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rifiuti in mare cosa stiamo facendo? - Arpae Emilia

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rifiuti in mare cosa stiamo facendo? - Arpae Emilia
ecoscienza Numero 4 • Anno 2013
Rifiuti in mare
cosa stiamo facendo?
I rifiuti in mare hanno un forte impatto ecologico, ma anche economico e sociale.
È soprattutto la plastica, che arriva all’80% di tutti i rifiuti, a rappresentare un
problema per gli ecosistemi. Arpa Emilia-Romagna ha iniziato il monitoraggio delle
spiagge e del microlitter.
Mare
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1
Rifiuti in spiaggia.
2
Strumento di campionamento del
microlitter “manta”.
3
Frammenti di microlitter presenti in un
campione di acqua di mare.
FOTO: ARCH. ARPA DAPHNE
S
e fate una passeggiata lungo la
spiaggia dopo una mareggiata alla
ricerca di conchiglie o sassolini
levigati dall’acqua, vi renderete conto di
quanta spazzatura gira nei nostri mari:
la sabbia è cosparsa di bottiglie, tappi e
sacchetti di plastica, accendini usa e getta,
reti e attrezzature da pesca, imballaggi in
polistirolo e altro.
Per meglio comprendere gli effetti
prodotti dall’incauto abbandono dei rifiuti
sull’ambiente che ci circonda, basterebbe
considerare i tempi in cui si degradano
in maniera naturale alcuni oggetti d’uso
comune che purtroppo contaminano i
nostri mari: se per una lattina di alluminio
occorrono 100 anni, per un mozzicone
di sigaretta 2 anni, per una gomma da
masticare 5 anni, per una bottiglia di
plastica 1.000 anni, per una bottiglia di
vetro ne occorrono dai 1.000 in su.
Benché le fonti dei rifiuti in mare siano
difficili da rintracciare, usualmente
la maggior parte di essi provengono
da fonti terrestri, mentre anche le
attività marittime (trasporto e turismo)
determinano un rilevante contributo.
Dalle bottiglie di plastica alle buste
“usa e getta”, fino alle microparticelle,
il 75% dei rifiuti che si trovano in
mare sono costituiti dalla plastica, una
quota che supera anche l’80% lungo le
coste del Mediterraneo. Da dove arriva
tanta immondizia in mare? Soprattutto
dalla terraferma attraverso i fiumi che,
in particolare nei momenti di piena,
trasportano in mare tutto ciò che l’uomo
in maniera diretta o indiretta vi getta.
È curioso notare come la proporzione
di articoli in plastica fra i rifiuti marini
aumenta con la distanza dall’area
“sorgente”, poiché essi sono trasportati più
facilmente rispetto a materiali più densi
1
come il metallo o il vetro e hanno una
durata maggiore rispetto a quelli meno
densi come la carta.
Se riflettiamo sulle due caratteristiche
chiave che rendono la plastica un
materiale così diffuso e apprezzato, la
durabilità e la leggerezza, ci rendiamo
subito conto come esse rappresentino
nello stesso tempo una minaccia
ambientale: infatti la non degradabilità
e la capacità di galleggiare rendono
questo materiale, insieme alla sua grande
diffusione, il più persistente nell’ambiente
e il più impattante anche da un punto di
vista estetico.
Evoluzione dell’uso della plastica
La produzione mondiale della plastica
ha visto negli anni 50 l’inizio del suo
incremento in conseguenza dello
sviluppo di nuovi polimeri sintetici.
All’inizio le plastiche venivano usate per
produrre beni di consumo destinati a
durare nel tempo, nell’industria, e non
nell’imballaggio o per produrre oggetti
usa e getta. Con gli oggetti monouso è
aumentata la spazzatura che è diventata
immondizia e che ormai ci circonda
in ogni luogo. Le leggi di mercato ci
impongono che i prodotti non vengano
conservati: molte cose che una volta
erano oggetti che venivano posseduti,
conservati e utilizzati sono ora diventati
prodotti di consumo effimeri da utilizzare
fino a che si rompono. A oggi l’industria
degli imballaggi è il terzo settore
industriale dopo quello alimentare ed
energetico; la plastica rappresenta il 53%
del materiale utilizzato negli imballaggi.
Colorata, divertente e futuristica, la
plastica si impose velocemente dapprima
negli stati più industrializzati e a seguire
anche in quelli più arretrati, seppure in
minore quantità. I cittadini vissero gli
anni dell’esplosione della plastica senza
essere educati a un suo uso consapevole.
Dalle bottiglie ai contenitori, dai cellulari
ai computer, la plastica ha indubbiamente
La strategia europea sul mare
e il monitoraggio di Arpa
A livello europeo, la direttiva Marine
Strategy (MSFD 2008/56/EC)
ha richiesto agli Stati Membri lo
sviluppo di strategie che possano
portare a programmi di misure, al
fine di raggiungere o mantenere
uno stato ambientale “buono”; fase
essenziale al raggiungimento di tale
stato è la definizione di programmi di
monitoraggio ideati per valutare il grado
di salute del mare.
Il Ministero dell’ambiente (Mattm) con
il recepimento della Marine Strategy
(Dlgs 190/10) ha chiesto alle Regioni
italiane, tra i vari descrittori, di iniziare
a quantificare la presenza dei rifiuti in
mare, sia quelli spiaggiati che quelli
presenti come microparticelle sulla
superficie del mare.
Arpa Emilia-Romagna, con la Struttura
oceanografica Daphne, ha iniziato questa
primavera sia il monitoraggio delle
spiagge che quello del microlitter in mare.
In generale i rifiuti marini (marine
litter) sono costituiti da plastica, legno,
metallo, vetro, gomma, vestiario, carta
ecc., mentre non vengono inclusi i residui
semisolidi quali oli minerali e vegetali,
paraffine e altre sostanze chimiche. In
altre parole qualsiasi materiale solido
persistente, fabbricato o trasformato e in
seguito scartato, abbandonato o perso in
ambiente marino e costiero.
Gli impatti derivanti dalla sua presenza
in mare hanno:
2
- una ricaduta ecologica con effetti
mortali o submortali su vegetali e animali
tramite intrappolamento, ingestione e
accumulo di sostanze artificiali
- una ricaduta economica (basti pensare
all’impatto sul turismo, sul mondo della
pesca e della navigazione e ai costi di
bonifica)
- una ricaduta sociale, a causa del
decremento del valore estetico e dell’uso
pubblico dell’ambiente.
Contenere e ridurre il problema della
produzione dei rifiuti non è certamente
una sfida facile, né per l’industria che
li produce, né per noi acquirenti che li
usiamo. La salvaguardia dell’ambiente
in cui viviamo passa anche dai
comportamenti e dalle azioni che
compiamo quotidianamente. Gettare
per strada, nel mare o in terra qualsiasi
tipo di rifiuto provoca in ogni caso dei
disagi o dei danni veri e propri; in altre
parole, quelli che possono sembrare solo
distratti gesti d’inciviltà, contribuiscono
comunque all’inquinamento di acqua,
terra e aria.
Un primo passo che noi cittadini
possiamo fare riguarda la condivisione
di una riflessione: tutti i nostri acquisti
dovrebbero tenere in considerazione
il ciclo di vita di ogni materiale che
stiamo per portare a casa, iniziando con
la sua origine e terminando con il suo
destino nell’ambiente; infatti, troppo
spesso, quando buttiamo un oggetto
non pensiamo alle conseguenze che
avrà sugli ecosistemi e agli effetti che
stiamo provocando sulle risorse finite del
nostro pianeta. Contemporaneamente,
sia l’industria che la società devono,
FOTO: ARCH. ARPA DAPHNE
rivoluzionato la nostra società rendendo
la vita più facile e più sicura. Ma questo
materiale sintetico ha anche causato
conseguenze negative sull’ambiente e
forse anche sulla salute umana. Oggi l’8%
della produzione mondiale del petrolio
è usata per produrre la plastica e il 30%
di questa la buttiamo via dopo un anno.
La produzione mondiale di plastica
ammonta a 300 milioni di tonnellate
all’anno, numero inconcepibile se
riflettiamo sulla sua natura cumulativa e
persistente nell’ambiente.
Una volta frammentata, la plastica si
presenta in mare per decenni sotto
forma di microframmenti, che oltre a
funzionare da substrato per l’adesione
di inquinanti organici dispersi in mare,
una volta ingeriti manifestano effetti
deleteri per il rilascio di composti propri
quali gli ftalati. Le conseguenze negative
sugli esseri viventi vanno dalla mortalità
indotta agli effetti genotossici ai disturbi
ormonali.
FOTO: ARCH. ARPA DAPHNE
ecoscienza Numero 4 • Anno 2013
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attraverso le politiche di riciclo e
riutilizzo, considerare la fine del ciclo di
vita di un prodotto non come un rifiuto,
ma piuttosto come un materiale grezzo
con cui costruirne un altro. Sempre
la società deve incentivare l’industria
a diminuire la quantità di imballaggi
che avvolgono i prodotti di consumo e
contemporaneamente guidare i cittadini
verso il loro acquisto.
Le azioni che seguiranno la condivisione
di questa riflessione potranno solo
contribuire a diminuire l’accumulo di
rifiuti nell’ambiente e in seguito potranno
arrivare a condizionare le scelte di
produzione verso politiche maggiormente
ecosostenibili.
Cristina Mazziotti
Struttura oceanografica Daphne,
Arpa Emilia-Romagna
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