, espatriò in Francia,
subendo, subito dopo, una condanna, in contumacia, a 12 anni di carcere. Prima a Mosca, come
dirigente dell’Internazionale contadina, poi a Parigi, nell’apparato illegale del partito, svolse la sua
attività antifascista occupandosi prevalentemente di questioni sindacali. Dal 1930 è responsabile
143
della Cgil clandestina, ricostituita dai comunisti già nel 1927. Alla fine del 1936 partecipò alla
guerra civile in Spagna; rientrato a Parigi nel ’37 assunse la carica di direttore della “Voce degli
italiani”. Arrestato nel 1941 scontò il confino a Ventotene. Alla caduta del regime, iniziò il lavoro
per la ricostituzione della Cgil firmando nel giugno del 1944 il “patto di unità” fra sindacati
comunisti, socialisti e cattolici. Prima della Liberazione fu eletto segretario provvisorio della rinata
Cgil; riconfermato segretario generale in tutti i successivi congressi, nel 1946 fu eletto membro
dell’Assemblea costituente, poi Deputato nelle prime due legislature. Da segretario della Cgil fu
impegnato con determinazione contro i tentativi di scissione sindacale, dopo la fine dei governi di
coalizione. Nel 1949 venne eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale (carica che gli
fu riconfermata nel 1953 e nel 1957) e nello stesso anno, lanciò al congresso di Genova la proposta
del “Piano del Lavoro”. Nel 1955, dopo la sconfitta subita dalla Fiom-Cgil alle elezioni per le
commissioni interne, sostenne attraverso una esplicita autocritica le ragioni di una profonda
correzione della politica sindacale nelle fabbriche. Nel 1956 criticò l'invasione sovietica in
Ungheria. Morì a Lecco il 3 novembre del 1957, in seguito a un infarto avuto nel corso di una
manifestazione per l’inaugurazione di una nuova sede della Camera del lavoro.
Nella storia del sindacato italiano quella di Di Vittorio rimane per molti versi una figura leggendaria
o “mitica”, come spesso è stato detto. L'infanzia del piccolo bracciante orfano e autodidatta che
cominciò la sua milizia a Cerignola durante i duri scontri tra proprietari e contadini agli inizi del
secolo, la sua attività come massimo esponente del movimento contadino pugliese, gli arresti,
l'elezione a Deputato, la lotta antifascista, le persecuzioni, l'esilio, la guerra di Spagna, la
ricostituzione della Cgil unitaria nell'ultima fase di clandestinità, il contributo alla rinascita
democratica dell'Italia, le lotte per la conquista di diritti per i lavoratori, la sua attività ai vertici
della Federazione sindacale mondiale, sono tutti momenti della sua biografia che hanno alimentato
l'immagine del leader dalla vicenda umana straordinaria e irripetibile.
A proposito della popolarità di Di Vittorio tra i lavoratori, Pietro Nenni – nel discorso pronunciato
in occasione della morte – volle sottolineare questo aspetto: “Altri erano più dotti nel citare pagine
di Marx o di Lenin. Nessuno ha eguagliato il pathos umano della sua eloquenza e della sua azione.
Se stasera tutta Roma del popolo è attorno al suo feretro, è perché nessuno meglio di lui ha saputo
interpretarne l'animo”. A proposito della stima di cui godeva anche tra gli avversari, Vittorio Foa ha
riferito il seguente aneddoto: “Un autorevole democristiano, Benigno Zaccagnini, mi disse una
volta: «Lo sai che quando Di Vittorio è morto io ho pianto: sono convinto che è in Paradiso»”.
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5.1 Di Vittorio alla Camera del lavoro di Bari assediata
di Luigi Masella
Il dialogo si svolge nei primi tre giorni di agosto 1922, durante lo sciopero generale contro le
violenze fasciste. La situazione politica è particolarmente grave in Puglia; il movimento contadino
si sta sfaldando, la camera del lavoro di Andria, una delle più importanti della regione, è stata
conquistata dai fascisti nel marzo del ’22. Nello stesso mese si è costituita l’Alleanza del lavoro, un
fronte di opposizione al fascismo che comprende socialisti, comunisti, repubblicani, ex combattenti,
e perfino fiumani. Questi ultimi hanno aderito all’organizzazione proprio grazie alla figura di Di
Vittorio, interventista combattente al fronte. All’alleanza politica ha fatto seguito la costituzione a
Bari e nella provincia di un organismo di resistenza, gli Arditi del popolo, che si segnala proprio
nelle giornate dell’agosto, contribuendo insieme alla popolazione di Bari vecchia a respingere gli
assalti fascisti.
Alla proclamazione dello sciopero generale il 31 luglio ’22, la popolazione di Bari aderisce in
massa; nel giorno successivo cominciano gli assalti fascisti che cercando di entrare nella città
vecchia, vogliono occupare la Camera del lavoro, dove Di Vittorio aveva stabilito anche la sua
residenza. Gli assalti fascisti vengono respinti dalla popolazione e solo dopo che Di Vittorio
proclama la fine dello sciopero, il prefetto Olivieri fa intervenire l’esercito e chiudere la Camera
del lavoro. I dirigenti dell’Alleanza del lavoro, accusati di complicità in omicidio e di istigazione
alla rivolta, vengono arrestati, e scarcerati dopo oltre un mese di detenzione.
Il dialogo utilizza l’episodio sia perché è un momento importante della vita di Di Vittorio, sia
perché la difesa della Camera del lavoro di Bari offre la possibilità di approfondire un aspetto
importante della concezione che del sindacato aveva Di Vittorio. Centrale è sempre per lui Camera
del lavoro in quanto organizzazione territoriale che supera i rischi di un corporativismo di
categoria e consente di coinvolgere nelle vertenze ampi strati di lavoratori, sia quelli occupati che
quelli precari e disoccupati. Questa convinzione accompagna Di Vittorio per tutta la vita e acquista
oggi una grossa rilevanza per la difficoltà ad organizzare il lavoro nelle tradizioni strutture
verticali di categoria.
Bibliografia:
P. Craveri, L'originalità del sindacalismo di Giuseppe Di Vittorio, in Id., La democrazia
incompiuta. Figure del '900 italiano, Venezia, Marsilio, 2002, 3; A. Pepe, Il sindacalismo pugliese
145
nel primo Novecento, in La Puglia, a cura di L. Masella e B. Salvemini, Torino, Einaudi, 1989; M.
Pistillo, Giuseppe Di Vittorio: 1907-1924. Dal sindacalismo rivoluzionario al comunismo, Roma,
Editori Riuniti, 1973; S. Colarizi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Bari, Laterza,
1971.
***
Nella Camera del lavoro assediata dai fascisti, che stanno cercando di forzare la resistenza polare
della città vecchia, arriva trafelato un operaio, mentre Di Vittorio, che da quando è giunto a Bari
vi alloggia con la famiglia, è intento insieme ad altri ad organizzare la difesa della sede.
Operaio: I fascisti stanno cercando di entrare a Bari Vecchia. A Piazza Santa Barbara si è sparato;
un compagno socialista è morto, si chiamava Giusto Sale. Ma la gente sta uscendo dai vicoli e quei
figli di buona donna non ce la fanno a entrare.
Di Vittorio: Quanti sono i fascisti?
Operaio: Non sono pochi, perché sono venuti anche da fuori. Ne ho riconosciuti alcuni di Andria,
di Minervino e perfino di Cerignola. Ho sentito che sono arrivati fascisti anche da Reggio Emilia.
Ma sono abituati ad assalire l’ avversario quando è solo e loro sono in molti. Se c’è la resistenza di
tante persone insieme, si ritirano. Urlano, bestemmiano contro i comunisti, ma poi si stanno
ritirando. Senti, cantano “giovinezza, giovinezza”, ma per il momento sono lontani da qui.
Di Vittorio: Bene, così bisogna fare. Attorno alla Camera del lavoro di Bari si sta radunando per
difenderla non solo la massa dei lavoratori iscritti, ma tutto un popolo. E questo deve essere la
camera del lavoro, il punto di riferimento della popolazione in ogni città e paese, l’ istituzione che
difende il lavoro e avanza richieste più ampie per il miglioramento delle condizioni di vita di tutto
un popolo. Così si evita la burocrazia che spesso ha frenato anche la Cgil, che certe volte
pretendeva di decidere dall’alto e da lontano decisioni e scioperi locali.
Ma visto che abbiamo un po’ di respiro e i fascisti per ora si sono ritirati facciamo il punto anche
politico della situazione. E mentre definite i turni di vigilanza io vado di là da Carolina (la moglie).
Poveretta, è al settimo mese di gravidanza, ma ha voluto rimanere con me. (Di Vittorio si allontana
in un'altra stanza mentre altri quattro o cinque componenti il direttivo della Camera del lavoro si
siedono attorno a un tavolo. Rientra Di Vittorio e si siede con loro).
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Di Vittorio: (preoccupato) Mi sa che questo figlio, se gli scontri continueranno anche nei prossimi
mesi, nascerà proprio qui dentro. Mah! Andiamo avanti.
I° componente: La sottoscrizione fra gli operai per organizzare la difesa della camera del lavoro sta
andando proprio bene. Abbiamo raccolto già 12.000 lire.
2° componente: Il repubblicano Piero Delfino Pesce, che nel luglio scorso, ha presieduto il
congresso delle organizzazioni proletarie della provincia di Bari, riunite per definire le forme di
opposizione e di protesta contro le violenze fasciste, continua a darci una mano anche col suo
giornale Humanitas, che è diventato un vero e proprio strumento di opposizione e di agitazione
antifascista
3° componente: Ma il dato più importante, secondo me, è la partecipazione di giovani, di studenti,
di ex combattenti e persino di due ufficiali in congedo alla costruzione di un movimento di
opposizione al fascismo a Bari. Sono con Di Vittorio anche molti fiumani, che vedono in lui il
soldato che ha combattuto al fronte e che ora combatte per i diritti dei soldati tornati a fare gli
operai e i contadini.
4° componente: Anche gli anarchici ora sono diventati unitari e stanno con noi.
Di Vittorio: L’hanno capito anche loro che la camera del lavoro deve essere una e di tutti. Appena
due mesi fa, alla fine di maggio scorso, mi sono preso del traditore perché mi rifiutai di mantenere
una contrapposizione tra la Camera del lavoro della Cgil, che era diretta dai riformisti, e la Camera
Sindacale del lavoro che io dirigevo. La Camera sindacale era di orientamento sindacalista
rivoluzionario,ma io chiedevo che si unificasse con la Camera del lavoro della Cgil perché tutti i
lavoratori potessero essere uniti in un’ unica organizzazione. Ve la ricordate quell’ assemblea? Era
venuto Armando Borghi, che era stato segretario nazionale dell’ Unione Sindacale Italiana, a
sollecitarvi a non unificare le due Camere del Lavoro, a mantenere la divisione tra socialisti e
anarcosindacalisti, perché per la rivoluzione proletaria era meglio una scissione che una falsa unità
con i riformisti.
1° Componente: Certo che lo ricordiamo. Stavamo per venire alle mani quella sera. Tu eri in
carcere e ne eri uscito perché eri stato eletto Deputato nelle liste socialiste, anche se non avevi la
147
tessera di quel partito . Borghi ti accusò di opportunismo e malafede perché rifiutavi di dimetterti in
omaggio alla dottrina dell’ anarcosindacalismo, che non riconosceva un’ istituzione borghese come
il Parlamento e vedeva solo nello sciopero generale lo strumento per avviare nel paese la
rivoluzione proletaria.
Di Vittorio: Borghi sbagliava ed esagerava in accuse che hanno rasentato gli insulti. Voi sapete che
non ho mai avuto paura del carcere e io ho voluto rappresentare i lavoratori di Terra di Bari, mentre
i fascisti attaccavano leghe e camere del lavoro in tutta la Puglia. Per questo, per rimanere Deputato,
oggi rischio la vita, non il carcere.
II° componente: Alcuni dissero che eri proprio cambiato, perché stavi diventando come i
riformisti.
Di Vittorio: Voi mi conoscete. Io sono per prima cosa unitario. Sono stato unitario da sempre e
l’unità ho sostenuto in tutti i congressi e nei giornali e l’ho sempre difesa dovunque sono stato,
facendo opera di moderazione fra le diverse tendenze, per non far ridere e ingagliardire gli
avversari.
II° componente: Hai ragione, ma se poi vedo gli scontri tra riformisti massimalisti, comunisti,
proprio mentre i fascisti attaccano e menano tutti, qualche dubbio mi viene sulla possibilità di
trovare l’unità.
Di Vittorio: E noi non l’abbiamo trovata qui? Ci stanno tutti, hai visto, e sai perché? Perché per
prima cosa abbiamo unito tutti i lavoratori in un’unica Camera del lavoro. (Con un tono più
infervorato) Un’organizzazione sindacale, autonoma dai partiti, deve rappresentare tutti i lavoratori,
deve organizzare la solidarietà verso tutti coloro che cercano di vivere del proprio lavoro. E perciò
deve essere vicina non solo agli occupati, ma anche a quelli che temporaneamente non hanno
lavoro, gli stagionali, i precari. E se la Camera del lavoro tiene insieme le esigenze di tutti nel
territorio in cui opera non solo difende il salario o ne chiede l’aumento per alcune categorie, ma può
mettere in piedi rivendicazioni che interessano tutti e migliorano la condizione di tutti. Per questo i
fascisti le assalgono, le incendiano, le distruggono.
Entra un giovane: I fascisti stanno tornando!
148
Di Vittorio (Mentre tutti si alzano e si avvicinano alla finestra): Ma non passano nemmeno oggi.
Anche le donne di Bari vecchia sono pronte a resistere. Guarda lì su quei terrazzi, hanno
ammucchiato sassi da lanciare sui fascisti se tenteranno di passare. (Rivolto poi alla moglie)
Carolina tu non ti muovere, noi scendiamo a dare una mano.
Sulla strada vicino alla Camera del lavoro Di Vittorio incrocia un abitante della città vecchia.
Abitante: I fascisti si stanno ritirando, ma là fuori la guardia regia è entrata nella sede dei ferrovieri
e ha arrestato in massa tutti i dirigenti che ha trovato lì dentro.
Altro passante: (concitato). I fascisti si stanno ritirando un’ altra volta e nemmeno la forza
pubblica ce la fa a entrare, ma è morto un altro operaio e ci sono molti feriti.
Di Vittorio: (preoccupato) Dobbiamo riunire il direttivo e prendere una decisione. I caduti sono
molti ormai.
Di Vittorio (di nuovo nella Camera del lavoro): Compagni oggi è il terzo giorno di resistenza e i
fascisti non sono riusciti a entrare . Adesso però dobbiamo mettere fine ai combattimenti, perché il
numero dei caduti sta aumentando e soprattutto perché lo sciopero generale si è concluso in Italia.
Componente del direttivo: Ci arrendiamo allora?
Di Vittorio: Che resa! Noi abbiamo vinto. I fascisti sono stati respinti e quelli di Reggio Emilia se
ne stanno tornando a casa loro. Bari vecchia non è stata conquistata e la Camera del lavoro è
diventata il simbolo della resistenza al fascismo e dell’ unità dei lavoratori e del popolo barese.
Questa sera comunicheremo al prefetto che lo sciopero è cessato e che da domani si riprenderà il
lavoro.
Nella sede della rivista barese Humanitas diretta dal repubblicano Piero Delfino Pesce. Un gruppo
di redattori commenta gli avvenimenti successivi alla conclusione dello sciopero.
I° redattore: I fascisti non sono riusciti a occupare la Camera del lavoro, ma il prefetto Olivieri, ho
sentito dire per obbedire a minacce di Caradonna, subito dopo la fine dello sciopero ha dato l’avvio
a un attacco in piena regola alla città vecchia. Sono intervenuti battaglioni dell’esercito regolare,
149
con mitragliatrici e autoblinde, pensando di trovare chissà quante armi. Ma hanno trovato solo
qualche vecchia pistola e pietre del selciato divelto, con cui per tre giorni gli abitanti si sono difesi
dagli assalti.
II° redattore: Hanno arrestato in massa i dirigenti dell’Alleanza del lavoro ed è ormai quasi un
mese che stanno dentro per complicità in omicidio, anche se tutta la stampa pugliese ormai ne
chiede il rilascio. Però, anche se malvolentieri, hanno dovuto riconoscere che nella camera del
lavoro non c’erano armi e hanno dovuto restituirla a Di Vittorio, al suo segretario, che ne ha ripreso
possesso e ha ricominciato a rimettere in piedi il sindacato. Ma è sempre più difficile, ormai.
Voce esterna: La Camera del lavoro di Bari sarà occupata definitivamente dall’esercito solo due
giorni dopo la marcia su Roma e solo allora i fascisti vi poterono entrare e metterla a soqquadro.
Cercavano innanzi tutto Di Vittorio, per fargli pagare la resistenza di tutti quei mesi. Così ha
ricordato quei giorni la figlia di Di Vittorio, Baldina. “Ed è proprio in una Camera del lavoro, quella
di Bari, che mia madre diede alla luce Vindice, in una situazione drammatica, a pochi giorni dalla
marcia su Roma…La sede dei lavoratori baresi era accerchiata dai fascisti che avevano saputo che
la nostra famiglia vi si era rifugiata in qui giorni e che anche Peppino era accorso lì alla notizia del
parto imminente. S’ ingaggiò una vera battaglia tra i fascisti che volevano mettere a soqquadro la
Camera del lavoro e catturare Di Vittorio, e gli “arditi del popolo” che difendevano la loro sede
riuscendo, una volta di più, a respingere l’attacco fascista. E mia madre mette al mondo Vindice in
quel clima arroventato, udendo gli spari e tremando per la vita del piccolo appena nato e del “suo”
Peppino. Furono i compagni a mettere in salvo Carolina e noi due bambini avvolgendoci in alcune
coperte e portandoci via di nascosto”. Per la famiglia Di Vittorio cominciava l’esilio, in Francia,
Spagna Russia. La Camera del lavoro di Bari fu eliminata. Nel 1944 sarà fra le prime ad essere
ricostituita e riproporsi come luogo di incontro di tutti i lavoratori.
150
5.2 Di Vittorio dialoga con Giuseppe Rapelli e Amintore Fanfani
di Luigi Masella
Il 2 giugno 1946 Di Vittorio viene eletto all’Assemblea Costituente nel collegio elettorale Bari –
Foggia nella lista del Partito comunista italiano. Quando nell’Assemblea Costituente si dà vita alla
cosiddetta Commissione dei 75, che deve elaborare il progetto di Costituzione da sottoporre
successivamente alla discussione generale dell’Assemblea, Di Vittorio viene chiamato a farne parte
come componente di una delle tre sottocommissione in cui la Commissione dei 75 si articolò. La
terza Sottocommissione si occupa delle questioni attinenti l’ordinamento economico e sociale e Di
Vittorio è relatore «sul diritto di Associazione e sull’ordinamento sindacale». In questa veste si fa
sostenitore della libertà sindacale, non solo riconoscendo la libertà di ogni lavoratore di iscriversi
o meno ad un sindacato, in quanto libera associazione, ma anche affermando il pluralismo
sindacale e la necessità di un sindacalismo autonomo sia dai partiti che dalle istituzioni dello Stato.
Tale visione, che è diventata il fondamento della vita democratica nel nostro Paese, non coincide
con quella allora prevalente all’interno del mondo cattolico italiano e della sua dottrina sociale.
Ne sono interpreti Giuseppe Rapelli e Amintore Fanfani, entrambi membri della commissione dei
75 all’Assemblea Costituente.
Giuseppe Rapelli, antifascista, è stato poco più che diciassettenne segretario della Federazione
cattolica degli Impiegati e dei Commessi e nel 1924, all’epoca del delitto Matteotti, segretario
dell’Unione del Lavoro di Torino, l’organizzazione territoriale della Confederazione italiana dei
Lavoratori. Nel ’42 ha partecipato alla ricostituzione della Democrazia Cristiana e nel ’46 è
entrato nella segreteria della Cgil quale rappresentante della componente cattolica. Seguendo le
orme di Achille Grandi, Rapelli propugna l’idea di un sindacato libero, ma inserito nell’ ambito
delle strutture pubbliche, con adesione al sindacato obbligatoria in modo da garantire l’autonomia
dai partiti politici.
Amintore Fanfani, docente di economia formatosi negli anni trenta all’Università Cattolica di
Milano, ha aderito alle istanze del corporativismo cattolico, nel quale vede la possibilità di
superare l’individualismo borghese e liberale e di radicare la dottrina sociale della Chiesa. In
questa ottica, diversamente dal sindacalista Rapelli, equipara il diritto di serrata al diritto di
sciopero ed esprime perplessità sull’opportunità che nella Costituzione sia riconosciuto solo il
diritto di sciopero promosso dalle organizzazioni dei lavoratori.
Nel dialogo, dunque, i deputati alla Costituente Fanfani e Rapelli incontrano a Palazzo
Montecitorio Di Vittorio, che, in attesa che la riunione abbia inizio, li invita nel suo studio per un
151
confronto informale sui prossimi lavori della III Sottocommissione della Commissione del 75,
della quale tutti e tre fanno parte.
Bibliografia:
Discorsi parlamentari di Giuseppe Di Vittorio, 6 voll., Roma, Stabilimenti tipografici Carlo
Colombo; La politica del Partito comunista italiano nel periodo costituente. I verbali della
direzione tra il V e il VI congresso (1946-1948), a cura di R. Martinelli e M. L. Righi, Roma,
Editori Riuniti, 1992; G. Rapelli, [Saggio], in I sindacati in Italia, Bari, Laterza, 1955; G. Rapelli,
La soppressione della libertà sindacale, in Storia dell'antifascismo italiano, vol. 2, a cura di L.
Arbizzani e A. Caltabiano, Roma, Editori Riuniti, 1964.
***
Di Vittorio: Buongiorno; siamo tutti e tre in anticipo sull’orario previsto per la riunione di oggi.
Che ne dite di fermarci nel mio studio? così ci scambiamo qualche idea sui nuovi temi in
discussione. Sono relatore sulle problematiche relative al diritto di associazione all’ ordinamento
sindacale e mi è utile un confronto con le posizioni e gli orientamenti che provengono dal mondo
cattolico.
Fanfani: D’accordo: Abbiamo tempo e una chiacchierata informale è sempre utile per tutti.
I tre si avviano nello studio di Di Vittorio e si siedono intorno alla sua scrivania.
Di Vittorio : La discussione in sede di Costituente sul posto che i sindacati, come strumenti di
tutela del lavoro, devono avere
all’interno del nuovo ordinamento dello stato è di grande
importanza, soprattutto se teniamo presente che tra
qualche tempo la I sottocommissione
affronterà il tema dei fondamenti del nuovo stato e del ruolo che in esso dovrà avere il lavoro.
Rapelli: Sono d’accordo con te sull’importanza di questo confronto, ma proprio per questo è
opportuno chiarire la nostra concezione del sindacato, che è diversa da quella che voi già in altre
occasione avete manifestato. Infatti già due anni fa, nel ’44, in occasione degli incontri che
portarono alla formulazione del patto di Roma e alla nascita della nuova Cgil, la differenziazione
venne fuori. Allora sia Grandi, per la Democrazia Cristiana, che lo stesso Buozzi per il Partito
Socialista, si pronunciarono a favore di un sindacato unico e obbligatorio, che fosse inserito nelle
152
strutture pubbliche, dello Stato, e che comprendesse non solo i lavoratori salariati, ma anche tutte
le altre categorie del lavoro autonomo, dagli artigiani ai mezzadri. Solo più tardi, dopo l’uccisione
di Buozzi per mano tedesca, il partito socialista, con Lizzadri e Canevari, si spostò sulle posizioni
sostenute già allora da voi comunisti. Ora, in sede di dibattito alla Costituente, la questione ritorna,
ma io continuo a pensarla come allora.
Di Vittorio: Guarda Rapelli che la nostra visione del sindacato e del suo rapporto con
l’ordinamento dello stato è sostanzialmente ispirata a principi molto liberali, tutt’altro che
autoritari. La mia convinzione, quella che comunque ispirerà la mia relazione in Commissione, è
infatti che i sindacati debbano essere associazioni del tutto libere, che si autotutelano come
associazioni, grazie al fatto che la Costituzione italiana sancisce il diritto di associazione, cioè
riconosce la libertà delle varie organizzazioni di sviluppare liberamente la propria attività, per la
realizzazione di propri obiettivi, naturalmente nei limiti stabiliti dalla legge.
Rapelli: Ma se il sindacato è unico perché esso stesso è un organismo dello stato e ad esso sono
obbligati a iscriversi tutti i lavoratori , l’ unità sindacale sarà sicuramente garantita e per giunta
saremo tutti sicuri che lo stesso sindacato sarà in tal modo del tutto svincolato da ogni rapporto con
i partiti politici.
Di Vittorio: Non sono d’accordo. Il Sindacato di Stato che tu proponi appare certo come la
soluzione che tecnicamente offre la soluzione più comoda per raggiungere tutti lavoratori e per
garantirsi un ruolo nell’ordinamento dello stato. Ma questa, in realtà, è la negazione del vero
sindacato, così come è concepito dai lavoratori e come è auspicabile in un regime democratico,
cioè un organizzazione basata sulla volontarietà dell’adesione e dell’esercizio dei propri diritti.
Sindacato di Stato è certamente un sindacato unico, ma altrettanto certamente non è un sindacato
unitario, proprio perché costruito sull’obbligo e non sulla libera scelta e dopo tanti anni di
fascismo, di obbligatorietà di ogni genere i lavoratori sentono e hanno un grande bisogno di libertà,
anche e soprattutto sul terreno sindacale. Per questo non sindacato unico, ma possibilità che si
costituiscano anche più sindacati, fra loro con concorrenti, per una stessa categoria. L’ unità sarà
raggiunta nei momenti di lotta e di costruzione di eventuali piattaforme rivendicative comuni, cioè
nell’individuazione di comuni interessi dei lavoratori.
Fanfani: La visione cattolica del sindacato unico e obbligatorio però, caro Di Vittorio, è
profondamente diversa da quella fascista, non puoi metterla sullo stesso piano. In questa maniera
153
noi non vogliamo schedare i lavoratori o controllarli, ma pensiamo che come la famiglia, lo stesso
ente locale e le altre realtà sociali organizzate, anche il sindacato sia una componente della società
che entrando in rapporto con le istituzioni dello stato favorisca la partecipazione dei lavoratori al
governo del paese.
Di Vittorio: Io non dico che riproponete un sindacato fascista, ma in questa maniera, invece,
formeremo un organismo fortemente burocratico, costoso, attento forse alla riscossione dei
contributi, ma alla fine detestato dai lavoratori, proprio come lo furono i sindacati fascisti.
Dobbiamo invece dar vita a un sindacato che concili l’esigenza di libertà, di autonomia e di
indipendenza, anche dai partiti, certo, con la necessità che lo stato ottenga da esso quelle garanzie
che sono necessarie per potergli affidare alcune funzioni di carattere pubblico, che sono proprie
della sua natura, come il collocamento dei lavoratori e la facoltà di stipulare con la controparte dei
contratti che abbiano validità obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria e, quindi,efficacia
giuridica.
Rapelli: Vedi dunque che il sindacato deve avere una personalità giuridica.
Di Vittorio: Ma è possibile che si possa conferire al sindacato funzioni di carattere pubblico, e
quindi attribuirgli una personalità giuridica, senza compromettere la sua autonomia. In tal caso lo
Stato dovrà richiedere al sindacato due garanzie fondamentali: la sua registrazione legale in un
apposito registro tenuto dal Consiglio Nazionale del Lavoro, con il deposito dello statuto sociale e
la indicazione del numero degli iscritti e la garanzia che il suo statuto sancisca chiaramente un
ordinamento interno democratico, con la elezione mediante voto segreto di tutti i suoi dirigenti e
l’obbligo di sottoporre all’approvazione dei suoi soci i bilanci finanziari annuali. Sulla base di
queste garanzie, lo Stato si assicura che il sindacato è effettivamente rappresentativo dei lavoratori
ai quali fa riferimento e che i suoi organi dirigenti sono effettivamente espressione della volontà
dei suoi iscritti e pertanto può conferire ad esso le funzioni alle quali prima facevo riferimento.
Fanfani: Certo la impostazione della relazione sull’ordinamento sindacale che tu ci stai di fatto
anticipando darà luogo a una vivace discussione e se anche noi , in fondo rimaniamo convinti che
un sindacato di stato nelle forme che abbiamo accennato sia la soluzione migliore, alla fine
acconsentiremo anche noi alla posizione tua, che credo sarà anche dei socialisti e dei liberali.
Considera però che dovremmo affrontare anche l’ altra questione, strettamente legata al ruolo e
alla funzione del sindacato, e cioè la definizione del diritto di sciopero.
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Di Vittorio: Io, come puoi immaginare, sono favorevole alla estensione del diritto di sciopero a
tutti i cittadini, perché con questo mezzo una collettività di lavoratori manifesta l’importanza della
sua funzione sociale. Per questo il diritto di sciopero, ormai legalmente riconosciuto in tutte le
grandi democrazie, dagli Stati Uniti all’Inghilterra, deve essere inserito nella Costituzione, che sarà
appunto la carta fondamentale dei diritti del cittadino italiano.
Fanfani: Secondo me il problema è più complesso di quanto tu ritieni. Innanzi tutto perché se si
riconosce il diritto di sciopero ai lavoratori non vedo perché non si debba riconoscere il diritto di
serrata ai datori di lavori. Anche questo diritto dovrebbe essere riconosciuto nella Costituzione.
Rapelli: Per quanto mi riguarda, sulla base anche della mia esperienza sindacale, io sono contrario
al diritto di serrata, perché la ritengo una forma di rappresaglia che bisogna impedire, perché
l’impresa è un fatto sociale e, come tale, non può sottrarsi all’obbligo di dare lavoro. Dobbiamo
invece riflettere meglio sull’estensione del diritto di sciopero, che ovviamente, non deve essere
qualcosa di arbitrario; va cioè anche chiarito in che modo questo debba essere esercitato. Da
questo punto di vista dico subito che sono contrario allo sciopero politico e al riconoscimento di
questo diritto ai funzionari dello stato, che in quanto tali non possono mettere in discussione con
uno sciopero la sovranità dello stato stesso.
Di Vittorio: Guardate che lo sciopero politico non è mai una contrapposizione allo stato
democratico, anzi è sempre un atto di protesta e di lotta contro i pericoli di tentativi reazionari, che
possono mettere in discussione il sistema democratico. Ricordatevi dello sciopero generale del 22
che Turati, un riformista, non certo un rivoluzionario, definì “sciopero legalitario”, perché aveva
come fine “la difesa della legalità democratica contro l’illegalismo dello stato fascista”. Non riuscì,
certo, ma mostrò come i lavoratori con uno sciopero politico fossero chiamati a contrapporsi al
fascismo incombente. E poi ricordatevi che pochi mesi fa, dopo la vittoria al referendum del 2
giugno, di fronte all’atteggiamento del Re Umberto II, che sembrava non volesse accettare la
vittoria della Repubblica, la Cgil si predispose a organizzare un o sciopero generale per contrastare
i disegni dei Savoia e degli altri gruppi reazionari. Mi fa piacere invece che Rapelli sia d’accordo
con me sulla contrarietà al diritto di serrata. Al massimo esso va sottoposto ad uno stretto controllo
dello stato.
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Fanfani (scuotendo la testa): Capisco l’ atteggiamento di voi due, tuo e dell’amico Rapelli; anche
se in molti casi non siete d’ accordo, provenite entrambi da un’ esperienza sindacale e perciò su
certi aspetti, come il rifiuto di riconoscere il diritto di serrata o l’ accettazione in generale del
diritto di sciopero da inserire nella costituzione avete posizioni convergenti. Noi invece dobbiamo
ammettere che lo Stato tuteli la giustizia anche nei confronti del datore di lavoro e perciò o
inseriamo nella Costituzione il diritto alla serrata o eliminiamo completamente il diritto di
sciopero. E poi lo sciopero, anche se non era ratificato nello Statuto albertino, era un diritto ormai
riconosciuto prima dell’avvento del fascismo. E se oggi non ci fosse di mezzo la legislazione
fascista, che aboliva lo sciopero, oggi non sarebbe forse neanche in discussione il problema di
affermarne il diritto nel testo costituzionale. Perciò io credo che il diritto di sciopero non sia da
inserire nella Costituzione, ma che il governo debba elaborare un disegno di legge col quale,
abolendo le leggi fasciste in materia, ripristini di fatto il diritto di sciopero e ne regoli a un tempo
le modalità di esercizio.
Di Vittorio (con forza, quasi alterato, mentre Rapelli dà chiari segni di perplessità di fronte alla
posizione di Fanfani ): Ma non scherziamo. Il diritto di sciopero è uno dei presupposti della
personalità umana, nel senso che l’uomo deve avere il diritto, quando lo ritenga opportuno, di
incrociare le braccia per protestare contro un’ ingiustizia o per richiedere più giuste condizioni di
vita. Se mettiamo la persona al centro della costituzione, non possiamo eliminare da essa il diritto
allo sciopero. In questo è anche la grande novità e differenza rispetto alla vecchia costituzione
albertina, che risale al 1848. Lì non è riconosciuto il diritto al lavoro e di conseguenza è assente il
riconoscimento del diritto di sciopero ed è stata necessaria una dura lotta dei lavoratori italiani
negli anni successivi all’ unità e poi nel primo novecento perché questo diritto venisse accettato.
Accettato, riconosciuto di fatto, soprattutto grazie all’intervento di Giolitti, allora presidente del
consiglio, ma mai formalizzato in un ordinamento costituzionale.
Fanfani: Io rimango della mia opinione. Adesso andiamo in aula e lì decideremo.
La scena si sposta nell’aula in cui è riunita la III Sottocommissione. E’ Il momento della votazione
degli ordini del giorno e delle proposte dei singoli articoli da inserire nella Costituzione.
Primo quadro
Presidente: Pongo ai voti la formulazione del seguente articolo: “L’organizzazione sindacale è
libera. Ai sindacati dei lavoratori, quali organi di difesa e tutela dei loro diritti ed interessi
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economici, professionali e morali, è riconosciuta la personalità giuridica. La personalità giuridica è
ugualmente riconosciuta ai sindacati dei datori di lavoro. Non può essere imposto ai sindacati altro
obbligo che quello della registrazione presso organi del lavoro locali e centrali. Le rappresentanze
sindacali unitarie, costituite dai sindacati in proporzione dei loro iscritti, stipulano contratti di
lavoro aventi efficacia obbligatoria verso tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto
si riferisce”.
Presidente: E’ approvato all’unanimità. Soddisfazione di Di Vittorio e di ampi schieramenti
soprattutto della sinistra e del centro.
Presidente: Adesso pongo in votazione il seguente articolo dell’on. Di Vittorio: “Il diritto di
sciopero è riconosciuto ai lavoratori”.
Presidente: Non è approvato
Di Vittorio, si allontana chiaramente amareggiato e osserva rivolgendosi a Rapelli: Se
sommiamo questa votazione ai provvedimenti legislativi annunciati da De Gasperi contro lo
sciopero nei servizi pubblici abbiamo chiari i rischi di affidare la definizione del diritto di sciopero
a una legge ordinaria. Questa potrà essere modificata e peggiorata da governi contrari ai lavoratori.
Inserendo tale diritto nella Costituzione ogni atto contrario al diritto di sciopero sarebbe reso
impossibile. E’ proprio un brutto momento per l’ Italia nuova che sta nascendo.
Di nuovo la scena si sposta nello studio di Di Vittorio, alcuni giorni dopo. Di Vittorio è al lavoro
dietro la sua scrivania quando la porta dello studio si apre e
Un funzionario della Cgil: Compagno Di Vittorio una bella notizia. Al contrario di quanto è
accaduto nella III Sottocommissione, la I Sottocommissione ha approvato a larga maggioranza
l’articolo proposto dal democristiano Tupini: “E’ assicurato a tutti i lavoratori il diritto di
sciopero”.
Di Vittorio sorride e si distende soddisfatto sulla poltrona. Benissimo adesso speriamo che venga
approvato definitivamente in sede di Commissione Plenaria.
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La scena si conclude con una voce esterna che riferisce che nella seduta plenaria della
Commissione dei 75, il 14 gennaio ’47, l’articolo è approvato con 54 voti favorevoli e 6 contrari.
158
5.3 Di Vittorio incontra Angelo Costa
di Giuseppe Berta
Il dialogo fra Di Vittorio ed Angelo Costa intende rappresentare il clima instauratosi dopo la fine
della Ricostruzione, quando alla politica della collaborazione fra le imprese e i sindacati era
subentrata una situazione di accesa conflittualità, determinata dalla spaccatura fra centrismo e
sinistre a livello politico e dalle scissioni sindacali a livello sociale.
Angelo Costa (1901-1976), presidente della Confindustria nel dopoguerra, armatore e industriale
genovese, era il rappresentante di un liberismo pragmatico, che chiedeva soprattutto mano libera e
riduzione dei vincoli per gli imprenditori. Cattolico e sostenitore del governo centrista, Costa
interruppe di fatto i contatti con la Cgil dopo il 1948, pur senza ostentare mai una pregiudiziale
ideologica verso il sindacato.
Di Vittorio ebbe un atteggiamento di considerazione verso la sua controparte industriale, tendente
sempre a cercare la possibilità di un confronto anche quando la condizione politica lo ostacolava.
Il Piano del Lavoro, lanciato dalla Cgil nel 1950, rispondeva proprio all’esigenza di creare un
nuovo contesto di sviluppo più favorevole ai lavoratori.
Il dialogo si svolge presso la stazione Termini di Roma, una sera del febbraio 1950. Il mese
precedente, durante durissimi scontri di piazza, a Modena sono morti sei operai che dimostravano
contro il governo, portando all’apice il clima di tensione sociale. Il segretario della Cgil è
accompagnato verso il treno per Milano da un piccolo gruppo di dirigenti confederali e di
categoria; sono loro ad accorgersi che a poca distanza, scortato da un solo accompagnatore,
cammina il presidente della Confindustria. Lo indicano a Di Vittorio.
Bibliografia:
G. Di Vittorio, L’uomo, il dirigente, antologia delle opere a cura di A. Tatò, Roma, Editrice
Sindacale Italiana, 1970, vol. II: P. Craveri, L’originalità del sindacalismo di Giuseppe Di Vittorio,
in ID., La democrazia incompiuta. Figure del ‘900 italiano, Venezia, Marsilio, 2002; P. Craveri,
Angelo Costa e la breve parabola del “quarto partito”, in ID., La democrazia incompiuta, cit.; G.
Berta, L’Italia delle fabbriche. Ascesa e tramonto dell’industrialismo italiano, Bologna, Il Mulino,
20062.
***
159
Di Vittorio: Dottor Costa, buonasera! Anche lei in viaggio? Per Genova, immagino?
Costa: Buonasera, onorevole Di Vittorio. Sì, sono di ritorno a Genova. Sa, a volte le mie
responsabilità mi ricordano che ho una famiglia, per giunta numerosa, e anche aziende a cui badare.
Di Vittorio: Dobbiamo venire alla stazione perché le nostre strade tornino a incrociarsi per un
momento. La Cgil non ha più molte occasioni di incontro con la Confindustria e con il governo.
Non era così un tempo, soltanto qualche anno fa. Oggi, il governo preferisce rispondere alle proteste
dei lavoratori con la Celere di Scelba. Ha visto quanto è successo a Modena, il mese scorso!
Costa: Sono personalmente lieto di incontrarla, onorevole Di Vittorio, anche se non vorrei proprio
toccare questioni politiche che ci vedrebbero probabilmente di parere opposto. R, quanto alla Cgil,
non mi sembra che esistano molte ragioni per dialogare. La sua organizzazione ha scelto una via su
cui è ben difficile che ci si possa ritrovare.
Di Vittorio: Noi, dottor Costa, non abbiamo fatto noi questa scelta. Siete voi industriali e il governo
che volete isolare la Cgil, fino a escludere le nostre organizzazioni dal tavolo di negoziato. E
questo anche se dopo la scissioni di Cisl e Uil rimaniamo il sindacato di gran lunga più forte e più
radicato nel mondo del lavoro.
Costa: Noi (e parlo a nome degli industriali, non del governo, per cui non ho titolo) non possiamo
trattare con un’organizzazione che è scesa sul terreno dello scontro di classe. Voi paralizzate le
nostre fabbriche, bloccate la ripresa della vita produttiva in un momento in ci l’economia del Paese
è ancora così debole e avrebbe bisogno della concordia fra capitale e lavoro, non del conflitto.
Di Vittorio: Chi ha imposto il conflitto, dottor Costa? Noi o De Gasperi? O meglio: De Gasperi e la
Confindustria, che non solo ha appoggiato tutte le divisioni create dal governo, ma le ha preparate,
favorite, incoraggiate. Eppure, abbiamo dato prova della nostra capacità di collaborazione con le
forze dell’industria per anni, quando l’Italia era a terra, in un cumulo di macerie. E lei sa bene che
l’Italia non si sarebbe mai risollevata senza il sacrificio, la tenacia, gli sforzi dei lavoratori. Ora
sembra che ve ne siate dimenticati, ma abbiamo operato assieme, sindacato e industriali, nei
frangenti più difficili, quando la gente non aveva da mangiare e quando le fabbriche non avevano
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materie prime, elettricità, i soldi necessari per avviare la produzione. Se non vi fosse stata la Cgil,
questo paese non avrebbe mosso neanche un passo sulla via della ricostruzione nel 1945-46!
Costa: La collaborazione è la ragion d’essere della Confindustria, onorevole Di Vittorio. Io credo
che nessun industriale italiano, grande o piccolo che sia, accetti di considerare i propri lavoratori
come nemici. Finita la guerra, capitale e lavoro erano uniti dall’esigenza di produrre. Senza la
ripresa della produzione era miseria e povertà per tutti: per i lavoratori, certo, ma anche per gli
industriali, che vedevano i loro impianti fermi, i macchinari inattivi, i magazzini vuoti. Ecco perché
abbiamo cercato da subito il dialogo con la Cgil (che però allora raccoglieva tutti, non solo i
comunisti e i socialisti come adesso). La Confindustria sapeva benissimo che per far funzionare le
fabbriche, per rimettere in modo il circuito virtuoso della produzione, occorreva la disponibilità
della manodopera. E l’abbiamo cercata e ottenuta. Pagandola anche, me lo concederà, onorevole, a
caro prezzo: col blocco dei licenziamenti, con gli organici pieni di operai che non avevano una
mansione precisa da svolgere, con la scala mobile, che faceva crescere i salari insieme di pari passo
con l’inflazione. Tutte condizioni che ci sono state imposte dal sindacato. E che l’industria ha
subìto, anche a malincuore, pur di riprendere l’attività produttiva.
Di Vittorio: Lei mi parla di condizioni che gli industriali hanno tollerato. Ma non vede qual è la
realtà profonda del nostro paese? L’Italia è segnata dalla miseria, sia dalla miseria di quei milioni
che non hanno lavoro o che hanno un lavoro minimo, insufficiente, sia da quelli che lavorano, ma
per un salario che non basta a garantire loro una vita decente. Se le cose stessero come dice lei,
dottor Costa, i nostri operai, oltre ad avere un lavoro sicuro, disporrebbero di guadagni sufficienti ad
assicurare una casa, un’alimentazione adeguata, la possibilità di allevare dei figli e di farli crescere
con la speranza di un’esistenza migliore. E invece non è così. Ora sto per partire per il Nord e sa
perché? Per aiutare i nostri compagni che stanno sostenendo dure lotte contro i licenziamenti,
contro le smobilitazioni industriali, per il lavoro e la produzione. La Cgil non rivendica migliori
salari per i suoi iscritti. Vuole una prospettiva di sviluppo per tutti i lavoratori italiani. Quel che la
Confindustria e gli industriali in genere non riescono a dare al paese. Ecco perché molti dei nostri
compagni si interrogano oggi amaramente sul senso delle rinunce che abbiamo sopportato
all’indomani della fine della guerra.
Costa: Di quali rinunce parla, onorevole Di Vittorio? Lei davvero si sente di chiamare “sacrifici”
provvedimenti come il blocco dei licenziamenti o la scala mobile? I sacrifici li hanno fatti le nostre
aziende. Per tenere in fabbrica lavoratori anche quando non servivano più e non avevano una
161
funzione produttiva da assolvere. Per pagare salari che impedissero alla popolazione di patire la
fame. Io sono convinto che l’industria la propria parte l’abbia fatta fino in fondo.
Di Vittorio: E non l’hanno forse fatta i lavoratori? Molti degli operai di Torino e di Milano, che
oggi sono in sciopero per difendere le fabbriche dalla liquidazione e dalla smobilitazione, le hanno
già difese, con le armi e col rischio della vita, negli ultimi anni della guerra. E che cosa chiedevano
in cambio? Chiedevano la sicurezza del posto di lavoro, un salario decoroso, i diritti essenziali di
libertà che ora, dopo le elezioni del ’48, sono in pericolo. Per tre anni, dal ’45 al ’48, la Cgil ha
provato a dare seguito a questa volontà popolare ricercando, col governo e col padronato, la
possibilità di una crescita economica, graduale e nella libertà. Per quest’obiettivo, e per la
convinzione di agire nell’interesse della grande maggioranza del popolo italiano, abbiamo esplorato
il sentiero della collaborazione nell’industria. Sono persuaso che le aziende e l’economia del paese
ne abbiano tratto vantaggio in misura superiore alla massa dei lavoratori. E oggi ne siamo ripagati
con i morti di Modena!
Costa: Se avete davvero avuto l’intenzione di percorre il sentiero della collaborazione, onorevole
Di Vittorio, mi lasci dire che vi siete stancati troppo presto. Per portare l’Italia all’altezza dei paesi
più sviluppati occorreranno ancora grandi sforzi. E siamo solo all’inizio. Mi spiace dover constatare
che la Cgil ha rinunciato a lavorare per la crescita economica del paese e ha preferito buttarsi sulla
strada più facile delle rivendicazioni e degli scioperi. Una strada, però, che non porterà da nessuna
parte.
Di Vittorio: Da nessuna parte, lei dice? E dove ci stanno portando le classi dirigenti di questo
paese? Ci stanno portando a chiudere le nostre fabbriche per importare i beni che gli Stati Uniti
riversano sull’Italia, come se si trattasse di un regalo. Ma lo sa, dottor Costa, che ogni macchinario
che ci viene inviato dalle fabbriche americane comporta la perdita di posti di lavoro, di capacità
produttiva, di possibilità di sviluppo autonome, qui da noi? Per far posto alle merci degli Usa
davvero vogliamo chiudere le nostre fabbriche e dimezzare i nostri impianti? È questo lo sviluppo
che ci volete dare? È per questo che avete abbandonato la via maestra della collaborazione con gli
operai, i tecnici, gli impiegati? A me sembra che il cammino che avevamo iniziato insieme tre o
quattro anni fa avrebbe potuto condurci ben più lontano di dove stiamo andando adesso.
Costa: Guardi, onorevole Di Vittorio, che state compiendo un grave errore di valutazione e di
prospettiva. Voi dite che gli Stati Uniti, con l’aria di farci un regalo, stanno mettendo alle corde le
162
nostre aziende. Ma sa su che cosa si sono infranti i tentativi di collaborazione di qualche tempo fa?
Sulla scarsa produttività, che è il male più grave che affligge la nostra industria. Gli accordi che ci
avete strappato, e ai quali noi pur criticamente abbiamo acconsentito, si potrebbero mantenere solo
a patto che la produttività crescesse con progressione geometrica. E invece abbiamo ancora
un’industria che quasi stenta a tenere i livelli di prima della guerra. Dunque, quei macchinari che ci
vengono inviati grazie al Piano Marshall non rappresentano l’espressione dell’imperialismo
americano, come gridano i comunisti nelle piazze, ma un aiuto reale, consistente, vorrei dire
insostituibile, per rendere più moderne le nostre imprese. Per produrre, noi abbiamo bisogno adesso
delle tecnologie e dell’organizzazione degli Stati Uniti. Altrimenti resteremo un paese (e qui sono
d’accordo con lei) dov’è la miseria a prevalere.
Di Vittorio: Può svilupparsi una nazione che non esporta? E noi non esportiamo, dottor Costa. Il
rischio col Piano Marshall è che ci venga dato più di quello che chiediamo, soffocando la nostra
economia sotto il peso delle merci americane. La Cgil, che non ha fatto alcuna battaglia di principio
contro il Piano Marshall, non crede che la soluzione per il nostro futuro possa uscire da lì. Essa sta
piuttosto nel lavoro, nell’immenso serbatoio di lavoro che possiede l’Italia e che, se fosse attivato,
potrebbe costituire la fonte della sua ricchezza.
Costa: In un’economia di mercato, è il libero gioco dello scambio che determina il prezzo dei
fattori di produzione. Di lavoro, in Italia, esiste un’eccedenza: per questo esso vale poco.
Di Vittorio: Su questo punto non sono disposta a seguirla, dottor Costa. Il lavoro non può essere
considerato alla stregua di ogni altro mezzo che serve allo scopo della produzione. Il lavoro è la
base della produzione. Questo è il cardine della politica sindacale della Cgil, il principio che ha
guidato la nostra azione in questi anni difficili del dopoguerra. È per tale ragione che abbiamo
insistito e ci siamo battuti per l’unità dei lavoratori italiani, di tutto il proletariato. Noi crediamo che
la questione del lavoro sia ciò che unifichi questo paese; che essa rappresenti non la causa della sua
miseria endemica, ma di un possibile futuro di prosperità. Lei dovrebbe ricordare che la Cgil, prima
e dopo le scissioni, non è mai stata, nemmeno per un attimo, una forza corporativa. Il nostro
intendimento è sempre stato di portare avanti chi è rimasto indietro. Di far procedere tutti allo stesso
ritmo, col medesimo passo. E guardi che la nostra politica unitaria è stata d’aiuto alle aziende, che
hanno trovato un’omogeneità di condizioni di lavoro e di salario vantaggiosa per gli industriali di
ogni tipo e di ogni settore.
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Costa: Anche la Confindustria si è sempre impegnata per sostenere una politica economica che
andasse a favore di tutte le imprese, del Nord e del Sud, grandi e piccole. Abbiamo sempre cercato
un criterio di omogeneità che fosse una garanzia per tutte le imprese, di ogni dimensione. Dopo la
guerra, l’Italia aveva un problema fra i tanti: la ricostituzione del nostro mondo imprenditoriale,
senza cui non ci può essere sviluppo. Ma allora, se lei concorda con me almeno da questo punto di
vista, perché la Cgil impedisce l’ammodernamento delle nostre fabbriche? Come fate a non vedere
che non è con le grandi aziende belliche del passato che si costruisce lo sviluppo di domani? Per far
crescere nuove imprese, occorre che quelle che aveva creato il fascismo per la produzione di guerra
vengano smobilitate.
Di Vittorio: Anche qui non la posso seguire, dottor Costa. Perché mai dovremmo far chiudere i
battenti a fabbriche grandi, piene di mestieri operai pregiati, che potrebbero servire a produrre,
invece che armamenti, camion, autobus, treni, aerei da trasporto, macchine agricole? All’economia
della guerra dobbiamo sostituire quella della pace. Vedrà che la massa di lavoro che così si potrà
generare sarà molto più ingente.
Costa: Lei continua a eludere il problema della produttività. Faccia il paragone fra quanto produce
un operaio italiano e quanto un operaio americano e si accorgerà della differenza. Non credo per
nulla che essa dipenda dalla mancanza di buona volontà dei nostri lavoratori. Dipende dal fatto che
il modo di lavorare in America è assai più moderno e meglio organizzato che da noi. Ecco perché ci
conviene andare a scuola, per quanto è possibile, dagli Stati Uniti.
Di Vittorio: Io preferirei che l’Italia non ricalcasse la via suggerita, o magari imposta con la forza
delle armi, da altri paesi. Vorrei che scegliessimo da noi il cammino da seguire. Bisogna puntare su
un’altra soluzione, quella iscritta nella nostra Costituzione, che riconosce il diritto ai lavoratori di
partecipare alla conduzione delle aziende. Ma la Confindustria è stata del tutto sorda a
quest’istanza. Che fine hanno fatto i Consigli di Gestione, che avrebbero dovuto affiancare la
responsabilità dell’imprenditore nelle aziende? Prima ne avete limitato i poteri fin dove avete
potuto; ora li avete ormai esautorati e cancellati del tutto. Vorreste quasi che si perdesse la loro
memoria.
Costa: La mia opinione in proposito è la stessa del nostro presidente della Repubblica, Luigi
Einaudi. Sa che scriveva Einaudi già cinquant’anni fa, onorevole Di Vittorio? Che in fabbrica
l’imprenditore deve essere come il monarca. Guai se la sua autorità viene negata o messa in
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discussione o pregiudicata dall’esistenza di un contropotere: allora è l’anarchia e l’ordine della
produzione va a rotoli. Poi, naturalmente, la Monarchia può essere costituzionale e dunque
prevedere l’esistenza di altri soggetti. Ma appunto a questo servono le commissioni interne: a far
sentire la voce e le richieste dei lavoratori nei luoghi di produzione.
Di Vittorio: E quale voce hanno oggi i lavoratori e le loro commissioni interne? Me lo spiega,
dottor Costa? A me sembra che il fine degli industriali sia di annullare ogni diritto e ogni
prerogativa dei lavoratori in fabbrica. Di renderli simili a un semplice strumento di produzione. Un
giorno vi accorgerete che questa non è soltanto una terribile ingiustizia a danno dei primi fra i vostri
collaboratori: è un guasto che infliggete all’efficienza delle vostre aziende. Non pensiate che si
possa andare avanti spingendo solo ed esclusivamente sul pedale della repressione: viene il
momento in cui le persone non si piegano più. E allora sono guai grossi anche per i signori padroni.
Costa: I guai i padroni, come li chiama lei, li hanno già ora. Col moltiplicarsi degli scioperi, con la
divisione e la guerra fra le organizzazioni sindacali, con una propaganda che ogni giorno mette in
dubbio le decisioni che si prendono nell’industria. La Cgil, glielo riconosco, onorevole Di Vittorio,
ha ancora una grande forza. La metta al servizio della crescita economica invece di farne una leva
dell’agitazione politica e sociale.
Di Vittorio: Se noi, la Cgil, le forze di sinistra, il movimento operaio, non promuovessimo la
continua mobilitazione del proletariato, che speranze avrebbero i lavoratori di tutt’Italia di far valere
le loro sacrosante rivendicazioni? Senza la Cgil, senza le altre organizzazioni dei lavoratori, che
sarebbe ora del Mezzogiorno se non un’immensa plaga di miseria, di disoccupazione, di
disperazione? Che cosa ha fatto fin qui la Confindustria per il Sud? Ora il governo ci promette delle
misure capaci di sollevare il Sud, ma ciò che scorgo io è solo la prospettiva di emigrare per chi non
si rassegna a rimanere disoccupato o ha la necessità di guadagnare abbastanza per sostentare la
famiglia.
Costa: Che ha fatto la Confindustria, mi domanda? Semplice: ha fatto ciò che ricordava lei prima e
cioè ha favorito l’omogeneità delle condizioni economiche, l’uguaglianza sul terreno delle
opportunità per tutte le aziende. E poi provvederà il mercato a premiare i migliori operatori, i più
meritevoli, quelli capaci di escogitare nuovi mezzi per imporre la bontà dei loro prodotti. Non
chieda a me di far intervenire lo stato per ovviare alla povertà del Mezzogiorno, per dare impiego a
chi non ce l’ha, per creare imprese che non hanno origine dai bisogni effettivi del mercato. Del
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resto, abbiamo tutti ben vive nella memoria le testimonianze del fallimento del fascismo in campo
economico, col suo statalismo e col suo dirigismo.
Di Vittorio: Sbaglia, dottor Costa, se ritiene che la Cgil mobiliti il proletariato per mettere tutto il
problema del lavoro nelle mani del governo (di questo governo, poi!) e dello stato. Se raccogliamo i
lavoratori, se li sollecitiamo a organizzarsi e a lottare, a battersi per i loro diritti (che sono quelli
sanciti dalla Costituzione e di cui già tanti si dimenticano), è per restituire loro un’iniziativa
concreta. La prima cosa che ho imparato, da giovane organizzatore sindacale dei braccianti
meridionali, è che bisogna innanzitutto restituire loro speranza, fiducia nelle loro capacità e nelle
loro possibilità. La Cgil non si aspetta l’aiuto di nessuno: dice ai lavoratori di confidare in se stessi
in primo luogo e cerca di trovare insieme a loro il modo per creare lavoro e produzione là dove ci
sono soltanto disoccupazione e miseria nera. Per questo, allo studio della nostra confederazione vi è
un grande piano per rilanciare il lavoro come leva della trasformazione economica del Paese. Vedrà,
vi stupiremo!
Costa: Belle parole, onorevole Di Vittorio. Peccato che cozzino contro le responsabilità e le
esigenze della nostra politica economica. Che ha bisogno soprattutto di più mercato e di meno
vincoli. Se vogliamo lo sviluppo, non è ai piani che dobbiamo affidarci, ma alla maggiore libertà
delle forze di mercato. Le nostre aziende sono imprigionate da troppi obblighi. Se li togliamo o
quantomeno li riduciamo allargheremo le opportunità per tutti.
Di Vittorio: Di quale libertà parla? Della libertà di licenziare? Di esautorare le commissioni
interne? Di rendere la vita difficile ai militanti della Cgil? Sappia che se è questa la libertà che
volete, dovrete fare i conti con la grande forza organizzata della Cgil. E sono convinto che non sia
nell’interesse del padronato né in quello dell’industria italiana di andare a una resa dei conti
generalizzata con la Cgil.
Costa: Mi dispiace sentire che ha lasciato il linguaggio del sindacalista per parlare con quello
dell’agitatore politico, onorevole Di Vittorio. Ho troppa considerazione e conoscenza della sua
abilità di negoziatore per dubitare che voglia assoggettarsi alla ragione di partito. La Cgil si tenga
alla sua tradizione sindacale, se non vuole incorrere in pericoli che sarebbero troppo grandi anche
per un’organizzazione importante come la sua.
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Di Vittorio: La Cgil è e resterà il più grande sindacato d’Italia, dottor Costa. Per questo dovrete
ancora venire a patti con noi, che vi aggradi o no. Nonostante tutto, nonostante i brutti momenti che
stiamo passando a causa di un quadro internazionale in cui tornano a soffiare venti di guerra, non ho
perso del tutto la speranza che un giorno possiamo riprendere insieme il percorso interrotto. Per il
bene dei lavoratori, dell’industria e di tutto il paese.
Costa: Per il momento contentiamoci di non perdere il treno, onorevole Di Vittorio. Il mio parte fra
cinque minuti e non ho ancora occupato il mio scompartimento. È tempo che vada. Buon viaggio e
buona notte, onorevole.
Di Vittorio: Altrettanto a lei, dottor Costa.
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5.4 Di Vittorio incontra i dirigenti operai della Fiat
di Giuseppe Berta
Nel marzo 1955, le elezioni per il rinnovo delle commissioni interne alla Fiat, che si svolgevano
allora ogni anno, hanno un esito clamoroso: la Fiom-Cgil che vi ha detenuto per vari anni una
saldissima maggioranza assiste a un vero e proprio crollo dei suffragi, che scendono dal 63 al
37%. A beneficiarne è soprattutto la Fim-Cisl, guidata a livello aziendale da Edoardo Arrighi, un
impiegato cattolico convinto che col tempo si debba arrivare alla formazione di un vero e proprio
sindacato aziendale, sul modello di quelli sorti a quel tempo nell’industria automobilistica
giapponese, indipendente dalle confederazioni. La Cgil e la sinistra italiana vivono la sconfitta
come un vero e proprio shock, interrogandosi sugli errori, oltre che sugli effetti della repressione
sindacale in fabbrica, che hanno portato a quel clamoroso rovesciamento. A Torino il movimento
operaio dà il via alla faticosa ricerca di una nuova strategia sindacale centrata sull’analisi della
condizione operaia e sulla nuova organizzazione del lavoro di fabbrica.
Di Vittorio ha convocato a Roma per un incontro che preceda la riunione del Consiglio Direttivo
della confederazione tre dirigenti sindacali torinesi: Fernando Bianchi, 38 anni, ex commissario
interno dell’Aeritalia e segretario provinciale della Fiom; Ferdinando Vacchetta, 40 anni,
commissario interno delle Ferriere e segretario ancora in carica del coordinamento commissioni
interne Fiat; Vito D’Amico, 30 anni, ex commissario interno a Mirafiori e responsabile del
comitato sindacale Cgil della Fiat. Il clima dell’incontro è fortemente teso.
Bibliografia:
G. Di Vittorio, L’uomo, il dirigente, antologia delle opere a cura di A. Tatò, Roma, Editrice
Sindacale Italiana, 1970, vol. III; G. Berta, Conflitto industriale e struttura d’impresa alla Fiat
1919-1979, Bologna, Il Mulino 1998; G. Berta, Mirafiori, Bologna, Il Mulino, 1998; G. Berta,
L’Italia delle fabbriche. Ascesa e tramonto dell’industrialismo italiano, Bologna, Il Mulino, 20062.
***
Di Vittorio: Ho voluto chiamarvi a Roma prima di riunire gli organi dirigenti della Confederazione
per ragionare con voi di quanto è avvenuto alla Fiat. Credo che si tratti della nostra sconfitta più
grave dopo le scissioni sindacali. I nostri avversari hanno visto nel fatto che la Cgil perdesse la
maggioranza alla Fiat la prova che la nostra presa sui lavoratori è declinante. Quello che voglio
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sapere ora da voi è se non c’erano stati segnali che la nostra posizione nel più grande complesso
industriale d’Italia si stesse deteriorando, che c’era il rischio di una sconfitta secca e di quelle
dimensioni. E soprattutto mi aspetto da voi delle indicazioni concrete sul modo di reagire, per far sì
che la nostra sconfitta non diventi definitiva. Ma prima di tutto penso che occorra capire quel che è
successo.
Bianchi: So di essere nella posizione più difficile di tutti. Diciamo così che mi trovo nel posto
sbagliato e nel momento sbagliato. Il segretario della Fiom di Torino porta un’oggettiva
responsabilità per la situazione alla Fiat e so che tra breve dovrò essere sostituito. Chi sbaglia paga,
no?: questa è la regola del movimento operaio. E sono pronto a portare le conseguenze della carica
che ricopro. Ma, compagno Di Vittorio, lasciami aggiungere che la sconfitta non ha rappresentato
per me una sorpresa. O meglio: diciamo che me l’aspettavo, che la sentivo nell’aria, anche se non
immaginavo che sarebbe stata di proporzioni così grandi. Penso da tempo che la Fiom e la Cgil
fossero sulla difensiva alla Fiat, almeno dal 1949, da quanto cioè abbiamo concluso la lotta più
dura, quella dei “tre mesi”. Tre mesi in cui le nostre organizzazioni hanno avuto in pugno la Fiat.
Tre mesi di agitazioni serrate, con scioperi a scacchiera, che hanno colpito la possibilità
dell’azienda di funzionare, di continuare a produrre. Il movimento operaio deteneva il controllo
della condizione produttiva della Fiat. È questo potere che Valletta ha deciso allora di stroncare.
Valletta non poteva accettare che la Fiom e i suoi militanti avessero il potere e la capacità di
fermare la produzione quando lo decidevano, senza nemmeno dover dichiarare una giornata di
sciopero. Bastava bloccare un reparto per qualche ora perché poi tutta la fabbrica, tutto il ciclo di
lavorazione si arrestasse. Sono passati quasi sei anni da allora ed è stato un continuo stillicidio:
alcuni nostri compagni sono stati licenziati; il compagno Battista Santhià – che dopo la guerra
aveva la responsabilità dei servizi sociali Fiat – è stato estromesso nel ’52 dall’azienda. Ma
soprattutto Valletta ha cominciato a dire che noi – noi della Cgil, noi comunisti e socialisti –
saremmo dei “distruttori”, perché non vogliamo collaborare con chi vuol produrre.
Ma questo non sarebbe bastato a piegarci se la Fiat non avesse iniziato a cambiare. Oggi i reparti, le
officine, l’impianto più grande, Mirafiori, che già nel ’50 contava 20 mila lavoratori, sono diversi
da qualche anno fa. Non si lavora più come una volta: lo possono confermare tutti i nostri compagni
rimasti in produzione. Oggi a Mirafiori si lavora come in America. Si stanno costruendo nuovi
impianti e si reclutano ogni giorno nuovi operai, che noi non conosciamo più o che conosciamo
molto poco.
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Di Vittorio: Tu dici che la fabbrica è cambiata. Ma davvero è successo tutto in così poco tempo?
Fino all’anno scorso avevamo un grande consenso fra i lavoratori. Le commissioni interne alla Fiat
erano – e al momento sono ancora – guidate dai nostri compagni. E avevano un carattere unitario, in
cui si riconosceva la larghissima maggioranza dei lavoratori. Non capisco come sia bastato un anno
perché tutto cambiasse.
Vacchetta: Noi compagni di Torino possiamo avere giudizi diversi su quanto sta capitando alla Fiat
e sul modo migliore per farvi fronte. Ma ciò che ha appena detto Bianchi è la verità. Non l’abbiamo
detto, ma i nostri legami coi lavoratori si stavano deteriorando da tempo. Certo, avevamo ancora
tanti, tantissimi voti e non è affatto detto che diventeremo minoranza ovunque: per esempio, alle
Ferriere dove sto io non credo che ci liquideranno così facilmente. Ma se i voti erano tanti, il
numero dei militanti e anche degli iscritti era in diminuzione. Diciamoci le cose come stanno: i
nostri attivisti, i collettori che tutti i mesi vanno a distribuire i bollini da mettere sulla tessera, sono
sempre di meno. E dunque sono meno gli iscritti: un po’ perché i nuovi assunti temono la Fiat e
sanno che l’azienda considera la Cgil come il suo nemico. E un po’ perché molti di quelli che
prendono la tessera, in seguito non pagano più regolarmente le quote mensili. I collettori non girano
per i reparti coi bollini e gli operai non li vanno a cercare. La nostra è un’organizzazione che si è
indebolita, giorno dopo giorno, da qualche anno a questa parte.
Di Vittorio: Tu mi parli di iscritti, di bollini mensili, di attivisti. Ma io ti dico che la forza della
nostra organizzazione non sta lì in primo luogo. Sta nelle commissioni interne, che sono la
rappresentanza di tutti i lavoratori. È lì che la Cgil compie il meglio della sua opera, portando
all’evidenza i problemi dei lavoratori, anche di quelli delle altre organizzazioni. Noi infatti
dobbiamo avere la capacità di parlare a tutto il mondo del lavoro, altrimenti lasciamo campo libero
agli scissionisti, a chi lavora per dividere il movimento sindacale, per spezzare alla radice la sua
unità.
D’Amico: Da qualche anno il mio impegno consiste nel rafforzare l’organizzare della Cgil dentro la
Fiat. Sono uscito dalla commissione interna. I sindacati scissionisti si danno un gran daffare per
consolidarsi e noi non possiamo permettere che questo avvenga. So che il Comitato sindacale della
Fiat è visto, persino da taluni dei nostri compagni e dei nostri dirigenti, come un elemento quasi di
disturbo alle commissioni interne. Ma chi non considera le esigenze della nostra organizzazione,
non sa che noi alla Fiat non lottiamo in primo luogo soltanto con la direzione, con Valletta. Il primo
avversario che abbiamo di fronte sono gli altri sindacati. È l’organizzazione di Arrighi. E, guardate,
170
che non si tratta nemmeno della Cisl, si tratta di uomini che usano la Cisl per costruire
un’organizzazione che abbia l’azienda come unico punto di riferimento. Ad Arrighi non importa
proprio nulla né della Cisl né del suo segretario generale Pastore. E non crediate che obbedisca a
Carlo Donat Cattin, il segretario della Cisl di Torino. Lui non parla col Cavalier Corziatto o con gli
altri dirigenti del personale Fiat, come fanno i nostri commissari interni. Arrighi parla direttamente
con Valletta. Al sabato, anche alla domenica, pare che si vedano nella palazzina di Mirafiori e
Arrighi discuta con Valletta i problemi che poi saranno oggetto degli incontri delle commissioni
interne. Ecco perché noi dobbiamo impegnarci allo stremo per rafforzare la nostra organizzazione,
se vogliamo difendere la nostra forza o almeno quello che ne rimane. E così la Cgil deve fare
appello alla buona volontà di tutti i suoi militanti e iscritti. E se non basta deve chiedere alle sezioni
di fabbrica del Partito comunista di dare ad essa una mano. Se la nostra organizzazione di base si
spegne, per noi è finita.
Di Vittorio: Mi state descrivendo una situazione che non è chiara. Da una parte, dite che la fabbrica
cambia e che Valletta vuole estrometterci dalla Fiat con tutti i mezzi. Dall’altra, dite – e la cosa non
mi piace – che i nostri avversari diretti sono i rappresentanti dei sindacati scissionisti. Vi ricordo il
valore primario che la Cgil assegna alla ricerca di una linea unitaria, in cui ogni lavoratore possa
riconoscersi. Sono convinto che il fatto di non aver mai detto, dopo il 1948, che la Cisl e la Uil sono
i nostri nemici abbia giovato alla credibilità del nostro sindacato. Noi vogliamo competere con loro
nell’interesse dei lavoratori, non instaurare una battaglia ideologica. L’azione sindacale prescinde
dall’ideologia del singolo lavoratore.
Bianchi: A costo di far incazzare i miei compagni, voglio dire una cosa che non potrò ripetere fuori
da qui. Guardate che Edoardo Arrighi è tutt’altro che un falso sindacalista, uno che non sa il suo
mestiere. Solo che per lui il sindacato è qualcosa di diverso da quello che intendiamo noi. Arrighi è
stato in America e ha visto che là il sindacato ha ottenuto non poco dall’intesa con le direzioni
aziendali. L’ha ottenuto, però, accettando la politica dei capitalisti americani, sviluppando la loro
politica della produttività. Arrighi dice, in sostanza: “aiutiamo l’azienda a produrre di più e in
cambio chiediamo salari più alti, migliori servizi, come la mutua e la pensione aziendali. Invece di
scioperare, integriamoci nell’organizzazione dell’azienda, cercando di strappare le migliori
condizioni possibili per i lavoratori”.
Noi diciamo invece che i padroni ci daranno sempre meno di quello che possiamo guadagnare con
la lotta, facendo valere i nostri diritti. E poi, è vero che cambia il modo di lavorare, ma la fatica
resta grande, in qualche caso aumenta d’intensità. E non si può scambiare la fatica, una condizione
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operaia decisa in modo unilaterale dalla Fiat, con un salario più alto. Bisogna contrattare la
condizione di lavoro. Chiedere non di meno, ma di più di quello che domandano Arrighi e i suoi,
senza fare concessioni sul modo di lavorare. Ma su questo terreno, compagno Di Vittorio, la Cgil
non è mai voluta andare.
Di Vittorio: Che vuoi dire? Che non abbiamo prestato abbastanza attenzione alla Fiat? Non ricordi
che cinque anni fa abbiamo tenuto un grande convegno a Torino sulla questione del
“supersfruttamento”? Io per primo in quell’occasione ho denunciato il peggioramento della
condizione di lavoro alla Fiat. E mi sembra che le nostre idee avessero allora un vasto seguito.
Bianchi: È vero: abbiamo denunciato il “supersfruttamento” alla Fiat. Ma abbiamo anche affermato
che i lavoratori lavoravano di più perché la Fiat non investiva. E invece è successo il contrario:
Mirafiori, che era già una fabbrica enorme, sta raddoppiando. È un’area di tre milioni di metri
quadri in cui staranno varie decine di migliaia di operai e impiegati: una città nella città. Valletta si
sta preparando a produrre un numero di automobili che in Italia non è mai stato fabbricato. Fra un
po’ si produrrà in un anno ciò che prima si produceva in dieci. L’ingegner Giacosa, che vent’anni fa
aveva progettato la “Topolino”, sta disegnando un’auto completamente nuova, una piccola utilitaria,
ma più comoda e moderna della Topolino.
Secondo me, compagno Di Vittorio, non possiamo più dire che i capitalisti italiani non sanno fare il
loro mestiere. Che non investono e non producono. Non è più vero: a Mirafiori si sta realizzando
una nuova linea di montaggio, automatica, che da sola costa quasi più di tutto lo stabilimento. E sta
cambiando il lavoro: oggi alla Fiat assumono tanti operai, giunti dalle campagne del Nord e del Sud,
che della fabbrica non sanno niente. Non hanno mai visto i nostri utensili. E non sanno nulla del
movimento operaio e delle sue lotte. Ma saranno loro a costruire la nuova auto, che dicono simile al
progetto della “vetturetta” che presentammo alla Festa dell’Unità di Torino del 1952. E a loro che la
Cgil deve parlare.
Di Vittorio: Tu sostieni che non siamo più capaci di parlare a questi nuovi lavoratori. Che abbiamo
perso il contatto con loro. E io, ancora, vi domando: come mai? Perché le nostre commissioni
interne non sanno far sentire la loro voce alla grande massa degli operai Fiat, vecchi e nuovi?
Vacchetta: Gli arriva la voce di Arrighi, non la nostra. I nostri attivisti non possono allontanarsi dai
reparti, a rischio del licenziamento. E i nostri commissari interni sono pochi e non hanno a
disposizione il tempo necessario per parlare con i lavoratori, per starli ad ascoltare, per convincerli,
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uno a uno. Noi siamo (anzi: eravamo) qualche decina e gli operai sono migliaia e migliaia. Non li
conosciamo più. Sai come facciamo a parlargli? Nell’ora di mensa, quando sono seduti nei refettori
a mangiare, noi andiamo alla radio interna e gli spieghiamo le nostre rivendicazioni, le nostre
posizioni. Ma come possono farsi un’idea di ciò che è e che fa la Cgil, la commissione interna,
quelli che non hanno mai incontrato uno di noi, oppure un nostro attivista, un nostro collettore?
D’Amico: Ecco perché l’organizzazione è una priorità. Se i commissari interni non riescono a
dialogare con i lavoratori, allora bisogna che a diffondere il programma della Cgil siano gli attivisti
di base, che vanno a distribuire i bollini per le tessere nei reparti e intanto parlano con gli operai,
sentono quali sono i loro problemi, le loro esigenze. Ma questo compito è destinato adesso a
diventare molto più difficile: prima eravamo maggioranza, oggi siamo all’opposizione, alla Fiat e
nelle commissioni interne. Ora Valletta può colpirci come vuole.
Di Vittorio: Il quadro che avete tracciato si è fatto più preciso. Ma ancora più difficile di quello che
immaginavo. Voi mi avete spiegato che i rapporti tra la commissione interna, la Cgil e i lavoratori si
stanno allentando. Che tanti lavoratori, privi di esperienza sindacale e politica, non sanno più come
orientarsi in fabbrica. Che a loro giunge soltanto la voce del padrone o dei sindacati scissionisti,
determinati a combatterci quasi più del padrone. E sostenete anche che abbiamo accumulato un
ritardo, un ritardo pesante, su questo fronte. Dobbiamo cercare di rimontarlo. Come?
Bianchi: Vedo una sola strada possibile: rilanciare la contrattazione in fabbrica. Dobbiamo
insomma fare quello che fa Arrighi, ma non attraverso l’intesa con Valletta, bensì mediante la
mobilitazione dei lavoratori. Tu sai, compagno Di Vittorio, che sono due anni che alla Fiat non si
sciopera più. L’ultimo sciopero riuscito risale al mese d’agosto del 1953. Avevamo definito una
piattaforma aziendale unitaria e i lavoratori ne avevano capito il valore. E chiedevamo anche che i
commissari interni avessero piena libertà di movimento in fabbrica e si dedicassero per intero ai
loro compiti di rappresentanza. Poi Donat Cattin, che temeva il potere crescente di Arrighi, ha
rinviato tutta la materia alle confederazioni, col risultato che non se ne è fatto più niente. Ma
lasciami aggiungere che anche la Cgil non ha fatto nulla per sostenere quelle rivendicazioni. Così
sono cadute nel vuoto e alla Fiat su scioperi e agitazioni è sceso il silenzio, perché gli operai non
hanno mai capito che cosa fossero le lotte per la “perequazione” e il “conglobamento”. Parole
incomprensibili anche per chi possiede l’abc del sindacato.
Dunque, se vogliamo ripartire, non resta che riprendere il cammino che abbiamo interrotto dopo il
’49. Guardiamo la condizione operaia e come sta cambiando, analizziamo i mutamenti della
173
fabbrica e formuliamo per ognuno di essi delle rivendicazioni specifiche. Questo è quello che farei,
partire dal lavoro e dalla produzione, anche se so bene che non toccherà più a me di occuparmene.
Di Vittorio: Capisco il senso della tua critica e anche della tua amarezza personale. È vero che la
Cgil si è opposta alle rivendicazioni di fabbrica, nella convinzione che esse potessero diventare
causa di divisione fra i lavoratori, nel proletariato. Un paese come l’Italia, che ha la disoccupazione
come primo problema, non può distogliere la sua attenzione dalla ricerca di una soluzione che sia
valida per tutti, al Sud come al Nord, nelle fabbriche e nelle campagne. Ma non possiamo nemmeno
permetterci di trascurare la maggiore azienda italiana, la Fiat, e la più grande fabbrica italiana,
Mirafiori. Lì si gioca la sorte del movimento operaio. E le nostre organizzazioni, a livello centrale,
non vi hanno prestato tutta l’attenzione che era necessaria. Vedremo di qui in avanti di recuperare.
Discutendo con voi mi sono convinto che la condizione produttiva deve diventare un terreno
centrale di impegno per il sindacato. Dobbiamo studiare i nuovi metodi di lavorazione che sono stati
importati in Italia col Piano Marshall. Dobbiamo analizzare come cambia la fatica operaia e quali
esigenze avanzano i nuovi lavoratori dell’industria, soprattutto quelli che vengono dalle campagne e
dal Mezzogiorno.
Ho intenzione di sostenere queste tesi al prossimo Comitato Direttivo, facendomi aiutare da quei
compagni che hanno dedicato il loro tempo ad affrontare queste questioni. Come il compagno
Vittorio Foa, che conosce bene il mondo industriale del Nord, e il compagno Bruno Trentin, del
nostro Ufficio Studi.
E infine dirò che è necessario sostenere e rilanciare lo sforzo delle commissioni interne, che restano
il primo aspetto della vita sindacale con cui i lavoratori entrano in contatto arrivando in fabbrica.
Bianchi: Penso che sia la strada giusta. Anche se la prendiamo quando ormai è tardi e la nostra
posizione si è fatta debole.
Vacchetta: Come sempre faremo la nostra parte, anche se sarà molto difficile la vita d’ora in poi,
visto che siamo diventati minoranza. Arrighi farà di tutto per svuotare le commissioni interne. Lui
non ci crede affatto: vuole un sindacato aziendale, che tratta direttamente con la direzione e fa a
meno di tutte le procedure della vita sindacale, a cominciare dalle riunioni con le altre componenti.
Non illudiamoci: le commissioni interne, ora che non più nostre, perderanno molto del loro ruolo e
del loro significato.
174
D’Amico: Prepariamoci a tempi durissimi. Vedrete ora come fioccheranno i licenziamenti! I nostri
attivisti, i nostri collettori diventano tutti candidati naturali a essere licenziati. Ecco perché la Cgil
non deve essere lasciata sola in questa lotta. Il nostro partito deve spendersi fino in fondo nello
scontro che è in atto. Dobbiamo mettere in chiaro che la tessera del Pci non è quella di una
bocciofila o di un circolo ricreativo. Chi ce l’ha deve avere anche quella della Cgil e deve essere
pronto a dare il suo contributo per sostenere l’organizzazione sindacale.
Di Vittorio: Gli organismi direttivi della Cgil dovranno tenere conto delle vostre valutazione e dei
vostri giudizi. Ci sono in essi degli elementi importanti per ricondurre l’azione sindacale alla
fabbrica, per conciliare l’azione della Cgil con le istanze dei lavoratori, in specie di quelli che sono
appena approdati alle città industriali del Nord.
Resta il problema di come far convivere questo approccio con l’esigenza di una politica unitaria del
sindacato che si rivolga al proletariato nel suo complesso. Ma questo è un compito che compete al
centro della nostra confederazione. Voi avete rivendicato maggiore libertà di movimento per le
strutture di base del sindacato: è una richiesta giusta, alla luce della situazione odierna, e penso che
dovremo accordare autonomia alle categorie e alle rappresentanze di fabbrica. Ma probabilmente
siete anche sotto l’influsso di una sconfitta cocente e tendete forse a sopravvalutare il potere e la
forza dei nostri avversari. La Fiat e Valletta non rappresentano l’unica nostra controparte e
nemmeno la più rilevante. Gli squilibri che gravano sulla società italiana non si possono risolvere in
fabbrica. Per quanto grande sia la potenza economica della Fiat, essa non basterà certo a sopire i
contrasti che si manifestano, sebbene in forma diversa, in tutte le parti del paese, nelle regioni più
sviluppate come in quelle più arretrate. E la Cgil, lo voglia o no il professor Valletta, rimarrà lo
strumento indispensabile per corrispondere alle attese dei lavoratori.
175
5.5 Di Vittorio parla al telefono con Adriano Olivetti
di Giuseppe Berta
Nella primavera del 1955, Adriano Olivetti (1901-1960) concepisce il disegno di creare un
sindacato, legato al movimento federalista Comunità da lui creato, perché sostenga l’ambizioso
programma di riforma delle imprese a cui mirava dal dopoguerra. Sebbene industriale di successo
e
protagonista
del
“miracolo
economico”,
Olivetti
pensa
a
una
radicale
riforma
dell’organizzazione d’impresa, che consegni la gestione della sua azienda a una struttura formata
dalle forze del territorio, del lavoro e della cultura. In questo progetto dai contorni utopistici
rientra anche la riforma delle relazioni di lavoro che il sindacato comunitario dovrebbe perseguire.
Dal suo ufficio di Ivrea Adriano Olivetti chiama al telefono Giuseppe Di Vittorio, alla Cgil a Roma.
È una conversazione fra due uomini profondamente diversi: l’uno, Di Vittorio, è un grande leader
popolare, dotato di un’eloquenza trascinante; l’altro, Olivetti, è un uomo timido e riservato, di
scarsa oratoria, affascinato da una prospettiva di ardito federalismo, che si propone di ricostruire
la società partendo dalla sue molecole di base, le comunità locali. Olivetti cerca tra l’altro di
convince Di Vittorio che il sindacato comunitario non doveva essere visto come il frutto di un
tentativo di divisione scissionistica del movimento sindacale esistente.
Bibliografia:
G. Berta, Le idee al potere. Adriano Olivetti tra la fabbrica e la comunità, Milano, Edizioni di
Comunità, 1980; V. Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, Mondadori, 1985; G. Berta , L’Italia delle
fabbriche. Ascesa e tramonto dell’industrialismo italiano, Bologna, Il Mulino, 20062
***
Olivetti: Onorevole Di Vittorio, la ringrazio di aver accettato di parlarmi. Se l’ho cercata è per una
questione davvero importante, per la quale sono indispensabili la sua opinione e il suo intervento.
Di Vittorio: La ascolto volentieri, ingegnere. È un’occasione abbastanza rara quella di sentire
direttamente un industriale italiano. Non pare proprio che gli industriali di questi tempi ricerchino
l’opinione della Cgil, né nelle fabbriche né fuori.
176
Olivetti: Lo so bene, onorevole. E non voglio essere io a negarlo. Ma lei sa anche che quella della
Olivetti è un’altra storia: qui da noi la Cgil è ancora il sindacato di maggioranza. A Ivrea non
abbiamo mai discriminato nessuno per le proprie idee politiche o per la tessera sindacale che aveva
in tasca. Mai, né in passato né adesso. E le assicuro che sarà così anche per il futuro.
Di Vittorio: Ne sono lieto. Anche perché quel che lei mi sta dicendo, ingegnere, contraddice le voci
che mi sono giunte in questi giorni. Nelle fabbriche del Nord è in corso una lotta dura e violenta,
senza esclusione di colpi, contro la nostra organizzazione. E non vorrei proprio che anche la Olivetti
si ponesse in questo solco.
Olivetti: Le assicuro che non è così e che le cose da noi non cambieranno. Continuerà a esserci
piena libertà sindacale in tutti i nostri stabilimenti. E proprio questo, del resto, è lo scopo della mia
telefonata, il motivo per cui ho chiesto di parlarle.
Di Vittorio: La Cgil non ha mai rifiutato il confronto con gli industriali. Non siamo certo noi ad
aver cancellato le occasioni di dialogo.
Olivetti: Onorevole, lei sa che fra poche settimane si voterà, qui a Ivrea, per il rinnovo delle
commissioni interne della nostra azienda. Quest’anno, forse l’ha già saputo, vorremmo che ci fosse
una novità: una lista che esprimesse le posizioni e le idee del Movimento Comunità, da me fondato
alcuni anni fa. Avrei desiderato che non fosse una lista alternativa a quelle che già esistono e che
presentano le confederazioni. Avrei voluto che ci fosse una lista unitaria, perché so quanto profondo
sia il desiderio dell’unità sindacale fra i lavoratori. Non è stato possibile e non per colpa della Cgil
in primo luogo. La vostra organizzazione era pronta a prendere in considerazione il progetto della
lista unitaria. A opporsi per primi sono stati i cattolici, anche il vescovo di Ivrea. La Cisl segue
spesso una linea di contrapposizione più aspra di quella sostenuta dalla Cgil. Si figuri che col suo
segretario generale, l’onorevole Giulio Pastore, non mi è riuscito nemmeno di parlare al telefono,
come faccio ora con lei.
Di Vittorio: La Cgil, ingegnere, è stata sempre per l’unità sindacale. Altri l’hanno voluta rompere,
non noi. Non abbiamo posizioni pregiudiziali nel discutere con le aziende dei problemi reali dei
lavoratori. Non siamo stati noi a porre mai delle pregiudiziali, con nessuno.
177
Olivetti: Per questo ho creduto necessario rivolgermi a lei. Perché so che, se abbiamo idee diverse,
non per questo, me lo lasci dire, ci consideriamo nemici. Il sindacato comunitario non nasce, nelle
nostre intenzioni, per dividere, ma per unire.
Di Vittorio: La sua, ingegnere, mi sembra un’impostazione contraddittoria. Una nuova
organizzazione che si aggiunge alle confederazioni che già esistono e che per giunta ha carattere
aziendale rappresenta di per sé una ferita inferta al principio dell’unità sindacale. D’altronde, lei ha
ben presente ciò che è successo qualche settimana fa alla Fiat. Là la Fiom-Cgil è uscita battuta dal
voto delle commissioni interne perché l’azienda ha sostenuto con ogni mezzo un sindacato di
comodo, scissionista. Alla Fiat, oggi di fatto è proibito scioperare. I nostri commissari interni, i
nostri attivisti, spesso i nostri semplici militanti sono controllati da una specie di polizia interna che,
in spregio a tutte le norme sancite dalla Costituzione, impedisce loro l’esercizio dei loro diritti.
Olivetti: Lei sa però, onorevole Di Vittorio, che nulla di tutto questo avviene alla Olivetti. Come ho
detto, la libertà sindacale è garantita a tutti. Il rischio, semmai, è quello che l’unico sindacato a cui
venga negata la possibilità di agire sia proprio quello comunitario.
Di Vittorio: Che vuole dire?
Olivetti: Quando Comunità di Fabbrica – questo il nome del sindacato legato al Movimento
Comunità – ha reso nota la sua decisione di partecipare autonomamente, con proprie liste, alle
elezioni per le commissioni interne, le altre organizzazioni hanno fatto opposizione. Hanno
sostenuto, la Cisl in testa, che un sindacato che secondo loro è “organicamente legato al padrone”
non è un vero sindacato. E non solo: il capo del personale della Olivetti, che probabilmente lei
conosce, il dottor Franco Momigliano (un economista di idee socialiste, che ha fatto la resistenza
nel Partito d’Azione) ha creduto bene di accogliere il ricorso delle confederazioni. Il risultato è che i
lavoratori della Olivetti non avranno la possibilità di votare per Comunità di Fabbrica.
Di Vittorio: Ciò che mi racconta è ben strano, ingegnere. Se le cose stanno così, se addirittura il
capo del personale della Olivetti (di cui ho sentito parlare anch’io come di un intellettuale di valore,
molto indipendente nei suoi giudizi) ha ritenuto fondata la protesta dei sindacati confederali, che
ragioni ci sono a favore di Comunità di Fabbrica?
178
Olivetti: Secondo me, ce ne sono tante, di ragioni, onorevole. Vede, io credo che in questi anni
nelle nostre fabbriche stia avvenendo una trasformazione eccezionale, che non ha precedenti. Sta
cambiando tutto: lo sviluppo della produzione è davanti agli occhi di ognuno. Mai dai nostri
stabilimenti sono uscite così tante macchine per scrivere e calcolatrici. E aggiungo che nei prossimi
anni ne usciranno ancora di più. Per andare in tutto il mondo, per portare ovunque i simboli
dell’industria italiana. Questo è un grande progresso, ma un progresso che cambia alla radice il
modo di lavorare. Che muta la condizione degli operai. Serve un nuovo metodo sindacale perché
questo cambiamento non avvenga senza che gli interessi dei lavoratori vi siano coinvolti e
pienamente rappresentati. A nostro avviso, il sindacato comunitario deve fare proprio questo, che –
mi permetterà – non fanno le altre organizzazioni sindacali.
Di Vittorio: Io penso che la Cgil abbia fatto moltissimo per rappresentare la condizione dei
lavoratori in questi anni. Se non l’ha potuto fare fino in fondo è perché non gliel’hanno lasciato fare
gli industriali e il governo, che hanno messo sotto scacco la libertà sindacale.
Olivetti: Mi lasci dire che la Cgil non ha perso le elezioni alla Fiat (e poi a quel modo!, passando
dal 63 al 37 per cento dei voti in un colpo solo!) perché il professor Valletta si è messo a fare la
guerra ai comunisti e ai socialisti. Non nego, gliel’ho già detto, che ci sia una lotta politica senza
quartiere nelle fabbriche. Spesso condotta con mezzi che non mi piacciono e che mi sono estranei.
Ma una sconfitta di quelle proporzioni, onorevole Di Vittorio, non si spiega solo con la minaccia dei
licenziamenti rivolta agli attivisti della Cgil e del Partito comunista. Ci sono altri motivi, a mio
giudizio ancora più profondi.
Di Vittorio: Quali?
Olivetti: Quelli che li ricordavo prima. Le nostre fabbriche stanno cambiando, anzi sono già
cambiate, in modo radicale. Non hanno nulla a che vedere con quelle di prima della guerra. Lo lasci
dire a uno che è entrato in fabbrica a poco più di vent’anni. E con la tuta di operaio, perché mio
padre non credeva che si potessero dirigere i lavoratori se non si conosceva la realtà e anche la
fatica del loro lavoro. Per questo, appena laureato mi ha obbligato a vestire la tuta. La condizione
operaia la conosco dall’interno. E non solo per quell’esperienza di trent’anni fa, ma perché da allora
ho stabilito dei legami di vicinanza e credo di solidarietà con i nostri operai. Davo del “tu” ai miei
compagni d’allora. E qualcuno lavora alla Olivetti ancora oggi e quando ci incontriamo scambiamo
179
due parole. Lo sa, onorevole Di Vittorio, che uno di quegli operai, che considero amici, fa ancora
parte della commissione interna? Ed è iscritto alla Cgil?
Di Vittorio: Quello che mi dice mi fa piacere, ingegnere. Ma non mi ha spiegato in che consista la
differenza fra l’essere operaio oggi e la condizione che lei ha osservato da giovane.
Olivetti: Cos’è cambiato, mi chiede? Tutto! Allora non c’erano le operazioni di montaggio come si
svolgono oggi, in una linea di sequenza. Si lavorava come in un grande laboratorio artigianale. Gli
operai erano tutti meccanici di mestiere. Conoscevano tutte le operazioni, padroneggiavano gli
arnesi che adoperavano. Si lavorava così nella meccanica di precisione in Italia, e anche in larga
parte dell’Europa.
Per veder lavorare in altro modo dovetti andare in America, fra la fine del ’25 e l’inizio del ’26. Mi
ci mandò mio padre che, specializzatosi in America, voleva che mi rendessi conto di che cos’era la
produzione moderna. Girai così per i centri industriali degli Stati Uniti, a studiare come si
applicavano gli insegnamenti di Taylor e di Ford. Mio padre voleva che guardassi e imparassi, di
modo che, tornato a casa, modernizzassi la Olivetti. La rendessi più grande e più avanzata.
Di Vittorio: Non ero al corrente della sua storia, ingegnere. Che cosa la colpì dell’America di quel
tempo?
Olivetti: Mi colpì più di ogni cosa l’organizzazione. Il lavoro, l’azienda moderna sono il frutto
dell’organizzazione. Un’organizzazione progettata con precisione in ogni dettaglio. Che è il
risultato dell’osservazione e dell’analisi scientifica. Nell’organizzazione sta il segreto della
produttività. E in America vidi che la produzione era così vasta che gli operai possedevano ciò che
costruivano, a cominciare dalle automobili. Da noi, nemmeno le famiglie della media borghesia cui
appartavano i miei compagni del Politecnico di Torino avevano l’automobile. In America, invece,
già non pochi lavoratori giravano in macchina.
Di Vittorio: Io so però che la realtà americana non era tutte rose e fiori. Poco dopo il suo viaggio, ci
fu la più terribile crisi che il capitalismo abbia conosciuto. Molti lavoratori persero il lavoro, la casa.
Erano in milioni a fare la fila per ottenere un pasto. Intanto i sindacati erano perseguitati. Henry
Ford, che lei ha ricordato, aveva messo al bando i sindacati dalla sua azienda. I sindacalisti
venivano perseguitati, minacciati, duramente picchiati. Non mi sembra che quello americano fosse
vero progresso, soprattutto per il mondo del lavoro.
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Olivetti: Ha ragione, onorevole. E io la penso come lei. L’America era potenzialmente molto ricca,
ma aspra e dura, come le sue città industriali. Come le sue fabbriche, che erano prive di bellezza. E i
lavoratori potevano, sì, avere accesso a consumi che magari erano impensabili per i loro compagni
in Italia e in Europa. Ma avevano altresì pochi diritti. I sindacati erano deboli e rappresentavano
quasi soltanto gli operai specializzati, quelli che stavano meglio. Tuttavia, io mi accorsi che
potevamo apprendere molto dall’America, perché quello sviluppo prodigioso della produzione
poteva essere messo al servizio degli uomini. Ed è quello che stiamo cercando di fare adesso qui a
Ivrea e negli altri nostri stabilimenti.
Di Vittorio: Non voglio mettere in dubbio la sua buona fede, ingegnere. Ma debbo constatare che il
miglioramento della produzione, che sicuramente è in atto, non va a vantaggio dei lavoratori. Essi
piuttosto ricevono la fetta più piccola della torta, un piatto di lenticchie.
Olivetti: Forse si sorprenderà, ma anche in questo caso la penso come lei, onorevole. Sì, i lavoratori
ottengono una quota ancora troppo modesta della ricchezza che producono. Deve aumentare.
Dobbiamo farla aumentare nei prossimi anni. Proprio per questo occorre che ci sia un sindacato di
ispirazione comunitaria.
Di Vittorio: E perché mai? Per questo non bastano gli altri, la Cgil in primo luogo?
Olivetti: No, secondo me. Non mi giudichi sfrontato, ma credo che occorra una profonda riforma
del metodo sindacale. Ci vuole un sindacato che non parta più dai problemi generali e dai diritti del
lavoro in astratto, ma dalla nuova condizione lavorativa. Un sindacato che si proponga di ampliare
la partecipazione dei lavoratori alla vita della fabbrica. Lei certamente sa, onorevole, che noi siamo
l’unica azienda in Italia dove esiste un Consiglio di Gestione. Come quelli che voi volevate
introdurre dopo la guerra e che la Confindustria e il governo hanno osteggiato. Da noi esiste e
amministra i servizi sociali. Per i rappresentanti eletti dai lavoratori significa avere voce in capitolo
sugli asili aziendali, sulla mutua interna, sulle colonie, sulle biblioteche. Ma oggi occorre fare
ancora di più: occorre un sindacato che intervenga per spostare a favore dei lavoratori una
percentuale sempre più grande della ricchezza che la fabbrica è in grado di produrre.
181
Di Vittorio: Sento una nota di paternalismo nelle sue parole, ingegnere. I lavoratori devono
strappare da sé le loro conquiste, non aspettare che la manna discenda dal cielo per volontà del
padrone, anche se si tratta di un padrone benevolo come lei.
Olivetti: Appunto per questo, per evitare il pericolo del paternalismo, occorre un sindacato che
muova dallo specifico della condizione operaia, cioè dalla sua posizione nell’ambito dell’azienda. Il
difetto che hanno le confederazioni – anche la sua, onorevole Di Vittorio – è che prendono le mosse
da posizioni generali, di tipo politico. Trascurano in questo modo che nell’Italia di oggi vi sono
aziende più moderne, all’avanguardia nei metodi di produzione, che possono e debbono pagare di
più di quelle che invece sono arretrate. Esse domandano uno sforzo speciale al lavoratore; è giusto
quindi che lo ricompensino adeguatamente.
Di Vittorio: Dovremo riflettere su questo punto, ingegnere. È vero, i sindacati, la Cgil, hanno
trascurato di analizzare la portata e gli effetti del progresso tecnico. Vede, la nostra preoccupazione,
il principio che ha guidato il gruppo dirigente della Cgil, dalla fine della guerra a oggi è stato di
salvaguardare il più possibile l’unità del mondo del lavoro. Il nostro è un paese gravato dalla
disoccupazione che resta, ancor oggi, il nostro male più grande. Abbiamo creduto a lungo che fosse
prioritario garantire un lavoro, a chi l’aveva e a chi non ce l’aveva ancora. Abbiamo creduto che il
nostro obbligo come grande organizzazione sociale fosse di fare leva su ciò che univa i lavoratori e
non su quanto li differenziava. Ritengo che abbiamo fatto bene ad agire così e che il nostro sforzo
abbia assicurato la ricostruzione dell’economia italiana dopo la guerra. Ma c’è della verità nelle sue
parole: grandi fabbriche come la Olivetti e la Fiat hanno attuato una trasformazione imponente.
Hanno cambiato le macchine, la tecnica, il modo di lavorare. Dovremo studiare nei prossimi tempi
questi cambiamenti e interpretarli nell’interesse dei lavoratori.
Olivetti: È quanto stiamo facendo a Ivrea, onorevole. Qui da noi il lavoro non lo studiano solo gli
ingegneri incaricati della produzione. Lo studiano anche sociologi e psicologi. Perché sappiamo che
il lavoro, anche quando è applicato alle nuove macchine, è fatica e sforzo e bisogna dargli un senso,
bisogna che il lavoratore vi si riconosca. Per questo è indispensabile l’azione del sindacato, ma
un’azione che sappia prendere spunto soprattutto da quanto c’è di nuovo nella fabbrica e nel lavoro.
Perché gli operai lavorino meglio e con più soddisfazione, specie quando sono usciti dallo
stabilimento in cui prestano un’opera spesso oscura, povera di valore professionale.
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Di Vittorio: Capisco quello che sta dicendo e penso che meriterebbe discuterne più a fondo. Ma ora
vorrei che tornasse allo scopo per il quale ha voluto telefonarmi.
Olivetti: È semplice, onorevole. Vorrei che lei spendesse un po’ del suo prestigio e della sua
autorità, che sono grandi, per far sì che il sindacato comunitario possa partecipare alle elezioni delle
nuove commissioni interne della nostra azienda, alla fine di maggio.
Di Vittorio: Ingegnere, lei comprende che non mi sta chiedendo poco. Lei vorrebbe da me che io
cambiassi le deliberazioni che sono già state prese a Ivrea e, mi pare di capire, non dalle
confederazioni soltanto, ma con l’avallo della direzione aziendale. Qualcosa che potrebbe
assomigliare a una sconfessione pubblica.
Olivetti: Non si tratta di una sconfessione. Si tratta di una dichiarazione pubblica di Giuseppe Di
Vittorio, cui va tutta la mia stima, più di quella che riserbo agli industriali italiani, in cui la più
importante personalità sindacale del nostro paese ammette la legittimità del sindacato comunitario.
In cambio, mi impegno personalmente ad assicurare la più onesta e trasparente delle competizioni
elettorali. L’azienda non farà nulla per condizionare il voto.
Di Vittorio: È un passo delicato per il segretario generale della Cgil. Se prendo in considerazione
l’eventualità di compierlo, non è solo per il rispetto personale verso di lei, un industriale in
polemica con la Confindustria e i suoi attuali orientamenti reazionari. È soprattutto perché sono
persuaso che la Cgil porta la responsabilità di alcuni errori nella politica sindacale nelle grandi
fabbriche del Nord. Degli errori che dobbiamo e vogliamo correggere nei prossimi tempi. E poi c’è
il fatto che la Cgil, che subisce ogni giorno una pesante limitazione dei suoi diritti, non intende
limitare, da parte sua, i diritti di nessun altro, fosse anche un suo avversario diretto.
Olivetti: Onorevole, sono convinto che con la Cgil dovremmo e potremmo cooperare, come
abbiamo fatto durante la resistenza, quando i lavoratori socialisti e comunisti della Olivetti si sono
battuti per salvare la loro fabbrica. Oggi dovremmo cooperare ancora di più perché lo sviluppo della
produzione è un obiettivo che ci accomuna, nell’interesse dell’occupazione in primo luogo. Quando
mio padre mi lasciò la responsabilità dell’azienda, sapendo che mi accingevo a rinnovarla, mi pose
un’unica condizione: che mai, in nessun caso, avrei dovuto licenziare. Perché la disoccupazione è il
dramma peggiore che possa capitare a un lavoratore. A quella promessa mi sono sempre attenuto,
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anche durante la crisi susseguita alla guerra di Corea, qualche anno fa, quando molte fabbriche
licenziavano.
Di Vittorio: Ho sentito assai parlare della politica sociale della Olivetti. Molti la lodano; alcuni,
soprattutto nel mio partito, ne temono gli inquinamenti paternalistici. Ma io voglio raccogliere il suo
invito, ingegnere. Se mi impegnerò a far partecipare il sindacato di Comunità alle elezioni di
commissioni interna, lei mi conferma il suo impegno a favore dello sviluppo dell’occupazione?
Olivetti: Ne può stare certo. Il 1955 sarà, anzi è già un anno di svolta nella storia della nostra
azienda. Non so se abbia sentito che qui ad Agliè, nel territorio del Canavese, una fabbrica tessile ha
chiuso da poco i battenti. Bene, l’ha rilevata la Olivetti, che si appresta a produrvi la più piccola
delle sue macchine per scrivere, la Lettera 22, una portatile che stiamo per lanciare con lo slogan
“Questa macchina viene da Agliè”, a significare la fiducia che abbiamo nel nostro territorio e nella
sua gente.
Di Vittorio: Il Nord, ingegnere, è terra di sviluppo. Io vorrei vedere iniziative industriali anche nel
Mezzogiorno, che è invece ridotto a essere terra di emigrazione.
Olivetti: Per me il Mezzogiorno è il banco di prova della democrazia. Guai se non sapremo
corrispondere alle attese del Sud. È un problema in cui mi sento coinvolto dalla fine della guerra.
Ed è un problema che riguarda la Olivetti, perché penso che non dovremmo richiamare lavoratori e
gente del Sud, ma andare noi a produrre là. Quest’anno inaugureremo un nuovo stabilimento a
Pozzuoli, la nostra fabbrica più nuova e moderna. E sarà una fabbrica bella, progettata da architetti
che hanno avuto il compito di realizzare un impianto che non sfiguri nella cornice del golfo di
Napoli, uno dei più begli angoli d’Italia. Una fabbrica ariosa, piena di luce, dove si crei un ambiente
capace di alleviare la fatica delle persone. Contrariamente a ciò che ritengono tanti uomini del
Nord, persuasi che solo qui si possa fare industria, noi siamo sicuri che produrremo là agli stessi
standard di Ivrea. Se altri seguiranno il nostro cammino, il Mezzogiorno cambierà presto in meglio.
Di Vittorio: Ingegnere, lei trascura che lo sviluppo del Mezzogiorno ha bisogno di una grande,
costante mobilitazione politica e sociale. Non bastano gli esempi e le comunità ideali. Non voglio
sminuire i suoi programmi, ma mi sembra che gli industriali del Nord si muovano lungo un’altra
strada. Tuttavia, come le ho detto, voglio concederle fiducia e dimostrarle concretamente che la
Cgil non ha paura di accettare il confronto aperto. Noi apprezziamo i tentativi di quanti vogliono
184
rendere l’industria più moderna e produttiva senza fare leva unicamente sull’intensificazione della
fatica operaia. Non temiamo le innovazioni che vengono importate dall’America. Vogliamo che
esse però non si risolvano a vantaggio esclusivo dei profitti. Devono servire a migliorare la vita dei
lavoratori e delle loro famiglie. Devono servire a nuovi investimenti per aumentare i posti di lavoro.
Se la sua azienda vuole misurarsi su questo fronte, sappia che ci troverà aperti e disponibili. Anche
se questo dovesse comportare per noi la rinuncia ad alcune delle nostre politiche del passato. Se i
tempi cambiano, anche l’azione del sindacato deve cambiare.
Olivetti: Sapevo di trovare in lei l’interlocutore che cercavo. Posso dunque contare su un suo
intervento a favore del sindacato comunitario?
Di Vittorio: Farò così, ingegnere. Dirò ai nostri compagni di Ivrea che la Cgil non ha paura del
confronto delle idee e della battaglia sul terreno elettorale. Se il sindacato comunitario vuole
presentarsi, ebbene deve averne la possibilità. Magari troverà una nuova sigla, visto che quella di
Comunità di Fabbrica è già stata respinta. E poi aggiungerò che il mio sostegno va come sempre
agli uomini e alle donne che saranno candidati della Fiom, in cui è riposta tutta la fiducia mia e
della Cgil. E inviterò i lavoratori della Olivetti a votare per loro. Ma, come le ho detto, voglio
prestare fede anche ai suoi argomenti. Se le componenti sindacali legate al suo movimento faranno
davvero ciò che lei ha detto, vale a dire formuleranno un programma adatto a fronteggiare il
progresso tecnico, allora penso che il movimento sindacale nel suo complesso avrà da guadagnare a
misurarsi con loro. Sarà una gara che dovrà stabilire chi ha le maggiori capacità di rispondere alle
aspettative dei lavoratori. Sarà una sfida per garantire ai lavoratori migliori opportunità di
progresso, dal punto di vista dei salari e delle condizioni di lavoro.
Olivetti: È quanto mi attendevo da lei, onorevole Di Vittorio. Spero che avremo presto la possibilità
di riprendere un discorso che, come prevedevo, ci vede su posizioni niente affatto distanti.
Di Vittorio: Anch’io tengo a mantenere aperto questo discorso con lei, ingegner Olivetti. E spero di
poterne parlare presto anche a qualche suo collaboratore come il dottor Momigliano. La Cgil ha
appena iniziato un cammino sui problemi del progresso tecnico e delle condizioni di lavoro che ci
deve portare lontano, nell’interesse del paese e dei lavoratori.
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5.6 Di Vittorio dialoga con Luciano Romagnoli
di Francesco Giasi
Il dialogo si svolge nei primi giorni di novembre del 1956 a casa di Di Vittorio, allora residente in
via Cristoforo Colombo a Roma e ancora convalescente per un infarto che lo aveva costretto a un
periodo di cure e di riposo. Di Vittorio riceve Luciano Romagnoli, segretario della Federazione
nazionale dei braccianti. Romagnoli è un giovane e autorevole dirigente del sindacato e del partito.
Nato ad Argenta, in provincia di Ferrara, nel 1924, dirige dal 1948, la Federbraccianti, la più
grande organizzazione nazionale di categoria della Cgil; è Deputato dal 1953 (verrà rieletto nel
1958 e nel 1963); all'VIII congresso del Pci, nel dicembre 1956, entrerà nella direzione nazionale;
nel 1957 – alla morte di Di Vittorio – nella segreteria della Cgil. (Muore nel 1966, dopo una lunga
malattia, ad appena 42 anni). È presente Anita Contini, seconda moglie di Di Vittorio, da lui
conosciuta a Parigi durante la clandestinità, alcuni anni dopo la morte della prima moglie
Carolina Morra; è originaria della provincia di Reggio Emilia, e ha oltre vent'anni meno di Di
Vittorio.
L'incontro avviene all'indomani della direzione nazionale del Pci del 30 ottobre 1956 e alla vigilia
del secondo intervento sovietico in Ungheria (3-4 novembre). Durante la direzione, Di Vittorio era
stato duramente criticato da Togliatti per il comunicato con cui la segreteria della Cgil, il 27
ottobre, aveva condannato il primo intervento sovietico a Budapest. Togliatti aveva sostenuto che le
posizioni di Di Vittorio si basavano su un “giudizio sentimentale e sommario” e ricordando a più
riprese anche i fatti di Polonia del giugno precedente – di fronte ai quali la Cgil aveva già espresso
posizioni estremamente critiche – aveva ribadito l'esigenza di esprimere con una risoluzione la più
incondizionata lealtà nei confronti dei sovietici (“Si sta con la propria parte anche quando questa
sbaglia”). Dopo la relazione di Togliatti, Di Vittorio era stato attaccato – con toni molto accesi –
da quasi tutti i membri della direzione presenti alla riunione. Con riferimenti al dissenso di molti
intellettuali, era stato ricordato il tentativo di sostenere la candidatura di Di Vittorio alla
segreteria del partito, attraverso una contrapposizione netta tra la linea della Cgil a quella del Pci.
Il segretario della Cgil aveva difeso le posizioni sostenute nel comunicato, ribadendo le sue
critiche: “L'insurrezione è un fatto storico e dobbiamo trarne le lezioni. Bisogna modificare
radicalmente i metodi di direzione nei paesi di democrazia popolare. [...] Dire queste cose
apertamente e francamente perché ci sia un legame profondo tra massa e governo. [...]
Democratizzare profondamente è una condizione di salvezza del sistema socialista”. Di Vittorio
sarà costretto nei giorni successivi a ritrattare e a sostenere che il comunicato confederale
186
rifletteva innanzitutto l’esigenza di salvaguardare l'unità con i socialisti, già messa a rischio
dall'indebolimento dei rapporti fra Psi e Pci.
Il dialogo intende mostrare quanto radicate fossero le convinzioni di Di Vittorio circa i limite e le
inadeguatezze dei sistemi socialisti dell'est europeo. Richiamando alcune posizioni da lui espresse,
si intende sottolineare le sue idee in tema di autonomia e di superamento della vecchia concezione
del sindacato come cinghia di trasmissione del partito. È presente qualche richiamo alla sua
esperienza giovanile tra i braccianti pugliesi.
Bibliografia:
Quel terribile 1956. I verbali della direzione comunista tra il XX Congresso del PCUS e l'VIII
Congresso del PCI, a cura di M. L. Righi, Roma, Editori Riuniti, 1996; V. Foa, Il cavallo e la torre.
Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991; A. Guerra, B. Trentin, Di Vittorio e l’ombra di
Stalin. L’Ungheria, il Pci e l’autonomia del sindacato, Roma, Ediesse, 1997; P. Iuso, La
dimensione internazionale, in A. Pepe, P. Iuso, S. Misiani, La Cgil e la costruzione della
democrazia, Roma, Ediesse, 2001; L. Romagnoli, Scritti e discorsi, a cura di Lionello Bignami,
Roma, Editrice Sindacale Italiana, 1968.
***
Di Vittorio passeggia per la stanza nervosamente. Si ferma ad annusare dei fiori su un tavolo su cui
sono appoggiati alcuni vasi. Si avvicina poi alla scrivania piena di giornali, carte, libri. Bussano
alla porta).
Anita: Peppino, è arrivato Luciano, Romagnoli.
Di Vittorio: Sì, Anita, fallo entrare. Tra un po' andremo insieme in ufficio. Ci tratteremo un po' a
casa.
Anita: Va bene, vi preparo allora un caffè. Ricordati che oggi non dovrai agitarti troppo. Questa
notte hai dormito poco.
Di Vittorio: D'accordo. Ma non sarà certo Luciano a farmi agitare.
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Romagnoli entra, timidamente, mentre Di Vittorio gli si fa avanti molto affettuosamente, quasi
abbracciandolo.
Di Vittorio: Come stai?
Romagnoli: Bene. (Guardandosi intorno). È la prima volta che vedo la tua nuova casa.
Di Vittorio: Ti piace? A me questa casa piace molto. Intorno si vede la campagna sino ai Castelli.
Durante la mia ultima, lunga convalescenza, stare in questa casa mi ha aiutato. Di fronte ci sono i
campi, hai visto? Domani, chissà, costruiranno palazzi; la città continuerà a divorare la campagna,
ma ora si possono ancora raccogliere fiori sotto casa. Vedi qua. Questi fiori li ho raccolti questa
mattina. Mi sono alzato molto presto. Sono dei ciclamini.
Romagnoli: (sorridendo). Togliatti mi ha detto una volta che negli anni dell'esilio ti ha sempre
visto piantare orticelli, zappare, raccogliere frutti dappertutto.
Di Vittorio: Beh, direi dal mio primo esilio. Da quando dovetti lasciare la Puglia. Trovai casa a
Castelgandolfo, e là mi misi a coltivare un orto. Ero Deputato a Roma e contadino sui Colli Albani.
Comprai la zappa e gli attrezzi. Poi anche durante l'esilio vero e proprio, in Francia. Al confino di
Ventotene avevo preso in affitto un podere e addirittura una vacca. Ma poi, purtroppo, non è vero
che ho potuto farlo ovunque. La mia è la malattia del contadino. Tu sei un intellettuale che dirige i
contadini. Io sono un contadino che non ha mai potuto staccarsi del tutto dalla terra.
Romagnoli: (scherzando). Ma questo non diciamolo in giro, altrimenti chi vuoi che si faccia più
dirigere da me, fra i braccianti?
Di Vittorio: Giusto, ma io non intendevo mettere in discussione la tua bravura e le tue capacità.
Ecco: adesso ti racconto questa storia. Siediti. Avevamo undici o dodici anni. Con un mio amico, un
altro bambino della mia età, avevo iniziato a lavorare a giornate in una grande masseria. La
masseria era immensa e decine e decine erano gli ettari incolti, come in tutti i latifondi. Dopo
qualche mese, a tre, quattro chilometri dai caseggiati, scoprimmo una piccola fonte di acqua che si
perdeva in un canneto. Ritagliammo là intorno un pezzo di terra di poche decine di metri quadri e ci
piantammo un po' di cose. Avevamo conquistato un pezzo di terra dei padroni, nascosto dalla
macchia e dalle canne, vicino a una fonte di acqua sorgiva. Via via il pezzo si ingrandì e né il
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massaro né i guardiani riuscirono mai a scoprirlo. E noi coltivammo, peperoni, zucchine, fagiolini.
Io avevo ritagliato una striscetta per mettere semi di fiori. Così potevo regalare dei fiori profumati a
Carolina, la mia fidanzata. E lei mi chiedeva “Ma da dove prendi questi fiori?”. “Dalla terra”, le
rispondevo. Sai, me lo ricordò una volta a Parigi, sorridendo, quando stava ormai nel letto e non
riusciva più ad alzarsi.
(Dopo una brevissima pausa, riprende a parlare). Era poi diventato grande quel pezzo di terra e
cominciammo a “socializzarlo”, ma solo tra i ragazzini. Temevamo che i grandi condannassero la
nostra “usurpazione”. Poi quella terra “conquistata” fu abbandonata. Ambrogio un nostro amico di
tredici anni fu ucciso dalla truppa insieme ad altri tre manifestanti durante un grande sciopero.
Fondammo allora il circolo giovanile socialista. Un circolo che ben presto si ritrovò ad avere più di
400 iscritti. Ma la storia di Ambrogio e di quell'eccidio te l'ho già raccontata un'altra volta, vero?
Per quanto riguarda il nostro pezzo di terra, una delle prime volte che sono tornato a Cerignola,
dopo la guerra, l'ho cercato. Hanno piantato del grano e hanno distrutto tutta la macchia intorno.
Romagnoli: E ad Anita piacciono i fiori?
Di Vittorio: Sì tanto. Quelli li ho raccolti per lei.
Romagnoli: A proposito di Cerignola, stanno organizzando una manifestazione, lo sai?
Di Vittorio: Sì, te ne volevo parlare. Ho chiesto di vederti anche per questo. Il segretario della
camera del lavoro ha voluto informarmi sulle lunghe discussioni tra i compagni e mi ha detto che si
è in difficoltà nell'organizzare questa manifestazione di solidarietà a favore dei braccianti a causa
del dibattito – diciamo così - sull'Ungheria. Il rappresentante della Federbraccianti nazionale – a suo
giudizio – nel suo comizio non dovrebbe fare nessun riferimento alle posizioni assunte dalla Cgil
per non creare imbarazzo tra i lavoratori...
Anita: Il caffè è pronto. Hanno portato anche gli altri giornali.
Di Vittorio: Bene. Grazie. (Rivolgendosi ancora a Romagnoli, mentre Anita esce). E allora che
cosa sta succedendo?
Romagnoli: Sono stato informato anch'io. Pare che alla camera del lavoro di Cerignola, ci siano
state lunghe discussioni sul comunicato della Cgil relativo all'Ungheria e, come nelle sezioni, la
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discussione è stata accesa. Le tue critiche non sono state, diciamo, accettate. In pratica non sono
d'accordo con te. Si domandano il perché. Chi ti difende sostiene che sei stato costretto a
sottoscriverlo per salvaguardare l'unità coi socialisti. Che, in pratica, hai dovuto cedere ad un ricatto
socialista. I compagni sanno che c'è chi lavora ad una possibile nuova scissione, che dopo gli
incontri tra Saragat e Nenni si potrebbe dar vita ad un nuovo sindacato socialdemocratico con la Uil
e con i fuoriusciti socialisti della Cgil. Insomma, chi ti ha difeso ha sostenuto che tu hai voluto
innanzitutto impedire questa manovra. In pratica si cercano giustificazioni alla tua presa di
posizione. Ma molti sostengono che non si doveva comunque fare. Sai, poi emergono con forza
posizioni ancora staliniste, di compagni che mettono in discussione la giustezza delle critiche a
Stalin. Si è parlato di tradimento. E di tutti gli argomenti che conosci bene: la storia dell'Urss che
non è storia di crimini, il ruolo di Stalin, gli errori del XX Congresso. Di tutto ciò che si discute in
tutte le sezioni di tutte le parti d'Italia, come sai bene. E allora in occasione della prossima
manifestazione si ritiene opportuno non far riferimento all'Ungheria per non riaccendere le
polemiche.
Di Vittorio: Ho capito, ho capito. E, quindi, l'organizzazione della manifestazione come procede.
Romagnoli: A parte questi problemi, bene. Si sta organizzando una mobilitazione con almeno 10
mila manifestanti.
Di Vittorio: Speriamo bene. (Dopo una breve pausa e cercando intanto delle carte). Ho seguito
attentamente l'ultima vertenza dei braccianti del Polesine. Lo sciopero dei lavoratori di Rovigo del
maggio-giugno scorso. Ho apprezzato le tue prese di posizione. Le tue critiche all'intervento delle
forze dell'ordine. Le stavo rileggendo questa mattina. Sto iniziando ad elaborare il materiale per il
congresso del partito e prima di dicembre voglio sistemare la mia relazione. (Prende un foglio di
giornale e inizia a leggere, mettendosi gli occhiali). Ecco che cosa hai scritto in occasione dello
sciopero: “A Rovigo si combatte ancora una volta una lotta eroica. Decine di migliaia di braccianti,
di compartecipanti e di 'meandini' sono in sciopero da lunghe settimane. Un prezzo durissimo per
chi, come questi lavoratori, lavora poche settimane all'anno...Un prezzo reso ancora più caro da una
barbara invasione di migliaia di poliziotti concentrati in quei comuni di eroica povertà da chissà
quante regioni e messi lì a scorazzare, a provocare, a perseguitare, a violare leggi e diritti elementari
dei cittadini quasi come truppa di occupazione in paese straniero”. Sei stato molto duro in
quest'occasione.
190
Romagnoli: Ci sono stati 130 arresti, quasi un migliaio di lavoratori denunciati, intimidazioni,
persecuzioni vere e proprie.
Di Vittorio: Lo so, lo so. Lo so bene. E poi, sono stato dalla tua parte. Anche in Cgil quando
qualcuno ha borbottato o tentato di criticare la tua linea dura nella vertenza, io ho difeso la tua
posizione, così come si deve difendere le posizioni giuste. Io stavo dalla tua parte o, meglio... non
potevamo che stare entrambi dalla stessa parte. No, no, non ti sto criticando. Mi interessavano poi
soprattutto...ecco, queste tue affermazioni (riprende a leggere): “Logora e banale cretineria la solita
risposta: 'è colpa dei comunisti; sono i rossi che provocano agitazioni inconsulte'. Certo, i braccianti
e la popolazione del Polesine sono in stragrande maggioranza comunisti e socialisti per fede antica,
per radicate convinzioni. Ma decine di migliaia di uomini, di donne, paesi interi, non 'scioperano
perché i comunisti lo vogliono'”. (Alzando lo sguardo). Ecco il punto. Ecco ciò che noi sappiamo.
Ecco ciò che sanno innanzitutto quelli che scioperano.
Romagnoli: Ciò che tende a negare chi vuole isolare i lavoratori e gli scioperanti, facendo passare
l'idea, nell'opinione pubblica, che bastano degli istigatori. Vecchia strategia del fronte padronale,
riproposta oggi puntualmente da Confintesa.
Di Vittorio: Evidentemente non solo da loro.
Romagnoli: (Dopo una pausa) Lo so, vuoi parlarmi dell'Ungheria e delle enormi contraddizioni
che stiamo vivendo in questo momento.
Di Vittorio: Anche. Quando tu a giugno difendevi ancora le rivendicazioni dei lavoratori del
polesine, ci sono stati, subito dopo, i fatti di Polonia. Decine e decine di morti tra i lavoratori per
l'intervento delle forze dell'ordine. E allora che cosa potevamo fare? Potevamo ignorare le
rivendicazioni dei lavoratori? Abbiamo denunciato gli errori del governo polacco e del sindacato.
Eppure anche tra di noi c'era chi pensava che quagli scioperi fossero frutto dell'azione di
provocatori.
Romagnoli: Beh, ufficialmente il partito non ha espresso una posizione diversa da quella della
Cgil. Gli stessi polacchi hanno riconosciuto la correttezza della tua analisi.
Di Vittorio: E tu ritieni che fosse giusta la mia analisi?
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Romagnoli: Sì, anche per le ragioni che dicevamo prima. In Polonia non si poteva trattare di
semplice azione di provocatori. Migliaia di operai chiedevano migliori condizioni di vita, meno
sacrifici. A Poznan si è trattato di rivendicazione operaia.
Di Vittorio: Mentre in Ungheria, a tuo giudizio, si tratta semplicemente dell'azione di provocatori
controrivoluzionari.
Romagnoli: Non proprio. Però voglio ricordarti che anche a proposito della Polonia tu stesso hai
individuato la presenza di elementi interessati solamente ad un ritorno al passato, ad un passato
senza diritti, che è il contrario di ciò per cui manifestavano gli operai di Poznan.
Di Vittorio: Hai ragione. Per quanto riguarda i fatti di Polonia nello scrivere la dichiarazione avevo
in mente precisamente questo. La protesta operaia, le intenzioni della destra reazionaria e poi
l'intervento delle forze di polizia. Abbiamo scritto che la protesta operaia aveva fondamento e che
evidentemente i sindacati non sapevano rappresentare più a sufficienza gli interessi dei lavoratori
(ma questo è un problema di tutti i sindacati dell'Est europeo); che bisognava impedire, poi,
qualsiasi tentativo reazionario interessato a cancellare i diritti dei lavoratori. E poi, l'intervento delle
forze dell'ordine...Così pesante, così devastante... E ora l'Ungheria...
Romagnoli: So che che sei molto preoccupato.
Di Vittorio: Sì, sono molto preoccupato. Questa notte non ho dormito. Anche le posizioni del
partito mi preoccupano molto. E tu che pensi?
Romagnoli: In Ungheria la situazione presenta elementi oggettivamente delicati, soprattutto per le
implicazioni internazionali. Il quadro internazionale si è aggravato; la crisi medio-orientale, la
questione della nazionalizzazione del canale di Suez che mostra sino a che punto francesi e inglesi
sono pronti a difendere i loro interessi coloniali; le ingerenze americane ovunque...
Di Vittorio: Senz'altro, ma io questo non l'ho mai messo in dubbio. Ma nessuno di noi può pensare
che si tratti di una congiura internazionale. Credo che ciò che è accaduto in Ungheria abbia radici
profonde e riguardi non solo quel paese, ma la Polonia, la Germania orientale, tutti i paesi di
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democrazia popolare e la stessa Urss. O per l'Urss pensiamo che il problema sia stato il culto della
personalità di Stalin?
Romagnoli: Anche Togliatti critica questa impostazione...
Di Vittorio: Sì, è per questo che non riesco a capire l'accanimento contro una posizione che è
semplicemente consequenziale. Ho riletto cento volte il comunicato del 27 ottobre e proprio non
capisco il senso di certe critiche; il comunicato è duro, perentorio, ma le critiche che mi rivolgono
non colgono nel segno. Ecco cosa abbiamo scritto. (Prende un foglio e lo passa nelle mani di
Romagnoli). Leggilo, per favore.
Romagnoli: Lo conosco: “La segreteria confederale ravvisa in questi luttuosi avvenimenti la
condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica, che
determinano il distacco fra dirigenti e masse popolari. Il progresso sociale e la costruzione di una
società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico sono possibili soltanto con il
consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più
ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale”.
Di Vittorio: (Interrompendolo). Ecco il punto. Non riesco a capire perché evocano i sentimenti. Mi
accusano di essere un sentimentale. Che bisogna ragionare con la testa e non col cuore. Ma che
significa? Ragionare con il cuore...
Romagnoli: Ti riferisci alla discussione che avete avuto durante la Direzione?
Di Vittorio: Non solo a quella. Tu stesso ora mi hai riferito che a Cerignola si preferisce non far
riferimento alle nostre posizioni sull'Ungheria... Ero ancora giovane, ma già molto attivo quando la
Puglia venne definita la “regione degli eccidi cronici”. Certe nostre scelte sono passate anche per il
continuo, tragico susseguirsi di eccidi proletari; non c'è paese della Puglia che non mi ricordi un
eccidio: Cerignola, Candela, Galatina, Minervino, Canosa, Spinazzola, San Severo e potrei
continuare ancora per molto. Anzi tu potresti continuare con gli eccidi di questo dopoguerra. I
contadini uccisi a Melissa, Montescaglioso, gli operai uccisi a Modena. Ma ora se dovessimo tenere
a mente che cosa è accaduto durante questo tremendo 1956 potremmo dire che è l'Europa orientale
la terra degli eccidi cronici. Su questo dovremo riflettere. Sì, l'occupazione di Suez, ma dall'altra
parte la repressione contro le proteste dei lavoratori. Sì, le provocazioni e i tentativi di
193
restaurazione, ma come si arginano i tentativi di restaurazione fascista? Stando da una parte della
barricata in quel modo?
Romagnoli: Ma forse è stato eccessivo parlare di “condanna storica e definitiva”. Così abbiamo
troppo prestato il fianco ai nostri avversari...
Di Vittorio: (adirandosi) Ma che significa prestare il fianco agli avversari? Il più grande smacco
che il movimento operaio possa subire è sentire i propri avversari evocare i diritti del lavoro, le
regole e i valori della democrazia, il diritto di sciopero e via dicendo. Esattamente ciò per cui noi ci
battiamo da una vita, contro di loro.
Romagnoli: Anch'io penso che questo sia per noi uno smacco; ma gli avversari strumentalizzano,
invocano ipocritamente...
Di Vittorio: E sia pure. Ma come faremo a chiedere il rispetto, anzi l'attuazione della costituzione
repubblicana in Italia, senza chiedere con la stessa forza il rispetto delle libertà costituzionali in
qualsiasi parte del mondo. Come potremo vincere la nostra battaglia per i diritti del lavoro, se non
chiedendo il loro riconoscimento ovunque. Come potremo ricordare la morte ingiusta dei minatori
di Marcinelle, se qualcuno chiederà il silenzio per i morti nelle miniere del Caucaso. Come potremo
continuare a mantenere in vita una Federazione Sindacale Mondiale se non battendoci per i diritti
sindacali e i diritti democratici dei lavoratori di tutto il mondo.
Romagnoli: A partire dai paesi socialisti, vuoi dirmi?
Di Vittorio: Certamente, senza alcun dubbio. Il socialismo avrà futuro solo se significherà diritti e
democrazia per i lavoratori dei paesi di ogni parte del mondo, per i lavoratori dei paesi che si dicono
socialisti; per i lavoratori che vivono in regimi capitalistici, per i lavoratori dei paesi coloniali, excoloniali; per i lavoratori neri, bianchi, gialli.
Romagnoli: Quello che dici mi ricorda il tuo discorso al congresso internazionale di Vienna di tre
anni fa e la tua idea di “Carta” universale dei diritti sindacali.
194
Di Vittorio: Sì, e non a caso i delegati provenienti dai paesi più diversi applaudirono così tanto e si
commossero. Ma anche allora i sovietici cercarono di stemperare le nostre posizioni, soprattutto sul
tema dell'autonomia del sindacato.
Romagnoli: Noi su questo abbiamo fatto il possibile. Abbiamo definitivamente abbandonato
qualsiasi richiamo alla “cinghia di trasmissione”, alla subalternità rispetto al partito, che era poi un
principio già dei socialisti di cinquanta anni fa.
Di Vittorio: Sì, ma non credo che abbiamo fatto ancora abbastanza. E poi, anche su questo: il
principio dell'autonomia sindacale non può che essere inteso universalmente. Altrimenti
continueremo ad avere il paradosso che i sindacati nei paesi socialisti non saranno nelle condizioni
di difendere i diritti dei lavoratori e le loro più legittime aspirazioni. (Assai agitato, si ferma.
Romagnoli lo guarda impressionato).
Perdonami se mi sono agitato troppo. Ora, è bene che Anita non mi veda affaticato. Sai, si
preoccupa molto per la mia salute. E poi dobbiamo andare al lavoro, mi aspetta una giornata molto
pesante.
195
III
CANTIERE PER LA DRAMMATIZZAZIONE
La drammaturgia si scrive in fucina: il dialogo tra Nitti e Fortunato
di Paolo Patui
In questa complessa operazione che prende il nome di “Storie interrotte” al dramaturg poco serve
la classica penna o la più aggiornata tastiera da digitare: il foglio o se preferite lo schermo devono
trasformarsi ben presto in una fucina, in un crogiuolo o in un distillatore se preferite, perchè qui si
tratta di mettere mano a una materia a tratti persino antitetica a quella teatrale. Bisogna allora
“riappallottolare” il tutto, sminuzzarlo, fonderlo in un crogiuolo che non so ben dire se sia quello
di un metallurgico o di un orafo. So che alla fine come nelle più classica delle dottrine alchemiche,
dopo tanto lavorare la materia, la risultante deve equivalere al generante.
Questo è ciò che accade con il primo (in ordine di tempo) dei dialoghi, inseriti nel progetto “Storie
interrotte”, che mi capita sotto mano. Sono le pagine scritte da Lea D’Antone, che ricevo così come
stanno senza riferimento alcuno a ciò che sarà di loro una volta messe in scena (anzi a ciò che in
scena son già state): mi raccontano di un Nitti neo ministro che agli inizi del secolo breve incontra
il suo vecchio maestro Giustino Fortunato. C’è materia per scrivere un dramma intero: c’è l’Italia,
la storia, il meridione, Nitti acuto e determinato, Fortunato con un piede più nell’Ottocento che nei
giorni suoi; ovvero due personaggi uniti dalle speranze di dare al sud un futuro che non sarà.
Insomma temi a iosa, idee, concetti, sentimenti. Ma inciampo subito in alcuni linguaggi per addetti
ai lavori, sbatto ogni tanto su un dialogo che non è scambio di battute, semmai serie di
dichiarazioni. Ne parlo con Lea. Poi provo a inserire in quel dialogo così appassionato alcuni
piccoli segni drammaturgici.
Spezzo qualche frase, la seziono, ricompongo il significato e il concetto di un’idea in più battute,
magari facendole rimbalzare tra un personaggio e l’altro. Poi ancora insisto perché tra i due amici
non ci sia solo un sereno dialogare. Ci metto dentro i motivi di un momentaneo contrasto, in modo
da creare una tensione su cui giocare con l’attenzione dello spettatore, la porto fino a un picco di
disaccordo forse storicamente falso, eppur necessario a teatro, che nel nulla svanisce, che
s’acquieta in un parlare che non è più fra due posizioni da difendere, semmai tra due persone che
affetto e storia e sincerità mettono l’una a fianco dell’altra.
196
Poi penso ai dialoghi che verranno e che racconteranno le altre fasi della vita di Nitti e allora
metto qua e là dei piccoli richiami, dei nomi, delle persone, delle situazioni che facciano da filo
conduttore, che siano dei “ritorni” nei tempi futuri, che non separino i dialoghi in sezioni stagne,
che li fondano insomma fra loro come ogni buona fucina vorrebbe. Per questo i riferimenti alla
figlia di Nitti, Filomena, l’insistere su Salvemini, l’utilizzo infine di quella borsa da viaggio che
comparirà anche in futuro. Un piccolo segno che allude a quel problema/risorsa che fu
l’emigrazione del Sud (ma non solo) Italia, un riferimento a un uomo che troveremo sempre in
luoghi diversi diverso, un viaggiatore lungo le strade d’Italia e d’Europa, ma soprattutto un
viaggiatore alla ricerca d idee, percorsi della mente più che delle geografia. Fino a quel chiudere il
dialogo in cui non più si parla di questioni di storia o di politica o di economia; semmai solo
(solo?) di se stessi alle prese con i proprio piccoli-grandi sentimenti.
Insomma nulla di più che i necessari interventi per dare a un dialogo straordinariamente ricco la
scorrevolezza necessaria per arrivare alle menti di uno spettatore seduto nel bel mezzo di una sala
teatrale.
Il resto già lo aveva fatto Leandra D’antone e con lei i suoi compagni di scrittura. Ridisegnare cioè
i contorni di un personaggio che nell’Italia ha lasciato dei segni e che l’Italia non deve
dimenticare.
Adesso passo il crogiuolo a chi dovrà rimescolare gli elementi e trasformare le morte parole in
persone vive, parlanti, emozionanti.
Ma questo è già un altro mestiere.
***
Nitti incontra Giustino Fortunato
di Leandra D’Antone
Seduto alla scrivania, o più semplicemente su un seggiola, Giustino Fortunato è solo in scena; ha
in mano un plico che apre a da cui estrae una lettera. Mentre ne legge le prime righe entra nel suo
studio Nitti. Nitti ha con sé una voluminosa borsa da viaggio.
Fortunato: … “Mio carissimo amico, arrivò ieri sera l’articolo del Nitti al quale scrivo per
ringraziarlo. L’articolo è ottimo e resterà. Ma perché il Nitti non getta il grido di allarme contro le
nuove tariffe doganali? Gli uomini come il Nitti credo siano oggi funesti in Italia …. “
197
Nitti: Con quale dei miei denigratori potreste mai essere in così intima confidenza se non con il
Salvemini …
Fortunato: Ciccio!
Nitti: Giustino!
Fortunato: Nemmeno me ne ero accorto! Perché non ti sei fatto annunciare?
Nitti: Era la fretta di vedervi.
Fortunato: E’ da un bel po’ in effetti….
Nitti: Ho più che mai bisogno del vostro consiglio e di un sincero colloquio con voi. Giolitti mi ha
proposto…..
Fortunato: ….. la guida del ministero di Agricoltura Industria e Commercio.
Nitti: Già sapete?
Fortunato: Certe voci corrono. Belle o brutte che siano.
Nitti: Non sarà questa una brutta nuova!
Fortunato: E’ una nuova che mi fa lieto Ciccio! Ho detto spesso a Giolitti quanto ti stimo e sono
contento che abbia accolto questo mio consiglio. Ma in quanto al Ministero … temo che in questa
circostanza si dimostri sarà solo una vana impresa e nulla più.
Nitti: Ogni circostanza è diversa. Non fatevi pervadere dalla sfiducia; servirebbe solo a farvi
dimenticare quello che voi stesso mi avete insegnato: che la malaria e la siccità hanno generato un
lungo e perverso legame tra l’agricoltura meridionale e il latifondo; che lo sfruttamento delle terre
ha prodotto la rovina dei boschi, distribuito la miseria, la fame, la paura. Eppure spetterà a qualcuno
198
il compito di metter fine a tutto questo. Non lo sapete, forse, quello che in Europa si dice? Che la
nostra è una terra di briganti e nulla più.
Fortunato: Quello che so è quello che già scrissi: che il Mezzogiorno sarà la fortuna o la sciagura
dell’Italia
Nitti: Non vi pare questo vostro un giudizio fin troppo eccessivo?
Fortunato: A me pare piuttosto che la terra meridionale, più che sterile, sia ormai esaurita. E che
futuro può avere una terra dissanguata? Il Sud soffre di tanti mali e tu lo sai Ciccio, così come sai
che alla domanda “di chi la colpa?”, la gente certamente si sfogherà con i meno responsabili! Sii
orgoglioso dell’incarico che Giolitti ti offre, ma non abbandonarti a speranze inutili e vane!
Nitti: Giustino, vi ho conosciuto che ero in giovane età e sempre amato…..
Fortunato: … così come io, nel vedervi crescere fra le ristrettezze eppur ricco di ingegno e di
desiderio di apprendere…..
Nitti: A nutrirmi c’erano i vostri scritti, le vostre parole…. E’ per questo che ho dato sulla stampa e
in parlamento voce alla vostra voce per ridurre l’imposta fondiaria e i dazi che gravano come i
naturali flagelli sui produttori agricoli meridionali di miglior impegno e volontà. Sono stato e sono
come voi fervente unitario. Però conoscete anche le mie attuali idee e sapete bene come non voglia
conformarmi al vostro scoramento. Ma non per questo, spero, mi verrà a mancare il vostro
sostegno!
Fortunato: Serberò eterna gratitudine a chi ha regalato agli italiani “Il Bilancio dello Stato”! Quel
tuo libro è stata una benedizione! Ha combattuto uno dei maggiori pregiudizi dei settentrionali
secondo cui i meridionali non pagano imposte e scialacquano il bene comune. Esso ha provato il
contrario. Ciccio, lo sai bene quello che ho sempre sostenuto: l’Unità d’Italia è stata e sarà la nostra
redenzione morale, ha unito due civiltà, l’una superiore e l’altra inferiore soprattutto per ragioni
naturali. Ma l’Unità è stata anche la nostra rovina economica. E non ti occorre di certo la carica di
Ministro per rendertene conto.
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Nitti: Perché continuare a parlare di due Italie, una ricca e l’altra misera, una superiore e l’altra
inferiore, quando si tratta invece di due parti di un solo corpo smembrato dalla storia e ricongiunto
dagli uomini?
Fortunato: Ma tu stesso l’hai dimostrato! O forse hai già dimenticato quelle pagine che fanno del
“Bilancio dello Stato” un impietoso specchio della realtà?
Nitti: E anche lo strumento dell’irritazione che più di qualcuno nutre nei miei confronti ….
Fortunato: (legge, sfogliando le pagine del volume in questione) ….. “Spesa media dello Stato dal
1893 al 1898: Potenza 4.821.749 lire, Udine 5.630.500 ……..Pensioni pagate dallo stato nel 1897 –
1898: Potenza 239.909 lire, Udine 684.000 lire……..” Capisci, Ciccio? Potenza 239.909 lire, Udine
684.000!
Nitti: Lo so bene: una differenza di un terzo….
Fortunato: ….. quasi; quasi un terzo….
Nitti: Una differenza quasi colmabile. Soprattutto quando si va a considerare che Udine è città di
confine, stazione militare, avamposto collocato sotto gli occhi degli Asburgo ….
Fortunato: Te lo concedo e al tempo stesso mi chiedo: anche se la tua opera di ministro servisse a
questa Unità nazionale fondata sul danaro? il sud resterà il sud. Terra povera d’acqua, maledetta dal
clima, corrosa dalle latitudini
Nitti: Credete troppo alla fatalità geografica!. La storia dei popoli non può essere solo frutto della
natura esteriore. La Spagna che fu truce nella fede e inesorabile nella vittoria, ora non è che
miserabile nell’accasciamento. Che cosa è mutato nella sua condizione geografica?
Fortunato: E cosa cambia se guardiamo all’azione degli uomini? La Destra era onesta. Ma il
Governo d’Italia, dalla Sinistra in avanti, ha osato tutto quaggiù! Mediante i deputati e i ministri
meridionali il Governo d’Italia sostiene tutte le camorre provinciali e comunali! E tu di questo
Governo vorresti vantarti di essere Ministro?
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Nitti: Eppure in quarant’anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è stata il nostro più
grande bene, abbiamo realizzato progressi immensi. Io ho scritto “Il Bilancio dello Stato” proprio
per rendere il Nord meno orgoglioso e il Sud più fiducioso! La ricchezza trasferita al Nord è stata
pur prodotta nel Sud! Prodotti agricoli e minerali meridionali primeggiano sui mercati esteri.
Abbiate più fiducia, Giustino, non lo vedete che oggi tutto si muove, anche qui nel nostro
Mezzogiorno!
Fortunato: Ebbene, sì. I segni di un fermento vi sono tutti. Ma basteranno a rinnovare il futuro
dell’Italia meridionale?
Nitti: Il futuro è una combinazione di sciagure e di fortune. Non c’è nessun merito nel prevedere le
sciagure, dal momento che esse comunque avverranno. Il merito è nel saperle affrontare.
Fortunato: Questo dire dimostra la tua saggezza. Quello che temo è che non basti un incarico
conferito da Giolitti a mutare il corso degli eventi.
Nitti: Speravo di incontrare qui la vostra approvazione, il vostro sostegno, non di certo il vostro
biasimo.
Fortunato: Nessun biasimo, Ciccio; come potrei disapprovare chi a saputo vedere in te l’ingegno,
la lungimiranza di cui il Mezzogiorno e l’Italia intera hanno bisogno. Ho solo il cruccio di quando
l’illusone tua svanirà come è svanita in me: conosco bene quel dolore.
Nitti: Vi sbagliate, Giustino. Se i vostri occhi fossero davvero aperti vedrebbero che l’Italia intera
ha adesso un sicuro avvenire agricolo e industriale. E’ un piccolo paese: grande per la sua storia e
per il contributo alla civiltà, piccolo per estensione e per mancanza di materie prime. Deve vivere di
lavoro e di scambi. Ma il lavoro e gli scambi hanno oggi una nuova potenza. Chi emigra in altri
continenti manda denaro e fa più ricca l’Italia intera!
Fortunato: E chi risponderete a chi vi dirà che l’emigrazione è mossa solo dalla miseria!
Nitti: Che è mossa anche da un bisogno di tentare e cercare. Nella storia nostra il brigante e
l’emigrante si sono dimostrati pellegrini sulle strada della libertà. C’è una forza sconosciuta, piena
di voglia di novità in chi sceglie di abbandonare la terra in cui nacque.
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Fortunato: Ti credo sincero in questo. Però, rispondimi: quando questi emigranti torneranno, di
certo più ricchi di esperienza, finanche di danaro, che cosa troveranno ad aspettarli?
Nitti: Dovranno trovare un paese non più soggiogato dal clima. L’energia idroelettrica dei bacini
montani è la “conquista della forza” per l’Italia e per il suo Sud. L’energia idroelettrica farà
risparmiare all’Italia l’importazione di carbone e muoverà l’industria e l’agricoltura! Napoli con il
suo porto, è già una grande città industriale e come lei molte altre città del sud possono trasformasi;
lo sapete quante ormai sono già accese dall’elettricità?
Fortunato: Nulla cambierà finché il protezionismo e l’oppressione fiscale faranno prevalere gli
interessi settentrionali! Finché la malaria non sarà debellata e l’aridità manterrà povere le nostre
produzioni agricole! E’ possibile lottare contro il freddo e l’acqua, ma non contro il caldo e la
siccità.
Nitti: Dimenticate che per merito vostro e del dottor Angelo Celli dall’inizio del secolo abbiamo
leggi che impongono ai proprietari di fornire gratuitamente il chinino ai lavoratori agricoli! E queste
non sono sciocche illusioni. E’ la realtà come abbiamo potuto constatare dal vero.
(estrae dalla sua borsa da viaggio alcuni voluminosi fascicoli e li mostra a Fortunato)
Tenete. E’ tutto scritto qua dentro. Abbiamo appena concluso l’Inchiesta parlamentare sulle
condizioni dei contadini nelle regioni meridionali e nelle Isole. L’abbiamo fatta senza pregiudizi,
perché il metodo scientifico delle conoscenze potesse aiutare il Governo a favorire la produzione e
ancor più la distribuzione della ricchezza. Abbiamo diffuso migliaia di questionari tra le istituzioni
tecniche, economiche e politiche locali. Abbiamo incontrato migliaia di contadini, abbiamo
interpellato proprietari e capi di leghe dei lavoratori. Abbiamo studiato palmo a palmo tutto il nostro
territorio meridionale. Mi crederete allora quando vi dirò che eravamo convinti che l’emigrazione
fosse mossa dalle angherie contrattuali e che invece abbiamo capito che non è così. Ciò che muove
i nostri esuli è la speranza del nuovo; quando l’avranno trovato lo riporteranno qui, a noi, a questa
terra. L’emigrazione ci trasmetterà la forza per sconfiggere la malaria e il latifondo, per riformare il
clima. Non fu uno straordinario emigrante anche Cristoforo Colombo?
(sullo sfondo si proiettano frasi di emigrati e proprietari con citazioni dall’Inchiesta).
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Fortunato: La tua parola è per me sempre fonte di nuove riflessioni, Ciccio. Davvero ti auguro di
realizzare sino in fondo un simile progetto, ma in quanto a riformare il clima… mio Dio ti pare una
aspirazione possibile?
Nitti: Sì! L’aridità non sarà più un problema quando avremo irreggimentato il flusso disordinato e
disastroso dei nostri torrenti con i bacini montani e i canali che condurranno le acque irrigue nelle
nostre campagne. Niente più paludi, niente più malaria e siccità! Ci riuscirò! Giolitti mi ha
assicurato che potrò realizzare per intero il mio programma. Sono con me i migliori ingegneri
idraulici ed i migliori economisti agrari italiani; ho dalla mia parte le imprese elettriche private
meridionali che hanno oggi una grande capacità finanziaria.
Fortunato: Nessuno vi chiamerà eroe per questo!
Nitti: E buon segno sarà! L’Italia come ogni altra nazione è stata terra di eroi perché valeva poco.
Se tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della loro responsabilità, se combatteremo i
germi della miseria e i fermenti della ignoranza, non avremo più bisogno di eroi.
Fortunato: Sei così saggio nel parlare e così sincero e così avveduto che davvero nessuno meglio di
te si merita il titolo di ministro del nostro regno.
Nitti: Davvero lo pensate?
Fortunato: Davvero, Ciccio. Io non lo so se a qualcosa potrà servire questo tuo progettare. In ogni
caso – per quello che potrà contare - sappi che la mia stima e il mio affetto ti accompagneranno
comunque, e voglio sperare in te. La tua determinazione e la tua onestà mi confortano e mi
rassicurano.
Nitti: Questo e nient’altro volevo da voi oggi: sapere di non essere solo in questa impresa.
Fortunato: Se c’è qualcosa che mi allieta di questi tempi e sapere che il Sud è meno solo, che al
Sud tengono sempre più menti illuminate. Per questo vorrei che tu conoscessi meglio il Salvemini.
Ha lasciato i socialisti e sta organizzando col mio sostegno un nuovo giornale assolutamente fuori
dai partiti: “l’Unità”. Sono stato io a suggerirgli di chiederti l’articolo sulla questione tributaria ….
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Nitti: Proprio voi collaborate con un federalista di idee socialisteggianti che mi considera un
conservatore unitario? Io ho comunque, così come vi racconta la lettera del Salvemini, scritto e
inviato l’articolo. Ne farà quello che crede.
Fortunato: Salvemini rispetta le mie idee ed io condivido molti suoi intenti ! Capisco il suo
sentirsi annientato proprio dalla fatalità geografica: ha perduto moglie e figli nel terremoto di
Messina. Crede come me nella necessità di dare il voto ai contadini analfabeti e nell’abbattimento
dei dazi e delle imposte. Ha affidato proprio a me l’articolo Italia meridionale per il primo numero
del giornale. (Continua con tono scherzoso). Pensa, mi ha minacciato di chiamare il giornale La
Federazione, se non lo scriverò!
Nitti: Sarà meglio allora che vi lasci al vostro lavoro. Avremo tutti da leggere un sagace articolo in
più e un giornale dal nocivo titolo in meno.
Fortunato: Riesci a farmi sorridere nonostante stia per andartene.
Nitti: Lo sapete quanto piacere mi fa restare qui con voi a ragionare…..
Fortunato: Farai ritorno a casa?
Nitti: Mi aspettano.
Fortunato: Deve essere bello. Fare ritorno nella casa propria e lì non trovare, né ministri né
onorevoli ad attenderti……
Nitti: …..e nemmeno un Salvemini!
Fortunato: … e nemmeno un vecchio lamentoso come me!
Nitti: In quanto all’età siete sempre più giovane di Giolitti, in quanto alle lamentazioni……
Fortunato: Ti fai burla di me e ne hai pure ragione. Almeno tu sii gioioso per la moglie tua e i figli,
soprattutto quel primogenito che sarà già fiero di dare futuro al il nome del padre. Vincenzo vero?
Stanno tutti bene? E quel diavoletto di figlia tua … Filomena….
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Nitti: Filomena… Filomena è una bimba più sveglia che mai… fin troppo sveglia… tanto che a
volte mi dà persino da pensare…..
Fortunato: Vai pure. Torna da loro. Il tempo dato ai figli non è mai troppo, non si può mai sapere
che cosa potrà loro accadere.
Nitti: Giustino, l’ultima volta che mi avete congedato così vi siete ammalato di un bell’accidente….
Fortunato: Ma infine ne sono guarito. O no? Sono come gli uomini le malattie: vanno, vengono
…….
Nitti: Ciò non toglie che sia meglio riguardarsi! E non cercate scuse: mettetevi al lavoro per quel
vostro articolo … prima che il Salvemini cambi idea e pure il titolo al vostro giornale… a presto. Il
mio affetto, vi raggiungerà sempre nel vostro antico e sofferto Vulture. (esce)
Fortunato rimane solo. Si siede alla scrivania, riprende in mano la lettera di Salvemini.
Fortunato: …..Gli uomini come il Nitti credo che siano oggi funesti in Italia. Essi mettono, senza
rendersene conto, il loro senso della realtà al servizio degli interessi peggiori. I quali applaudono il
Nitti quando si oppone e lo lasciano dire quando parla contro di loro. Gaetano Salvemini.
(Fortunato risponde alla lettera di Salvemini)
Caro Gaetano, da quando in una deserta campagna di Val d’Ofanto, appresi con viva angoscia, la
terribile sciagura da cui fosti colpito…da quel momento non mi avesse mai più scritto, e mai più ci
fossimo incontrati, io ho capito, io ho sentito di esserti amico. Non ho figli, né nipoti, non ho ambito
mai né glorie né successi politici e il solo fine cui miro, quello cioè di rendermi caro ed utile ai miei
conterranei del Vulture, dopo lunghi anni di sacrifici, è andato miseramente perduto: i miei
conterranei, ahimé, mi han costretto, costretto!, ad abbandonare volontariamente la Camera, per
ridurmi qui dove non è vita, ma morte! Sono per educazione e per indole timido, pauroso quasi,
moderatissimo; ma onesto, ma sincero, ma disinteressato. Per questo ti scrivo apertamente affinché
tenga in considerazione, nonostante l’inevitabile difformità di vedute, la persona retta e
lungimirante di Francesco Saverio Nitti. Non avertene per questo mio consiglio: è sempre più viva
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in me la fiducia che tu solo un giorno dovrai essere l’apostolo del Mezzogiorno. Se non morrò
presto tu saprai tutto quello che so della funebre epopea del nostro triste popolo che io
appassionatamente amo non perché è buono ma perché infinitamente infelice. Tu dici parole d’oro
sull’idiozia meridionale. Ma se il Mezzogiorno fosse diverso da quello che è, avrebbe forse bisogno
di noi?
(Esce)
Si rivede Nitti in penombra mentre scorrono le immagini della prima guerra mondiale. Nitti
presidente del consiglio e la sua caduta, i commenti della stampa estera,il milite ignoto, le centrali
idroelettriche. Entra Maurizio Capuano (amministratore delegato della Sme).
206
IV
I REALIZZATORI DEL PROGETTO
[finora]
AUTORI E CURATORI
Giuseppe Astuto, Università di Catania, Storia contemporanea
Marco Balsamo, Nuovo Teatro
Fabrizio Barca, Ministero dell’Economia e Finanze
Giuseppe Berta, Università Bocconi di Milano, Storia contemporanea
Leandra D’Antone, Università di Roma “La Sapienza”, Storia contemporanea
Michele Dall’Ongaro, Radio 3 RAI
Anna Lucia Denitto, Università di Lecce, Storia contemporanea
Giampiero Francese, regista
Francesco Giasi, Università di Teramo, Storia del movimento sindacale
Alfredo Gigliobianco, Banca d’Italia, Ufficio ricerche storiche
Maria Teresa Imbriani, Università degli studi della Basilicata, Letteratura italiana
Annamaria Leuzzi, Ministero della Pubblica Istruzione
Salvatore Lupo, Università di Palermo, Storia contemporanea
Luigi Masella, Università di Bari, Storia contemporanea
Annamaria Mastrovito, Ministero dell’Istruzione
Stefano Michetti, Ministero dell’Istruzione
Monica Nonno, Radio3 – Rai
Paolo Patui, scrittore
Lorenzo Pavolini, regista
Renato Quaglia, La Biennale di Venezia
Raffaele Romanelli, Università di Roma “La Sapienza”, Storia contemporanea
207
Maurizio Scaparro, regista
COMPAGNIE TEATRALI
“Scena Verticale”, Castrovillari (Cosenza)
“Opera”, Melfi (Potenza)
“Vesuvio Teatro”, Napoli
“Teatro Kismet OperA”, Bari
“Set Artisti Associati”, Palermo
208
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