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Cronica delle cose occorrenti ne` tempi suoi

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Cronica delle cose occorrenti ne` tempi suoi
Cronica delle cose
occorrenti
ne’ tempi suoi
di Dino Compagni
Letteratura italiana Einaudi
Edizione di riferimento:
a cura di G. Luzzatto,
Giulio Einaudi editore, Torino 1968
Letteratura italiana Einaudi
Sommario
Proemio
Libro primo
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Sommario
Libro secondo
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Sommario
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Libro terzo
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Letteratura italiana Einaudi
vi
PROEMIO
Quali cagioni ebbe l’Autore a scrivere, e quali occasioni: su
quale soggetto, e con quali intendimenti.
Le ricordanze dell’antiche istorie lungamente ànno
stimolata la mente mia di scrivere i pericolosi advenimenti non prosperevoli, i quali ha sostenuti la nobile
città figliuola di Roma, molti anni, e spezialmente nel
tempo del giubileo dell’anno MCCC. E io, scusandomi
a me medesimo siccome insufficiente, credendo che altri
scrivesse, ho cessato di scrivere molti anni: tanto che,
multiplicati i pericoli e gli aspetti notevoli sì che non sono da tacere, propuosi di scrivere, a utilità di coloro che
saranno eredi de’ prosperevoli anni; acciò che riconoscano i benefici da Dio, il quale per tutti i tempi regge e
governa.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
COMINCIA IL PRIMO LIBRO
1
Metodo propostosi dall’Autore. Descrizione di Firenze.
Quando io incominciai propuosi di scrivere il vero
delle cose certe che io vidi e udi’, però che furon cose
notevoli le quali ne’ loro principi nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di
scrivere secondo udienza; e perché molti secondo le loro
volontà corrotte trascorrono nel dire, e corrompono il
vero, proposi di scrivere secondo la maggior fama. E acciò che gli strani possano meglio intendere le cose advenute, dirò la forma della nobile città, la quale è nella
provincia di Toscana, edificata sotto il segno di Marte,
ricca e larga d’imperiale fiume d’acqua dolce il quale divide la città quasi per mezo, con temperata aria, guardata da nocivi venti, povera di terreno, abondante di buoni
frutti, con cittadini pro’ d’armi superbi e discordevoli, e
ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta, per sua
grandeza, dalle terre vicine, più che amata.
Pisa è vicina a Firenze a miglia XL, Lucca a miglia
XL, Pistoia a miglia XX, Bologna a miglia LVIII, Arezo
a miglia XL, Siena a miglia XXX, San Miniato in verso
Pisa a miglia XX, Prato verso Pistoia a miglia X, Monte
Accienico verso Bologna a miglia XXII, Fighine verso
Arezo a miglia XVI, Poggi Bonizi verso Siena a miglia
XVI; tutte le predette terre con molte altre castella e ville; e da tutte le predette parti, sono molti nobili uomini
conti e cattani, i quali l’amano più in discordia che in
pace, e ubidisconla più per paura che per amore. La detta città di Firenze è molto bene popolata, e generativa
per la buona aria; i cittadini bene costumati, e le donne
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
molto belle e adorne; i casamenti bellissimi, pieni di
molte bisognevoli arti, oltre all’altre città d’Italia. Per la
quale cosa molti di lontani paesi la vengono a vedere,
non per necessità, ma per bontà de’ mestieri e arti, e per
belleza e ornamento della città.
2
Danni e antica origine delle discordie civili in Firenze tra Guelfi e Ghibellini(1215).
Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i
loro figliuoli; i quali, per loro superbia e per loro malizia
e per gara d’ufici, ànno così nobile città disfatta, e vituperate le leggi, e barattati gli onori in picciol tempo, i quali i
loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo
ànno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale
per molti segni promette loro male siccome a colpevoli, i
quali erano liberi da non potere esser soggiogati.
Dopo molti antichi mali per le discordie de’ suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta città, la
quale divise tutti i suoi cittadini in tal modo, che le due
parti s’appellorono nimiche per due nuovi nomi, ciò è
Guelfi e Ghibellini. E di ciò fu cagione, in Firenze, che
uno nobile giovane cittadino, chiamato Buondalmonte
de’ Buondalmonti, avea promesso torre per sua donna
una figliuola di messer Oderigo Giantruffetti. Passando
dipoi un giorno da casa i Donati, una gentile donna
chiamata madonna Aldruda, donna di messer Forteguerra Donati, che avea due figliuole molto belle, stando a’ balconi del suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostrògli una delle dette figliuole, e disseli: «Chi ài
tu tolta per moglie? io ti serbavo questa». La quale guar-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
dando molto li piacque, e rispose: «Non posso altro oramai». A cui madonna Aldruda disse: «Sì, puoi, ché la
pena pagherò io per te». A cui Bondalmonte rispose: «E
io la voglio». E tolsela per moglie, lasciando quella avea
tolta e giurata. Onde messer Oderigo, dolendosene co’
parenti e amici suoi, diliberarono di vendicarsi, e di batterlo e farli vergogna. Il che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia e potenti, e suoi parenti, dissono voleano
fusse morto: ché così fia grande l’odio della morte come
delle ferite; cosa fatta capo à. E ordinorono ucciderlo il
dì menasse la donna; e così feciono. Onde di tal morte i
cittadini se ne divisono, e trassersi insieme i parentadi e
l’amistà d’amendue le parti, per modo che la detta divisione mai non finì; onde nacquero molti scandoli e omicidi e battaglie cittadinesche. Ma perché non è mia intenzione scrivere le cose antiche, perché alcuna volta il
vero non si ritruova, lascerò stare; ma ho fatto questo
principio per aprire la via a intendere ,donde procedette
in Firenze le maladette parti de’ Guelfi e Ghibellini: e ritorneremo alle cose furono ne’ nostri tempi.
3
Le discordie tra’ Guelfi sono cagione ch’essi si riconcilino co’
Ghibellini. Ambedue le parti ottengono a paciaro ed arbitro
un Legato della Chiesa (...-1279, 1280.
Nell’anno dalla incarnazione di Cristo MCCLXXX,
reggendo in Firenze la parte guelfa, essendo scacciati i
Ghibellini, uscì d’una piccola fonte uno gran fiume, ciò
fu d’una piccola discordia nella parte guelfa una gran
concordia con la parte ghibellina. Ché, temendo i Guelfi tra loro, e sdegnando nelle loro raunate e ne’ loro
consigli l’uno delle parole dell’altro, e temendo i più sa-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
vi ciò che ne potea advenire, e vedendone apparire i segni di ciò che temeano (perché uno nobile cittadino cavaliere, chiamato messer Bonaccorso degli Adimari,
guelfo e potente per la sua casa, e ricco di possessioni,
montò in superbia con altri grandi, che non riguardò a
biasimo di parte, ché a uno suo figliuolo cavaliere, detto messer Forese, dié per moglie una figliuola del conte
Guido Novello della casa de’ conti Guidi, capo di parte
ghibellina), onde i Guelfi, dopo molti consigli tenuti alla Parte, pensarono pacificarsi co’ Ghibellini che erano
di fuori. E saviamente concordarono ridursi con loro a
pace sotto il giogo della Chiesa, acciò che i legami fussono mantenuti dalla fortezza della Chiesa: e celatamente ordinorono, che il Papa fusse mezo alla loro discordia. Il quale, a loro petizione, mandò messer frate
Latino, cardinale, in Firenze, a richiedere di pace
amendue le parti. Il quale giunto, domandò sindachi di
ciascuna parte, e che in lui la compromettessono; e così
feciono. E per vigore del compromesso sentenziò, che i
Ghibellini tornassono in Firenze con molti patti e modo; e accordò tra loro li ufici di fuori; e al governo della
città ordinò XIIII cittadini, cioè VIII Guelfi e VI Ghibellini; e a molte altre cose pose ordine, e pene ad
amendue le parti, legandoli sotto la Chiesa di Roma. Le
quali leggi e patti e promesse fe’ scrivere tra le leggi municipali della città.
La potente e superba famiglia degli Uberti, sentenziò
stesse alcuno tempo a’ confini, con altri di loro parte: e
dove fussono le loro famiglie, godere i loro beni come
gli altri; e a quelli che sostenessono lo incarico de’ confini, fusse dato dal Comune, per ristoro del suo esilio,
alcuni danari il dì ma meno al non cavaliere che al cavaliere.
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Correndo la città novamente pericolo per civili discordie, alcuni popolani, fra’ quali Dino, si consigliano insieme: e per assicurare il Popolo dalla prepotenza dei Grandi, istituiscono il
Magistrato delle Arti o de’ Priori(1280 - 1282).
Stando amendue le parti nella città, godendo i benefici della pace, i Guelfi che erano più potenti cominciorono di giorno in giorno a contraffare a’ patti della pace.
Prima tolsono i salari a’ confinati; poi a chiamare gli ufici sanza ordine; i confinati feciono rubelli: e tanto
montò il soprastare, che levorono in tutto gli onori e’
benefici a’ Ghibellini, onde crebbe tra loro la discordia.
Onde alcuni, pensando ciò che ne potea advenire, furono con alcuni de’ principali del popolo, pregandoli ci
ponessono rimedio, acciò che per discordia la terra non
perisse. Il perché, alcuni popolari gustando le parole si
porgeano, si raunorono insieme sei cittadini popolani,
fra’ quali io Dino Compagni fui, che per giovaneza non
conoscea le pene delle leggi, ma la purità de l’animo e la
cagione che la città venìa in mutamento. Parlai sopra
ciò, e tanto andamo convertendo cittadini, che furono
eletti tre cittadini capi dell’Arti, i quali aiutassono i mercatanti e artieri dove bisognasse: i quali furono Bartolo
di messer Iacopo de’ Bardi, Salvi del Chiaro Girolami, e
Rosso Bacherelli; e raunoronsi nella chiesa di San Brocolo. E tanto crebbe la baldanza de’ popolani co’ detti
tre, vedendo che non erano contesi; e tanto li riscaldorono le franche parole de’ cittadini, i quali parlavano della
loro libertà e delle ingiurie ricevute; e presono tanto ardire, che feciono ordini e leggi, che duro sarebbe suto di
rimuoverle. Altre gran cose non feciono, ma del loro debile principio ferono assai. Il detto uficio fu creato per
due mesi, i quali cominciorono a dì XV di giugno 1282:
il quale finito, se ne creò sei, uno per sestiero, per due
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mesi, che cominciorono a dì XV d’agosto 1282. E chiamoronsi Priori dell’Arti: e stettono rinchiusi nella torre
della Castagna appresso alla Badia, acciò non temessono
le minaccie de’ potenti: e potessono portare arme in perpetuo: e altri brivilegi ebbono: e furono loro dati sei famigli e sei berrovieri.
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I nuovi magistrati fanno mala prova per disonestà e avarizia,
favorendo i Grandi di Parte guelfa (1282).
Le loro leggi in effetto furono, che avessono a guardare l’avere del Comune, e che le signorie facessero ragione a ciascuno, e che i piccoli e impotenti non fussono
oppressati da’ grandi e potenti. E tenendo questa forma,
era grande utilità del popolo: ma tosto si mutò, però che
i cittadini che entravano in quello uficio, non attendeano a observare le leggi, ma ad corromperle. Se l’amico o
il parente loro cadea nelle pene, procuravano con le signorie e con li uficiali a nascondere le loro colpe, acciò
che rimanessono impuniti. Né l’avere del Comune non
guardavano, anzi trovavano modo come meglio il potessono rubare; e così della camera del Comune molta pecunia traevano, sotto protesto di meritare uomini l’avesson servito.
L’impotenti non erano aiutati, ma i grandi gli offendevano, e cosl i popolani grassi che che erano negli ufici
e imparentati con grandi: e molti per pecunia erano difesi dalle pene del Comune, in che cadevano. Onde i
buoni cittadini popolani erano malcontenti, e biasimavano l’uficio de’ Priori, perché i Guelfi grandi erano signori.
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Origine della guerra d’Arezzo, pel favore concesso da’ Fiorentini ai Guelfi cacciati da quella città(1282... - 1289).
Arezo si governava in quel tempo pe’ Guelfi e Ghibellini per equal parte, et erano nel reggimento di pari, e
giurata avieno tra loro ferma pace. Onde il popolo si
levò, e feciono uno della città di Lucca che si chiamava
Priore, il quale condusse il popolo molto prosperevolmente, e i nobili constrignea a ubidire le leggi. I quali
s’accordorono insieme, e ruppono il popolo; e lui presono e misono in una citerna, e quivi si morì.
I Guelfi d’Arezo stimolati dalla Parte guelfa di Firenze di cercare di pigliare la signoria, ma o che fare
non lo sapessono, o non potessono, i Ghibellini se ne
advidono, e cacciaronli fuori. I quali vennono a Firenze a dolersi de’ loro adversari: coloro che li aveano
consigliati, gli ritennono, e presongli aiutare. I Ghibellini, né per ambasciate né per minaccie avessono da Firenze, non li accettorono; e richiesono gli Uberti, Pazi
di Valdarno e Ubertini, e ’l Vescovo, che sapea meglio
gli ufici della guerra che della Chiesa, il quale era de’
Pazi, uomo superbo e di grande animo. Era prima scaduta una differenzia tra lui e’ Sanesi per uno suo castello gli avean tolto, la quale era rimessa nella Parte
guelfa di Firenze; e volendo la parte aiutare i Sanesi e
gli usciti d’Arezo, nimicando il Vescovo, ingenerò gran
discordia tra i Fiorentini e ’l Vescovo e i Ghibellini.
Per che ne seguì la terza guerra de’ Fiorentini in Toscana, nel 1289.
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Disposizioni e preparativi alla guerra dall’una parte e dall’altra
(1289).
I Guelfi fiorentini e potenti aveano gran voglia andare
a oste ad Arezo: ma a molti altri, popolani, non parea; sì
perché diceano la impresa non esser giusta, e per sdegno
aveano con loro degli ufici. Pur presono a soldo uno capitano, chiamato messer Baldovino di Soppino, con
CCCC cavalli: ma il Papa lo ritenne, e però non venne.
Gli Aretini richiesono molti nobili e potenti Ghibellini di Romagna, della Marca, e da Orvieto: e mostravano
gran francheza di volere la battaglia, e acconciavansi a
difendere la loro città, e di prendere il vantaggio a’ passi.
I Fiorentini richiesono i Pistolesi, i Lucchesi, Bolognesi,
Sanesi, e Sanminiatesi, e Mainardo da Susinana gran capitano, che avea per moglie una de’ Tosinghi.
In quel tempo venne in Firenze il re Carlo di Sicilia,
che andava a Roma; il quale fu dal Comune onoratamente presentato, e con palio e armeggerie: e da’ Guelfi
fu richiesto d’uno capitano con le insegne sue. Il quale
lasciò loro messer Amerigo di Nerbona, suo barone e
gentile uomo, giovane e bellissimo del corpo, ma non
molto sperto in fatti d’arme, ma rimase con lui uno antico cavaliere suo balio, e molti altri cavalieri atti ed esperti a guerra, e con gran soldo e provisione.
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Trattato de’ Fiorentini col Vescovo di Arezzo; come impedito
dagli Aretini (1289).
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Il Vescovo d’Arezo, come savio uomo considerando
quel che advenire gli potea della guerra, cercava patteggiarsi co’ Fiorentini, e uscire con tutta la schiatta sua
d’Arezo, e dar loro le sue castella del vescovado in pegno; e per le rendite e pe’ fedeli volea, l’anno, fiorini
IIIm, i quali li promettesse messer Vieri de’ Cerchi ricchissimo cittadino. Ma i Signori che erano in quel tempo, erano in gran discordia: i quali furono messer Ruggieri da Cuona giudice, messer Iacopo da Certaldo
giudice, Bernardo di messer Manfredi Adimari, Pagno
Bordoni, Dino Compagni autore di questa Cronaca, e
Dino di Giovanni, vocato Pecora, che furono da dì XV
d’aprile a dì XV di giugno 1289. La cagione della discordia fu che alcuni di loro voleano le castella del Vescovo, e spezialmente Bibiena bello e forte, alcuni no; né
non voleano la guerra, considerando il male che di quella segue: pur infine per tutti si consentì di pigliarle, ma
non per disfarle. E d’accordo rimisono in Dino Compagni, perché era buono e savio uomo, ne facesse quanto li
paresse: il quale mandò per messer Durazzo, nuovamente fatto da lui cavaliere, e in lui commise conchiudesse il
trattato col Vescovo il meglio potesse.
Il Vescovo d’Arezo in questo mezo pensò, che se consentisse al trattato, sarebbe traditore; e però raunò i
principali di sua parte, e quelli confortò prendessono
accordo co’ Fiorentini: e che egli non volea perdere Bibbiena, e che la fusse afforzata e difesa; altrimenti prenderebbe accordo egli. Gli Aretini, sdegnati per le parole
sue, perché ogni loro disegno si rompeva, ordinavano di
farlo uccidere: se non che messer Guglielmo de’ Pazi,
suo consorto, che era nel consiglio, disse che sarebbe
stato molto contento l’avessono fatto, non l’avendo saputo; ma essendo richiesto, non lo consentirebbe, ché
non volea esser micidiale del sangue suo. Allora deliberarono di pigliarla eglino; e come disperati, sanza altro
consiglio si misono in punto.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
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I Fiorentini si dispongono a uscire per la via del Casentino, insieme coi collegati.
Sentitasi pe’ Fiorentini la loro diliberazione, i capitani
e governatori della guerra tennono consiglio nella chiesa
di San Giovanni, per qual via fusse il megliore andare, sì
che fornire si potesse il campo di quel bisognasse. Alcuni lodavano l’andata per Valdarno, acciò che, andando
per altra via, gli Aretini non cavalcassono quivi, e non
ardessono i casamenti del contado; alcuni lodavano la
via del Casentino, dicendo che quella era migliore via,
assegnandone molte ragioni. Uno savio vecchio, chiamato Orlando da Chiusi, e Sasso da Murlo, gran castellani,
temendo di loro deboli castella, dierono per consiglio si
pigliasse quella via, dubitando che, se altra via si pigliasse, non fussono dagli Aretini disfatte, ché erano di loro
contado; e messer Rinaldo de’ Bostoli, che era degli
usciti d’Arezo, con loro s’accordò. Dicitori vi furono assai; le pallottole segrete si dierono: vinsesi d’andare per
Casentino. Ma con tutto fusse più dubbiosa e pericolosa
via, il meglio ne seguì.
Fatta tal diliberazione, i Fiorentini accolsono l’amistà; che furono: i Bolognesi con CC cavalli, Lucchesi
con CC, Pistolesi con CC; de’ quali fu capitano messer
Corso Donati cavaliere fiorentino: Mainardo da Susinana con XX cavalli e CCC fanti a pié, messer Malpiglio
Ciccioni con XXV, e messer Barone Mangiadori da San
Miniato, li Squarcialupi, i Colligiani, e altre castella di
Valdelsa: sì che fu il numero, cavalli MCCC e assai pedoni.
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Battaglia di Campaldino; della quale però i Fiorentini vincitori
non sanno raccogliere tutti i frutti.
Mossono le insegne al giorno ordinato i Fiorentini,
per andare in terra di nimici: e passarono per Casentino
per male vie; ove, se avessono trovati i nimici, arebbono
ricevuto assai danno: ma non volle Dio. E giunsono
presso a Bibbiena, a uno luogo si chiama Campaldino,
dove erano i nimici: e quivi si fermorono, e feciono una
schiera. I capitani della guerra misono i feditori alla
fronte della schiera; e i palvesi, col campo bianco e giglio vermiglio, furono attelati dinanzi. Allora il Vescovo,
che avea corta vista, domandò: «Quelle, che mura sono?». Fugli risposto: «I palvesi de’ nimici».
Messer Barone de’ Mangiadori da San Miniato, franco et esperto cavaliere in fatti d’arme, raunati gli uomini
d’arme, disse loro: «Signori, le guerre di Toscana si soglìano vincere per bene assalire; e non duravano, e pochi
uomini vi moriano, ché non era in uso l’ucciderli. Ora è
mutato modo, e vinconsi per stare bene fermi. Il perché
io vi consiglio, che voi stiate forti, e lasciateli assalire». E
così disposono di fare. Gli Aretini assalirono il campo sì
vigorosamente e con tanta forza, che la schiera de’ Fiorentini forte rinculò. La battaglia fu molto aspra e dura:
cavalieri novelli vi s’erano fatti dall’una parte e dall’altra.
Messer Corso Donati con la brigata de’ Pistolesi fedì i
nimici per costa. Le quadrella pioveano: gli Aretini
n’aveano poche, et erano fediti per costa, onde erano
scoperti: l’aria era coperta di nuvoli, la polvere era grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri de’ cavalli con le coltella in mano, e sbudellavalli: e de’ loro feditori trascorsono tanto, che nel mezo
della schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti
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quel dì, che erano stimati di grande prodeza, furono vili;
e molti, di cui non si parlava, furono stimati. Assai pregio v’ebbe il balio del capitano, e fuvi morto. Fu fedito
messer Bindo del Baschiera Tosinghi; e così tornò a Firenze, ma fra pochi dì morì. Della parte de’ nimici fu
morto il Vescovo, e messer Guiglielmo de’ Pazi franco
cavaliere, Bonconte e Loccio da Montefeltri, e altri valenti uomini. Il conte Guido non aspettò il fine, ma sanza dare colpo di spada si partì. Molto bene provò messer
Vieri de’ Cerchi et uno suo figliuolo cavaliere alla costa
di sé. Furono rotti gli Aretini, non per viltà né per poca
prodeza, ma per lo soperchio de’ nimici. Furono messi
in caccia, uccidendoli: i soldati fiorentini, che erano usi
alle sconfitte, gli amazavano; i villani non aveano piatà.
Messer Talano Adimari e’ suoi si tornorono presto a loro stanza: molti popolani di Firenze, che aveano cavallate, stettono fermi: molti niente seppono, se non quando
i nimici furon rotti. Non corsono ad Arezo con la vittoria; ché si sperava, con poca fatica l’arebon avuta.
Al capitano e a’ giovani cavalieri, che aveano bisogno
di riposo, parve avere assai fatto di vincere, sanza perseguitarli. Più insegne ebbono di loro nimici, e molti prigioni, e molti n’uccisono; che ne fu danno per tutta la
Toscana.
Fu la detta rotta dì XI di giugno, il dì di San Bernaba,
in uno luogo che si chiama Campaldino, presso a Poppi.
Dopo detta vittoria non ritornorono però tutti i Guelfi in Arezo: ma alcuni s’assicurorono; a’ quali fu detto
che, se vi voleano stare, facessono la loro volontà. Tra i
Fiorentini e gli Aretini pace non si fe’: ma i Fiorentini si
tennono le castella aveano prese; cioé Castiglione, Laterina, Civitella, Rondine, e più altre castella; e alcuno se
ne disfece. Dopo poco tempo i Fiorentini rimandorono
gente d’arme a Arezo, e posonvi campo; e andoronvi
due de’ Priori. E il dì di San Giovanni vi feciono correre
un palio; e conbatterono la terra, e arsono ciò che trovo-
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rono in quel contado. Dipoi andorono a Bibbiena, e
quella presono e disfeciono le mura. Molto furono biasimati quelli due di tale andata, cioè de’ Priori, perché
non era loro uficio, ma di gentili uomini usi alla guerra.
Di poi se ne tornorono con poco frutto; perché assai vi
si consumò, con affanni di persone.
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Malumore in Firenze tra Popolo e Grandi. Il Gonfaloniere di
Giustizia e gli Ordinamenti di Giustizia (1289 - 1293).
Ritornati i cittadini in Firenze, si resse il popolo alquanti anni in grande e potente stato; ma i nobili e grandi cittadini insuperbiti faceano molte ingiurie a’ popolani, con batterli e con altre villanie. Onde molti buoni
cittadini popolani e mercatanti, tra’ quali fu un grande e
potente cittadino (savio, valente e buono uomo, chiamato Giano della Bella, assai animoso e di buona stirpe, a
cui dispiaceano queste ingiurie) se ne fe’ capo e guida, e
con l’aiuto del popolo (essendo nuovamente eletto de’
Signori che entrarono a dì XV di febbraio 1292), e co’
suoi compagni, afforzorono il popolo. E al loro uficio
de’ Priori aggiunsono uno con la medesima balìa che gli
altri, il quale chiamorono Gonfaloniere di Giustizia
(Baldo Ruffoli per Sesto di Porta Duomo), a cui fusse
dato uno gonfalone dell’arme del popolo, che è la croce
rossa nel campo bianco, e mille fanti tutti armati con la
detta insegna o arme, che avessono a esser presti a ogni
richiesta del detto Gonfaloniere, in piaza o dove bisognasse. E fecesi leggi, che si chiamorono Ordini della
Giustizia, contro a’ potenti che facessono oltraggio a’
popolani: e che l’uno consorto fusse tenuto per l’altro; e
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
che i malifìci si potessono provare per due testimoni di
pubblica voce e fama: e diliberorono che qualunque famiglia avesse avuti cavalieri tra loro, tutti s’intendessono
esser Grandi, e che non potessono esser de’ Signori, né
Gonfaloniere di Giustizia, né de’ loro collegi; e furono,
in tutto, le dette famiglie [...]: e ordinorono che i Signori vecchi, con certi arroti, avessono a eleggere i nuovi. E
a queste cose legarono le XXIIII Arti, dando a’ loro
consoli alcuna balìa.
12
Cavilli de’ giudici contro gli Ordinamenti di Giustizia; severa
esecuzione dei medesimi, opposizioni, dal Popolo e da’ Grandi; ardire e fermezza di Giano della Bella (1293).
I maladetti giudici cominciorono a interpretare quelle
leggi: le quali aveano dettate messer Donato di messer
Alberto Ristori, messer Ubertino dello Stroza e messer
Baldo Aguglioni. E diceano che, dove il maleficio si dovea punire con effetto, lo distendevano in danno dello
adversario; e impaurivano i rettori: e se l’offeso era ghibellino, e il giudice era ghibellino; e per lo simile faceano i Guelfi: gli uomini delle famiglie non accusavano i
loro consorti per non cadere nelle pene. Pochi malifìci si
nascondevano, che dagli adversari non fussono ritrovati;
molti ne furono puniti secondo la legge. E i primi che vi
caddono furono i Galligai; che alcuno di loro fe’ uno
malificio in Francia in due figliuoli d’uno nominato
mercatante, che avea nome Ugolino Benivieni, ché venneno a parole insieme, per le quali l’uno de’ detti fratelli
fu fedito da quello de’ Galligai, che ne morì. E io Dino
Compagni, ritrovandomi Gonfaloniere di Giustizia nel
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
1293, andai alle loro case e de’ loro consorti, e quelle feci disfare secondo le leggi. Questo principio seguitò agli
altri gonfalonieri uno male uso; perché, se disfaceano secondo le leggi, il popolo dicea che erano vili se non disfaceano bene affatto. E molti sformavano la giustizia
per tema del popolo. E intervenne che uno figliuolo di
messer Bondalmonte, avea commesso uno malificio di
morte, gli furono disfatte le case; per modo che dipoi ne
fu ristorato.
Molto montò il rigoglio de’ rei uomini, però che i
grandi, cadendo nelle pene, erano puniti; però che i rettori temeano le leggi, le quali voleano che con effetto
punissono. Questo effetto si distendea tanto, che dubitavano se l’uomo accusato non fusse punito, che il rettore non avesse difensione né scusa: il perché niuno accusato rimanea impunito. Onde i grandi fortemente si
doleano delle leggi, e alli essecutori d’esse diceano:
«Uno caval corre, e dà della coda nel viso a uno popolano; o in una calca uno darà di petto sanza malizia a uno
altro; o più fanciulli di piccola età verranno a quistione;
gli uomini gli accuseranno: debbano però costoro per sì
piccola cosa esser disfatti?».
Giano della Bella sopradetto, uomo virile e di grande
animo, era tanto ardito che lui difendeva quelle cose che
altri abbandonava, e parlava quelle che altri tacea; e tutto facea in favore della giustizia contro a’ colpevoli: e
tanto era temuto da’ rettori, che temeano di nascondere
i malifìci. I grandi cominciorono a parlare contro a lui,
minacciandolo che non per giustizia ma per fare morire
i suoi nimici il facea, abbominando lui e le leggi: e dove
si trovavano, minacciavano squartare i popolani che reggeano. Onde alcuni, che gli udirono, rapportorono a’
popolani; i quali cominciorono a inacerbire, e per paura
e sdegno innasprirono le leggi; sì che ciascuno stava in
gelosia. Erano i principali del popolo i Magalotti, però
che sempre erano stati aiutatori del popolo: e aveano
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
gran séguito, e intorno a loro aveano molte schiatte che
con loro si raunavano d’uno animo, e più artefici minuti
con loro si ritraevano.
13
I Grandi congiurano in più modi a’ danni di Giano (1293 1294).
I potenti cittadini (i quali non tutti erano nobili di
sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi) per
sdegno del popolo, molti modi trovorono per abbatterlo. E mossono di Campagna un franco e ardito cavaliere,
che avea nome messer Gian di Celona, potente più che
leale, con alcune giuridizioni a lui date dallo imperadore. E venne in Toscana patteggiato co’ grandi di Firenze,
e di volontà di papa Bonifazio VIII, nuovamente creato:
ebbe carta e giuridizioni di terre guadagnasse; e tali vi
posono il suggello, per frangere il popolo di Firenze, che
furono messer Vieri de’ Cerchi e Nuto Marignolli, secondo disse messer Piero Cane da Milano procuratore
del detto messer Gian di Celona. Molti ordini dierono
per uccidere il detto Giano, dicendo: «Percosso il pastore, fiano disperse le pecore».
Un giorno ordinorono di farlo assassinare; poi se ne
ritrassono per tema del popolo. Poi per ingegno trovoron modo farlo morire, con una sottile malizia; e disson:
«Egli è giusto: mettianli innanzi le rie opere de’ beccai,
che sono uomini malferaci e maldisposti». Tra’ quali era
uno chiamato Pecora, gran beccaio, sostenuto da’ Tosinghi, il quale facea la sua arte con falsi modi e nocivi
alla republica; era perseguitato dall’Arte, però che le sue
malizie usava sanza timore; minacciava i rettori e gli ufi-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ciali, e profferevasi a mal fare con gran possa di uomini
e d’arme.
Quelli della congiura fatta contro a Giano, essendo
sopra rinnovare le leggi nella chiesa d’Ognissanti, dissono a Giano: «Vedi l’opere de’ beccai quanto multiplicano a mal fare?». E Giano rispose: «Perisca innanzi la
città, che ciò si sostenga»; e procurava fare leggi sopra
loro. E per simile diceano de’ giudici: «Vedi: i giudici
minacciano i rettori al sindacato, e per paura traggono
da loro le ingiuste grazie, e tengono le questioni sospese
anni tre o quattro, e sentenzia di niuno piato si dà: e chi
vuole perdere il piato di sua volontà, non può; tanto impigliano le ragioni e ’l pagamento, sanza ordine». Giano,
giustamente crucciandosi sopra loro, dicea: «Faccinsi
leggi, che siano freno a tanta malizia». E quando l’ebbono così acceso alla giustizia, segretamente mandavano a’
giudici e a’ beccai e agli altri artefici, dicendo che Giano
li vituperava, e che facea leggi contro a loro.
14
Dino scuopre a Giano la congiura. Consigli in Ognissanti
(1294, dicembre...).
Scoprissi la congiura fatta contro a Giano uno giorno
che io Dino ero con alquanti di loro per raunarci in
Ognissanti, e Giano se ne andava a spasso per l’orto.
Quelli della congiura fermavano una falsa legge, che tutti non la intendevano; che si avesse per nimica ogni città
o castello che ritenesse alcuno sbandito nimico del popolo: e questo feciono, però che la congiura era fatta
con falsi popolani, per sbandeggiare Giano e metterlo in
odio del popolo. Io conobbi la congiura, e dubitai per
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
che faceano la legge sanza gli altri compagni. Palesai a
Giano la congiura fatta contro a lui, e mostra’ li come lo
faceano nimico del popolo e degli artefici, e che, seguitando le leggi, il popolo li si volgerebbe addosso, e che
egli le lasciasse, e opponessesi con parole alla difensione. E così fece, dicendo: «Perisca innanzi la città, che
tante opere rie si sostengano». Allora conobbe Giano
chi lo tradiva, però che i congiurati non si poteano più
coprire. I non colpevoli voleano esaminare i fatti, saviamente; ma Giano, più ardito che savio, gli minacciò farli
morire. E però si lasciò di seguire il fare le leggi, e con
grande scandolo ci partimo.
Rimasono quivi i congiurati contro a Giano; i quali
furon messer Palmieri di messer Ugo Altoviti, messer
Baldo Aguglioni giudice, Alberto di messer Iacopo del
Giudice, Noffo di Guido Bonafedi, e Arriguccio di Lapo Arrighi. I notai scrittori furono ser Matteo Biliotti e
ser Pino da Signa. Tutte le parole dette si ridissono assai
peggiori: onde tutta la congiura s’avacciò di ucciderlo;
perché temeano più l’opere sue che lui.
15
Consiglio de’ Grandi in Sa’ Jacopo (1294 - 1295).
I Grandi feciono loro consiglio in San Iacopo Oltrarno, e quivi per tutti si disse che Giano fusse morto. Poi
si raunorono uno per casa, e fu il dicitore messer Berto
Frescobaldi, e disse, «come i cani del popolo aveano tolti loro gli onori e gli ufici; e non osavano entrare in palagio: i loro piati non possono sollicitare: se battiamo uno
nostro fante, siamo disfatti. E pertanto, signori, io consiglio che noi usciamo di questa servitù. Prendiam l’arme,
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
e corriamo sulla piaza: uccidiamo amici e nimici, di popolo, quanti noi ne troviamo, sì che già mai noi né nostri
figlioli non siamo da loro soggiogati».
Appresso si levò messer Baldo della Tosa, e disse:
«Signori, il consiglio del savio cavaliere è buono, se non
fosse di troppo rischio; perché, se nostro pensiero venisse manco, noi saremo tutti morti: ma vinciàgli prima
con ingegno, e scomuniàgli con parole piatose, dicendo: I Ghibellini ci torranno la terra, e loro e noi cacceranno, e che per Dio non lascino salire i Ghibellini in
signoria: e così scomunati, conciànli per modo che mai
più non si rilievino». Il consiglio del cavaliere piacque a
tutti; e ordinorono due per contrada, che avessono a
corrompere e scomunare il popolo, e a infamare Giano,
e tutti i potenti del popolo scostassono da lui per le ragion dette.
16
Tumulto popolare contro il Potestà, occasione a’ nemici di
Giano per infamarlo. Giano si parte dalla città, ed è condannato (1295).
Così dissimulando i cittadini, la città era in gran discordia. Advenne che in quelli dì messer Corso Donati,
potente cavaliere, mandò alcuni fanti per fedire messer
Simone Galastrone, suo consorto: e nella zuffa uno vi fu
morto e alcuni feriti. L’accusa si fe’ da amendue le parti;
e però si convenia procedere secondo gli Ordini della
Giustizia, in ricevere le pruove e in punire. Il processo
venne innanzi al podestà, chiamato messer Gian di Lucino, lonbardo, nobile cavaliere e di gran senno e bontà.
E ricevendo il processo uno suo giudice, e udendo i te-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
stimoni prodotti da amendue le parti, intese erano contro a messer Corso: fece scrivere al notaio per lo contrario; per modo che messer Corso dovea esser assoluto, e
messer Simone condannato. Onde il podestà, essendo
ingannato, prosciolse messer Corso, e condannò messer
Simone. I cittadini che intesono il fatto, stimorono
l’avesse fatto per pecunia, e che fosse nimico del popolo;
e spezialmente gli adversari di messer Corso gridarono a
una voce: «Muoia il podestà! Al fuoco, al fuoco!». I primi cominciatori del furore furon Taldo della Bella e Baldo dal Borgo, più per malivolenzia aveano a messer Corso, che per pietà dell’offesa giustizia. E tanto crebbe il
furore, che il popolo trasse al palagio del potestà con la
stipa per ardere la porta.
Giano, che era co’ Priori, udendo il grido della gente,
disse: «Io voglio andare a campare il podestà delle mani
del popolo»; e montò a cavallo, credendo che il popolo
lo seguisse e si ritraesse per le sue parole. Ma fu il contrario, ché li volsono le lancie per abbatterlo del cavallo:
il perché si tornò adietro. I Priori, per piacere al popolo,
scesono col gonfalone in piaza, credendo attutare il furore. Et e’ crebbe sì, ch’eglino arsono la porta del palagio, e ruborono i cavalli e arnesi del podestà. Fuggissi il
podestà in una casa vicina; la famiglia sua fu presa; gli
atti furono stracciati; e chi fu malizioso, che avesse suo
processo in corte, andò a stracciarlo. E acciò procurò
bene uno giudice che avea nome messer Baldo dell’Ammirato, il quale avea molti adversari, e stava in corte con
accuse e con piati; e avendo processi contro, e temendo
esser punito, fu tanto scalterito con suoi sequaci, ch’egli
spezò gli armari, e stracciò gli atti, per modo che mai
non si trovorono. Molti feciono di strane cose in quel furore. Il podestà e la sua famiglia fu in gran fortuna, il
quale avea menata seco la donna, la quale era in Lonbardia assai pregiata e di grande belleza; la quale col suo
marito, sentendo le grida del popolo, chiamavano la
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
morte fuggendo per le case vicine, ove trovarono soccorso, essendo nascosi e celati.
Il dì sequente, si raunò il Consiglio; e fu diliberato,
per onore della città, che le cose rubate si rendessono al
podestà, e che del suo salario fusse pagato. E così si fe’:
e partissi.
La città rimase in gran discordia. I cittadini buoni
biasimavano quello che era fatto; altri dava la colpa a
Giano, cercando di cacciarlo o farlo mal capitare; altri
dicea: «Poi che cominciato abiamo, ardiamo il resto»: e
tanto romore fu nella terra, che accese gli animi di tutti
contro a Giano. E acciò consentirono i Magalotti suoi
parenti; i quali lo consigliorono che, per cessare il furore
del popolo, per alquanti dì s’assentasse fuori della terra:
il quale, credendo al loro falso consiglio, si partì; e subito li fu dato bando; e condannato nell’avere e nella persona.
17
Assetto delle cose dopo cacciato Giano. Dissensi fra i Grandi e
l’inviato imperiale Gianni di Chalons. Trame di questo co’
Ghibellini e co’ Guelfi; e fine della sua commissione (1295).
Scacciato Giano della Bella a dì V di marzo 1294 e rubata la casa e meza disfatta, il popolo minuto perdé ogni
rigoglio e vigore, per non avere capo; né a niente si mossono. I cittadini chiamarono per Podestà uno che era
Capitano. E cominciorono ad accusare gli amici di Giano; e furonne condannati alcuni, chi in lire Vc chi in lire
M, e alcuni ne furono contumaci. Giano e suo legnaggio
si partì del paese; i cittadini rimasono in gran discordia;
chi il lodava, e chi il biasimava. Messer Giovanni di Ce-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
lona, venuto a petizione de’ Grandi, volendo fornire ciò
che promesso aveva, e aquistare ciò che gli era stato promesso, domandava la paga sua di cavalli 500 che seco
avea menati. Fugli dinegata, essendogli detto non avea
atteso quello avea promesso. Il cavaliere era di grande
animo: andossene ad Arezo agli adversari de’ Fiorentini
a’ quali disse: «Signori, io sono venuto in Toscana a petizione de’ Guelfi da Firenze: ecco le carte: i patti mi
niegano; ond’io e’ miei compagni saremo con voi a dar
loro morte come a nimici». Onde gli Aretini, i Cortonesi, e gli Ubertini, li feron onore.
I Fiorentini, sentendo questo, mandorono a papa Bonifazio, pregandolo che si inframmettesse in fare tra loro
accordo. E così fece: che giudicò i Fiorentini li dessono
fiorini XXm; i quali gliel dierono; e rifatti suoi amici, vedendo che gli Aretini si fidavano di lui, ordinorono con
lui che, tornando ad Arezo, si mostrasse nostro nimico,
e che li conducesse a tòrci Saminiato, che dicea appartenersi a lui per vigore d’Inperio, per lo quale era venuto e
aveane mandato. Ma uno, il quale sapea il segreto, il palesò per leggiereza d’animo, e per mostrare sapea le cose
segrete; e colui a cui lo disse, lo fece assapere a messer
Ceffo de’ Lanberti: onde gli Aretini lo sentirono, e al cavaliere dierono licenzia con tutta la sua gente.
18
Condizione di Firenze negli anni susseguenti alla cacciata di
Giano. Prepotere de’ cattivi popolani; corruzione morale. Il
gran beccaio Pecora (1295 - 1299).
I signori che cacciorono Giano della Bella, furono
Lippo del Velluto, Banchino di Giovanni beccaio, Ghe-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ri Paganetti, Bartolo Orlandini, messer Andrea da Cerreto, Lotto del Migliore Guadagni, e Gherardo Lupicini
gonfaloniere di giustizia, che entrorono a dì XV di febraio 1294. Cominciorono i cittadini accusare l’un l’altro, e a condannarli, e a metterli in esilio; per modo che
gli amici di Giano erano impauriti, e stavano suggetti. I
loro adversari gli soprastavano con molto rigoglio, infamando Giano e’ suoi seguaci di grande arroganza, dicendo che avea messo scandalo in Pistoia, e arse ville e
condannati molti, quando vi fu rettore. Delle quali cose
dovea avere corona, perché avea puniti gli sbanditi e’
malfattori, i quali si raunavano sanza temere le leggi. E il
fare giustizia, diceano lo facea per tirannia. Molti diceano di lui male per viltà e per piacere a’ rei. Il gran beccaio che si chiamava il Pecora, uomo di poca verità, seguitatore di male, lusinghiere, dissimulava in dire male
di lui per compiacere a altri. Corrompea i popolani minuti, facea congiure, e era di tanta malizia, che mostrava
a’ Signori che erano eletti, era per sua operazione. A
molti promettea ufici, e con queste promesse gl’ingannava. Grande era del corpo, ardito e sfacciato, e gran
ciarlatore, e dicea palesemente chi erano i congiurati
contro a Giano, e che con loro si raunava in una volta
sotterra. Poco era constante, e più crudele che giusto.
Abbominò Pacino Peruzzi, uomo di buona fama. Sanza
esserne richiesto, aringava spesso ne’ consigli, e dicea
che era egli quello che gli avea liberati dal tiranno Giano, e che molte notti era ito con picciola lanterna, collegando il volere degli uomini per fare la congiura contro
a lui.
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La Potesteria di Messer Monfiorito (1299).
I pessimi cittadini per loro sicurtà chiamorono per loro Podestà messer Monfiorito da Padova, povero gentile
uomo, acciò che come tiranno punisse, e facesse della
ragione torto e del torto ragione, come a loro paresse. Il
quale prestamente intese la volontà loro, e quella seguì;
che absolvea e condannava sanza ragione, come a loro
parea: e tanta baldanza prese, che palesemente lui e la
sua famiglia vendevano la giustizia, e non ne schifavano
prezo per piccolo o grande che fusse. E venne in tanto
abbominio che i cittadini nol poterono sostenere, e feciono pigliar lui e due suoi famigli, e feciollo collare: e
per sua confessione seppono delle cose, che a molti cittadini ne seguì vergogna assai e pericolo: e vennono in
discordia, ché l’uno volea fusse più collato, e l’altro no.
Uno di loro, che avea nome Piero Manzuolo, il fe’ un’altra volta tirar su: il perché confessò avere ricevuta una
testimonanza falsa per messer Niccola Acciaiuoli; il perché nol condannò: e funne fatto nota. Sentendolo messer Niccola, ebe paura non si palesasse più: èbbene consiglio con messer Baldo Aguglioni, giudice sagacissimo e
suo advocato; il quale dié modo avere gli atti dal notaio
per vederli, e ràsene quella parte venìa contro a messer
Niccola. E dubitando il notaio degli atti avea prestati, se
erano tocchi, trovò il raso fatto. Accusolli: fu preso messer Niccola, e condannato in lire IIIm; messer Baldo si
fuggì, ma fu condannato in lire IIm, e confinato per uno
anno. In molta infamia caddono i reggenti; e molti furono, che cercorono i malifìci si trovassono, che ne furono
malcontenti, per esser colpevoli.
Messer Monfiorito fu messo in prigione. Più volte lo
mandorono i Padovani a domandare: nol vollono rende-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
re per amore né per grazia. Poi si fuggì di prigione, perché una moglie d’uno degli Arrigucci, che avea il marito
in prigione ove lui, fece fare lime sorde e altri ferri, co’
quali ruppono le prigioni, e fuggirono.
20
Principio della nuova divisione fra cittadini (1300): nimicizie
tra i Cerchi e i Donati (1280 - 1297...).
La città, retta con poca giustizia, cadde in nuovo pericolo, perché i cittadini si cominciorono a dividere per
gara d’ufici, abbominando l’uno l’altro. Intervenne che
una famiglia che si chiamavano i Cerchi (uomini di basso stato, ma buoni mercatanti e gran ricchi, e vestivano
bene, e teneano molti famigli e cavalli, e aveano bella apparenza), alcuni di loro comperorono il palagio de’ conti, che era presso alle case de’ Pazzi e de’ Donati, i quali
erano più antichi di sangue, ma non sì ricchi: onde, veggendo i Cerchi salire in altezza (avendo murato e cresciuto il palazzo, e tenendo gran vita), cominciorono
avere i Donati grande odio contra loro. Il quale crebbe
assai, perché messer Corso Donati, cavaliere di grande
animo, essendoglisi morta la moglie, ne ritolse un’altra
figliuola che fu di messer Accierito da Gaville, la quale
era reda; ma non consentendo i parenti di lei, perché
aspettavano quella redità, la madre della fanciulla, vedendolo bellissimo uomo, contro alla volontà degli altri
conchiuse il parentado. I Cerchi, parenti di messer Neri
da Gaville, cominciorono a sdegnare, e a procurare non
avesse la redità; ma pur per forza l’ebbe. Di che si generò molto scandolo e pericolo per la città e per speziali
persone. E essendo alcuni giovani de’ Cerchi sostenuti
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
per una malleverìa nel cortile del Podestà come è usanza, fu loro presentato uno migliaccio di porco, del quale
chi ne mangiò ebbe pericolosa infermità, e alcuni ne
morirono; il perché nella città ne fu gran romore, perché
eran molti amati: del quale malificio fu molto incolpato
messer Corso. Non si cercò il malificio, però che non si
potea provare; ma l’odio pur crebbe di giorno in giorno,
per modo che i Cerchi li cominciorono a lasciare, e le
raunate della Parte, e accostarsi a’ popolani e reggenti.
Da’ quali erano ben veduti, sì perché erano uomini di
buona condizione e umani, e sì perché erano molto serventi, per modo che da loro aveano quello che voleano;
e simile da’ rettori. E molti cittadini tirarono da loro, e
fra gli altri messer Lapo Salterelli e messer Donato Ristori giudici, e altre potenti schiatte. I Ghibellini similmente gli amavano per la loro umanità, e perché da loro
traevano de’ servigi e non faceano ingiurie: il popolo minuto gli amava, perché dispiacque loro la congiura fatta
contro a Giano. Molto furono consigliati e confortati di
prendere la signoria, che agevolmente l’arebbono avuta
per la loro bontà; ma mai non lo vollono consentire.
Essendo molti cittadini un giorno, per seppellire una
donna morta, alla piazza de’ Frescobaldi, e essendo
l’uso della terra a simili raunate i cittadini sedere basso
in su stuoie di giunchi, e i cavalieri e dottori su alto sulle
panche, e essendo a sedere, i Donati e i Cerchi, in terra
(quelli che non erano cavalieri), l’una parte al dirimpetto all’ altra, uno o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli adversari, per sospetto, anche si
levorono, e missono mano alle spade; gli altri feciono il
simile: e vennono alla zuffa: gli altri uomini che v’erano
insieme, li tramezorono, e non li lasciorono azuffare.
Non si poté tanto amortare, che alle case de’ Cerchi non
andasse molta gente; la quale volentieri sarebbe ita a ritrovare i Donati, se non che alcuni de’ Cerchi nollo consentì.
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Uno giovane gentile, figliuolo di messer Cavalcante
Cavalcanti, nobile cavaliere, chiamato Guido, cortese e
ardito ma sdegnoso e solitario e intento allo studio, nimico di messer Corso, avea più volte diliberato offenderlo. Messer Corso forte lo temea, perché lo conoscea
di grande animo; e cercò d’assassinarlo, andando Guido
in pellegrinaggio a San Iacopo; e non li venne fatto. Per
che, tornato a Firenze e sentendolo, inanimò molti giovani contro a lui, i quali li promisono esser in suo aiuto.
E essendo un dì a cavallo con alcuni da casa i Cerchi,
con uno dardo in mano, spronò il cavallo contro a messer Corso, credendosi esser seguìto da’ Cerchi, per farli
trascorrere nella briga: e trascorrendo il cavallo, lanciò il
dardo, il quale andò in vano. Era quivi, con messer Corso, Simone suo figliuolo, forte e ardito giovane, e Cecchino de’ Bardi, e molti altri, con le spade; e corsogli
dietro: ma non lo giugnendo, li gittarono de’ sassi; e dalle finestre gliene furono gittati, per modo fu ferito nella
mano.
Cominciò per questo l’odio a multiplicare. E messer
Corso molto sparlava di messer Vieri, chiamandolo l’asino di Porta, perché era uomo bellissimo, ma di poca malizia, né di bel parlare; e però spesso dicea: «Ha raghiato
oggi l’asino di Porta?»; e molto lo spregiava. E chiamava
Guido, Cavicchia. E così rapportavano i giullari, e spezialmente uno si chiamava Scampolino, che rapportava
molto peggio non si diceva, perché i Cerchi si movessero a briga co’ Donati. I Cerchi non si moveano, ma minacciavano con l’amistà de’ Pisani e delli Aretini. I Donati ne temeano, e diceano che i Cerchi aveano fatta lega
co’ Ghibellini di Toscana: e tanto l’infamarono, che venne a orecchi del Papa.
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Il Pontefice, insospettito de’ Cerchi, come d’amici a’ Ghibellini, manda a Firenze un Cardinale a paciaro. Sua mala riuscita.
Confino de’principali delle due parti (1300,... - giugno...).
Sedea in quel tempo nella sedia di San Piero papa Bonifazio VIII, il quale fu di grande ardire e alto ingegno, e
guidava la Chiesa a suo modo, e abbassava chi non li
consentia. Erano con lui sua mercatanti gli Spini, famiglia di Firenze ricca e potente: e per loro stava là Simone
Gherardi, uomo pratico in simile esercizio; e con lui era
uno figliuolo d’uno affinatore d’ariento, fiorentino, si
chiamava il Nero Canbi, uomo astuto e di sottile ingegno, ma crudo e spiacevole. Il quale tanto aoperò col
Papa per abassare lo stato de’ Cerchi e de’ loro sequaci,
che mandò a Firenze messer frate Matteo d’Aquasparta,
cardinale Portuense, per pacificare i Fiorentini. Ma
niente fece, perché dalle parti non ebbe la commessione
volea, e però sdegnato si partì di Firenze.
Andando una vilia di San Giovanni l’Arti a offerere,
come era usanza, e essendo i consoli innanzi, furono manomessi da certi grandi, e battuti, dicendo loro: «Noi
siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; e voi
ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città». I
Signori, sdegnati, ebbono consiglio da più cittadini, e io
Dino fui uno di quelli. E confinorono alcuni di ciascuna
parte: cioè, per la parte de’ Donati, messer Corso e Sinibaldo Donati, messer Rosso e messer Rossellino della
Tosa, messer Giachinotto e messer Pazino de’ Pazi,
messer Geri Spini, messer Porco Manieri, e loro consorti, al Castel della Pieve; e per la parte de’ Cerchi, messer
Gentile e messer Torrigiano e Carbone de’ Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo Gherardini, e de’ loro consorti, a Sarezano,
i quali ubidirono e andorono a’ confini.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Quelli della parte de’ Donati non si voleano partire,
mostrando che tra loro era congiura. I rettori li voleano
condannare. E se non avessono ubidito e avessono presa
l’arme, quel dì avrebbono vinta la terra; però che i Lucchesi, di conscienzia del Cardinale, veniano in loro aiuto
con grande esercito d’uomini.
Vedendo i Signori che i Lucchesi veniano, scrissono
loro, non fussono arditi entrare su loro terreno; e io mi
trovai a scrivere la lettera: e alle villate si comandò pigliassono i passi. E per studio di Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi tanto si procurò, che ubidirono.
Molto si palesò allora la volontà dcl Cardinale, che la
pace, che egli cercava, era per abbassare la parte de’
Cerchi e inalzare la parte de’ Donati. La quale volontà,
per molti intesa, dispiacque assai. E però si levò uno di
non molto senno, il quale con uno balestro saettò uno
quadrello alla finestra del vescovado (dove era il Cardinale), il quale si ficcò nell’asse: e per paura si partì di
quindi, e andò a stare oltrarno a casa messer Tommaso
per più sicurtà.
I Signori, per rimediare allo sdegno avea ricevuto, gli
presentorono fiorini MM nuovi. E io gliel portai in una
coppa d’ariento, e dissi: «Messere, non li disdegnate
perché siano pochi, perché sanza i consigli palesi non si
può dare più moneta». Rispose gli avea cari; e molto li
guardò, e non li volle.
22
Quale era stato il fatto, che determinò la nimicizia fra le due
parti de’ Cerchi e de’ Donati: quali famiglie tennero per gli uni
o per gli altri (1300 maggio).
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Perché i giovani è più agevole a ingannare che i vecchi, il diavolo, accrescitore de’ mali, si fece da una brigata di giovani che cavalcavano insieme: i quali, ritrovandosi insieme a cena una sera di calendimaggio,
montarono in tanta superbia, che pensarono scontrarsi
nella brigata de’ Cerchi e contro a loro usare le mani e i
ferri. In tal sera, che è il rinovamento della primavera, le
donne usano molto per le vicinanze i balli. I giovani de’
Cerchi si riscontrorono con la brigata de’ Donati, tra’
quali era uno nipote di messer Corso, e Bardellino de’
Bardi, e Piero Spini, e altri loro compagni e seguaci, i
quali assalirono la brigata de’ Cerchi con armata mano.
Nel quale assalto fu tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi da uno masnadiere de’ Donati, il quale si disse fu
Piero Spini, e in casa sua rifuggirono. Il quale colpo fu la
distruzione della nostra città, perché crebbe molto odio
tra i cittadini. I Cerchi non palesoron mai chi si fusse,
aspettando farne gran vendetta.
Divisesi di nuovo la città, negli uomini grandi, mezani
e piccolini; e i religiosi non si poterono difendere che
con l’animo non si dessono alle dette parti, chi a una chi
a una altra. Tutti i Ghibellini tennono co i Cerchi, perché speravano avere da loro meno offesa; e tutti quelli
che erano dell’animo di Giano della Bella, però che parea loro fussono stati dolenti della sua cacciata. Fu ancora di loro parte Guido di messer Cavalcante Cavalcanti,
perché era nimico di messer Corso Donati; Naldo Gherardini, perché era nimico de’ Manieri, parenti di messer Corso; messer Manetto Scali e suoi consorti, perché
erano parenti de’ Cerchi; messer Lapo Salterelli, loro
parente; messer Berto Frescobaldi, perché avea ricevuti
da loro molti danari in prestanza; messer Goccia Adimari, per discordia avea co’ consorti; Bernardo di messer
Manfredi Adimari, perché era loro compagno; messer
Biligiardo, e ’l Baschiera, e Baldo dalla Tosa, per dispetto di messer Rosso loro consorto, perché da lui furono
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
abbassati degli onori. I Mozi, i Cavalcanti (il maggior lato), e più altre famiglie e popolani, tennono con loro.
Con la parte di messer Corso Donati tennono messer
Rosso messer Arrigo e messer Nepo e Pinuccio dalla Tosa, per grande usanza e amicizia; messer Gherardo Ventraia, messer Geri Spini e suoi consorti, per l’offesa fatta;
messer Gherardo Sgrana e messer Bindello per usanza e
amicizia; messer Pazino de’ Pazi e suoi consorti, i Rossi,
la maggior parte de’ Bardi, i Bordoni, i Cerretani, Borgo
Rinaldi, il Manzuolo, il Pecora beccaio, e molti altri. E di
popolani furono co’ Cerchi, Falconieri, Ruffoli, Orlandini, quelli delle Botte, Angiolieri, Amuniti, quelli di Salvi
del Chiaro Girolami, e molti altri popolani grassi.
23
Degli sbanditi, alcuni rompono il confino, altri sono richiamti.
Consiglio de’ Donati in Santa Trinita (1301, aprile - giugno...).
Essendo messer Corso Donati a’ confini a Massa Trebara, gli ruppe, e andossene a Roma, e non ubbidì; il
perché fu condannato nell’avere e nella persona. E col
Nero Cambi che era compagno degli Spini in Corte, per
mezzo di messer Iacopo Guatani, parente del Papa, e
d’alcuni Colonnesi, con grande stanzia pregavano il Papa volesse rimediare, perché la parte guelfa periva in Firenze, e che i Cerchi favoreggiavano i Ghibellini. Per
modo che il Papa fece citare messer Vieri de’ Cerchi; il
quale andò a Roma molto onorevolmente. Il Papa, a petizione degli Spini suoi mercatanti e de’ sopradetti amici
e parenti, lo richiese facesse pace con messer Corso; il
che non volle consentire, mostrando non facea contro a
parte guelfa; il perché da lui fu licenziato, e partissi.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
La parte de’ Cerchi, che era confinata, tornò in Firenze. Messer Torrigiano e Carbone e Vieri di messer Ricovero de’ Cerchi, messer Biligiardo dalla Tosa, e Carbone
e Naldo Gherardini, e messer Guido Scimia de’ Cavalcanti, e gli altri di quella parte, stavano chetamente.
Ma messer Geri Spini, messer Porco Manieri, messer
Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, Sinibaldo di
messer Simone Donati, capi dell’altra parte, non contenti di loro tornata, co’ loro seguaci si raunorono un dì in
Santa Trinita, diliberati di cacciare i Cerchi e loro parte.
E feciono gran consiglio, assegnando molte false ragioni; e dopo lunga disputa, messer Bondalmonte, savio e
temperato cavaliere, disse che era gran rischio, e che
troppo male advenire ne potea, e che al presente non si
sofferisse. E a questo consiglio concorse la maggior parte; però che messer Lapo Salterelli avea promesso a Bartolo di messer Iacopo de’ Bardi (a cui era data gran fede), le cose s’acconcerebbono per buono modo. E sanza
niente fare si partirono.
24
Dino s’intromette, per la pace della città, fra la Signoria e i Donati. I Cerchi gridano contro: e si scuopre e punisce una congiura ordinata dai Donati pel Consiglio di Santa Trinita (1301,
aprile - giugno...).
Ritrovandomi in detto consiglio io Dino Compagni,
disideroso di unità e pace fra’ cittadini, avanti si partissono dissi: «Signori, perché volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare?
contro a’ vostri fratelli? Che vettoria arete? non altro
che pianto». Risposono che il loro consiglio non era che
per spegnere scandalo e stare in pace.
Letteratura italiana Einaudi
33
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Udito questo, m’accozai con Lapo di Guaza Ulivieri,
buono e leale popolano, e insieme andamo a’ priori, e
conducemovi alcuni erano stati al detto consiglio, e tra i
priori e loro fumo mezani, e con parole dolci raumiliamo i Signori: e messer Palmieri Altoviti, che allora era
de’ Signori, fortemente li riprese sanza minaccie. Fu loro risposto che di quella raunata niente più si farebbe; e
che alcuni fanti eran venuti a loro richiesta, fussono lasciati andare sanza esser offesi. E così fu da’ signori
priori comandato.
La parte adversa continuamente stimolava la Signoria
gli punisse, perché aveano fatto contro agli Ordini della
Giustizia, per lo consiglio tenuto in Santa Trinita, per
fare congiura e trattato contra il reggimento.
Ricercando il segreto della congiura, si trovò che il
Conte da Battifolle mandava il figliuolo con suoi fedeli e
con arme a petizione de’ congiurati: e trovaronsi lettere
di messer Simone de’ Bardi, per le quali scrivea facessono fare gran quantità di pane, acciò che la gente che venia avesse da vivere. Il perché chiaramente si comprese
la congiura ordinata per lo consiglio tenuto in Santa Trinita; onde il Conte e ’l figliuolo e messer Simone furono
condannati in grave pena.
Scopertisi gli odii e le malivolenzie d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro: ma troppo più
baldanzosamente si scopriano i Donati che i Cerchi, nello sparlare, e di niente temeano.
25
I Cerchi si afforzano in Pistoia. Parte nera e Parte bianca de’
Cancellieri. Capitaneria di Cantino Cavalcanti. Condizioni della cittadinanza pistoiese. Capitaneria di Andrea Gherardini.
Cacciata de’ Neri (... - estate del 1301).
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
I Cerchi procuravano avere i Pistolesi dalla loro parte; i quali aveano data giuridizione a’ Fiorentini vi mandassono podestà e capitano. E essendovi mandato Cantino di messer Amadore Cavalcanti per capitano, uomo
poco leale, ruppe una legge aveano i Pistolesi, che era
che i loro Anziani si eleggessono per amendue le parti
loro, cioè Neri e Bianchi. Queste due parti, Neri e Bianchi, naquono d’una famiglia che si chiamano Cancellieri, che si divise: per che alcuni più congiunti si chiamorono Bianchi, e gli altri Neri; e cosl fu divisa tutta la
città: e così eleggeano gli Anziani.
Questo Cantino ruppe la loro legge, e fece chiamare
tutti gli Anziani di parte bianca. Il quale, essendone ripreso, dicea per sua scusa averlo di comandamento da’
Signori di Firenze. E non dicea la verità.
I Pistolesi, malcontenti, viveano in gran tribulazioni,
ingiuriandosi e uccidendosi l’uno l’altro; e da’ rettori
erano spesso condannati e male trattati, a diritto e a torto; fu loro tratti di mano molti danari. Però che naturalmente i Pistolesi sono uomini discordevoli, crudeli e salvatichi. Messer Ugo Tornaquinci, podestà, di simili
condannagioni ne trasse fiorini IIIm; e così molti altri
cittadini fiorentini, furono là rettori.
Giano della Bella era stato là capitano: il quale lealmente li resse; ma crudele fu, perché arse a loro case di
fuori, dove riteneano sbanditi, e non ubidiano.
In Pistoia era uno pericoloso cavaliere della parte de’
Cancellieri neri, che avea nome messer Simone da Pantano, uomo di meza statura, magro e bruno, spiatato e
crudele, rubatore e fattore d’ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati: e con la parte adversa era
uno altro chiamato messer Schiatta Amati, uomo più vile che savio, e meno crudele; il quale era parente de’
Cerchi bianchi.
In questo tempo i Fiorentini mandorono per capitano
a Pistoia Andrea Gherardini, il quale fu fatto cavaliere.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
E in quel tempo li fu mostro come i Lucchesi veniano a
Pistoia per pigliare la terra. Onde il detto messer Andrea confinò molti cittadini: i quali, per suo comandamento, non si vollono partire, anzi s’afforzorono, e cercorono di difendersi, credendo avere soccorso; e il detto
messer Simone invitò più suoi amici e fanti forestieri. Il
podestà assegnò loro termine a partire, e non ubidirono:
onde sdegnò; e punigli con l’arme e col fuoco, avendo
aiuto da Firenze, e i loro seguaci fece ribelli. Alcuni dissono, il detto messer Andrea n’avea avuti fiorini IIIIm, e
alcuni dissono gli furono dati dal Comune di Firenze,
per rispetto della nimicizia ne avea acquistata.
26
Deplorevoli conseguenze, alla città di Pistoia, della cacciata de’
Neri. Accenno all’assedio che poi i Neri di Firenze posero a Pistoia nel 1306.
Quanta bella e utile città e abbondevole si confonde!
Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a’
Toscani, posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane e d’utili alpi e di fini terreni; forti nell’armi,
discordevoli e salvatichi, il perché tal città fu quasi morta. Però che ivi a picciol tempo si cambiò fortuna; e furono da’ Fiorentini assediati; in tanto che davano la carne
per cibo, e lasciavansi tagliare le membra per recare alla
terra vittuaglia, e a tanto si condussono, che altro che pane non mangiavano fino all’ultimo dì. A’ quali Iddio glorioso provide, che per accordo furono ricevuti (nol sappiendo i loro adversari) con patti fatti di loro salvezza: i
quali osservati non furono; perché, poi che l’ebbono avuta, le belle mura della città furono dirupinate.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Cessata la pistolenza e la crudeltà del tagliare i nasi alle donne che usciano della terra per fame (e agli uomini
tagliavano le mani), non perdonarono alla bellezza della
città, che come villa disfatta rimase. Del loro assedio, e
del loro pericolo e fame, e delli assalimenti, e delle prodeze che feciono coloro che dentro vi si rinchiusono, né
di loro belle castella che perderono per tradimento, non
intendo scrivere, però che altri più certamente ne scriverrà; il quale se con piatà le scriverrà, farà gli uditori
piangere dirottamente.
27
I Cerchi non sanno profittare in Firenze della vittoria procurata a Parte bianca in Pistoia. Schiatta Cancellieri Capitano di
guerra in Firenze. Prime arti de’ Donati contro i Cerchi: divisioni di Parte guelfa (estate del 1301 - ...).
Finito l’uficio di detto messer Andrea, la parte bianca, non sappiendosi reggere perché non avea capo (perché i Cerchi schifavano non volere il nome della signoria, più per viltà che per piatà, perché forte temeano i
loro adversari), chiamorono messer Schiatta Amati, de’
Cancellier bianchi, per loro capitano di guerra; e dieronli tanta balìa, che i soldati rispondeano a lui, mandava i
bandi da sua parte, e pene imponea, e cavalcate contra i
nimici, sanza alcuno consiglio. Era il detto cavaliere uomo molto piatoso e temoroso; la guerra non li piacea; e
tutto era contrario al suo consorto, messer Simone da
Pontano de’ Cancellier neri.
Non prese il detto capitano la città, come dovea; il
perché i nimici nol temeano. I soldati non erano pagati;
danari non aveano, né ardimento da porne: e fortezza
niuna non prese, e confinati non fece. Dicea parole mi-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
naccevoli; e facea viste assai; ma con effetto nulla seguia.
E quelli che nol conosceano li teneano ricchi, e potenti,
e savi; e per questo stavano in buona speranza. Ma i savi
uomini diceano: «E’ sono mercatanti, e naturalmente
sono vili; e i lor nimici sono maestri di guerra e crudeli
uomini».
I nimici de’ Cerchi cominciorono ad infamarli a’
Guelfi, dicendo che si intendevano con li Aretini e co’
Pisani e co’ Ghibellini. E questo non era vero. E con
molta gente si volsono loro contro, appognendo loro il
falso; però che con loro niuno trattato aveano, né loro
amicizia; ma a chi ne li riprendeano, non lo negavano,
credendo esserne più temuti e con questo batterli, dicendo: «E’ ci temeranno più, dubitando che noi non ci
accostiamo a loro e i Ghibellini più ci ameranno, avendo
speranza in noi». E volendo i Cerchi signoreggiare, furono signoreggiati, come innanzi si dirà.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
SECONDO LIBRO DELLA CRONICA
DI DINO COMPAGNI
1
Ai Guelfi Neri di Firenze.
Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani, e distendete
le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i
pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete
in ruina le belleze della vostra città. Spandete il sangue
de’ vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore,
nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio. Seminate le vostre
menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Fate come fe’ Silla nella città di Roma, che tutti i
mali che esso fece in X anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate
a’ vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori ch’eglino acquistorono. Non vi
indugiate, miseri ché più si consuma in un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e picciola è
quella favilla, che a distruzione mena un gran regno.
2
Papa Bonifazio VIII fa paciaro in Toscana Carlo di Valois, a
dnno de’ Guelfi bianchi (1301, autunno).
Divisi così i cittadini di Firenze, cominciarono a infamare l’uno l’altro per le terre vicine, e in Corte di Roma
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
a papa Bonifazio, con false informazioni. E più pericolo
feciono le parole falsamente dette, in Firenze, che le
punte de’ ferri. E tanto feciono col detto Papa, dicendo
che la città tornava in mano de’ Ghibellini, e ch’ella sarebbe ritegno de’ Colonnesi; e la gran quantità de’ danari mischiata con le false parole, che, consigliato d’abbattere il rigoglio de’ Fiorentini, promise di prestare a’
Guelfi neri la gran potenzia di Carlo di Valos de’ reali di
Francia, il quale era partito di Francia per andare in Cicilia contro a Federigo d’Araona. Al quale scrisse, lo volea fare paciaro in Toscana contra i discordanti dalla
Chiesa. Fu il nome di detta commissione molto buono,
ma il proponimento era contrario; perché volea abattere
i Bianchi e innalzare i Neri, e fare i Bianchi nimici della
casa di Francia e della Chiesa.
3
Ambascerie de’Neri e de’Bianchi di Firenze a Carlo in Bologna, e suo passaggio dinanzi a Pistoia (1301, agosto).
Essendo già venuto messer Carlo di Valos a Bologna,
furono a lui imbasciadori de’ Neri di Firenze, usando
queste parole: «Signore, merzè per Dio, noi siamo i
Guelfi di Firenze, fedeli della casa di Francia: per Dio,
prendi guardia di te e della tua gente, perché la nostra
città si regge da Ghibellini».
Partiti gli anbasciadori de’ Neri, giunsono i Bianchi, i
quali con grandissima reverenzia li feciono molte proferte, come a loro signore. Ma le maliziose parole poterono più in lui, che le vere: perché li parve maggior segno d’amistà il dire «guarda come tu vai», che le
proferte. Fu consigliato che venisse per lo cammino di
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Pistoia, per farlo venire in isdegno co’ Pistolesi; i quali si
maravigliarono facesse la via di là, e per dubbio fornirono le porti della città con celate armi e con gente. I seminatori degli scandali li diceano: «Signore, non entrare in
Pistoia, perché e’ ti prenderanno, però ch’eglino hanno
la città segretamente armata, e sono uomini di grande
ardire e nimici della casa di Francia». E tanta paura li
misono, che venne, fuori di Pistoia, per la via d’un piccolo fiumicello, mostrando contro a Pistoia maltalento.
E qui s’adenpié la profezia d’uno antico villano, il
quale lungo tempo innanzi avea detto: «Verrà di ponente un signore su per l’Onbroncello, il qual farà gran cose: il perché gli animali che portano le some, per cagione
della sua venuta, andranno su per le cime delle torri di
Pistoia».
4
Carlo di Valois in Corte di Roma. Ambasceria de’ Guelfi Bianchi al Pontefice (1301, settembre - ottobre).
Passò messer Carlo in Corte di Roma, sanza entrare
in Firenze; e molto fu stimolato, e molti sospetti li furono messi nell’animo. Il signore non conoscea i Toscani
né le malizie loro. Messer Muciatto Franzesi, cavaliere
di gran malizia, picciolo della persona, ma di grande animo, conoscea ben la malizia delle parole erano dette al
signore: e perché anche lui era corrotto, li confermava
quello che pe’ seminatori degli scandoli gli era detto,
che ogni dì gli erano dintorno.
Aveano i Guelfi bianchi inbasciadori in Corte di Roma, e i Sanesi, in loro compagnia, ma non erano interi.
Era tra loro alcuno nocivo uomo: fra’ quali fu messer
Letteratura italiana Einaudi
41
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Ubaldino Malavolti giudice, sanese pieno di gavillazioni,
il quale ristette per cammino per raddomandare certe
giuridizioni d’uno castello il quale teneano i Fiorentini,
dicendo che a lui appartenea; e tanto impedì a’ compagni il cammino, che non giunsono a tempo.
Giunti li anbasciadori in Roma, il Papa gli ebbe soli in
camera, e disse loro in segreto: Perché siete voi così ostinati? Umiliatevi a me: e «io vi dico in verità, che io non
ho altra intenzione che di vostra pace. Tornate indietro
due di voi; e abiano la mia benedizione, se procurano
che sia ubidita la mia volontà».
5
Nuova Signoria in Firenze, la quale tenta invano e con soverchia dolcezza la pacificazione delle parti. Pessima disposizione
de’ Guelfi neri (1301, ottobre).
In questo stante furono in Firenze eletti nuovi Signori, quasi di concordia d’amendue le parti, uomini non
sospetti e buoni, di cui il popolo minuto prese grande
speranza; e così la Parte bianca, perché furono uomini
uniti e sanza baldanza, e aveano volontà d’acomunare
gli ufici, dicendo: «Questo è l’ultimo rimedio».
I loro adversari n’ebbono speranza, perché li conosceano uomini deboli e pacifici; i quali sotto spezie di
pace credeano leggiermente poterli ingannare.
I Signori furono questi, che entrorono a dì XV d’ottobre 1301: Lapo del Pace Angiolieri, Lippo di Falco Canbio, e io Dino Compagni, Girolamo di Salvi del Chiaro,
Guccio Marignolli, Vermiglio d’Iacopo Alfani, e Piero
Brandini Gonfaloniere di Giustizia; i quali come furono
tratti, n’andarono a Santa Croce, però che l’uficio degli
Letteratura italiana Einaudi
42
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
altri non era compiuto. I Guelfi neri incontanente furono accordati andarli a vicitare a quattro e a sei insieme,
come a loro accadeva, e diceano: «Signori, voi sete buoni uomini, e di tali avea bisogno la nostra città. Voi vedete la discordia de’ cittadini vostri: a voi la conviene
pacificare, o la città perirà. Voi sete quelli che avete la
balìa; e noi a ciò fare vi proferiamo l’avere e le persone,
di buono e leale animo». Risposi io Dino per commessione de’ compagni, e dissi: «Cari e fedeli cittadini, le
vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare
vogliamo a usarle: e richieggiànvi che voi ci consigliate, e
pognate l’animo, a guisa che la nostra città debba posare». E così perdemo il primo tempo, che non ardimo a
chiudere le porti, né a cessare l’udienza a’ cittadini: benché di così false profferte dubitavamo, credendo che la
loro malizia coprissono con loro falso parlare.
Demo loro intendimento di trattare pace, quando
convenìa arrotare i ferri. E cominciamoci da’ Capitani
della Parte guelfa, i quali erano messer Manetto Scali e
messer Neri Giandonati, e dicemo loro: «Onorevoli capitani, dimettete e lasciate tutte l’altre cose, e solo v’aoperate di far pace nella parte della Chiesa; e l’uficio nostro vi si dà interamente in ciò che domanderete».
Partironsi i capitani molto allegri e di buono animo,
e cominciarono a convertire gli uomini e dire parole di
piatà. Sentendo questo, i Neri subito dissono che questo era malizia e tradimento, e cominciorono a fugir le
parole.
Messer Manetto Scali ebbe tanto animo, che si mise a
cercar pace tra i Cerchi e li Spini, e tutto fu riputato tradimento. La gente, che tenea co’ Cerchi, ne prese viltà:
«Non è da darsi fatica, ché pace sarà». E i loro adversari
pensavano pur di compiere le loro malizie. Niuno argomento da guerra si fece, perché non poteano pensare
che a altro che a concordia si potesse venire, per più ragioni. La prima, per piatà di parte, e per non dividere gli
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
onori della città: la seconda, perché cagion non v’era altro che di discordia, però che l’offese non erano ancora
usate tante, che concordia esser non vi dovesse, raccomunando gli onori. Ma pensorono che coloro che aveano fatta l’offesa non potessoro campare, se i Cerchi non
fussono stati distrutti e i loro sequaci: e questo male si
potea fare sanza la distruzione della terra, tanto era
grande la loro potenzia.
6
Carlo viene a Siena, e manda a Firenze ambasciatori, che sono
ricevuti dalla Signoria (1301, ottobre).
Ordinorono e procurorono i Guelfi neri, che messer
Carlo di Valos, che era in Corte, venisse in Firenze: e fecesi il diposito, pel soldo suo e de’ suoi cavalieri, di fiorini LXXm; e condussollo a Siena. E quando fu quivi,
mandò anbasciadori a Firenze messer Guiglielmo francioso, cherico, uomo disleale e cattivo, quantunque in
apparenza paresse buono e benigno, e uno cavaliere
provenzale che era il contrario, con lettere del loro signore.
Giunti in Firenze, visitorono la Signoria con gran reverenzia, e domandarono parlare al gran Consiglio; che
fu loro concesso. Nel qual per loro parlò uno advocato
da Volterra, che con loro aveano, uomo falso e poco savio: e assai disordinatamente parlò: e disse che il sangue
reale di Francia era venuto in Toscana, solamente per
metter pace nella parte di santa Chiesa, e per grande
amore che alla città portava e a detta parte; e che il Papa
li mandava, siccome signore che se ne potea ben fidare,
però che il sangue della casa di Francia mai non tradì né
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
amico né nimico; il perché dovesse loro piacere, venisse
a fare il suo uficio.
Molti dicitori si levarono in piè, affocati per dire e
magnificare messer Carlo, e andarono alla ringhiera tosto ciascuno per esser il primo; ma i Signori niuno lasciorono parlare. Ma tanti furono che gli anbasciadori
s’avidono che la parte che volea messer Carlo era maggiore e più baldanzosa che quella non lo volea: e al signore scrissono, che aveano inteso che la parte de’Donati era assai innalzata, e la parte de’ Cerchi era assai
abbassata.
I Signori dissono agli anbasciadori, risponderebbono
al loro signore per anbasciata; e intanto preson loro consiglio: perché, essendo la novità grande, niente voleano
fare sanza il consentimento de’ loro cittadini.
7
La Signoria, richiesto prima il Consiglio di Parte guelfa e delle
Arti, manda ambasciatori a Carlo, a fargli giurare la sicurezza
della città.I Neri ne affrettano la venuta (1301, ottobre).
Richiesono adunque il Consiglio generale della Parte
guelfa e delli LXXII mestieri d’Arti, i quali avean tutti
consoli, e inposono loro, che ciascuno consigliasse per
scrittura, se alla sua arte piacea se messer Carlo di Valos
fosse lasciato venire in Firenze come paciaro. Tutti risposono, a voce e per scrittura, fusse lasciato venire, e
onorato fusse come signore di nobile sangue: salvo i fornai, che dissono che né ricevuto né onorato fusse, perché venìa per distruggere la città.
Mandoronsi gli anbasciadori, e furono gran cittadini
di popolo, dicendoli che potea liberamente venire: com-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
mettendo loro, che da lui ricevessono lettere bollate, che
non acquisterebbe contro a noi niuna giuridizione, né
occuperebbe niuno onore della città, né per titolo d’Inperio né per altra cagione, né le leggi della città muterebbe né l’uso. Il dittatore fu messer Donato d’Alberto
Ristori, con più altri giudici in compagnia. Fu pregato il
cancelliere suo, che pregasse il signore suo che non venisse il dì d’Ognissanti, però che il popolo minuto in tal
dì facea festa con i vini nuovi, e assai scandoli potrebbono incorrere, i quali, con la malizia de’ rei cittadini, potrebbono turbare la città: il perché diliberò venire la domenica sequente, stimando che per bene si facesse lo
indugio.
Andorono gli anbasciadori più per avere la lettera innanzi la sua venuta, che per altra cagione; avisati che, se
avere non si potesse come promesso avea, prendessono
di lui ria fidanza, e a Poggi Bonizi gli negassono il passo, il quale era ordinato d’afforzare per salveza della
terra; e commessione n’ebbe, di vietarli la vivanda, messer Bernardo de’ Rossi, che era vicario. In questo tempo
la lettera venne, e io la vidi e feci copiare, e tennila fino
alla venuta del signore: e quando fu venuto, io lo domandai, se di sua volontà era scritta; rispose: «Sì, certamente».
Quelli che ’l conduceano s’affrettarono: e di Siena il
trassono quasi per forza; e donaronli fiorini XVIIm per
avacciarlo, però che lui temea forte la furia de’ Toscani,
e venìa con gran riguardo. I conducitori lo confortavano, e la sua gente, e diceano: «Signore, e’ sono vinti, e
domandano indugio di tua venuta per alcuna malizia, e
fanno congiure»; e altre sospinte gli davano. Ma congiura alcuna non si facea.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
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Dino raduna i cittadini in San Giovanni, esortandoli alla concordia e alla difesa della città. Falsi giuramenti e maligne parole (1301, ottobre).
Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un
santo e onesto pensiero, immaginando: «Questo signore
verrà, e tutti i cittadini troverrà divisi; di che grande
scandalo ne seguirà». Pensai, per lo uficio ch’io tenea e
per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di
raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci. Dove furono tutti gli ufici; e quando mi
parve tempo, dissi: «Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendesti il sacro baptesmo di questo fonte, la ragione vi sforza e strigne ad amarvi come cari frategli; e ancora perché possedete la più nobile città del
mondo. Tra voi è nato alcuno sdegno, per gara d’ufici, li
quali, come voi sappete, i miei compagni e io con saramento v’abiamo promesso d’accomunarli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni e
fate pace tra voi, acciò che non vi trovi divisi: levate tutte
l’offese e ree volontà state tra voi di qui adietro; siano
perdonate e dimesse, per amore e bene della vostra città.
E sopra questo sacrato fonte, onde traesti il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene truovi i cittadini tutti uniti».
A queste parole tutti s’accordorono, e così feciono,
toccando il libro corporalmente, e giurorono ottenere
buona pace e di conservare gli onori e giurisdizion della
città. E così fatto, ci partimo di quel luogo.
I malvagi cittadini, che di tenereza mostravano lagrime, e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso
animo, furono i principali alla distruzion della città. De’
quali non dirò il nome per onestà: ma non posso tacere
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
il nome del primo, perché fu cagion di fare seguitare agli
altri, il quale fu il Rosso dello Stroza; furioso nella vista e
nell’opere; principio degli altri; il qual poco poi portò il
peso del saramento.
Quelli che aveano maltalento, dicevano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe
alcuna fraude, io ne debbo patire le pene; benché di
buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ò sparte, pensando
quante anime ne sono dannate per la loro malizia.
9
Arrivo di Carlo di Valois in Firenze, e suo ricevimento (I novembre 1301).
Venne il detto messer Carlo ne la città di Firenze domenica addì IV di novembre, e da’ cittadini fu molto
onorato, con palio e con armeggiatori. La gente comune
perdé il vigore; la malizia si cominciò a stendere. Vennono i Lucchesi, dicendo che veniano a onorare il signore:
i Perugini, con CC cavalli; messer Cante d’Agobbio con
molti cavalieri sanesi e con molti altri, a VI e a X per volta, adversarii de’ Cerchi: a Malatestino e a Mainardo da
Susinana non si negò l’entrata, per non dispiacere al signore. E ciascuno si mostrava amico. Sì che co’ cavalli di
messer Carlo, che erano VIIIc, e con quelli de’ paesani
d’attorno venuti, vi si trovarono cavalli MCC al suo comandamento.
Il signore smontò in casa i Frescobaldi. Assai fu pregato smontasse dove il grande e onorato re Carlo
smontò, e tutti i grandi signori che nella città venìano,
però che lo spazio era grande, e il luogo sicuro; ma i suoi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
conducitori non lo feciono, anzi providono afforzarsi
con lui oltrarno, imaginando: «Se noi perdiamo il resto
della città, qui rauneremo nostro sforzo».
10
La Signoria elegge cittadini d’ambedue le parti, e si consiglia
con loro della salute della città. Proposta di una nuova Signoria
mista di Bianchi e di Neri; Perché non potuta accettare da’
Priori dell’ottobre (fra gli ultimi dell’ottobre e i primi del novembre 1301).
I signori Priori elessono XL cittadini d’amendue le
parti, e con loro si consigliavano della salveza della terra,
acciò che da niuna delle parti non fussono tenuti sospetti. Quelli che aveano reo proponimento, non parlavano:
gli altri aveano perduto il vigore.
Bandino Falconieri, uomo vile, dicea: «Signori, io sto
bene; perch’io non dormia sicuro»; mostrando viltà a’
suoi adversari. Tenea la ringhiera impacciata mezo il dì;
e eravamo ne’ più bassi tempi dell’anno.
Messer Lapo Salterelli, il quale molto temea il Papa per
l’aspro processo avea fatto contro a lui, e per appoggiarsi
co’ suoi adversari, pigliava la ringhiera, e biasimava i signori, dicendo: «Voi guastate Firenze: fate l’uficio nuovo
comune; recate i confinati in città». E avea messer Pazino
de’ Pazi in casa sua, che era confinato; confidandosi in lui
che lo scampasse, quando fusse tornato in stato.
Alberto del Giudice, ricco popolano, maninconico e
viziato, montava in ringhiera biasimando i Signori, perché non s’affrettavano a fare i nuovi, e a fare ritornare i
confinati. Messer Lotteringo da Monte Spertoli dicea:
«Signori, volete voi esser consigliati? fate l’uficio nuovo,
ritornate i confinati a città, traete le porti de’ gangheri;
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ciò è, se voi fate queste due cose, potete dire d’abbattere
la chiusura delle porti».
Io domandai messer Andrea da Cerreto, savio legista,
d’antico ghibellino fatto guelfo nero, se fare si potea uficio nuovo sanza offendere gli Ordini della Giustizia. Rispose che non si potea fare. E io, che n’era stato accusato, e appostomi che io avea offesi quelli Ordini,
proposimi observarli, e non lasciare fare l’uficio contro
alle leggi.
11
Tornano da Roma due degli ambasciatori. La Signoria si rimette nella volontà del pontefice, e, segretamente, chiede un suo
legato. Lo risanno i Neri: loro timori e supposizioni. Com’era
internamente ordinata Parte nera (... - primi di novembre
1301).
In questo tempo tornorono i due anbasciadori rimandati indietro dal Papa: l’uno fu Maso di messer Ruggierino Minerbetti, falso popolano, il quale non difendea la
sua volontà ma seguiva quella d’altri; l’altro fu il Corazza da Signa, il quale tanto si riputava guelfo, che appena
credea che nell’animo di niuno fusse altro che spenta.
Narrarono le parole del Papa: onde io a ritrarre sua anbasciata fui colpevole: missila ad indugio, e feci loro giurare credenza; e non per malizia la indugiai. Appresso
raunai sei savi legisti, e fecila innanzi loro ritrarre, e non
lasciai consigliare: di volontà de’ miei compagni, io propuosi e consigliai e presi il partito, che a questo signore
si volea ubidire, e che subito li fusse scritto che noi eravamo alla sua volontà, e che per noi addirizare ci mandasse messer Gentile da Montefiore cardinale. Intendi
questo signore per Papa e non per messer Carlo.
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Colui, che le parole lusinghevoli da una mano usava e
da l’altra producea il signore sopra noi, spiando chi era
nella città, lasciò le lusinghe e usò le minacce. Uno falso
anbasciadore palesò la imbasciata, la quale non aveano
potuto sentire. Simone Gherardi avea loro scritto di
Corte, che il Papa gli avea detto: «Io non voglio perdere
gli uomini per le femminelle».
I Guelfi neri sopra ciò si consigliarono, e stimarono
per queste parole che l’inbasciadori fussono d’accordo
col Papa, dicendo: «Se sono d’accordo, noi siamo vacanti». Pensarono di stare a vedere che consiglio i Priori
prendessono, dicendo: «Se prendono il no, noi siam
morti: se pigliano il sì, pigliamo noi i ferri, sì che da loro
abbiamo quello che avere se ne può». E così feciono. Incontanente che udirono che al Papa per li rettori si ubbidia, subito s’armorono, e missonsi a offendere la città
col fuoco e’ ferri, a consumare e struggere la città.
I Priori scrissono al Papa segretamente: ma tutto seppe la Parte nera; però che quelli che giurarono credenza
non la tennono. La Parte nera avea due priori, segreti di
fuori: e durava il loro uficio sei mesi; de’ quali l’uno era
Noffo Guidi, iniquo popolano e crudele, perché pessimamente aoperava per la sua cittÓ, e avea in uso che le
cose, facea in segreto, biasimava, e in palese ne biasimava i fattori: il perché era tenuto di buona temperanza, e
di malfare traeva sustanza.
12
I Priori acconsentono alla proposta di una nuova Signoria mista. L’arroganza de’ Neri ne impedisce l’esecuzione. Animosa
onestà di Dino (... - primi di novembre 1301).
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
I signori erano molto stimolati da’ maggiori cittadini,
che facessono nuovi signori. Benché contro alla Legge
della Giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordamoci di chiamarli, più per piatà della città che
per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io
in nome di tutto l’uficio, e ebbivi molti popolani, i più
potenti, perché sanza loro fare non si potea. Ciò furono
Cione Magalotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi, per Parte nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani, e ’l Corazza Ubaldini, per Parte bianca. E a loro umilmente
parlai, con gran tenereza, dello scampo della città, dicendo: «Io voglio fare l’uficio comune, da poi che per gara
degli ufici è tanta discordia». Fumo d’accordo, e eleggemo sei cittadini comuni, tre de’ Neri e tre de’ Bianchi. Il
settimo, che dividere non si potea, eleggemo di sì poco
valore, che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi su l’altare. E Noffo Guidi parlò, e disse: «Io dirò cosa, che tu
mi terrai crudele cittadino». E io li dissi che tacesse; e
pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò, che
mi piacesse far loro parte, nell’ufficio, maggiore che l’altra: che tanto fu a dire, quanto «disfa’ l’altra parte», e me
porre nel luogo di Giuda. E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, dare’ i miei figliuoli a mangiare a’
cani. E così da collegio ci partimo.
13
Insidie di Carlo contro i Priori: parlamento in Santa Maria Novella (5 novembre). Consigli che vengon dati alla Signoria, e
suoi provvedimenti (...primi di novembre 1301).
Messer Carlo di Valos ci facea spesso invitare a mangiare. Rispondavàlli, che per nostro saramento la legge
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ci costrignea che fare non lo potavamo (e ciò era vero),
perché fra noi stimavamo che contro a nostra volontà ci
arebbe ritenuti. Ma pure un giorno ci trasse di palazzo,
dicendo che a Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare per bene de’ cittadini; e che piacesse
alla Signoria esservi. Ma perché troppo sospetto mostrava il negarlo, diliberamo che tre di noi v’andassimo, e gli
altri rimanesson in palazo.
Messer Carlo fe’ armare la sua gente, e posela alla
guardia della città alle porti dentro e di fuori: però che i
falsi consiglieri gli dissono che dentro non potrebbe tornare, e che la porta li sarebbe serrata. E sotto questo
protesto aveano pensato malvagiamente che se la Signoria vi fusse ita tutta, d’ucciderci fuori della porta, e correre la terra per loro. E ciò non venne loro fatto, perchéè non ve ne andorono più che tre; a’ quali niente
disse, come colui che non volea parlare, ma sì uccidere.
Molti cittadini si dolsono di noi per quella andata, parendo loro che andassono al martirio. E quando furono
tornati, lodavano Iddio che da morte gli avea scanpati.
I signori erano stimolati da ogni parte. I buoni diceano, che guardassono ben loro e la loro città: i rei li contendeano con questioni; e tralle domande e le risposte il
dì se ne andava: i baroni di messer Carlo gli occupavano
con lunghe parole. E così viveano con affanno.
Venne a noi un santo uomo, un giorno, celatamente e
chiuso, pregocci che di suo nome non parlassimo, e disse: «Signori, voi venite in gran tribulazione, e la vostra
città. Mandate a dire al vescovo facci fare processione, e
imponeteli che la non vada oltrarno: e del pericolo cesserà gran parte». Costui fu uomo di santa vita e di grande astinenzia e di gran fama, per nome chiamato frate
Benedetto. Seguitammo il suo consiglio; e molti ci
schernirono, dicendo che meglio era arrotare i ferri. Facemmo, pe’ consigli, leggi aspre e forti, e demo balìa a’
rettori contro a chi facesse rissa o tumulto, e pene perso-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
nali imponemo, e che mettessero il ceppo e la mannaia
in piaza, per punire i malifattori e chi contrafacesse.
A messer Schiatta Cancellieri capitano di guerra crescemo balìa, e confortamo di ben fare; come che niente
valse, però che i messi, famigli e berrovieri lo tradirono.
E trovossi che XX berrovieri de’ loro doveano avere fiorini M e ucciderli, li quali misono fuori del palazzo.
Molto si studiavano difendere la città dalla malizia de’
loro adversari; ma niente giovò, perché usoron modi pacifici, e voleano esser repenti e forti. Niente vale l’umiltà
contro alla grande malizia.
14
Minacce e apparecchio de’ Neri; impaccio e dappocaggine de’
Bianchi (primi di novembre 1301).
I cittadini di Parte nera parlavano sopra mano, dicendo: «Noi abiamo il signore in casa; il Papa è nostro protettore; gli adversari nostri non sono guerniti né da guerra né da pace; danari non ànno; i soldati non sono
pagati». Eglino aveano messo in ordine tutto ciò che a
guerra bisognava, per accogliere tutte le loro amistà nel
sesto d’Oltrarno; nel quale ordinorono tenere Sanesi,
Perugini, Lucchesi, Saminiatesi, Volterrani, Sangimignanesi. Tutti i vicini avean corrotti: e avean pensato tenere il ponte a Santa Trinita, e dirizare su due palagi alcuno edificio da gittare pietre: e aveano inviati molti
villani dattorno, e tutti gli sbanditi di Firenze.
I Guelfi bianchi non ardivano mettersi gente in casa,
perché i priori gli minacciavano di punire e chi raunata
facesse: e così teneano in paura amici e nimici. Ma non
doveano gli amici credere che gli amici loro gli avessono
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
morti, perché procurassono la salvezza di loro città,
benché il comandamento fusse. Ma non lasciarono tanto
per tema della legge, quanto per l’avarizia; perché a
messer Torrigiano de’ Cerchi fu detto: «Fornitevi, e ditelo agli amici vostri».
15
I Neri cominciano scandalo. Primo sangue, per mano de’ Medici. Gli Ordinamenti di Giustizia rimangono senza effetto. La
città si arma (4 novembre 1301...).
I Neri, conoscendo i nimici loro vili e che aveano perduto il vigore, s’avacciorono di prendere la terra; e uno
sabato a dì [...] di novenbre s’armorono co’ loro cavalli
coverti, e cominciorono a seguire l’ordine dato. I Medici,
potenti popolani, assalirono e fedirono uno valoroso popolano chiamato Orlanduccio Orlandi, il dì, passato vespro, e lascioronlo per morto. La gente s’armò, a piè e a
cavallo, e vennono al palagio de’ priori. E uno valente
cittadino chiamato Catellina Raffacani disse: «Signori,
voi sete traditi. E’ viene verso la notte: non penate, mandate per le vicherìe; e domattina all’alba pugnate contro
a’ vostri adversari». Il podestà non mandò la sua famiglia
a casa il malfattore: né il gonfaloniere della giustizia non
si mosse a punire il malificio, perché avea tenpo X dì.
Mandossi per le vicherìe. E vennono, e spiegorono le
bandiere: e poi nascosamente n’andorono dal lato di
Parte nera, e al Comune non si appresentorono. Non fu
chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio de’
signori, quantunque il gonfalone della giustizia fusse alle
finestre. Trassonvi i soldati, che non erano corrotti, e altre genti: i quali, stando armati al palagio, erano alquan-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
to seguiti. Altri cittadini ancora vi trassono a piè e a cavallo, amici; e alcuni nimici, per vedere che effetto avessono le cose.
I signori, non usi a guerra, occupati da molti che voleano esser uditi: e in poco stante si fe’ notte. Il podestà
non vi mandò sua famiglia, né non si armò: lasciò l’uficio suo a’ priori; ché potea andare alla casa de’ malfattori con arme, con fuoco e con ferri. La raunata gente non
consigliò. Messer Schiatta Cancellieri capitano non si fece innanzi a operare e a contastare a’ nimici, perché era
uomo più atto a riposo e a pace che a guerra; con tutto
che per li volgare si dicesse, che si dié vanto d’uccidere
messer Carlo: ma non fu vero.
Venuta la notte, la gente si cominciò a partire; e le loro case afforzorono con asserragliare le vie con legname,
acciò che trascorrere non potesse la gente.
16
Pratiche di conciliazione fra potenti famiglie di Parte biance e
di Parte nera: come questo fatto noccia ai Bianchi (...primi di
novembre).
Messer Manetto Scali (nel quale la Parte bianca avea
gran fidanza, perché era potente d’amici e di séguito)
cominciò afforzare il suo palagio, e fecevi edificii da gittar pietre. Li Spini aveano il loro palazo grande incontro
al suo, e eransi proveduti esser forti: perché sapeano bene che quivi era bisogno riparare, per la gran potenzia
che si stimava della casa degli Scali.
Infra il detto tempo cominciorono le dette parti a usare nuova malizia, ché tra loro usavano parole amichevoli. Li Spini diceano alli Scali: «De’, perchè facciamo noi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
così? Noi siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi
non abiamo altra intenzione che di levarci la catena di
collo che tiene il popolo a voi e a noi; e saremo maggiori
che noi non siamo. Mercè, per Dio; siamo una cosa, come noi dovemo essere». E così feciono i Buondalmonti
a’ Gherardini, e i Bardi a’ Mozi, e messer Rosso dalla
Tosa al Baschiera suo consorto: e così feciono molti altri. Quelli che riceveano tali parole, s’ammollavano nel
cuore per piatà della parte: onde i loro seguaci invilirono; i Ghibellini, credendo con si fatta vista esser ingannati e traditi da coloro in cui si confidavano, tutti rimasono smarriti. Si che poca gente rimase fuori, altro che
alcuni artigiani, a cui commisono la guardia.
17
Carlo chiede alla Signoria la guardia della terra e delle porte: la
quale, per Oltrarno, gli è, però senza le chiavi, concessa. Sua
malafede. Ritorno degli sbanditi, e violenza de’ Tornaquinci.
Smarrimento della Signoria (...5 novembre e notte seguente).
I baroni di messer Carlo e il malvagio cavaliere messer Muciatto Franzesi sempre stavano intorno a’ signori,
dicendo che la guardia della terra e delle porti si lasciasse a loro, e spezialmente del sesto d’Oltrarno; e che al
loro signore aspettava la guardia di quel sesto: e che volea che de’ malfattori si facesse aspra giustizia. E sotto
questo nascondeano la loro malizia; per acquistare più
giuridizione nella terra il faceano.
Le chiavi gli furono negate, e le porti d’Oltrarno li furono raccomandate; e levati ne furono i Fiorentini, e furonvi messi i Franciosi. E messer Guiglielmo cancelliere
e ’l maniscalco di messer Carlo giurorono nella mani a
me Dino, ricevente per lo Comune, e dieronmi la fede
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
del loro signore, che ricevea la guardia della terra sopra
sé, e guardarla e tenerla a pitizione della nostra signoria.
E mai credetti che uno tanto signore, e della casa reale
di Francia, rompesse la sua fede: perché passò piccola
parte della seguente notte, che per la porta, che noi gli
demo in guardia, dié l’entrata a Gherarduccio Bondalmonti, che avea bando, accompagnato con molti altri
sbanditi.
I signori domandati da uno valente popolano, che
avea nome Aglione di Giova Aglioni, e disse: «Signori e’
sarà bene a fare rifermare più forte la porta a San Brancazio». Fulli risposto, che la facesse fortificare come li
paresse; e mandoronvi i maestri con la loro bandiera. I
Tornaquinci, potente schiatta, i quali erano bene guerniti di masnadieri e d’amici, assalirono i detti maestri e fedironli e missonli in rotta; e alcuni fanti, che erano nelle
torri, per paura l’abbandonorono. Laonde i priori, per
l’una novella e per l’altra, vidono che riparare non vi poteano. E questo seppono da uno che fu preso una notte,
il quale, in forma d’uno venditore di spezie, andava invitando le case potenti, avisandoli che innanzi giorno si
dovessono armare. E così tutta loro speranza venne meno; e diliberorono, quando i villani fussono venuti in loro soccorso, prendere la difesa. Ma ciò venne fallito: ché
i malvagi villani gli abbandonarono, e le loro insegne celavano spiccandole dall’asti; e i loro famigli li tradirono;
e i gentili uomini da Lucca, essendo rubati da’ Bordoni,
e tolte loro le case dove abitavano, si partirono e non si
fidarono; e molti soldati si volsono a servire i loro adversari. Il podestà non prese arme, ma con parole andava
procurando in aiuto di messer Carlo di Valos.
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Simulazione di Carlo verso la Signoria. Corso Donati in Firenze. Carlo chiede alla Signoria statichi in due parti, e manca vituperosamente di fede a quelli di Parte bianca (...6 novembre
1301).
Il giorno seguente i baroni di messer Carlo, e messer
Cante d’Agobbio, e più altri, furono a’ priori, per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole.
Giuravan che il loro signore si tenea tradito e ch’elli facea armare i suoi cavalieri, e che piacesse loro la vendetta fusse grande, dicendo: «Tenete per fermo, che se il
nostro signore non à cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la testa». E questo medesimo dicea il podestà, che venia da casa messer Carlo, che gliele
avea udito giurare di sua bocca che farebbe impiccare
messer Corso Donati. Il quale (essendo sbandito) era
entrato in Firenze la mattina con XII compagni, venendo da Ognano: e passò Arno, e andò lungo le mura fino
a San Piero Maggiore, il quale luogo non era guardato
da’ suoi adversari, e entrò nella città come ardito e franco cavaliere. Non giurò messer Carlo il vero, perché di
sua saputa venne.
Entrato messer Corso in Firenze, furono i Bianchi
avisati della sua venuta, e con lo sforzo poterono gli andorono incontro. Ma quelli che erano bene a cavallo,
non ardirono a contrastarli; gli altri, veggendosi abbandonati, si tirorono adietro: per modo che messer Corso
francamente prese le case de’ Corbizi da San Piero, e
posevi su le sue bandiere; e ruppe le prigioni, per modo
che gli incarcerati n’uscirono; e molta gente il seguì, con
grande sforzo. I Cerchi si rifuggirono nelle loro case,
stando con le porti chiuse.
I procuratori di tanto male falsamente si mossono, e
convertirono messer Schiatta Cancellieri e messer Lapo
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Salterelli; i quali vennoro a’ priori, e dissono: «Signori,
voi vedete messer Carlo molto crucciato: e vuole che la
vendetta sia grande, e che ’l Comune rimanga signore. E
per tanto a noi pare che si eleggano d’amendue le parti i
più potenti uomini, e mandinsi in sua custodia; e poi si
faccia la esecuzione della vendetta, grandissima».
Le parole erano di lunge dalla verità. Messer Lapo
scrisse i nomi: messer Schiatta comandò a tutti quelli che
erano scritti che andassono a messer Carlo, per più riposo della città. I Neri v’andarono con fidanza, e i Bianchi
con temenza; messer Carlo li fece guardare: i Neri lasciò
partire, ma i Bianchi ritenne presi quella notte, sanza paglia e sanza materasse, come uomini micidiali.
O buono re Luigi, che tanto temesti Iddio, ove è la fede della real casa di Francia, caduta per mal consiglio,
non temendo vergogna? O malvagi consiglieri, che avete
il sangue di così alta corona fatto non soldato ma assassino, imprigionando i cittadini a torto, e mancando della
sua fede, e falsando il nome della real casa di Francia! Il
maestro Ruggieri, giurato alla detta casa, essendo ito al
suo convento, gli disse; «Sotto di te perisce una nobile
città». Al quale rispose che niente ne sapea.
19
La Signoria, dopo chiamati inutilmente i cittadini alla difesa,
incominciandosi la distruzione della città, esce d’ufficio. Riforma dello Stato con una nuova Signoria di Priori Neri. Elezione
di nuovo Potestà (6 - 9 novembre 1301).
Ritenuti così i capi di Parte bianca, la gente sbigottita
si cominciò a dolere. I priori comandorono che la campana grossa fusse sonata, la quale era su il loro palazo:
benché niente giovò, perché la gente, sbigottita, non
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
trasse. Di casa i Cerchi non uscì uomo a cavallo né a piè,
armato. Solo messer Goccia e messer Bindo Adimari, e
loro fratelli e figliuoli, vennono al palagio; e non venendo altra gente, ritornorono alle loro case, rimanendo la
piaza abandonata.
La sera apparì in cielo un segno maraviglioso; il qual
fu una croce vermiglia, sopra il palagio de’ priori. Fu la
sua lista ampia più che palmi uno e mezo; e l’una linea
era di lungheza braccia XX in apparenza, quella attraverso un poco minore; la qual durò per tanto spazio,
quanto penasse un cavallo a correre due aringhi. Onde
la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemo
comprendere che Iddio era fortemente contro alla nostra città crucciato.
Gli uomini che temeano i loro adversari, si nascondeano per le case de’ loro amici; l’uno nimico offendea
l’altro: le case si cominciavano ad ardere: le ruberie si faceano; e fuggivansi gli arnesi alle case degli impotenti: i
Neri potenti domandavano danari a’ Bianchi: maritavansi fanciulle a forza: uccideansi uomini. E quando una
casa ardea forte, messer Carlo domandava: «Che fuoco
è quello?». Erali risposto che era una capanna, quando
era un ricco palazzo. E questo malfare durò giorni sei;
ché così era ordinato. Il contado ardea da ogni parte.
I priori per piatà della città, vedendo multiplicare il
malfare, chiamorono merzè a molti popolani potenti,
pregandoli per Dio avessono pietà della loro città; i quali niente ne vollono fare. E però lasciorono il priorato.
Entrorono i nuovi priori a dì VIII di novembre 1301:
e furono Baldo Ridolfi, Duccio di Gherardino Magalotti, Neri di messer Iacopo Ardinghelli, Ammannato di
Rota Beccannugi, messer Andrea da Cerreto, Ricco di
ser Compagno degli Albizi, Tedice Manovelli gonfaloniere di giustizia; pessimi popolani, e potenti nella loro
parte. Li quali feciono leggi, che i priori vecchi in niuno
luogo si potessono raunare, a pena della testa. E com-
Letteratura italiana Einaudi
61
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
piuti i sei dì utili stabiliti a rubare, elessono per podestà
messer Cante Gabrielli d’Agobbio; il quale riparò a molti mali e a molte accuse fatte, e molte ne consentì.
20
Corso Donati; Carlo di Valois; Donati, Rossi, Tornaquinci, Bostichi: loro ruberie e malefizi (novembre 1301 - ...).
Uno cavaliere della somiglianza di Catellina romano,
ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo,
piacevole parlatore, addorno di belli costumi, sottile
d’ingegno, con l’animo sempre intento a malfare, col
quale molti masnadieri si raunavano e gran séguito avea,
molte arsioni e molte ruberie fece fare, e gran dannaggio
a’ Cerchi e a’ loro amici; molto avere guadagnò, e in
grande alteza salì. Costui fu messer Corso Donati, che
per sua superbia fu chiamato il Barone; che quando passava per la terra, molti gridavano: «Viva il Barone»; e
parea la terra sua. La vanagloria il guidava, e molti servigi facea.
Messer Carlo di Valos, signore di grande e disordinata spesa, convenne palesasse la sua rea intenzione, e cominciò a volere trarre danari da’ cittadini. Fece richiedere i priori vecchi, i quali tanto avea magnificati, e invitati
a mangiare, e a cui avea promesso, per sua fede e per sue
lettere bollate, di non abbattere gli onori della città e
non offendere le leggi municipali; volea da loro trarre
danari, opponendo gli aveano vietato il passo, e preso
l’uficio del paciaro, e offeso Parte guelfa, e a Poggi Bonizi aveano cominciato a far bastìa, contro all’onore del
re di Francia e suo: e così gli perseguitava, per trarre danari. E Baldo Ridolfi, de’ nuovi priori, era mezano, e di-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
cea: «Vogliate più tosto darli de’ vostri danari, che andarne presi in Puglia». Non ne dierono alcuno; perch
tanto crebbe il biasimo per la città, ch’egli lasciò stare.
Era in Firenze un ricco popolano e di gran bontà,
chiamato per nome Rinuccio di Senno Rinucci, il quale
avea molto onorato messer Carlo a uno suo bel luogo,
quando andava a uccellare co’ suoi baroni. Il quale fece
pigliare e poseli di taglia fiorini IIIjm, o lo manderebbe
preso in Puglia. Pur, per preghiere di suoi amici, lo lasciò per fiorini VIIjc. E per simil modo ritrasse molti danari.
Grandissimi mali feciono i Donati, i Rossi, i Tornaquinci, e i Bostichi: molta gente sforzarono e ruborono.
E spezialmente i figliuoli di Corteccione Bostichi: i quali
presono a guardare i beni d’un loro amico, ricco popolano chiamato Geri Rossoni, e ebbono da lui per la guardatura fiorini C°; e poi furono pagati, eglino il rubarono. Di che dolendosene, il padre loro gli disse che, delle
sue possessioni, gli darebbe tante delle sue terre egli sarebbe soddisfatto; e vollegli dare uno podere avea a San
Sepolcro, che valea più che non gli aveano tolto. E volendo il soprapiù che valea, in danari contanti, Geri li rispose: «Dunque vuoi tu ch’io ti dia danari, acciò che i figliuoli tuoi mi tolgano la terra? questo non voglio io
fare, ché sarebbe mala menda». E così rimase.
Questi Bostichi feciono moltissimi mali, e continuaronli molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali
erano in Mercato Nuovo nel mezo della città; e di mezo
dì li metteano al tormento. E volgarmente si dicea per
la terra: «Molte corti ci sono»; e anoverando i luoghi
dove si dava tormento, si dicea: «A casa i Bostichi in
Mercato».
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
21
Vittoria de’ Neri. Difesa de’ vecchi Priori Bianchi.
Molti disonesti peccati si feciono: di femmine vergini;
rubare i pupilli; e uomini impotenti, spogliati de’ loro
beni; e cacciavanli della loro città. E molti ordini feciono, quelli che voleano, e quanto e come. Molti furono
accusati; e convenia loro confessare aveano fatta congiura, che non l’aveano fatta, e erano condannati in fiorini
M per uno. E chi non si difendea, era accusato, e per
contumace era condannato nell’avere e nella persona: e
chi ubidia, pagava; e dipoi, accusati di nuove colpe, eran
cacciati di Firenze sanza nulla piatà.
Molti tesori si nascosono in luoghi segreti: molte lingue si cambiorono in pochi giorni: molte villanie furono
dette a’ priori vecchi a gran torto, pur da quelli che poco
innanzi gli aveano magnificati; molto gli vituperavano
per piacere agli adversari: e molti dispiaceri ebbono. E
chi disse mal di loro mentirono: perché tutti furono disposti al bene comune e all’onore della republica; ma il
combattere non era utile, perché i loro adversari erano
pieni di speranza, Iddio gli favoreggiava, il Papa gli aiutava, messer Carlo avean per campione, i nimici non temeano. Sì che, tra per la paura e per l’avarizia, i Cerchi
di niente si providono; e erano i principali della discordia: e per non dar mangiare a’ fanti, e per loro viltà, niuna difesa né riparo feciono nella loro cacciata. E essendone biasimati e ripresi, rispondeano che temeano le
leggi. E questo non era vero; però che venendo a’ signori messer Torrigiano de’ Cerchi per sapere di suo stato,
fu da loro in mia presenza confortato che si fornisse e
apparecchiassesi alla difesa, e agli altri amici il dicesse, e
che fusse valente uomo. Nollo feciono, però che per
viltà mancò loro il cuore: onde i loro adversari ne preso-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
no ardire, e inalzorono. Il perché dierono le chiavi della
città a messer Carlo.
22
Ai cittadini colpevoli della distruzione della città.
O malvagi cittadini, proccuratori della distruzione
della vostra città, dove l’avete condotta! E tu, Amannato
di Rota Beccannugi, disleale cittadino, iniquamente ti
volgesti a’ priori e con minacce studiavi le chiavi si dessono, guardate le vostre malizie dove ci hanno condotto!
O tu, Donato Alberti, che con fastidio facevi vivere i
cittadini, dove sono le tue arroganze, che ti nascondesti
in una vile cucina di Nuto Marignolli? E tu, Nuto, proposto e anziano del sesto tuo, che per animosità di Parte
guelfa ti lasciasti ingannare?
O messer Rosso dalla Tosa, empi il tuo animo grande;
che per avere signoria dicesti che grande era la parte
tua, e schiudesti i fratelli della parte loro.
O messer Geri Spini, empi l’animo tuo: diradica i
Cerchi, acciò che possi delle fellonie tue viver sicuro.
O messer Lapo Salterelli, minacciatore e battitore de’
rettori che non ti serviano nelle tue questioni: ove t’armasti? in casa i Pulci, stando nascoso.
O messer Berto Frescobaldi, che ti mostravi così amico de’ Cerchi e faceviti mezano della questione, per avere da loro in presto fiorini XIjm, ove li meritasti? ove
comparisti?
O messer Manetto Scali, che volevi esser tenuto sì
grande e temuto, credendoti a ogni tenpo rimanere signore, ove prendesti l’arme? ove è il séguito tuo? ove so-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
no li cavalli coverti? Lasciastiti sottomettere a coloro,
che di niente erano temuti appresso a te.
O voi, popolani, che disideravate gli ufici, e succiavate
gli onori, e occupavate i palagi de’ rettori, ove fu la vostra
difesa? nelle menzogne, simulando e dissimulando, biasimando gli amici e lodando i nimici, solamente per campare. Adunque piangete sopra voi e la vostra città.
23
Caduta e sperpero dei Guelfi bianchi (novembre 1301 - ...).
Molti nelle rie opere divennoro grandi, i quali avanti
nominati non erano: e nelle crudeli opere regnando,
cacciarono molti cittadini, e feciolli ribelli, e sbandeggiorono nell’avere e nella persona. Molte magioni guastorono, e molti ne puniano, secondo che tra loro era ordinato e scritto. Niuno ne campò che non fusse punito:
non valse parentado, né amistà; né pena si potea minuire
né cambiare a coloro, a cui determinate erano: nuovi
matrimoni niente valsero: ciascuno amico divenne nimico: i fratelli abbandonavano l’un l’altro, il figliuolo il padre: ogni amore, ogni umanità, si spense. Molti ne mandorono in esilio di lunge LX miglia dalla città: molti
gravi pesi imposono loro e molte imposte, e molti danari
tolson loro: molte riccheze spensono. Patto, pietà, né
mercè, in niuno mai si trovò. Chi più diceano: «Muoiano, muoiano i traditori! «, colui era il maggiore.
Molti di Parte bianca, e antichi Ghibellini per lunghi
tempi, furono ricevuti da’ Neri in compagnia, solo per
loro malfare; fra’ quali fu messer Betto Brunelleschi,
messer Giovanni Rustichelli, messer Baldo d’Aguglione,
e messer Fazio da Signa, e più altri; i quali si dierono a
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
distruggere i Bianchi. E oltre agli altri, messer Andrea e
messer Aldobrando da Cerreto, che oggi si chiamano
Cerretani, per antico d’origine ghibellina, e diventorono
di Parte nera.
24
Valore e lealtà del giovane Baschiera Tosinghi.
Baschiera Tosinghi era uno giovane figliuolo d’un
partigiano, cavaliere, nominato messer Bindo del Baschiera, il quale molte persecuzioni sofferì per Parte
guelfa, e nel castello di Fucecchio perdé uno occhio per
uno quadrello gli venne, e nella battaglia cogli Aretini fu
fedito e morì. Questo Baschiera rimase dopo il padre:
dovendo avere degli onori della città, come giovane che
’l meritava, ne era privato, però che i maggiori di casa
sua prendevano gli onori e l’utile per loro e non li accomunavano. Costui acceso nell’animo di Parte guelfa,
quando la terra si volse nella venuta di messer Carlo, vigorosamente s’armò; e contro a’ suoi consorti e adversari pugnava con fuoco e con ferri, con la compagnia de’
fanti che avea seco.
I fanti, che il Comune avea a soldo, di Romagna, vedendo perdere la terra, l’abbandonorono; e andorono al
palagio per avere le loro paghe, e chiesonle per avere cagione di partirsi. I priori accattorono fiorini cento da
Baldone Angielotti, e dieronli a’ fanti; e colui che li prestò, volle i fanti stessono appresso a lui per guardia della
casa sua: e così perdé il Baschiera i fanti che erano con
lui. Di tanto vigore fussono stati gli altri cittadini di sua
parte, che non arebbono perduto! ma vanamente pensorono, dandosi a credere non esser offesi.
Letteratura italiana Einaudi
67
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
25
Andata di Carlo a Roma (febbraio 1302). Inique e fraudolenti
condanne di Bianchi, dopo il suo ritorno (marzo 1302) in Firenze. Proscrizione d’aprile 1302.
Poi che messer Carlo di Valos ebbe rimesso Parte nera in Firenze, andò a Roma: e domandato danari al Papa, gli rispose che l’avea messo nella fonte dell’oro.
Indi a pochi dì si disse, che alcuni di Parte bianca teneano trattato con messer Piero Ferrante di Linguadoco, barone di messer Carlo, e carte de’ patti se ne trovorono, che dovea a loro petizione uccidere messer
Carlo. Il quale, tornato da Corte, raunò in Firenze uno
consiglio segreto di XVII cittadini, una notte; nel quale
si trattò di far prendere certi che nominavano colpevoli, e fare loro tagliare la testa. Il detto consiglio si recò a
minor numero, perché se ne partirono VII, e rimason
X: e fecionlo, perché i nominati fuggisson e lasciasson
la terra.
Feciono cessare la notte segretamente messer Goccia
Adimari e ’l figliuolo, e messer Manetto Scali, che era a
Calenzano e andonne a Mangona: e poco poi messer
Muccio da Biserno, soldato con gran masnada, e messer
Simone Cancellieri, nimico di detto messer Manetto,
giunsono a Calenzano credendolo trovare; e cercando di
lui, fino la paglia de’ letti con ferri fororono.
Il giorno seguente messer Carlo gli fece richiedere, e
più altri; e per contumaci e per traditori gli condannò, e
arse loro le case, e’ beni publicò in comune per l’uficio
del paciaro. I quali beni messer Manetto fece ricomperare a’ suoi compagni fiorini Vm, acciò che i libri della
compagnia di Francia non li facesse tòrre; e difesonsi
per la detta compagnia.
Messer Giano di messer Vieri de’ Cerchi, giovane cavaliere, era in palagio di messer Carlo, richiesto, e dato
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
in guardia a due cavalieri franciosi, che onestamente lo
teneano per la casa. Messer Paniccia degli Erri e messer
Berto Frescobaldi, sentendolo, andorono nel palagio,
che era loro, e misonsi tra il cavaliere e le due guardie,
parlando con loro, e a lui feciono cenno di partirsi; e così segretamente si partì. Dissesi, che tolti gli arebbe danari assai e poi la persona. Il simile advenne a più richiesti, che partiti erano: gli condannava nell’avere e nella
persona, e i beni confiscava in comune. Per modo che
dal Comune ebbe fiorini XXIIIjm, e e’gli finì tutto ciò
che e’gli avea applicato sotto il titolo del paciaro.
Del mese d’aprile 1302, avendo fatti richiedere molti
cittadini ghibellini, e guelfi di Parte bianca, condannò
gli Uberti, la famiglia degli Scolari, de’ Lamberti, delli
Abati, Soldanieri, Rinaldeschi, Migliorelli, Tebaldini: e
sbandì e confinò tutta la famiglia de’ Cerchi; messer Baldo, messer Biligiardo, Baldo di messer Talano e Baschiera Tosinghi; messer Goccia e ’l figliuolo, Corso di messer Forese, e Baldinaccio Adimari; messer Vanni de’
Mozi, messer Manetto e Vieri Scali, Naldo Gherardini, i
Conti da Gangalandi, messer Neri da Gaville, messer
Lapo Salterelli, messer Donato di messer Alberto Ristori, Orlanduccio Orlandi, Dante Allighieri che era anbasciadore a Roma, i figliuoli di Lapo Arrighi, i Ruffoli, gli
Angelotti, gli Ammuniti, Lapo del Biondo e’ figliuoli,
Giovangiacotto Malispini, i Tedaldi, il Coraza Ubaldini,
ser Petracca di ser Parenzo dall’Ancisa, notaio alle
Rinformagioni; Masino Cavalcanti e alcuno suo consorto; messer Betto Gherardini, Donato e Teghia Finiguerri, Nuccio Galigai e Tignoso de’ Macci; e molti altri: che
furno più di uomini DC, i quali andorono stentando per
lo mondo, chi qua e chi là.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
26
La signoria della città rimane ai Guelfi neri.
Rimase la signoria della città a messer Corso Donati, a
messer Rosso dalla Tosa, a messer Pazino de’ Pazi, a
messer Geri Spini, a messer Betto Brunelleschi, a’ Buondalmonti, agli Agli, a’ Tornaquinci, a parte de’ Gianfigliazi, a’ Bardi, a parte de’ Frescobaldi, a’ Rossi, a parte
de’ Nerli, a’ Pulci, a’ Bostichi, a’ Magalotti, a’ Manieri,
a’ Bisdomini, agli Uccellini, a’ Bordoni, agli Strozi, a’
Rucellai, agli Acciaiuoli, agli Altoviti, agli Aldobrandini,
a’ Peruzi, e a’ Monaldi, a Borgo Rinaldi e ’l fratello, a
Palla Anselmi, a Manno Attaviani, al Nero Canbi, a
Noffo Guidi, a Simone Gherardi, a Lapo Guaza; e a
molti altri, cittadini e contadini. De’ quali niuno si può
scusare che non fusse guastatore della città: e non possono dire che alcuna nicissità gli strignesse, altro che superbia e gara degli ufici; però che gli odii non eran tanti
tra i cittadini, che per guerra di loro la città se ne fusse
turbata, se i falsi popolani non avessono avuto l’animo
corrotto a malfare, per guadagnare, anzi rubare, e per
tenere gli ufici della città.
Uno giovane chiamato Bertuccio de’ Pulci tornato di
Francia, trovando i suoi compagni sbandeggiati fuori della terra, lasciò i suoi consorti in signoria, e co’ suoi compagni stette fuori: e questo advenne per grande animo.
27
I Neri conducono (dicembre 1301) Carlo anche contro Pistoia,
tenuta sempre da’ Cancellieri bianchi. Vani tentativi. Solamen-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
te più tardi i Pistoiesi perdono le castella di Seravalle (1302) e
del Montale (1303).
Messer Schiatta Cancellieri capitano (della cui casa
naquono le due maledette parti in Firenze ne’ Guelfi) se
ne tornò a Pistoia, e cominciò a armare e fornire le castella, e spezialmente il Montale dalla parte di Firenze, e
Serravalle dalla parte di Lucca. La Parte nera di Firenze
furono subito con messer Carlo di Valois, inducendolo a
prendere Pistoia, e promettendoli dargliene molti danari: e con questa intenzione vel feciono cavalcare con la
sua gente, assai male ordinata. La città era forte, e di
buone mure guernita e di gran fossi e di pro’ cittadini; e
più volte vi fu menato: per modo che Maynardo da Susinana il riprese, dicendoli che follemente andava. E per
esser mal guidato, a tempo di piove, si condusse ne’
pantani, sé e sua gente, in luogo che, se i Pistolesi avessono voluto, l’arebbono preso: ma temendo la sua grandeza, il lasciarono andare.
I Fiorentini e’ Lucchesi posono l’assedio a Serravalle,
sappiendo non era fornito; perché parlando messer
Schiatta con messer Geri Spini e con messer Pazino de’
Pazi, più savi di lui, disse loro non era fornito. Onde il
castello s’arrendé a patti, salve le persone: i quali non furono loro attesi, perché i Pistolesi andarono presi.
Il Montale, per trattato tenea con chi v’era dentro
messer Pazino de’ Pazi, quivi vicino, a Palugiano, fu dato per fiorini 3000 n’ebbono da’ Fiorentini, e fu disfatto.
28
Carlo di Valois parte di Firenze per la impresa di Sicilia. Persecuzione de’ Neri contro gli usciti Bianchi, i quali si rifugiano in
Arezzo presso Uguccione della Faggiuola, in Forlì, in Siena.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Loro disavventura al castello di Piantavigne (1302, aprile - giugno).
I Neri di Firenze, volendo più tosto la città guasta che
perdere la signoria, partito messer Carlo di Valos che
n’andò in Puglia per fare la guerra di Cicilia, si misono a
distruggere i loro aversari in ogni modo.
I Bianchi n’andarono ad Arezo dove era podestà
Uguccione dalla Faggiuola, antico ghibellino, rilevato di
basso stato. Il quale, corrotto da vana speranza datali da
papa Bonifazio, di fare uno suo figliuolo cardinale, a sua
petizione fece loro tante ingiurie, convenne loro partirsi.
E buona parte se ne andorono a Furlì, dove era vicario
per la Chiesa Scarpetta degli Ordalaffi, gentile uomo di
Furlì.
A parte bianca e ghibellina accorsono molte orribili
disaventure. Egli aveano in Valdarno un castello in
Pian di Sco, nel quale era Carlino de’ Pazi con LX cavalli e pedoni assai. I Neri di Firenze vi posono l’assedio. Dissesi che Carlino li tradì per denari ebbe; il perché i Neri vi misono le masnade loro, e presono gli
uomini, e parte n’uccisono, e il resto feciono ricomperare: e fra gli altri, uno figliuolo di messer Donato di
messer Alberto Ristori, chiamato Alberto, feciono ricomperare lire IIjm. E due degli Scolari, e due Bogolesi, e uno de’ Lanberti, e uno de’ Migliorelli, feciono impiccare, e alcuni altri.
I Ghibellini e Bianchi, che erano rifuggiti in Siena,
non si fidavano starvi, per una profezia che dicea: «La
lupa puttaneggia», ciò è Siena, che è posta per la lupa; la
quale quando dava il passo, e quando il toglieva. E però
diliberarono nonne starvi.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
29
I Bianchi e i Ghibellini, aiutati dagli Ubaldini e da’ Pisani,
guerreggiano in Mugello (estate del 1302). Seconda sventura,
per imprudenza d’uno della parte (...gennaio 1303).
Con l’aiuto degli Ubaldini, i Bianchi e Ghibellini cominciorono guerra in Mugello; ma prima vollono esser
sicuri di loro danni. E i Pisani li sicurorono: ma Vannuccio Bonconti pisano tenea per moneta con Parte nera; e
però da lui niuno aiuto ebbono o favore.
Messer Tolosato degli Uberti, tornato di Sardigna,
sentendo questa discordia, s’acconciò co’ Pisani, e soccorse parte ghibellina, e in Bologna e in Pistoia personalmente fu; e molti altri della casa degli Uberti. I quali
più di XL anni erano stati rubelli di loro patria, né mai
merzè né misericordia trovorono; stando sempre fuori
in grande stato; e mai non abbassorono di loro onore,
però che sempre stettono con re, e con signori stettono,
e a gran cose si dierono.
La Parte nera passò l’alpe; ville e castella arsono; e furono nel Santerno, nell’Orto degli Ubaldini, e arsollo. E
niuno con arme si levò alla difesa! Che s’eglino avessono
tagliati pur de’ legni che v’erano, e messigli in terra e intraversati agli stretti passi, dei loro adversarii niuno ne
sarebbe canpato.
Ebbono i Bianchi una altra ria fortuna, per simplicità
d’uno cittadino rubello di Firenze, chiamato Gherardino Diedati: il quale stando in Pisa e confidandosi ne’
consorti suoi, scrisse loro che i confinati stavano in speranza di mese in mese essere in Firenze per forza; e così
scrisse a alcuno suo amico. Le lettere furono trovate: il
perché due giovani suoi nipoti, figliuoli di Finiguerra
Diedati, e Masino Cavalcanti, bel giovane, furono presi,
e tagliata loro la testa; e Tignoso de’ Macci fu messo alla
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
colla, e quivi morì; e fu tagliato il capo a uno de’ Gherardini. De’ quanto fu la dolorosa madre de’ due figliuoli ingannata! che con abbondanza di lagrime, scapigliata, in mezo della via, ginocchione si gittò in terra innanzi
a messer Andrea da Cerreto giudice, pregandolo con le
braccia in croce per Dio s’aoperasse nello scampo de’
suoi figliuoli. Il quale rispose, che però andava a palazo:
e di ciò fu mentitore, perché andò per farli morire. Pe’
sopradetti malifici i cittadini che aveano speranza che la
città si riposasse, la perderono; però che fino a quel dì
non era sparto sangue, il perché la città posare non dovesse.
30
Terza disavventura de’ Bianchi, respinti dalla spedizione di
Puliciano tentata insieme coi Ghibellini. Ne rimangono presi e
morti: il che rafforza e assicura l’amicizia tra Ghibellini e Bianchi (1303, febbraio, marzo...).
La terza disaventura ebbono i Bianchi e Ghibellini (la
quale gli accomunò, e i due nomi si ridussono in uno)
per questa cagione: che essendo Folcieri da Calvoli podestà di Firenze, i Bianchi chiamorono Scarpetta degli
Ordalaffi loro capitano, uomo giovane e temperato, nimico di Folcieri. E sotto lui raunorono loro sforzo, e
vennono a Pulicciano apresso al Borgo a San Lorenzo,
sperando avere Monte Accenico, edificato dal cardinale
degli Ubaldini, messer Attaviano, con tre cerchi di mura. Quivi s’ingrossorono con loro amici, credendo prendere Pulicciano, e quindi venire alla città. Folcieri vi cavalcò con pochi cavalli. I Neri v’andorono con grande
riguardo: i quali, vedendo che i nimici non assalirono il
podestà, che era con pochi, ma tagliarono i ponti e
Letteratura italiana Einaudi
74
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
afforzaronsi, presono cuore ingrossandosi. A’ Bianchi
parea esser presi; e però si levorono male in ordine; e chi
non fu presto a scampare, rimase; però che i villani de’
conti d’attorno furono subito a’ passi, e presonne e uccisonne molti.
Scarpetta con più altri de’ maggiori rifuggirono in
Monte Accinico. E fu l’esercito de’ Bianchi e Ghibellini
cavalli VIIc e pedoni IIIIm. E quantunque la partita non
fusse onorevole, fu più savia che la venuta.
Messer Donato Alberti tanto fu lento che fu preso, e
uno valente giovane nominato Nerlo di messer Goccia
Adimari, e due giovani degli Scolari. E Nanni Ruffoli fu
morto da Chirico di messer Pepo dalla Tosa.
Fu menato messer Donato vilmente su uno asino, con
una gonnelletta d’uno villano, al podestà. Il quale, quando il vide, lo domandò: «Siete voi messer Donato Alberti?». Rispose: «Io sono Donato. Così ci fusse innanzi
Andrea da Cerreto, e Niccola Acciaiuoli, e Baldo d’Aguglione, e Iacopo da Certaldo, che ànno distrutta Firenze».
Allora lo pose alla colla, e accomandò la corda allo
aspo, e così ve ’l lasciò stare: e fe’ aprire le finestre e le
porti del palagio, e fece richiedere molti cittadini sotto
altre cagioni, perché vedessono lo strazio e la derisione
facea di lui. E tanto procurò il podestà, che li fu conceduto di tagliarli la testa. E questo fece, perché la guerra
gli era utile, e la pace dannosa: e così fece di tutti. E questa non fu giusta diliberazione: ma fu contro alle leggi
comuni, però che i cittadini cacciati, volendo tornare in
casa loro, non debbono esser a morte dannati; e contro
all’uso della guerra, ché tenere li dovean presi. E perché
i Guelfi bianchi, presi, furon parimente morti co’ Ghibellini, s’assicurorono insieme: ché fino a quel dì sempre
dubitarono, che d’intero animo fussono con loro.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
31
La divisione di Parte guelfa è compiuta. I nomi di Guelfo e
Ghibellino, divenuti Ghibellini i Bianchi già Guelfi, si confondono strananmente.
O messer Donato, quanto la fortuna ti si volse in contrario! ché prima ti presono il figliuolo, e ricomperastilo
lire IIIm; e te ànno decapitato! Chi te lo à fatto? I Guelfi, che tu tanto amavi, e che in ogni tua diceria dicevi
uno colonnello contro a’ Ghibellini. Come ti poté esser
tolto il nome di guelfo per li falsi volgari? come da’
Guelfi fosti giustiziato tra i Ghibellini? Chi tolse il nome
a Baldinaccio Adimari e al Baschiera Tosinghi, d’esser
Guelfi, che tanto i padri loro feciono per Parte guelfa?
Chi ebbe balìa di tòrre e dare in picciol tempo, che i
Ghibellini fussono detti guelfi, e i grandi Guelfi detti
ghibellini? Chi ebbe tal privilegio? Messer Rosso dalla
Tosa e suoi seguaci, che niente operava ne’ bisogni della
parte, anzi nulla appo i padri di coloro, a cui il nome fu
tolto. E però in ciò parlò bene un savio uomo guelfissimo, vedendo fare ghibellini per forza, il qual fu il Corazza Ubaldini da Signa, che disse: «E’ sono tanti gli uomini che sono ghibellini e che vogliono essere, che il farne
più per forza non è bene».
32
I Neri tentano l’impresa di Bologna; ma la città è ben difesa da
una fazione di Guelfi bolognesi e dai Bianchi fiorentini. Lega
di Romagna, alla quale partecipano Bianchi e Ghibellini toscani (1303, ...aprile - giugno).
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Tanto crebbe la baldanza de’ Neri, che si composono
col marchese di Ferrara di tòrre Bologna (e l’una delle
due parti dentro, che erano amendue guelfe, dovea assalire l’altra il dì della Pasqua di Resurresso), cavalcandovi
con VIc cavalli e con VIm pedoni.
I Bianchi che erano rifuggiti in Bologna, virilmente
s’armorono e feciono la mostra: i Neri temerono, e non
assalirono. Il marchese disfece l’armata; e i Neri si partirono. Il perché la condizione de’ Bianchi migliorò in Bologna, e furonvi poi veduti volentieri, e i Neri tenuti per
nimici. I Bolognesi feciono compagnia co’ Romagnuoli,
dicendo che il marchese gli avea voluti tradire, e, se fatto
l’avesse, arebbe confusa Romagna.
In quella compagnia fu Furlì e Faenza, e Bernardino
da Polenta, e la Parte bianca di Firenze, e i Pistolesi, e il
conte Federigo da Montefeltro, e i Pisani.
Del mese di giugno 1303 i detti congiurati feciono taglia di Vc cavalli, e feciono capitano messer Salinguerra
da Ferrara.
33
I Bianchi cavalcano dal Mugello nel Fiorentino, e si uniscono
con gli Aretini, prendendo alcune castella: ma non sanno valersi dll’occasione. Uguccione è rimosso dalla potesteria d’Arezzo
(estate del 1303).
I Bianchi cavalcarono da Monte Accinico fino presso
alla Lastra, ardendo ciò che trovorono. Gli Aretini racquistorono Castiglione e ’l Monte a San Savino, e guastarono Laterina, che la teneano i Neri; i quali non la
poterono soccorrere, perché erano co’ Lucchesi intorno
a Pistoia: i quali sentendolo, lasciorono i Lucchesi a
Letteratura italiana Einaudi
77
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
guardia di Firenze, e co’ cavalieri del marchese cavalcorono a Montevarchi per soccorrere Laterina.
Raunoronsi gli Aretini co’ Bianchi e con gli amici loro
di Romagna e con soldati pisani, e cavalcarono a Castiglione degli Ubertini: e credettesi che avisamento fusse
di battaglia.
Ma i Neri si partirono; e combatterono Castiglione
Aretino; e ricevetton danno di fanti a piè: e di poi fornirono Montalcino e Laterina.
I Bianchi erano cavalli MCC e pedoni assai, e mostrarono con gran vigore aspettare la battaglia; i quali furono ingannati da certi traditori, che da loro nimici ricevettono moneta, e negarono la battaglia, mostrando che
a’ Pisani non piacesse mettere in adventura la guerra,
che sicura vincere si potea.
In Arezo era Uguccione da Faggiuola, come è detto,
che per alcune sue opere sospette fu rimosso dalla signoria, e data al conte Federigo, figliuolo del buon conte Guido da Montefeltro di cui graziosa fama volò per
tutto il mondo. Il quale venne ad Arezo, e prese il governo accompagnato da Ciappettino Ubertini.
34
Discordia in Firenze nella Parte nera tra i popolani grassi e
Corso Donati. Malumore contro la Signoria. Sindacato de’ fatti passati. Rimpatrio de’ confinati (1303..., agosto).
Tornorono i Neri in Firenze, e poco dipoi nacque tra
loro discordia, perché messer Rosso dalla Tosa, messer
Pazino de’ Pazi, e messer Geri Spini, col séguito del popolo grasso, aveano la signoria e gli onori della città.
Messer Corso Donati, il quale si tenea più degno di loro,
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
non li parendo avere la sua parte (valentissimo cavaliere
in tutte le cose che operare voleva), proccurò d’abbassarli, e rompere l’uficio de’ priori, e innalzare sé e suoi
seguaci. E cominciò a seminare discordie, e sotto colore
di giustizia e di piatà dicea in questo modo: «I poveri
uomini sono tribolati e spogliati di loro sustanzie con le
imposte e con le libbre, e alcuni se ne empiono le borse.
Veggasi dove sì gran somma di moneta è ita, però che
non se ne può esser tanta consumata nella guerra». E
questo molto sollicitamente domandava innanzi a’ signori e ne’ consigli. La gente volentieri l’ascoltava, credendo che di buono animo lo dicesse: nondimeno pure
amavano che ciò si ricercasse. L’altra parte non sapea
che si rispondere, però che l’ira e la superbia l’impediva.
E tanto feciono, colli uficiali che erano con loro, che diterminorono che delle forze e delle violenze e ruberie si
ricercasse: i giudici forestieri chiamorono ragionieri. Poi
s’ammollarono le parole; e i popolani, che reggeano, per
accattare benivolenzie, ribandirono i confinati che aveano ubbidito, a dì primo d’agosto 1303.
35
Cattura e morte di papa Bonifazio VIII: come sentita dai Bianchi e dai Neri (1303, settembre - ottobre).
Sciarra dalla Colonna, in sabato a dì VII di settenbre
1303 entrò in Alagna, terra di Roma, con gente assai, e
con quelli da Ceccano, e con uno cavaliere che era quivi
per lo re di Francia, e con la sua insegna e con quella del
Patrimonio, cioè delle Chiavi. E ruppono la sagrestia e
la tesoreria del Papa, e tolsonli molto tesoro. Il Papa abbandonato dalla sua famiglia, rimase preso. Dissesi che
Letteratura italiana Einaudi
79
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
messer Francesco Orsini cardinale vi fu in persona con
molti cittadini romani: e tennesi fusse congiura fatta col
re di Francia, perché il Papa s’ingegnava d’abbassarlo, e
la guerra de’ Fiaminghi fattali contro si disse fu per sua
diliberazione; onde molti Franciosi perirono.
Il re di Francia per questa cagione raunò in Parigi
molti maestri in teologia e baccellieri, de’ frati Minori e
Predicatori e d’altri ordini: e quivi il fece pronunziare
eretico, e poi il fece ammunire, accusandolo di molti orribili peccati. Il Papa era preso in Alagna; e sanza fare alcuna difesa o scusa, fu menato a Roma, ove fu ferito nella testa, e dopo alcuni dì arrabbiato si morì.
Della sua morte molti ne furono contenti e allegri, perché crudamente reggea, e accendea guerre, disfaccendo
molta gente e raunando assai tesoro: e spezialmente se ne
rallegrorono i Bianchi e Ghibellini, perché era loro cordiale nimico; ma i Neri se ne contristoron assai.
36
I Bianchi e i Ghibellini, sotto il comando di Tolosato degli
Uberti, radunansi ad Arezzo. Impresa di Ganghereto e di Laterina (1303, settembre - novembre).
Del detto mese di settenbre i Bianchi e i Ghibellini di
Firenze s’accozorono con messer Tolosato degli Uberti,
nobile cavaliere di Firenze e valentissimo uomo d’arme.
Cavalcarono ad Arezo con soldati pisani. I Sanesi dierono loro il passo: perché i cittadini di Siena marcavano
bene con ambo le parti; e quando sentivano i Bianchi
forti, li sbandiano, ma il bando era viziato, che non agravava; davan aiuto a’ Neri nelle cavalcate, e mostravansi
fratelli: e però parlò di loro una profezia, la quale, fra
Letteratura italiana Einaudi
80
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
l’altre parole della guerra di Toscana, dicea: «La lupa
puttaneggia»; ché per la lupa si intende Siena. Raunoronsi ad Arezo i Bianchi e Ghibellini di Firenze, romagnuoli, pisani, e ogni altro loro amico: sì che in calendi
novembre furono a cavallo.
I Neri cavalcorono a Fighine, e i Bianchi scesono a
Ganghereto. Gli Aretini vennono a Laterina, e afforzarono i passi, perché vittuaglia non vi si mettesse. Il castello si perdea, per fame e per discordia fu tra gli Aretini; però che in segreto i loro maggiori prenderono
prezo, e lascioronlo fornire.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
TERZO LIBRO DELLA CRONICA
DI DINO COMPAGNI, DE’ TEMPI SUOI
1
Elezione del nuovo potefice, Benedetto XI; e sue qualità. Suoi
primi atti: nomina del Cardinale da Prato a paciaro in Toscana
(ottobre 1303 - gennaio 1304).
Nostro Signore Iddio, il quale a tutte le cose provede,
volendo ristorare il mondo di buono pastore, provide alla
necessità de’ cristiani. Perché chiamato fu nella sedia di
san Piero papa Benedetto, nato di Trevigi, frate Predicatore e priore generale, uomo di pochi parenti e di picciolo
sangue, constante e onesto, discreto e santo. Il mondo si
rallegrò di nuova luce. Cominciò a fare opere piatose: perdonò a’ Colonnesi, e restituilli ne’ beni. Nelle prime digiuna fece due cardinali: l’uno, inghilese; l’altro fu il vescovo
di Spuleti, nato del castello di Prato, e frate Predicatore,
chiamato messer Niccolao, di piccioli parenti ma di grande
scienzia, grazioso e savio, ma di progenie ghibellina: di che
molto si rallegrorono i Ghibellini e’ Bianchi; e tanto procurorono, che papa Benedetto il mandò paciaro in Toscana.
2
Discordie tra’ Neri in Firenze:Rosso dalla Tosa col popolo
grasso, e Corso Donati co’ Grandi e popolo minuto (...1304,
febbraio...).
Innanzi alla sua venuta, si palesò una congiura ordinata da messer Rosso dalla Tosa; il quale tutto ciò che
Letteratura italiana Einaudi
82
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
facea e procurava nella città, era per avere la signoria a
guisa de’ signori di Lombardia. E molti guadagni lasciava, e molte paci facea, per avere gli animi degli uomini
pronti a quello che egli disiderava.
Messer Corso Donati nonne scusava moneta; ogni
uno, chi per paura, chi per minaccie, gli dava del suo;
non lo chiedeva, ma facea senbiante di volere.
I due nimici si guardavano a’ fianchi. Messer Rosso temea l’abbominio de’ Toscani, se contro a messer Corso
avesse procurato; temea i nimici di fuori, e procurava
d’abbassarli prima che contro a messer Corso mostrasse
sua nimistà; e temea il nome che avea della Parte, che il
popolo non si turbasse: teneasi col popolo grasso, però
ch’erano le sue tanaglie, e pigliavano il ferro caldo. E messer Corso, per l’animo grande che avea, alle piccole cose
non attendea e non si dichinava, e non avea l’amore di cotali cittadini per sdegno. Sì che, lasciando il popolo grasso, co’ grandi si congiurò, mostrando molte ragioni come
eglino erano prigioni e in servitù d’una gente di popolani
grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano e togliènsi gli
onori per loro: e così parlando, raccolse tutti i gran cittadini che si teneano gravati, e tutti si giurarono. Nella qual
fu messer Lottieri dalla Tosa, vescovo di Firenze, e messer Baldo, suo nipote, in però che messer Rossellino suo
consorto si tenea uno suo castello e’ fedeli; e non se ne
osava dolere, mentre che papa Bonifazio visse. E furonvi i
Rossi, i Bardi, i Lucardesi, i Cavalcanti, i Bustichi, i Giandonati, i Tornaquinci quasi tutti, i Manieri, e parte degli
Adimari; e molti popolani vi furono. E in tutti, tra di famiglie e popolani, furno XXXII i giurati; e diceano, sopra
il grano venuto di Puglia che si dava per bocche al popolo: «I popolani sono gravati, e tolto il loro colle grandi inposte, e poi convien loro mangiare le stuoie», dicendo che
le tagliavano nel grano, perché la misura crescesse.
Il popolo grasso cominciò a temere, gli amici di messer Corso montarono: ma non tanto; ché ne’ consigli e
Letteratura italiana Einaudi
83
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
nelle raunate smentivano messer Corso: molto il perseguitavano i Bordoni, che erano popolani arditi e arroganti; e più volte lo smentirono, e non guardavano a
maggioranza d’aversari, né che advenire ne potesse; del
Comune traevano assai guadagno, e le lode gli sormontavano. Non però i seguaci di messer Rosso gli lasciavano molestare. Posono in uno mese il grano a soldi XII, e
feciono la libra, e poson MCC cavagli a fiorini L per cavallo, sanza niuna piatà. E allora mandorono gente e feciono un battifolle presso a Monte Accinico, e misonvi
uomini a guardia.
3
Intervento de’ Lucchesi, chiamati dal Comune per pacificatori.
Le due fazioni vengono alle mani. Corso assale il palagio della
Signoria. Si rinnova l’ufficio. Baldanza de’ Grandi: esecuzione
degli Ordinamenti di Giustizia contro i Tornaquinci (1303, dicembre; 1304, febbraio - aprile).
La congiura di messer Corso pure parlando sopramano, l’altra parte mandò pe’ Lucchesi; i quali con parole
mezane credettono tòrre forteze tenea: e assegnatoli
tempo a renderle, il condannorono, se non le desse a’
Lucchesi.
Messer Corso, non volendosi lasciare sforzare, richiese gli amici suoi; e molti sbanditi raccolse; e venne in suo
aiuto messer Neri da Lucardo, valente uomo d’arme. E
armato a cavallo venne in piaza, e con balestra e con
fuoco combatté il palagio de’ Signori aspramente.
L’altra parte, di cui era capo messer Rosso dalla Tosa,
insieme con la maggior parte de’ consorti, co’ Pazi, Frescobaldi, Gherardini, Spini, e il popolo e molti popolani, vennono alla difesa del palagio, e feciono gran zuffa:
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
nella quale fu morto d’uno quadrello messer Lotteringo
Gherardini; che ne fu gran danno, ché era valente.
Messer Rosso dalla Tosa e i suoi seguaci chiamorono
il nuovo uficio de’ priori, e misonli la notte in palagio
sanza suoni di tronbe o altri onori. I serragli erano fatti
per la terra; e circa un mese stettono sotto l’arme.
I Lucchesi, che erano venuti in Firenze per mettere
pace, ebbono gran balìa dal Comune. E molto si scopersono i grandi, e voleano si rompessono le leggi contra i
grandi. Raddoppiossi il numero de’ Signori: e nondimeno la parte de’ grandi rimase in gran superbia e baldanza.
Accadde in quelli dì che il Testa Tornaquinci, e un figliuolo di Bingieri suo consorto, in Mercato Vecchio fediron e per morto lasciorono uno popolano loro vicino;
e niuno ardia a soccorrerlo, per tema di loro. Ma il popolo rassicurato si crucciò, e con la insegna della giustizia armati andorono a casa i Tornaquinci, e misono fuoco nel palagio, e arsollo e disfeciono, per la loro
baldanza.
4
Giunge in Firenze il cardinale da Prato, paciaro. Pacificazione
de’ Neri tra loro. Pacificazione di Neri con Bianchi e Ghibellini; mal veduta dai Neri, specialmente dalla parte di Rosso. Loro atti per impedire che proceda innanzi. La Signoria dà commissione per l’esecuzione della pace (1304, 10 marzo maggio).
Il cardinale Niccolao da Prato, segretamente domandato da’ Bianchi e Ghibellini di Firenze a papa Benedetto per Legato in Toscana, giunse in Firenze a dì X di
marzo 1303; e grandissimo onore li fu fatto dal popolo
Letteratura italiana Einaudi
85
Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
di Firenze, con rami d’ulivo e con gran festa. E posato in
Firenze alcun dì, trovando i cittadini molto divisi, domandò balìa dal popolo di potere constrignere i cittadini a pace; la quale li fu concessa perfino a calendi maggio 1304, e poi prolungata per uno anno. E fece più paci
tra cittadini dentro: ma dipoi la gente raffreddò, e molte
gavillazioni si trovorono.
Il vescovo di Firenze favoreggiava la pace, perché con
seco recava giustizia e dovizia, e a petizione del Cardinale si pacificò con messer Rosso suo consorto. Rifermò i
gonfaloni delle compagnie: gli amici di messer Corso
n’ebbono parte, e egli fu chiamato Capitano di Parte.
Ciascuno favoreggiava il Cardinale, e elli con speranza
tanto gli umiliò con dolci parole, che gli lasciarono chiamare sindachi: che furono, per la parte dentro, messer
Ubertino dello Stroza e ser Bono da Ognano; e per la
parte di fuori, messer Lapo Ricovero e ser Petracca di
ser Parenzo dall’Ancisa.
A dì XXVI d’aprile 1304, raunato il popolo sulla piaza di Santa Maria Novella, nella presenzia de’ Signori,
fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta, e
contratti se ne fece; e puosono pene a chi contrafacesse:
e con rami d’ulivo in mano pacificorono i Gherardini
con gli Amieri. E tanto parea che la pace piacesse a ogni
uno, che vegnendo quel dì una gran piova, niuno si
partì, e non parea la sentissono. I fuochi furono grandi,
le chiese sonavano, rallegrandosi ciascuno: ma il palagio
de’ Gianfigliazzi, che per le guerre facea gran fuochi, la
sera niente fece; e molto se ne parlò per li buoni, che diceano non era degno di pace. Andavano le compagnie
del popolo, faccendo gran festa sotto il nome del Cardinale, con le ’nsegne avute da lui sulla piaza di Santa Croce.
Messer Rosso dalla Tosa rimase con grande sdegno,
però che troppo gli parve che la pace fusse ita innanzi a
quello ch’egli volea: e però pensò d’avacciare suo inten-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
dimento con gli altri suoi, però che a lui lasciavano fare,
e a lui si mostravano amichevoli. E tutto faceano per
avere Pistoia, della quale forte dubitavano; però che la
teneano i loro adversarii, e eravi dentro messer Tolosato
degli Uberti. E intanto i cavalieri e’ pedoni de’ Bianchi,
tornando a Monte Accinico dal soccorso di Furlì, per
questo i Guelfi dentro cominciorono a parlare viziatamente e perturbare la pace: e dopo molte altre cose, richiesono i Buondalmonti a pacificarsi con li Uberti; onde molti consigli se ne fece, per indugiarlo, ché era cosa
impossibile.
A dì VI di maggio 1304 i Priori commisono nel Cardinale e in quattro chiamati pel Papa, a dare essecuzione
alla pace universale; ciò è a messer Martino dalla Torre
da Milano, a messer Antonio da Fostierato da Lodi, a
messer Antonio de’ Brusciati da Brescia, e a messer Guidotto de’ Bugni da Bergamo.
5
In questo mezzo i Neri inducono maliziosamente il Cardinale a
uscire di Firenze per assicurarsi di Pistoia: sua andata a Prato e
a Pistoia. Tornando a vuoto da quest’ultima città, Prato gli si
rivolge contro (maggio 1304).
I contrarii alla volontà del Papa, non volendo più sostenere il fascio del Cardinale, né lasciare più abbarbicare la pace, feciono tanto con false parole, che rimossono
il Cardinale di Firenze, dicendogli: «Monsignore, anzi
che andiate più avanti con la esecuzione della pace, fateci certi che Pistoia ubidisca: perché faccendo noi pace, e
Pistoia rimanesse a’ nostri adversari, noi saremo ingannati». E questo non diceano, perché avendo Pistoia volessono la pace, ma per prolungare il trattato della pace.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
E tanto con colorate parole il mossono, che a dì VIII di
maggio 1304 si partì di Firenze, e per la via da Campi albergò a un bel riparo di Rinuccio di Senno Rinucci.
L’altro dì cavalcò a Prato, donde nato era, e dove mai
non era stato: e quivi con molto onore e gran dignità fu
ricevuto, e con rami d’ulivo, e cavalieri con bandiere e
stendardo di zendado, il popolo e le donne ornate, e le
vie coperte, con balli e con stormenti, gridando: «Viva il
signore». Ma tosto gliel cambiorono in onta, siccome i
Giudei feciono a Cristo, come di sotto si dirà.
In quel dì cavalcò a Pistoia, e parlò co’ maggiori e
reggenti della terra: e con lui cavalcò messer Geri Spini,
il quale avea fatti gli arnesi, credendo avere la signoria
della terra. E furono da messer Tolosato degli Uberti e
dal popolo ricevuti con grande onore, e fugli data certa
balìa dal popolo, ma non che desse la città a altri. Il perché vedendo che la terra si tenea con molti scalterimenti
perdé la speranza d’averla; e però se ne ritornò inverso
Prato: dove credendo potere entrare con la forza de’ parenti e degli amici suoi, non poté.
6
Ritorno del Cardinale a Firenze e scomunica de’Pratesi. L’esercito fiorentino esce contro Prato, che tratta accordo. Intanto in
Firenze le discordie di Parte nera fra popolani grassi e i Grandi
e il popolo minuto si fanno più gravi (maggio 1304).
Sentendo ciò che in Prato contro a lui era ordinato, di
subito si partì e ritornò a Firenze; e sbandì e scomunicò
i Pratesi, e bandì loro la croce adosso, dando perdono a
chi contro a loro facea danno alcuno. E i parenti e amici
suoi furono disfatti, e cacciati di Prato.
Il podestà di Firenze con le cavallate e co’ soldati del
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Comune cavalcorono sul contado di Prato, e schieraronsi nel greto di Bisenzo all’Olmo a Mezano, e stettonvi fino passata nona. Di Prato uscirono alcuni per trattare
accordo, scusandosi al Cardinale, e profferendo fare ciò
che egli volea; tanto che cessoron il furore: perché molti
ve ne erano, che volentieri arebbono dato loro il guasto
e provatisi di vincere la terra, cioè quelli ch’erano del
volere del Cardinale.
Gli altri capi di Parte nera e i loro seguaci molte parole diceano piene di scandolo. E stando schierati i cavalieri, e’ fu presso che finita la guerra; tanto scandolo nacque tra quelle genti: il quale se fusse ito innanzi, i grandi
e il popolo, a cui piacea la pace, amici del Cardinale,
n’arebbono avuto il migliore, secondo che le volontà si
dimostravano. E quelli della casa de’ Cavalcanti molto
se ne mostrarono favorevoli.
Partissi l’oste, e vennene a Campi: e quivi dimorò tutto quel dì. L’altro giorno si partì, però che il Cardinale si
lasciò menare per le parole, credendo fare il meglio della pace. Ma i parenti suoi, che con onta ne furono cacciati, non tornarono in Prato, e non si fidarono, e poi furono fatti rubelli.
7
Il Cardinale affretta la pace. Venuta di capi di Parte bianca e
ghibellina in Firenze, sotto sicurtà. Slealtà de’ Neri, e poco animo de’ Bianchi e de’ Cavalcanti. I Bianchi e Ghibellini si partono. Il Cardinale, temendo offesa, lascia sdegnato la città, e torna al Pontefice (1304, giugno).
Attese il Cardinale ad avacciare la pace, e a darvi esecuzione. E prese per consiglio, per concordare le differenzie, di far venire de’ capi degli usciti di fuori, e elesse-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ne XIIII°: i quali vennono in Firenze sotto licenzia e sicurtà, e stettono oltre Arno in casa i Mozi, e fecionvi
chiuse di legname e posonvi guardie per non potere esser offesi. I nomi d’alcuni sono: messer [...] de’ Conti da
Gangalandi, Lapo di messer Azolino degli Uberti, Baschiera di messer Bindo dalla Tosa, Baldinaccio Adimari, Giovanni de’ Cerchi, e Naldo di messer Lottino Gherardini, e più altri. E la Parte nera, che erano in Firenze,
i nomi d’alcuni: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini: messer Maruccio Cavalcanti, e messer Betto Brunelleschi, e
più altri.
Quando quelli di Parte bianca vennono in Firenze,
furon molto onorati dalla gente minuta. Molti antichi
Ghibellini, uomini e femmine, baciavano l’arme degli
Uberti e Lapo di messer Azolino fu molto guardato da’
Grandi loro amici, perché mnlti odii mortali avean quelli di casa sua con molti cittadini guelfi.
Il Baschiera dalla Tosa fu anche molto onorato: e egli
onorò messer Rosso in parole e in vista. E grande speranza ne prese il popolo; perché i Bianchi e’ Ghibellini
si proposono lasciarsi menare a’ Neri, e di consentire ciò
che domandavano, acciò non avesson cagione di fuggire
la pace. Ma i Neri non aveano voglia di pace: menaronli
tanto con parole, che i Bianchi furono consigliati si riducessono a casa i Cavalcanti, e quivi farsi forti d’amici, e
non lasciare la città loro; e molti savi uomini dissono,
che se fatto l’avessono, erano vincitori. Ma mandarono
messaggi a’ Cavalcanti, per parte del Cardinale e di loro,
a richiederli; i quali ne tennono consiglio, e accordoronsi non riceverli. Il quale fu mal consiglio per loro, secondo i volgari; perché gran danno venne sopra loro e le lor
case, di fuoco e d’altre cose, come innanzi si dirà.
I Bianchi, da poi che da’ Cavalcanti non furono ricevuti, e vedendo i dubbiosi senbianti de’ loro adversari e
le parole che usavano, furono consigliati che si partisso-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
no; e così feciono a dì VIII di giugno 1304. Il Cardinale
rimase. Quelli che volentieri non lo vedeano, feciono
senbiante d’offenderlo: e una famiglia chiamata i Quaratesi, vicini de’ Mozi, e al palagio dove abitava il Cardinale, feciono vista di saettarlo. Il perché dolendosene, fu
consigliato si partisse: onde temendo, si partì a dì VIIII
di giugno, lasciando la terra in male stato; e andossene a
Perugia, ove era il Papa.
8
La città riprende le armi.Neri e Cavalcanti. Incendio spaventoso, attaccato da’ Neri, confuoco lavorato. Cacciata de’ Cavalcanti (1304, giugno).
I buoni cittadini rimasono molto crucciosi e disperati
di pace. I Cavalcanti si doleano, e molti altri; e tanto
s’accesono gli animi, che la gente s’armò e comincioronsi a offendere. Quelli della Tosa e i Medici vennono armati in Mercato Vecchio con le balestra, saettando verso
il Corso degli Adimari e giù per Calimala: e uno serraglio combatterono nel Corso, e abbatteronlo, il quale
era guardato da gente che avea più animo a vendetta che
a pace.
Messer Rossellino dalla Tosa, con sua brigata, venne a
casa i Sassetti, per mettervi fuoco: i Cavalcanti soccorsono, e altre genti; e in quello trarre, Nerone Cavalcanti
scontrò messer Rossellino, al quale bassò la lancia, e posegliele a petto, per modo lo gittò da cavallo.
I capi di Parte nera aveano ordinato un fuoco lavorato, pensando bene che a zuffa conveniano venire: e intesonsi con uno ser Neri Abati priore di San Piero Scheraggio, uomo reo e dissoluto, nimico de’ suoi consorti,
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
al quale ordinorono che mettesse il primo fuoco. E così
mise a dì X di giugno 1304, in casa i consorti suoi in Orto San Michele. Di Mercato Vecchio si saettò fuoco in
Calimala; il quale multiplicò tanto, per non esser difeso,
che, aggiunto col primo, che arse molte case e palagi e
botteghe.
In Orto San Michele era una gran loggia con uno oratorio di Nostra Donna, nel quale per divozione eran
molte immagini di cera: nelle quali appreso il fuoco, aggiugnendovisi la caldeza dell’aria, arsono tutte le case
erano intorno a quel luogo, e i fondachi di Calimala e
tutte le botteghe erano intorno a Mercato Vecchio fino
in Mercato Nuovo e le case de’ Cavalcanti, e in Vacchereccia e in Porta Santa Maria fino al Ponte Vecchio; ché
si disse arsono più che 1900 magioni: e niuno rimedio vi
si poté fare.
I ladri publicamente si metteano nel fuoco a rubare e
portarsene ciò che poteano avere: e niente era lor detto.
E chi vedea portarne il suo, non osava domandarlo, perché la terra in ogni cosa era mal disposta.
I Cavalcanti perderono quel dì il cuore e il sangue, vedendo ardere le loro case e palagi e botteghe, le quali
per le gran pigioni, per lo stretto luogo, gli tenean ricchi.
Molti cittadini, temendo il fuoco, isgombravano i loro
arnesi in altro luogo, ove credeano che dal fuoco fussono sicuri; il quale si stese tanto, che molti li perderono
per volerli campare, e rimasono disfatti.
Acciò che di tal malificio si sappi il vero, e per che cagione fu fatto detto fuoco e dove, i capi di Parte nera, a
fine di cacciare i Cavalcanti di quel luogo, i quali temeano perché erano ricchi e potenti, ordinarono il detto
fuoco a Ognissanti: ed era composto per modo, che
quando ne cadea in terra, lasciava uno colore azurro. Il
quale fuoco ne portò il detto ser Neri Abati in una pentola, e miselo in casa i consorti: e messer Rosso dalla Tosa e altri il saettorono in Calimala.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Sinibaldo di messer Corso Donati, con un gran viluppo di detto fuoco, a modo d’un torchio acceso, venne
per metterlo nelle case de’ Cavalcanti in Mercato Nuovo; e Boccaccio Adimari con suoi seguaci, per Corso degli Adimari fino in Orto San Michele. I Cavalcanti si feciono loro incontro, e ripinsongli nel Corso, e tolsono
loro il serraglio che avean fatto. Allora mison fuoco in
casa i Macci nella Corte delle Badesse.
Il podestà della terra con sua famiglia e con molti soldati venne in Mercato Nuovo; ma aiuto né difensione alcuna non fece. Guardavano il fuoco, e stavansi a cavallo,
e davano impedimento per lo ingombrìo faceano, che
impedivano i fanti e gli andatori.
I Cavalcanti e molti altri guardavano il fuoco, e non
ebbono tanto ardire che andassono contro a’ nimici, poi
che ’l fuoco fu spento; ché vincere gli poteano, e rimanere signori. Ma messer Maruccio Cavalcanti e messer Rinieri Lucardesi consigliorono, che prendessono le lumiere accese, e andassono a ardere le case de’ nimici che
aveano arse le loro. Non fu seguìto tal consiglio; che se
seguìto l’avessono, perché niuna difensione facea l’altra
parte, sarebbono stati vincenti. Ma tristi e dolenti se n’andarono alle case de’ parenti loro; e i nimici presono ardire, e caccioronli della terra: e chi andò a Ostina, chi alle
Stinche a loro possessioni, e molti a Siena, perché da’ Sanesi ebbono speranza di riconciliargli. E così passò il
tempo, e non furono riconciliati, e da ciascun riputati vili.
9
Sbigottimento de’ cittadini.I capi di Parte nera vanno a Perugia a scusarsi al Papa. Morte di Benedetto Xi (1304, giugno luglio).
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Rimasono i cittadini in Firenze smagati per lo pericoloso fuoco e sbigottiti, perché non ardivano a lamentarsi
di coloro che messo ve l’aveano, perché tirannescamente
teneano il reggimento; con tutto che anche di loro arnesi assai ne perdessono quelli che reggeano.
I caporali de’ reggenti, sappiendo di certo che abbominati sarebbono al Santo Padre, diliberarono andare a
Perugia, dove era la Corte. Quelli che v’andorono: messer Corso Donati, messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Geri Spini, e messer Betto Brunelleschi, con alcuni Lucchesi e Sanesi; credendosi, con
colorate parole e con danari e con forza d’amici, annullare l’oltraggio fatto al Cardinale, legato e paciaro in Toscana, e la grande infamia aveano del fuoco crudelissimamente messo nella terra. Giunsono in Corte, dove
cominciarono a seminare del seme portorono.
A dì XXII di luglio 1304 morì in Perugia Papa Benedetto XI, di veleno, messo in fichi freschi li furono mandati.
10
Ardito disegno de’ fuorusciti per rientrare in Firenze; e come
fallisce loro per colpa del Baschiera (luglio 1304).
Dimorando i detti in Perugia, per li usciti di Firenze
si fe’ un franco pensiero: che fu, che celatamente invitorono tutti quelli di loro animo, che un giorno posto dovessono esser tutti con armata mano in certo luogo: e sì_
segretamente menorono il trattato, che quelli che erano
rimasi in Firenze niente ne sentirono. E messo in ordine,
subito furono alla Lastra presso a Firenze a due miglia,
con MCC uomini d’arme a cavallo, con sopraveste bian-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
che: e furonvi Bolognesi, Romagnoli, Aretini, e altri amici, a cavallo e a piè.
Il grido fu grande per la città. I Neri temeano forte i
loro adversari, e cominciavano a dire parole umili. E
molti se ne nascosono ne’ munisteri, e molti si vestivano
come frati per paura di loro nimici: ché altro riparo non
aveano, perché non erano proveduti.
I Bianchi e Ghibellini stando alla Lastra, una notte
molti loro amici della città gli andorono a confortare del
venire presto. Il tenpo era di luglio, il dì di Santa Maria
Maddalena a dì XXI, e il caldo grande. E la gente che vi
dovea esser non v’era ancor tutta; però che i primi che
vennono, si scopersono due dì innanzi.
Messer Tolosato degli Uberti co’ Pistolesi non era ancor giunto, perché non era il dì diputato. I Cavalcanti, i
Gherardini, i Lucardesi, gli Scolari di Val di Pesa, non
erano ancora scesi. Ma il Baschiera, che era quasi capitano, vinto più da volontà che da ragione, come giovane,
vedendosi con bella gente e molto incalciato, credendosi
guadagnare il pregio della vittoria, chinò giù co’ cavalieri alla terra, poi che scoperti si vedeano. E questo non
dovean fare, perché la notte era loro più amica che ’l dì,
sì per lo calore del dì, e sì perché gli amici sarebbono iti
a loro di notte della terra, e sì perché ruppono il termine
dato agli amici loro; i quali non si scopersono, perché
non era l’ora determinata.
Vennono da San Gallo, e nel Cafaggio del Vescovo si
schierarono, presso a San Marco, e con le insegne bianche spiegate, e con ghirlande d’ulivo, e con le spade
ignude, gridando «pace», sanza fare violenzia o ruberia a
alcuno. Molto fu bello ad vederli, con segno di pace,
stando schierati. Il caldo era grande, sì che parea che
l’aria ardesse. I loro scorridori a piè e a cavallo si strinsono alla città, e vennono alla porta degli Spadai, credendo
il Baschiera avervi amici e entrarvi sanza contesa: e però
non vennono ordinati, con le scure né con l’armi da vin-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
cere la porta. I serragli del borgo furono loro contesi: pur
li ruppono, e fedirono e uccisono molti Gangalandesi
erano quivi alla guardia. Giunsono alla porta, e per lo
sportello molti entrarono nella città. Quelli dentro, che
aveano loro promesso, non obtennono loro i patti; come
furono i Pazi, i Magalotti, e messer Lambertuccio Frescobaldi, i quali erano co’ loro sdegnati, chi per oltraggi e
onte ricevute, pel fuoco messo nella città e altre villanie
loro fatte: anzi feciono loro contro, per mostrarsi non
colpevoli; e più si sforzavano offenderli che gli altri; con
balestra a tornio vennono saettando a Santa Reparata.
Ma niente valea, se non fusse stato uno fuoco che fu
messo in uno palagio allato alla porta della città. Onde
coloro che già erano entrati nella terra, dubitarono esser
traditi e volsonsi indietro; e portoronsene lo sportello
della porta, e giunsono alla schiera grossa, la quale non
si movea: ma il fuoco forte crescea.
Così stando, il Baschiera sentì che quelli che lo dovean favoreggiare lo nimicavano; e però volse i cavalli e
tornò indietro. E la speranza e l’allegrezza tornò loro in
pianto: ché i loro adversarii vinti divennero vincitori, e
presono cuore come lioni; e scorrendo li seguivano, ma
con grande riguardo: e i pedoni, vinti dalla calura del sole, si gittavano per le vigne e per le case nascondendosi,
e molti ne trafelarono.
Il Baschiera si gittò nel monasterio di San Domenico,
e per forza ne trasse due sue nipoti che erano molto ricche, e menòllene seco. E però Iddio gliene fece male.
A casa Carlettino de’ Pazi rimasono molti gentili uomini per ricogliere i loro, e per danneggiare i loro nemici; che scorrevano loro dietro: e più non li seguitorono.
Poco lontano dalla terra scontrorono messer Tolosato
degli Uberti, il quale co’ Pistolesi venìa per esser al dì
nominato. Vollegli rivolgere, e non poté. Il perché con
gran dolore se ne tornò in Pistoia; e ben conobbe che la
giovaneza del Baschiera gli tolse la terra.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Molti degli usciti ne furono morti, che si trovorono
nascosi; e molti poveri infermi uccisono, i quali traevano
degli spedali. Bolognesi e Aretini furon presi assai, e tutti gl’inpiccarono. Ma quelli che eran maliziosi, l’altro
giorno, levarono una falsa voce, dicendo che messer
Corso Donati e messer Cante de’ Gabrielli d’Agobbio
avean preso Arezo per tradimento: onde i loro nimici ne
dubitorono tanto, che ne perderono il vigore e non s’ardirono a muovere.
11
Giudizi e osservazioni su questo tentativo de’ fuorusciti.
E così si perdé la città riguadagnata, per gran fallo: e
molti dissono, che da qualunque altra porta fussono venuti, acquistavano la città. Ché difenditori non aveano,
se non alcuni giovani, che non s’ariano messi tanto innanzi che perire potessono: come fece Gherarduccio di
messer Bondalmonte, che tanto li seguitò, che uno si
volse indietro, e aspettollo, e poseli la lancia, e miselo in
terra.
Il pensiero degli usciti fu savio e vigoroso: ma folle fu
la venuta, perché fu troppo sùbita e innanzi al dì ordinato. Gli Aretini ne portorono del legno dello sportello, e i
Bolognesi; che a grande onta se ’l recoron i Neri.
Molte volte i tempi sono paragone degli uomini, i
quali non per virtù, ma per loro volgari, sono grandi. E
ciò si vide in quel giorno che i Bianchi vennero alla terra, che molti cittadini mutarono lingua, abito e modi.
Pur quelli che più superbamente soleano parlare contro
agli usciti, mutarono il parlare, dicendo per le piaze e
per gli altri luoghi che degna cosa era che tornassono
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
nelle loro case. E questo facea dir loro la paura più che
la volontà o che la ragione. E molti ne fuggirono tra i religiosi, non per umiltà ma per cattiva e misera viltà, credendo che la terra si perdesse. Ma poi che i Bianchi si
furono partiti, ricomincioron a usare le prime parole inique, accese e mendaci.
12
Elezione del nuovo pontefice, francese, col nome di Clemente
V: sua incoronazione: sue relazioni col re di Francia (1305, giugno - novembre).
La divina giustizia, la quale molte volte punisce nascosamente, e toglie i buoni pastori a’ popoli rei che non
ne sono degni, e dà loro quello che meritano alla loro
malizia, tolse loro papa Benedetto. I cardinali, per volontà del re di Francia e per industria de’ Colonnesi,
elessono messer Ramondo dal Gotto, arcivescovo di
Bordea di Guascognia, di giugno 1305, il quale si
chiamò papa Clemente V; il quale non si partì d’oltramonti e non venne a Roma, ma fu consecrato a Lione
del Rodano. Dissesi che alla sua consecrazione rovinò il
luogo ove era, e che la corona gli cadde di capo, e che il
re di Francia non volea si partisse di là. Più cardinali oltramontani fece a sua petizione, e ordinamenti di decime, e altre cose: ma richiesto publicasse eretico papa
Bonifazio, mai il volle fare.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
13
I Neri, che già avevano tentato d’aver Pistoia per mezzo del
Cardinale di Prato, vi rivolgono novamente le mire, e le pongono assedio (1305, ...maggio).
Il cardinale Niccolao da Prato, che molto avea favoreggiata la sua elezione, era molto in sua grazia. E essendo stato Legato in Toscana, come è detto, avendo avuta
balìa da’ Pistolesi di chiamare signoria sopra loro per
IIII° anni, acciò ch’egli avesse balìa, nella pace, di ciò
che di Pistoia si domandava. Ché Parte nera volea, che
gli usciti Guelfi tornassono in Pistoia, dicendo: «Noi
non faremo pace, se Pistoia non si racconcia, però che,
pacificati noi, i Ghibellini terrebbono Pistoia, perché
messer Tolosato ne è signore, e così saremo ingannati»;
e Pistoia si dicea esser data alla Chiesa. E la promessa
del Cardinale non valse, perché di Firenze fu cacciato,
come è stato detto.
Perduta i Neri ogni speranza d’avere Pistoia, diliberorono averla per forza: e con l’aiuto de’ Lucchesi vi vennon e posonvi l’assedio, e afforzoronvisi, e steccaronla, e
fecionvi bertesche spesse con molte guardie.
La città era nel piano, piccioletta, e ben murata e
merlata, con forteze e con porti da guerra, e con gran
fossi d’acqua; sì che per forza avere non si potea, ma attesono ad affamarla; perché soccorso avere non potea: i
Pisani loro amici gli aiutavano con danari, ma non con le
persone; i Bolognesi erano poco loro amici.
14
Assedio di Pistoia (maggio 1305 - primi mesi del 1306).
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
I Neri elessono per loro capitano di guerra Ruberto
duca di Calavria, figliuolo primogenito del re Carlo di
Puglia. Il quale venne in Firenze con CCC cavalli: e insieme co’ Lucchesi vi stettono buon pezo a assedio; perché i Pistolesi uomini valenti della persona, spesso uscivano fuori alle mani co’ nimici e faceano di gran
prodeze. Molti uomini uccisono, contadini di Firenze e
di Lucca; e tenean la terra con poca gente, perché per
povertà molti se ne erano usciti. E non pensando essere
assediati, non si providono di vittuaglia; e poi che l’assedio vi fu, non poterono: e però la fame gli assalia. Gli
uficiali che avean la guardia della vittuaglia, saviamente
la stribuivano per modo segreto. Le femmine e uomini
di poco valore, di notte, passavano per lo campo nascosamente, e andavano per vittuaglia alla Sanbuca, e altri
luoghi ed altre castella di verso Bologna, e agevolmente
la conduceano in Pistoia. Il che sentendo i Fiorentini,
s’afforzarono da quella parte, per modo che poca ve ne
poteano mettere. Pur con moneta e furtivamente vi se
ne mettea; infino che ’l fosso non fu richiuso e fatte le
bertesche: e dipoi più non vi se ne poté mettere; però
che chi ve ne portava era preso, e tagliatoli il naso, e a
chi i piedi. E per questo sbigottirono per modo, che niuno vittuaglia più mettervi non ardiva.
I signori e governatori della terra non la voleano abbandonare, siccome uomini che speravano difendersi. I
Pisani gli aiutavano con danari, ma non con persone.
Messer Tolosato Uberti e Agnolo di messer Guiglielmino, rettori, per mancamento di vittuaglia ne mandorono
fuori tutti i poveri, e fanciulli, e donne vedove, e quasi
tutte l’altre donne, di vile condizione.
Dè quanto fu, questa, crudelissima cosa a sostenere
nell’animo de’ cittadini! vedersi condurre le loro donne
alle porti della città, e metterle nelle mani de’ nimici, e
serrarle di fuori! E chi non avea di fuori potenti parenti,
o che per gentileza fusse ricolta, era da nimici vitupera-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
ta. E gli usciti di Pistoia, conoscendo le donne e’ figliuoli de’ loro nemici, ne vituperorono assai: ma il Duca
molte ne difese.
Il nuovo papa Clemente V° a petizione del cardinale
Niccolao da Prato, comandò al duca Ruberto e a’ Fiorentini si levassono dall’assedio di Pistoia. Il duca ubbidì e partissi: i Fiorentini vi rimasono, e elessono per
capitano messer [...] de’ Gabrielli d’Agobbio; il quale
niuna piatà avea de’ cittadini di Pistoia. I quali, dentro
alla terra, constrigneano le lagrime e non dimostravano
le loro doglie, perché vedeano era di bisogno di così fare
per non morire. Sfogavansi contro a’ loro adversari:
quando alcuno ne prendeano, crudelmente l’uccideano.
Ma la gran piatà era di quelli eran guasti nel campo: che
co’ piè mozzi li ponieno appiè delle mura, acciò che i loro padri, fratelli o figlioli li vedessono: e non li poteano
ricevere né aiutare, perché la Signoria non li lasciava, acciò che gli altri non ne sbigotissono, né non li lasciavano
di sulle mura vedere da’ loro parenti e amici. E così morivano i buoni cittadini pistolesi, che da’ nimici erano
smozzicati e cacciati verso la loro tribolata e afflitta città.
Molta migliore condizione ebbe Soddoma e Gomorra, e l’altre terre, che profondarono in un punto e morirono gli uomini, che non ebbono i Pistolesi morendo in
così aspre pene. Quanto gli assalì l’ira d’Iddio! Quanti e
quali peccati poteano avere a così repente giudicio?
Quelli che erano all’assedio, di fuori, sosteneano male
assai per lo tenpo cattivo, e per lo male terreno, e per le
spese grandi: e i loro cittadini gravavano forte, e spogliavano i Ghibellini e’ Bianchi di moneta, per modo che
molti ne consumorono.
E per avere moneta ordinorono uno modo molto sottile, che fu una taglia che puosono a’ cittadini, che si
chiamò la Sega. E poneano a’ Ghibellini e a’ Bianchi
tanto per testa il dì; a alcuni lire III, a altri lire II, a chi lire I, secondo che parea loro che potesse sopportare: e
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
così avea la sua taglia colui che era a’ confini, come chi
era nella città. E a tutti i padri, che aveano figliuoli da
portare arme, feciono certa taglia, se fra dì XX non si
rappresentassono nell’oste. Mandavavi la città a sesti, e a
mute di XX dì in XX dì. E tanto feciono i Fiorentini e’
Lucchesi, che molti loro contadini distrussono, tenendoli senza paga; però che erano poveri, e convenìa loro
stare con l’arme allo assedio di Pistoia.
I governatori di Pistoia, che sapeano il segreto della
vittuaglia, sempre la celavano, e a’ forestieri, che serviano la terra con arme, ne davano, e agli altri utili uomini,
discretamente, come bisogno n’aveano: perché si vedeano venire alla morte per fame.
Quelli che sapeano la strettezza della vittuaglia, aveano duri partiti: e il loro pensiero era tenersi fino
all’estremo, e allora dirlo al popolo, e armarsi tutti; come disperati gittarsi co’ ferri in mano adosso a’ nimici, e
«O noi morremo per niente; o forse mancherà loro il
cuore, e nasconderannosi, e gitteransi in fuga o in altri
vili rimedi». E così diliberarono fare, quando al fine della vittuaglia si vedessono venire: e non lasciarono però la
speranza dello scampo loro.
15
Gli amici de’ Pistoiesi impetrano dal Pontefice la venuta di un
Cardinale Legato in Toscana, che è Napoleone Orsini. Ciò determina i Neri a trattare con la città; la quale, ridotta agli estremi, si rende a patti, che poi non sono osservati. Sdegno del Legato, che va a Bologna (1306... - aprile).
Significarono i Pistolesi al Cardinale da Prato la loro
miseria, e a altri loro segreti amici di fuori, li quali per
loro procuravano. E tanto feciono, che in Corte fu eletto
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
messer Napoleone Orsini cardinale, Legato in Toscana
e nel Patriarcato d’Aquilea: e ciò si fece per soccorrere
Pistoia, come terra di Chiesa. Il quale Cardinale subito
si partì, e fra pochi dì giunse in Lonbardia.
Iddio glorioso, il quale i peccatori batte e gastiga, e in
tutto non li confonde, si mosse a pietà, e mandò nel cuore de’ Fiorentini questo pensiero: «Questo signore ne
viene, e giunto dirà: Questa terra è della Chiesa. E vorrà
entrarvi; e noi verremo a scandolo con la Chiesa». E
pensarono a venire a’ rimedii.
Perchè le cose si temono più da lunge che da presso, e
pensa l’uomo molte cose; sì come quando una forteza o
un castello si fa, molti sono che per diversi pensieri la temono, e poi che è fatta e compiuta, gli animi sono rassicurati e niente la temono; così da lunge temerono i Fiorentini il Cardinale, e da presso poco il curarono:
benché ragionevolmente temere si dovea, sì per l’alteza
della Chiesa, sì per la sua dignità, e sì perché era grande
in Roma, e sì per la grande amicizia avea di Signori e di
Comuni. E tanto temerono la sua venuta, che disposono
cercare accordo in questo modo.
Che eglino ebbono uno savio e buono frate di Santo
Spirito, il quale mandorono a Pistoia a messer [...] de’
Vergellesi, de’ principali cittadini, assai suo amico. E
parlando con lui, il frate li fece molte promesse speziali
e generali per parte della Signoria di Firenze, profferendoli la terra rimarrebbe libera e salda nelle sue belleze, e
le persone salve e le loro castella.
Quando il cavaliere sentì questo, lo manifestò agli
Anziani, i quali, udendo il frate e la balìa avea, conchiusono l’accordo; non sanza volontà di Dio, che le grandi e
piccole cose dispone, e non volle in tutto disfare quella
città. O pietosa clemenzia, come gli conducesti in estremo fine! ché solo uno dì aveano vittuaglia da vivere, e
poi si convenìa la morte per fame palesare a’ cittadini.
Di ciò sia tu, santissima Maestà, in eterno lodata! ché il
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
pane che mangiavano i buoni cittadini, i porci l’arebbono sdegnato!
Fatto l’accordo innanzi la venuta del Cardinale, la
porta s’aperse a dì X d’aprile 1306; e tal cittadino vi fu,
che per fame patita mangiò tanto, ch’egli scoppiò.
I Neri di Firenze presono la terra, e non observorono
loro i patti: perché tanto li strinse la paura che a loro
non convenisse renderla, che subito sanza alcuno intervallo gittorono le mura in terra, che eran bellissime.
Il Cardinale Legato, udite le novelle di Pistoia, fortemente si turbò; perché si credea esser tale, che rimedio
v’arebbe posto. Andossene a Bologna, e quivi fece sua
risidenzia.
16
Condizioni di Parte guelfa di là dell’Appennino, dopo aver
Gilberto da Correggio, signore di Parma, procurata (gennaio
1306) la ribellione di Reggio e Modena al marchese di Ferrara.
Parma, Reggio e Modona s’erano rubellate dal marchese di Ferrara; il quale, per troppa tirannia facea loro,
Idio non lo vi volle più sostenere: ché quando fu più
inalzato, cadde. Perché avea tolto per moglie la figliuola
del re Carlo di Puglia; e perché condiscendesse a dargliele, la comperò, oltre al comune uso, e fecele di dota
Modona e Reggio: onde i suoi fratelli e i nobili cittadini
sdegnorono entrare in altrui fedeltà: e più vi s’aggiunse
la nimistà d’uno potente cavaliere di Parma, chiamato
messer Ghiberto, il quale il Marchese cercava cacciare
per tradimento; ma il cavaliere dié gran conforto a’ cittadini di quelle due terre di rubellarsi, e con gente e con
arme li liberò di servitù.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
17
Bologna, già (marzo 1306) divenuta nera e cacciati i Bianchi e i
Ghibellini, caccia poco stante lo stesso Legato. Questi, dopo
tentati inutilmente i Neri di Firenze, fa in Arezzo una radunata
di forze bianche e ghibelline, la quale, per sua o dappocaggine
o tristizia, va a male, ed è l’ultima che i fuorusciti facciano
(maggio 1306 - luglio 1397).
Stando il Legato in Bologna, i Bolognesi rivolti cacciorono fuori i loro nimici. Credette pacificarli. I Fiorentini con danari e con conforto feciono tanto, che gli
apposono colpa d’uno trattato, e di tradimento; e vilmente e con vergogna lo cacciorono di Bologna, e morto
vi fu un suo cappellano. Andò in Romagna per entrare
in Furlì: i Fiorentini gliel negorono. Andossene ad Arezo, e con lettere e imbasciate cercò umiliarli, e non poté.
Il Cardinale, essendo in Arezo, raunò gente assai e fecevisi forte, perché intese i Neri di Firenze v’andrebbono a oste. Vennevi in suo aiuto il Marchese della Marca,
e molti gentili uomini di là, e molti Guelfi bianchi e Ghibellini di Firenze, e molti cavalli da Roma e da Pisa e da
molti cherici di Lombardia; che in tutto si ragionava che
fossono cavalli IjmCCCC° scelti.
Andoronvi i Neri di Firenze, ma con molto sospetto;
ma non si advicinorono ad Arezo: tennono la via in verso Siena; poi si rivoltorono per una montagna, e entrorono su quel d’Arezo, dove disfeciono molte fortezze
degli Ubertini. Al piano non discesono, perché i passi
poteano esser loro contesi; e battaglia non si prese, perché i Neri forte ne dubitavano. I nimici loro confortavano il Cardinale si pigliasse la battaglia, mostrando avere
gran vantaggio e la vittoria certa. Il Cardinale mai nol
consentì, né che andassono a prendere i passi, o tòrre loro vittuaglia al partire: e però i Neri, senza alcuno dubbio o offesa, se ne tornorono a Firenze.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Molto fu biasimato il Cardinale, de l’averli lasciati andare sicuri; e per molti si disse che l’avea fatto per danari, o per promessa li fusse fatta da loro d’ubbidirlo e
d’onorarlo: o vero, che messer Corso Donati gli avesse
promessi fiorini IIIjm e darli la terra; et egli venisse da
quella parte con la sua gente, per poterli levare da oste, e
avere i danari e non li dare la terra.
La gente che in aiuto erano venuti al Cardinale, sconsolati si partirono, perché vedeano il partito vinto; e
aveano speso assai sanza alcuno frutto, credendosi racquistare la terra loro. E mai si raunoron più.
18
Il Cardinale, abbandonato dai Bianchi, è dileggiato dai Neri e
da essi tenuto a bada con finti negoziati di pace, finché vien rimosso dalla legazione. Discordie di Parte ghibellina in Arezzo
(ultimi del 1307 - 1308).
I Neri, beffando il Cardinale, cercorono per più vie
vituperarlo, mostrando volerli ubbidire. E ritornati in
Firenze, vi mandorono ambasciadori messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini; i quali il faceano volgere e
girare a lor modo, traendo da lui grazie, e pareano i signori della sua corte. E tanto li feciono mandare a’ Signori un frate Ubertino, e tanti modi e tante cagioni trovavano e opponeano da un punto a un altro, che
aspettorono i nuovi Signori, che speravano fussono loro
più favorevoli.
Alcuni diceano che il Legato tenea i Neri giusti uomini, e fermamente dicea agli amici che pace sarebbe. Non
fu mai femmina da ruffiani incantata e poi vituperata,
come costui da quelli due cavallieri: e del più giovane fu
detto, che più sottilmente seguitava l’opera, tenendo il
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Cardinale a parole, seguendo trattati di pace: nel quale
buon pezzo dimororono, per lo parlare che facea.
Infine, per infamia data in Corte al Cardinale, fu rimosso dalla legazione; e con poco onore, andò a Roma.
I savi uomini s’avidono che gl’inbasciadori stavano in
Arezo per mettere scandolo tra gli Aretini. E Uguccione
da Faggiuola co’ Magalotti e con molti nobili seminorono tanta discordia in Arezo, che come nimici stavano i
potenti Ghibellini; ma pur poi s’atutorono.
19
Si riaccendono le discordie de’ Neri fiorentini, tra la fazione di
Corso Donati e quella di Rosso della Tosa. Corso si apparecchia alle offese (1308, ...ottobre).
Sì come nasce il vermine nel saldo pome, così tutte le
cose che sono create a alcun fine, conviene che cagione
sia in esse che al loro fine termini. Fra i Guelfi neri di Firenze, per invidia e per avarizia, una altra volta nacque
grande scandolo. Il qual fu, che messer Corso Donati,
parendoli avere fatta più opera nel racquistare la terra,
gli parea degli onori e degli utili avere piccola parte o
quasi nulla: però che messer Rosso dalla Tosa, messer
Pazino de’ Pazi, messer Betto Brunelleschi e messer Geri Spini, con loro seguaci, di popolo, prendevano gli
onori, servivano gli amici, e davano i risponsi, e faceano
le grazie: e lui abbassarono. E così vennono in grande
sdegno negli animi: e tanto crebbe, che venne in palese
odio.
Messer Pazino de’ Pazi fece un dì pigliare messer
Corso Donati, per danari dovea avere da lui. Molte parole villane insieme si diceano, per volere la signoria san-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
za lui; perché messer Corso era di sì alto animo e di tanta operazione, che ne temeano, e parte contentevole non
credevano che dare gli si potesse.
Onde messer Corso raccolse gente a sé di molte guise.
Gran parte ebbe de’ Grandi, però che odiavano i popolani pe’ forti Ordinamenti della Giustizia fatti contro a
loro; i quali promettea annullare. Molti n’accolse, che
speravano venire sì grandi con lui che in signoria rimarrebbono; e molti con belle parole, le quali assai bene colorava; e per la terra diceva: «Costoro s’appropriano tutti gli onori; e noi altri, che siamo gentili uomini e
potenti, stiamo come strani: costoro ànno gli scherigli, i
quali li seguitano: costoro ànno i falsi popolani, e partonsi il tesoro, del quale noi, come maggiori, dovremo
esser signori». E così svolse molti degli adversari, e recò
a suo animo; de’ quali furono i Medici e’ Bordoni, i quali li soleano esser nimici, e sostenitori di messer Rosso
dalla Tosa.
Quando rifatta ebbe sua congiura, cominciarono a
parlare più superbamente nelle piazze e ne’ consigli; e se
niuno si opponea loro, li faceano senbiante di nimico. E
tanto s’accese il fuoco, che, di concordia della congiura,
i Medici e i Bordoni, e altri a ciò ordinati, assalirono lo
Scambrilla per ucciderlo, e fedironlo nel viso in più luoghi: onde gli adversarii tennon che fatto fusse in loro dispetto; molto il vicitarono, e molte parole dissono; e
guarito che fu, li dierono fanti alle spese del Comune,
confortandolo che gran vendetta ne facesse. Questo
Scambrilla era potente della persona, e per l’amistà di
coloro cui egli seguiva: non era uomo di grande stato,
ché era stato soldato.
Crescendo l’odio per le superbe parole erano tra
quelli della congiura e gli altri, si cominciò per ogni parte a invitare gente e amici. I Bordoni aveano gran séguito da Carmignano, e da Pistoia, e dal Monte di sotto, e
da Taio di messer Ridolfo grande uomo di Prato, e dagli
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
uomini di sua casa e di suo animo, tanto che a’ congiurati prestò grande aiuto.
Messer Corso avea molto inanimati i Lucchesi, mostrando le rie opere de’ suoi adversarii e i modi ch’eglino
usavano; i quali, veri o non veri, lui sapea ben colorare.
Tornato in Firenze, ordinò che un giorno nominato fussono tutti armati, e andassono al palagio de’ Signori, e
dicessono che al tutto voleano che Firenze avesse altro
reggimento; e con queste parole, venire all’arme.
20
La Parte di Rosso si solleva. La Signoria cita e sbandisce i Donati e i Bordoni. Essi si afforzano e sono combattuti. Loro fuga
(6 ottobre 1308).
Messer Rosso e’ suoi seguaci sentirono le invitate, e le
parole si diceano, e aparecchiare l’arme: con irato animo, tanto s’accesono col parlare, che non si poterono ritrarre dal furore. E una domenica mattina, andorono a’
Signori; i quali raunorono il Consiglio, e presono l’arme,
e feciono richiedere messer Corso e’ figliuoli e i Bordoni. La richiesta e il bando si fece a un tratto; e subito
condannati. E il medesimo dì, a furore di popolo, andorono a casa messer Corso. Il quale alla piaza di San Piero Maggiore s’asserragliò e afforzò con molti fanti; e
corsonvi i Bordoni, con gran seguito, vigorosamente, e
con pennoni di loro arme.
Messer Corso era forte di gotti aggravato, e non potea
l’arme; ma con la lingua confortava gli amici, lodando e
inanimando coloro che valentemente si portavano. Gente avea poca, ché non era il dì ordinato.
Gli assalitori erano assai, perché v’erano tutti i gonfa-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
loni del popolo, co’ soldati e con li sgarigli a’ serragli, e
con balestra, pietre e fuoco. I pochi fanti di messer Corso si difendeano vigorosamente, con lancie, balestra e
pietre, aspettando che quelli della congiura venisson in
loro favore: i quali erano i Bardi, i Rossi, i Frescobaldi, e
quasi tutto il Sesto d’Oltrarno; i Tornaquinci, i Bondalmonti salvo messer Gherardo; ma niuno si mosse, né fece vista. Messer Corso, vedendo che difendere non si
potea, diliberò partirsi. I serragli si ruppono: gli amici
suoi si fuggivano per le case; e molti si mostravano essere degli altri, che erano di loro.
Messer Rosso, e messer Pazino, e messer Geri, e Pinaccio, e molti altri, pugnavano vigorosamente a piè e a
cavallo. Piero e messer Guiglielmino Spini, giovane cavalier novello, armato alla catalana, e Boccaccio Adimari
e’ figliuoli e alcun suo consorto, seguitandoli forte, giunsono Gherardo Bordoni alla Croce a Gorgo: assalironlo;
lui cadde boccone; eglino, smontati, l’uccisono; e il figliuolo di Boccaccio gli tagliò la mano, e portossela a casa sua. Funne da alcuno biasimato; e disse lo facea, perché Gherardo avea operato contro a loro a petizione di
messer Tedice Adimari, loro consorto e cognato del detto Gherardo. I fratelli scanparono; e il padre rifuggì in
casa i Tornaquinci, ché era vecchio.
21
Morte di Corso Donati. Sue qualità (6 ottobre 1308...).
Messer Corso, infermo per le gotti, fuggìa verso la
badìa di San Salvi, dove già molti mali avea fatti e fatti
fare. Gli sgarigli il presono, e riconobberlo: e volendolne menare, si difendeva con belle parole, sì come savio
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
cavaliere. Intanto sopravenne uno giovane cognato del
mariscalco. Stimolato da altri d’ucciderlo, nol volle fare;
e ritornandosi indietro, vi fu rimandato: il quale la seconda volta li dié d’una lancia catelanesca nella gola, e
uno altro colpo nel fianco; e cadde in terra. Alcuni monaci ne ’l portorono alla badia; e quivi morì, a dì [...] di
settenbre 1307, e fu sepulto.
La gente cominciò a riposarsi, e molto si parlò della
sua mala morte in varii modi, secondo l’amicizia e inimicizia: ma parlando il vero, la sua vita fu pericolosa, e la
morte reprensibile. Fu cavaliere di grande animo e nome, gentile di sangue e di costumi, di corpo bellissimo
fino alla sua vecchieza, di bella forma con dilicate fattezze, di pelo bianco; piacevole, savio e ornato parlatore, e
a gran cose sempre attendea; pratico e dimestico di gran
signori e di nobili uomini, e di grande amistà, e famoso
per tutta Italia. Nimico fu de’ popoli e de’ popolani,
amato da’ masnadieri, pieno di maliziosi pensieri, reo e
astuto. Morto fu da uno straniero soldato così vilmente;
e ben seppono i consorti chi l’uccise, ché di subito da’
suoi fu mandato via. Coloro che uccidere lo feciono furon messer Rosso dalla Tosa e messer Pazino de’ Pazi,
che volgarmente per tutti si dicea: e tali li benediceano,
e tali il contrario. Molti credettono, che i due detti cavalieri l’avesson morto; e io, volendo ricercare il vero, diligentemente cercai e trovai così esser vero.
22
Relazioni in che trovavasi, a questo punto, il Comune di Firenze con la Chiesa; scomunica della città; elezione di nuovo vescovo, e maneggi de’ Neri per essa (... - estate del 1309).
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
La santa Chiesa di Roma, la quale è madre de’ cristiani quando i rei pastori non la fanno errare, divenuta in
basseza per la reverenzia de’ fedeli minuita, richiese i
Fiorentini, e fermò processo di scomunicazione, e sentenzia dié contro a loro; e scomunicò gli uficiali, e intradisse la terra, e tolse l’uficio santo a’ secolari. I Fiorentini mandoro ambasciadori al Papa. Morì il vescovo
Lottieri dalla Tosa: chiamato ne fu per simonia uno altro, di vile nazione, animoso in parte guelfa, e nel vulgo
del popolo, ma non di santa vita.
Molto ne fu biasimato il Papa, e a gran torto, perché i
mali pastori son alcuna volta conceduti da Dio pe’ peccati del popolo, secondo il filosafo. Molto si procurò in
Corte con promesse e con denari: altri ebbe le voci, e altri la moneta; ma lui ebbe il vescovado. Uno calonaco fu
eletto vescovo da’ calonaci. Messer Rosso e gli altri Neri
lo favoreggiavano, perché era di loro animo, pensando
volgerlo a suo modo. Andò in Corte, e spese danari assai, e il vescovado non ebbe.
23
Vacando l’Impero, la Chiesa, per iscuoter da sé la tirannide del
re di Francia, e lo scredito che questa le attira, procura la elezione d’un buon Imperatore. E’ eletto Arrigo conte di Lussemburgo (... - 27 novembre 1308).
Vacante lo Imperio per la morte di Federigo secondo,
coloro, che a parte d’Imperio attendeano, tenuti sotto
gravi pesi, e quasi venuti meno in Toscana e in Cicilia,
mutate le signorie, la fama e le ricordanze dello Imperio
quasi spente, lo Imperadore del cielo provide e mandò
nella mente del Papa e de’ suoi Cardinali, di riconoscere
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
come erano invilite le braccia di santa Chiesa, che i suoi
fedeli quasi non la ubbidivano.
Il re di Francia, montato in superbia perché da lui era
proceduta la morte di papa Bonifazio; credendo che la sua
forza da tutti fusse temuta; faccendo per paura eleggere i
cardinali a suo modo, addomandando l’ossa di papa Bonifazio fussono arse, e lui sentenziato per eretico; tenendo il
Papa quasi per forza; opponendo e disertando i giudei,
per tòrre la loro moneta; appognendo a’ Tempieri resìa,
minacciandoli; abassando gli onori di santa Chiesa; sì che
per molte cose rinnovate nelle menti degli uomini la Chiesa non era ubbidita; e non avendo braccio né difenditore,
pensarono fare uno imperadore, uomo che fusse giusto,
savio e potente figliuolo di santa Chiesa, amatore della fede. E andavano cercando chi di tanto onore fusse degno: e
trovarono uno che in Corte era assai dimorato, uomo savio, di nobile sangue, giusto e famoso, di gran lealtà, pro’
d’arme e di nobile schiatta, uomo di grande ingegno e di
gran temperanza; cioè Arrigo conte di Luzimborgo di Val
di Reno della Magna, d’età d’anni XL, mezano di persona,
bel parlatore, e ben fazionato, un poco guercio.
Era stato questo conte in Corte, per procacciare un
grande arcivescovado della Magna per un suo fratello. Il
quale, avuto il detto beneficio, si partì: il quale arcivescovado avea una delle sette voci dello ’mperio. L’altre
voci, per volontà di Dio, s’accordorono; e eletto fu Imperadore: il quale, per lunga vacazione dello Imperio,
quasi si reputò niente a poter essere re.
24
Arrigo, tuttoché sconsigliato per opera de’ Fiorentini, discende
in Italia e si avvicina a Milano (novembre 1308 - dicembre
1310).
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Il Cardinale da Prato, il quale molto avea favoreggiata
la elezione sua credendo aiutare gli amici suoi e gastigare i nimici e gli adversari suoi, lasciò ogni altra speranza
per minore, e attese all’altezza di costui. La cui elezione
fu fatta a dì XVj di luglio 1309, e la confermazione, e
bollate le lettere nel detto anno. Il quale, eletto e confermato, passò la montagna, giurato e promesso di venire
per la corona all’agosto prossimo, come leale signore volendo observare suo saramento. Nel primo consiglio fu
offeso da’ Fiorentini, perché a’ preghi loro l’arcivescovo
di Maganza lo consigliava che non passasse, e che li bastava esser re della Magna, mettendoli in gran dubbio e
pericolo il passare in Italia.
Idio onnipotente, il quale è guardia e guida de’ prencipi, volle la sua venuta fusse per abbattere e gastigare i
tiranni che erano per Lombardia e per Toscana, infino a
tanto che ogni tirannia fusse spenta. Fermossi l’animo
dello Imperadore d’observare sua promessa, come signore che molto stimava la fede; e con pochi cavalli passò la montagna, per le terre del conte di Savoia, sanza
arme, in però che il paese era sicuro; sì che al tenpo giurato, giunse in Asti. E là raccolse gente, e prese l’arme, e
ammunì i suoi cavalieri; e venne giù, discendendo di terra in terra, mettendo pace come fusse uno agnolo di
Dio, ricevendo la fedeltà fino presso a Milano; e fu molto impedito dal re Ruberto era in Lombardia.
25
Arrigo, incamminato verso Pavia, è indotto da Matteo Visconti
a rivolgersi a Milano, con poca sodisfazione di Guido della
Torre (dicembre 1310).
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Giunto lo Imperadore su uno crocicchio di due vie,
che l’una menava a Milano, l’altra a Pavia, uno nobile
cavaliere, chiamato messer Maffeo Visconti da Milano,
alzò la mano e disse: «Signore, questa mano ti può dare
e tòr Milano: vieni a Milano, dove sono gli amici miei,
però che niuno ce la può tòrre: se vai verso Pavia, tu
perdi Milano». Era messer Maffeo stato più anni rubello
di Milano, e era capitano quasi di tutta Lombardia; uomo savio e astuto più che leale. Di Melano era allora capitano e signore messer Guidotto dalla Torre leale signore, ma non così savio. Quelli dalla Torre erano
gentili uomini e d’antica stirpe; e per loro arme portavan
una torre nella metà dello scudo dal lato ritto, e dall’altro lato due gigli incrocicchiati; e eran nimici de’ Visconti.
Il signore mandò un suo maliscalco a Milano, che era
nato di quelli dalla Torre, e molte parole amichevoli usò
con messer Guidotto, mostrandoli la buona volontà del
signore: ma messer Guidotto pur dubitava della sua venuta, e temea di perdere la signoria, e non li parea per
sua difesa pigliare la guerra. Fece tutti i suoi soldati vestire di partita di campo bianco e una lista vermiglia; fece disfare molti ponti di lunge dalla terra. Lo Imperadore, con piano animo, tenne il consiglio di messer Maffeo
Visconti, e dirizossi verso Milano, e lasciò Pavia da man
ritta.
Il conte Filippone, signore di Pavia, con gran benivolenzia mostrava aspettarlo e onorarlo in Pavia. Lo Imperadore, tegnendo la via verso Milano, passò il Tesino a
guado, e per lo distretto cavalcò sanza contasto.
I Milanesi gli vennero incontro. Messer Guidotto,
veggendo tutto il popolo andarli incontro, si mosse anche lui: e quando fu apresso a lui, gittò in terra la bacchetta, e smontò ad terra, e baciogli il piè; e come uomo
incantato, seguitò il contrario del suo volere.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
26
Arrigo entra e pacifica Milano. Sua incoronazione e corte (dicembre 1310 - gennaio 1311).
Con gran festa fu ricevuto dal popolo in Milano; e pacificò messer Guidotto e messer Maffeo, insieme co’ loro seguaci, e molte altre belle cose fece e più parlamenti:
e più lettere mandò nella Magna, avendo novelle che ’l
suo figliuolo era coronato re di Buemia, e avea preso
donna di nuovo, di che ebbe molta allegreza.
Avea lo Imperadore per antica usanza di prendere la
prima corona a Moncia: per amore de’ Milanesi, e per
non tornare indietro, prese la corona del ferro, lui e la
donna sua, in Milano, nella chiesa di Santo Anbruogio,
la mattina della pasqua di Natale a dì XXV di dicembre
1310. La quale corona era di ferro sottile, a guisa di foglie d’alloro, forbita e lucida come spada, e con molte
perle grosse e altre pietre.
Grande e orrevole corte tenne in Milano; e molti doni
fece la Imperadrice la mattina di calen di gennaio 1310
ai suoi cavalieri. Parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare. La falsa fama l’accusava a torto: i Ghibellini diceano: «E’ non vuole vedere se non Guelfi»; e i
Guelfi diceano: «E’ non accoglie se non Ghibellini»: e
così temeano l’un l’altro. I Guelfi non andavano più a
lui: e i Ghibellini spesso lo visitavano, perché n’aveano
maggior bisogno; per l’incarichi dello Imperio portati,
parea loro dovere aver miglior luogo. Ma la volontà dello Imperadore era giustissima, perché ciascuno amava,
ciascuno onorava, come suoi uomini.
Quivi vennono i Cremonesi a fare la fedeltà in parlamento con animo chiaro: quivi i Genovesi, e presentaronlo; e per loro amore a gran festa mangiò in scodella
d’oro. Il Conte Filippone stava in corte; messer Manfre-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
di di Beccheria, messer Antonio da Foscieraco signore
di Lodi, e altri signori e baroni di Lonbardia, gli stavano
dinanzi. La sua vita non era in sonare, né in uccellare, né
in sollazzi, ma in continui consigli, assettando i vicari
per le terre, e a pacificare i discordanti.
27
Malcontento e tumulti in Milano. Cacciata de’ Torriani;
trionfo de’ Visconti. L’Imperatore lascia la città, affidandola a
Matteo Visconti e al Vicario imperiale (1311, gennaio - aprile).
I Milanesi aveano stanziati danari per donare allo Imperadore; e a raunarli, nel consiglio ebbe rampogne tra
quelli dentro e gli usciti ritornati. Messer Guido avea
due figliuoli, i quali si cominciavano a pentere di quanto
il padre avea fatto, e udivano le parole de’ lamentatori di
lor parte. Lo Imperadore fece uno pensiero: di trarre alcuni dell’una parte e dell’altra de’ più potenti, e menarsegli seco; e tali confinare.
I figliuoli di messer Mosca, che l’uno era arcivescovo,
cugini di messer Guidotto, divenuti nimici per gara, il
perché lui li tenea in prigione, lo Imperadore gliene fece
trarre, e rappacificogli insieme. Ma i figliuoli di messer
Guidotto non ressono; e un dì appensatamente richiesono loro amici e, ricominciato l’odio, in uno consiglio si
svillaneggiorono di parole; le quali ingrossorono per
modo che presono l’arme e abbarroronsi nel Guasto di
quelli dalla Torre. Il romore fu grande: il mariscalco dello Imperadore vi trasse, [e] messer Galeazzo figliuolo di
messer Maffeo Visconti; e [messer Maffeo] trasse a piè
con lo Imperadore. Il maliscalco andò al serraglio con
LX cavalli, e ruppelo, e la gente mise in fuga.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Messer Guidotto era malato di gotte; fu trasportato in
altra parte: dissesi che scampato era nelle forze del Dalfino. I figliuoli rifuggirono a un loro castello presso a Como,
e di lunge a Milano XX miglia. Tutti i loro arnesi furono
rubati. E così si cambiò la festa; ma non l’amore dello Imperadore: però che volle loro perdonare; ma non se ne fidorono. E allor cominciò a sormontare messer Maffeo Visconti, e quelli dalla Torre e i loro amici abbassare. Il
sospetto crebbe più che l’odio. Lo Imperadore raccomandò la terra a messer Maffeo, e per vicario vi lasciò
messer Niccolò Salinbeni da Siena, savio e virile cavaliere,
e addorno di belli costumi, magnanimo e largo donatore.
28
Ribellione di Cremona dall’Imperatore, alla quale dànno aiuto
i Neri di Firenze. Arrigo cavalca verso Cremona, v’entra, e imprigiona i ribelli (1311,... - maggio).
Il Nimico, che mai non dorme ma sempre semina e ricoglie, mise discordia in cuore a’ nobili di Cremona di
disubidire: e due fratelli, figliuoli del marchese Cavalcabò, n’erano signori, e messer Sovramonte degli Amati,
un savio cavaliere quasi loro adversario per gara d’onori,
vi s’accordorono; e a ciò lettere de’ Fiorentini e falsi instigamenti: gridorono contro allo Imperadore, e cacciaron il suo vicario.
Lo Imperadore, ciò sentendo, non cruccioso, come
uomo di grande animo, gli citò; non l’ubbidirono, e rupponli fede e saramento. I Fiorentini vi mandorono subito uno anbasciadore per non lasciare spegnere il fuoco;
il quale proferse loro aiuto di gente e di danari: il che i
Cremonesi accettorono, e afforzorono la terra.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Lo Imperadore cavalcò verso Cremona. Gli ambasciadori di là li furono a’ piedi, dicendo come non potean portare l’incarichi eran loro posti, e che eran poveri, e che sanza vicario il voleano ubbidire. Lo
Imperadore non rispondendo, furono ammaestrati per
lettere segrete che se volessono perdono, vi mandassono
assai de’ buoni cittadini a domandare merzè, però che lo
Imperadore volea onore. Mandoronne assai, e scalzi,
con niente in capo, in sola gonnella, con la coreggia in
collo, e dinanzi a lui furono a domandare merzè. A’ quali non parlò: ma eglino senpre chieggendo perdono, lui
sempre cavalcava verso la città: e giunto, trovò aperta la
porta, nella quale entrò: e ivi si fermò, e mise mano alla
spada e fuori la trasse, e sotto quella li ricevette. I grandi
e potenti, colpevoli, e il nobile cavalier fiorentino messer
Rinieri Buondalmonti, lì podestà, si partirono avanti che
lo Imperadore venisse: il quale podestà vi fu mandato
per mantenerli contro allo Imperadore. Il quale fece
prendere tutti i potenti vi rimasono, e messer Sovramonte, che per troppo senno o per troppa sicurtà non fuggì,
e prender fece tutti coloro che gli andarono a chiedere
merzè; e ritenneli in prigione. La terra riformò, la condannagione levò loro, e’ prigioni mandò a Riminingo.
29
Ribellione di Brescia, e assedio. Arrigo l’ha, dopo lunga guerra,
a patti (1311, ... - ottobre).
Dimorando lo Imperadore in Cremona, i Bresciani, i
quali avean fatti i suoi comandamenti e ricevuto il suo
vicario, messer Tibaldo Brociati e messer Maffeo di
Maggio capi ciascuno d’una parte, messer Maffeo, che
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
prima tenea la terra, per ubidire dipose la signoria nella
volontà dello Imperadore.
Messer Tibaldo, che dallo Imperadore fu beneficiato, perché prima andava cattivando per Lonbardia, povero, co’ suoi seguaci, e da lui fu rimesso nella città, il
tradì. Perché, mandando da Cremona pe’ cavalieri che
venissono a ubidirlo, vi mandò della parte di messer
Maffeo tutti quelli aveano ubbidito. Il quale, quando
se ne avide, mandò per alcuni nominatamente; i quali
non vennono: feceli citare sotto termine e pena; e anche non vennono. Lo Imperadore, intendendo la loro
malizia, con pochi appresso uscì della camera, e fecesi
cignere la spada, e dirizossi col viso verso Brescia, e la
mano pose alla spada, e meza la trasse della guaina, e
maladì la città di Brescia. E riformò la città di Cremona
di vicario.
A dì XII di maggio 1311 lo Imperadore con sua gente
cavalcò a Brescia, e con gran parte de’ Lonbardi, e conti
e signori. E posevi l’assedio, perché così fu consigliato;
ch’ella non si potea tenere, perché non erano proveduti
di vittuaglia, e erano nella fine della ricolta: «e veggendo
il campo posto, la gente si arrenderà tosto; e se tu la lasci, tutta la Lonbardia è perduta, e tutti i tuoi contrarii
quivi faranno nidio; e questa fia vettoria da fare tutti gli
altri temere». Fermò l’assedio: mandò per maestri; ordinò edificii e cave e coverte; e molti palesi segni fece da
combattere. La città era fortissima e popolata di pro’
gente, e dal lato del monte avea una forteza, e tagliato il
poggio: la via non potea esser loro tolta d’andare a quella forteza; la città era forte a conbatterla. Quivi si stette
un giorno, pensando assalirla di verso la Magna; però
che avutala, la città era vinta.
Messer Tibaldo, volendo soccorrere, andò là; e, per
giustizia di Dio, il cavallo incespicò e cadde: e fu preso,
e menato allo Imperadore, della cui presura molto si rallegrò. E fattolo esaminare, in su uno cuoio di bue il fe’
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
strascinare intorno alla città, e poi li fe’ tagliare la testa, e
il busto squartare. E gli altri presi fece impiccare.
Così incrudelirono quelli dentro inverso quelli di fuori: ché quando ne pigliavano uno, lo ponieno su’ merli,
acciò fusse veduto; e ivi lo scorticavano, e grande iniquità mostravano: e se presi erano di quelli dentro, erano da quelli di fuori impiccati. E così, con edificii e balestra, dentro e di fuori, guerreggiavano forte l’uno l’altro.
La città non si potea tanto strignere con assedio, che
spie non v’entrassono mandate da’ Fiorentini, i quali
con lettere gli confortavano, e mandavano danari.
Un giorno messer Gallerano, fratello dello Imperadore, grande di persona, bello del corpo, cavalcava intorno
alla terra per vederla, sanza elmo in testa, in uno giubbetto vermiglio. Il quale fu fedito d’un quadrello sul collo, per modo che pochi dì ne visse: acconcioronlo alla
guisa de’ signori, e a Verona fu portato, e quivi fu onorato di sepultura. Molti conti, cavalieri e baroni vi morirono, tedeschi e lonbardi: assai v’infermarono, perché l’assedio durò fino a dì XVIII di settembre.
A dì XVIIII di settenbre 1311; perché il luogo dove
era il campo era disagiato, e ’l caldo grande, la vettuaglia
venìa di lunge, e’ cavalieri erano gentili; e dentro alla terra ne morivano assai di fame e di disagio, per le guardie
si convenia loro fare, e pe’ sospetti grandi; per mezanità
di tre cardinali, stati mandati dal Papa allo Imperadore,
i quali furono messere d’Ostia, messere d’Albano e messere dal Fiesco, si praticò accordo tra lo Imperadore e i
Bresciani, di darli la terra, salvo l’avere e le persone: e
arrenderonsi a’ detti cardinali.
Lo imperadore entrò nella terra, e attenne loro i patti.
Fece disfare le mura, e alquanti Bresciani confinò, e
dall’assedio si partì con molti meno di suoi cavalieri, che
vi morirono, e molti se ne tornoron indietro malati.
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Arrigo passa a Pavia e a Genova, dove è molto onorato; ivi gli
muore la moglie (1311, ottobre -dicembre).
Partissi lo Imperadore da Brescia, e andonne a Pavia,
per una discordia nata tra quelli di Beccheria e messer
Riccardino, figliuolo del conte Filippone, per cagione
che morì il vescovo di Pavia, e ciascun volea la nuova
elezione; e tanta fu, che quelli di Beccheria uccisono IIII
de’ loro adversari. Il vicario con messer Riccardino pugnorono con quelli di Beccheria, per modo che li caccioron fuori della terra, e tolsono loro le loro castella di
fuori.
Lo imperadore, parendoli avere perduto assai tenpo,
cavalcò inverso Genova, la quale tenea messer Branca
d’Oria; dove giunse a dì XXI d’ottobre 1311. Dal quale
onoratamente fu ricevuto; e giurò ubidienzia.
Messer Obizino Spinola, capo dell’altra parte, che era
rubello, li si fece innanzi, e con gran reverenzia l’onorò.
Arbitrossi per li savi uomini, che la divisione delle due
parti lo facesse tanto onorare, perché lo feciono a gara.
Ma i Genovesi di loro natura sono molto altieri e superbi e discordanti tra loro; ché il re Carlo vecchio mai li
poté raccomunare. Né non si credette mai che, non che
lo ricevessono per signore, per loro superbia, ma che li
dessono pure il passo: «perché i cittadini sono sdegnosi,
la riviera è aspra, i Tedeschi sono dimestichi con le donne, i Genovesi ne sono ghignosi: zuffa vi sarà».
Iddio, che regge e governa i principi e’ popoli, gli ammaestrò: e inchinate le loro volontà, saviamente, come
nobili uomini, l’onororono e ritennono in quella città
più mesi. Nel qual tempo la morte, la quale a niuno non
perdona né per lunga termine, per volontà di Dio partì
dal mondo la nobile Imperadrice, con nobilissima fama
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
di gran santità di vita onesta, ministra de’ poveri di Cristo. La quale fu seppellita con grande onore, a dì XII di
novenbre, nella chiesa maggiore di Genova.
31
Gilberto da Correggio, con l’aiuto de’ Fiorentini, ribella Parma
e Reggio all’Imperatore, e gli ritoglie Cremona, dove rauna
fuorusciti di Milano e di Brescia. La Lombardia novamente
sconvolta (ottobre 1311 - gennaio 1312).
I Fiorentini in tutto li si scopersono nimici in procurare la ribellione delle terre di Lonbardia. Corruppono
per moneta e per promesse con lettere messer Ghiberto,
signore di Parma, e dieronli fiorini XVm, perché tradisse lo Imperadore e rubellasseli la terra. Dè quanto male
si mise a fare questo cavaliere, il quale da lui avea ricevute di gran grazie in così poco tempo! Ché donato gli
avea il bel castello di san Donnino, e uno altro nobile castello, il quale tolse a’ Cremonesi e dié a lui, il quale era
sulla riva di Po; e la bella città di Reggio gli avea data in
guardia, credendo che fusse fedele e leale cavaliere. Il
quale, armato sulla piazza di Parma, gridò: «Muoia lo
Imperadore!», e il suo vicario cacciò fuori della terra, e i
nimici accolse. Coprivasi con false parole, dicendo che
non per danari il facea, ma perché il marchese Palavisino avea rimesso in Cremona, il quale tenea per suo nimico.
Premeano i Fiorentini i loro poveri cittadini, togliendo loro la moneta, la quale spendevano in così fatte derrate. E tanto procurorono, che messer Ghiberto rimise
gli adversari dello Imperadore in Cremona; però che gli
ritenea e afforzò sulla riva di Po: e un giorno cavalcò
contro messer Galasso, che era alla guardia di Cremona
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
in servigio de’ Bresciani forse con C cavalli; e entrarono
nella terra, e tanti con loro se ne appoggiorono, che pochi fedeli dello Imperadore vi rimasono: a’ quali convenne votar la terra.
Messer Guidotto dalla Torre co’ cavalieri accolti di
Toscana vi cavalcò. La terra afforzarono di fossi e di palizzi. Il conte Filippone contra lo Imperadore stava con
animo iroso, e cercava parentado con messer Ghiberto e
congiura e lega. Gli usciti di Brescia si raunorono con
loro. Però che a quello che perdonò l’umiltà dello Imperadore, non perdonò Iddio: ché la parte di messer Tebaldo Bruciato, ricevuto il perdono dello Imperadore,
una altra volta gli volle ritòrre la terra; onde l’altra parte,
avuto più tosto il soccorso, con l’arme in mano, di Brescia e del contado gli cacciò. Dè quanta malizia multiplicò intra’ Lonbardi in picciol tempo, in uccidersi tra
loro, e rompere il saramento dato.
32
Artifizi e provvedimenti usati dai Neri Fiorentini contro l’Imperatore presso il Re di Francia e il Papa, servendosi specialmente presso quest’ultimo del cardinale Pelagrù, Legato pontificio a Bologna per la guerra di Ferrara (1312, 1311, 1310).
I Fiorentini che erano in Firenze, pieni di temenza e
di paura, non attendeano a altro che a corrompere i signori de’ luoghi con promesse e con danari; i quali traevano da’ miseri cittadini, che per mantenere libertà se li
lasciavano tòrre a poco a poco. Molti ne spesono in rie
opere. La lor vita non era in altro che in simili cose.
I Signori feciono messi segreti. Fra’ quali fu uno frate
Bartolomeo, figliuolo d’uno canbiatore, uomo astuto,
uso in Inghilterra, e in sua giovineza costumato, e di sot-
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
tile ingegno. Mandaronlo in Corte a tentare il papa e’
cardinali. E con lettere portò messer Baldo Fini da Fighine, tentarono il re di Francia. Al quale disse il cardinale d’Ostia: «Quanto grande ardimento è quello de’
Fiorentini, che con loro X lendini ardiscono tentare
ogni signore!».
Al Papa mandorono due anbasciadori, che furono
messer Pino de’ Rossi e messer Gherardo Bostichi, due
valenti cavalieri: molti danari furono loro sottratti, e
molti ne perderono, e dal Papa non ebbono cosa volessono.
Il Cardinale Pelagrù, nato di Guascogna, nipote del
Papa, fu mandato Legato a Bologna; perché, essendo
morto il marchese di Ferrara, un suo figliuolo bastardo
tenea la terra: la quale non potendo tenere, si patteggiò
co’ Viniziani, e vendella loro. I Viniziani vi vennono, e
per forza la presono e tennono. Messer Francesco da
Esti, fratello del Marchese, insieme co’ Bolognesi e con
messer Orso degli Orsini di Roma, s’accostorono con la
Chiesa. Il Cardinale andò a Ferrara, e da’ Viniziani non
fu ubidito: il perché fermò loro processo addosso, e
condannògli: bandì loro la croce addosso, e di più luoghi v’andò assai genti contro per lo perdono e per avere
soldo. I Viniziani teneano una fortezza in Ferrara, la
quale il Marchese v’avea fatta molto forte, a guisa d’uno
cassero. I Viniziani vi vennono per acqua, e furonvi
sconfitti, e presi e mortine assai: e fu sventurata fortuna
per loro, ché molto vilmente perderono, perché i nobili
che v’erano l’abbandonarono.
Il Cardinale Pelagrù venne a Firenze, e con grandissimo onore fu ricevuto. Il carroccio e gli armeggiatori gli
andorono incontro fino allo spedale di San Gallo; i religiosi con la processione: i gran popolani di quella parte
a piè e a cavallo l’andoron a onorare.
Giunse in Firenze: e i Fiorentini molto con lui si consigliorono; e bene lo informorono come procuravano
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
col Papa, che tardasse la venuta dello Imperadore; e
pregarono nel confortasse, e così promise fare. Donaronli danari, i quali volentieri accettò, e di quelli riscosse
la sua legazione; e d’accordo con loro, di Firenze partì.
Andossene il Cardinale allo Imperadore, il quale sapea
i ragionamenti avea avuti co’ Fiorentini, e però non li
mostrò gran benivolenzia. Ritornossi al Papa: il quale,
confortandolo di quanto da’ Fiorentini era pregato, gli
tenea in speranza, tanto che da loro ritrasse molti danari.
E questo faceano, perché lo Imperadore si consumasse.
33
Morte d’uno de’ nunzi pontifici ad Arrigo, del Vescovo di Liegi, e de’ due ambasciatori fiorentini al Papa (...1311...1312...).
Di tre cardinali avea mandati il Papa allo Imperadore,
quando era ad assedio a Brescia, ne morì uno, ciò è
quello d’Albano; il quale venne infermo a Lucca, e morì
quivi.
Il vescovo di Leggie anche vi morì, grande amico dello Imperadore: al quale avea donato Rezuolo, il quale è
tra Reggio e Mantova; il quale i Mantovani di poi tolsono a colui a cui era rimaso.
I due anbasciadori fiorentini erano in Corte, vi morirono: e prima messer Pino de’ Rossi; e per premio di sua
fatica furono fatti due suoi consorti e parenti cavalieri
del popolo, e donato loro molti danari, di quelli togliean
a’ Ghibellini e a’ Bianchi. E con tutto che i Bianchi tenessono alcuna vestigia di Parte guelfa, erano da loro
trattati come cordiali nimici. Di poi morì messer Gherardo; e non furono i suoi onorati né di cavalleria né di
danari, perché non era stato così fedele come l’altro.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
34
Condizioni politiche della Toscana durante la discesa di Arrigo. Lega Guelfa toscana contro l’Imperatore. Ricevimento che
vi avevano trovato gli ambasciatori di lui. Disegni ch’egli avea
fatto circa la via da tenere per venire in Toscana
(1311...1310...).
I Fiorentini, acciecati dal loro rigoglio, si misono contro allo Imperadore, non come savi guerrieri, ma come
rigogliosi, avendo lega co’ Bolognesi, Sanesi, Lucchesi, e
Volterrani, e Pratesi, e Colligiani, e con l’altre castella di
lor parte. I Pistolesi, poveri, lassi, e di guerra affannati e
distrutti, non teneano del tutto con loro: non perché
non fussono d’uno animo, ma perché vi metteano podestà con sì grandi salari, che non poteano sostenere alle
paghe. Il perché non arebbono potuto pagare la loro
parte della taglia, però che pagavano al maliscalco e a’
suoi fiorini XLVIIIm l’anno; e teneansi per loro, acciò
che i Fiorentini non v’entrassono.
I Lucchesi sempre aveano anbasciadori in corte dello
Imperadore; e alcuna volta diceano d’ubbidirli, se concedesse loro lettere, che le terre tenieno dello Imperio
potessono tenere, e non vi rimettesse gli usciti. Lo Imperadore niuno patto fe’ con loro, né con altri: ma mandò
messer Luigi di Savoia e altri ambasciadori in Toscana. I
quali da’ Lucchesi furono onoratamente ricevuti e presentati di zendadi e altro. I Pratesi li presentarono magnificamente, e tutte l’altre terre; scusandosi erano in lega co’ Fiorentini.
Siena puttaneggiava: ché in tutta questa guerra non
tenne il passo a’ nimici, né dalla volontà de’ Fiorentini in
tutto si partì. I Bolognesi si tennono forte co’ Fiorentini
contra lo Imperadore, perché temeano forte di lui: molto s’afforzorono, e steccarono la terra. Dissesi che contro a lui non aveano difesa alcuna, perchè dalla Chiesa
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
avea il passo: ma perché li parve aspro cammino a entrare in Toscana, no ’l fece. Dissesi che i marchesi Malispini il voleano mettere per Lunigiana, e feciono acconciare le vie e allargare nelli stretti passi; e se quindi fusse
venuto, entrato sarebbe tra i falsi fedeli; ma Iddio l’ammaestrò.
35
Venuta di Arrigo, per Genova, a Pisa. Firenze non gli manda
ambasciatori, confermando per tal modo l’ostilità già mostratagli col dispregiare e disobbedire gli ambasciatori suoi. Guerra
scoperta tra Firenze ed Arrigo (1311 - 1312...1310).
Andossene a Genova per venire a Pisa, tutta d’animo
e di parte d’Imperio; che più speranza ebbe della sua venuta che niuna altra città, e che fiorini LXm gli mandò
in Lonbardia, e fiorini LXm gli promise quando fusse in
Toscana, credendo riavere le sue castella e signoreggiare
i suoi adversarii: quella che la ricca spada in segno
d’amore gli presentò; quella che delle sue prosperità festa e allegreza faceva; quella che più minaccie per lui ricevea; quella che diritta porta per lui è sempre stata, e
per li nuovi signori, che venuti sono in Toscana per mare e per terra, che a loro parte attendano; quella che da’
Fiorentini è molto raguardata, quando s’allegrano delle
prosperità d’Imperio.
Giunse lo Imperadore a Pisa a dì VI di marzo 1311
con XXX galee; dove fu con gran festa e allegreza ricevuto e onorato come loro signore. I Fiorentini non vi
mandorono anbasciadori, per non esser in concordia i
cittadini. Una volta gli elessono per mandarli, e poi non
li mandorono, fidandosi più nella simonìa e in corrompere la corte di Roma che patteggiarsi con lui.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Messer Luigi di Savoia, mandato anbasciadore in Toscana dallo Imperadore, venne a Firenze; e fu poco onorato da’ nobili cittadini, e feciono il contrario di quello
doveano. Domandò, ché anbasciadore si mandasse a
onorarlo e ubbidirli come a loro signore: fu loro risposto
per parte della Signoria da messer Betto Brunelleschi,
«che mai per niuno signore i Fiorentini inchinarono le
corna». E imbasciadore non vi si mandò, ché arebbono
avuto da lui ogni buon patto; perché il maggior impedimento ch’avesse, eran i Guelfi di Toscana.
Partito lo anbasciadore, se ne tornò a Pisa. E i Fiorentini feciono fare un battifolle a Arezo, e ricominciarvi la
guerra: e in tutto si scopersono nimici dello Imperadore,
chiamandolo tiranno e crudele, e che s’accostava co’
Ghibellini, e i Guelfi non volea vedere. E ne’ bandi loro
diceano: «A onore di Santa Chiesa, e a morte del re della Magna». L’aquile levarono dalle porti, e dove erano
intagliate e dipinte; ponendo pena a chi le dipignesse, o
le dipinte non ne spegnesse.
36
Arrigo passa da Pisa a Roma e si ristringe coi Ghibellini. Pratiche de’ Fiorentini con re Roberto di Napoli. Incoronazione di
Arrigo in San Giovanni Laterano (1312).
Lo Imperadore, schernito da’ Fiorentini, si partì di
Pisa, e andonne a Roma: dove giunse a dì VII di maggio
1312, e onoratamente fu ricevuto come signore, e messo
nel luogo del senatore. E intendendo le ingiurie gli eran
fatte da’ Guelfi di Toscana, e trovando i Ghibellini che
con lui s’accostavan di buona volontà, mutò proposito e
accostossi con loro: e verso loro rivolse l’amore e la be-
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
nivolenzia che prima avea co’ Guelfi; e proposesi d’aiutarli, e d’aiutarli e rimetterli in casa sua, e i Guelfi e Neri
tenere per nimici, e quelli perseguitare.
I Fiorentini sempre teneano anbasciadori a piè del re
Ruberto, pregandolo che con la sua gente offendesse lo
Imperadore, promettendoli e dandoli danari assai.
Il re Ruberto, come savio signore e amico de’ Fiorentini, promise loro d’aiutarli, e così fe’: e allo Imperadore
mostrava di confortare e amunire i Fiorentini gli fussono
ubbidienti, come a loro signore. E come sentì che lo Imperadore era a Roma, di subito vi mandò messer Giovanni suo fratello con CCC cavalli, mostrando mandarlo
per sua difesa e onore della sua corona; ma lo mandò,
perché s’intendesse con gli Orsini, nimici dello Imperadore, per corrompere il senato, e impedire la sua coronazione: che ben la ’ntese.
Mostrando il Re grande amore allo Imperadore, li
mandò suoi anbasciadori a rallegrarsi della sua venuta,
facendoli grandissime proferte, richieggendolo di parentado, e che li mandava il fratello per onorare la sua coronazione, e per suo aiuto, bisognando.
Rispose loro il savissimo Imperadore di sua bocca:
«Tarde sono le proferte del Re, e troppo tostàna è la venuta di messer Giovanni». Savia fu la imperiale risposta,
ché bene intese la cagione di sua venuta.
A dì primo d’agosto 1312 fu incoronato in Roma Arrigo, conte di Luzinborgo, Imperadore e Re de’ Romani,
nella chiesa di San Giovanni Laterano, da messer Niccolao cardinale da Prato, e da messer Luca dal Fiesco cardinale da Genova, e da messer Arnaldo Pelagrù cardinale di Guascogna, di licenzia e mandato di papa
Clemente V e de’ suoi cardinali.
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
37
Giustizia di Dio contro i Neri. Quanti e chi fossero rimasti i capi di Parte nera (1308...).
La giustizia di Dio quanto fa laudare la sua maestà,
quando per nuovi miracoli dimostra a’ minuti popoli,
che Iddio le loro ingiurie non dimentica! molta pace dà
a coloro nell’animo, che le ingiurie da’ potenti ricevono, quando veggiono che Iddio se ne ricorda. E come si
conoscono aperte le vendette di Dio, quando egli à
molto indugiato e sofferto! ma quando lo indugia, è per
maggior punizione; e molti credono che di mente uscito
gli sia.
Quattro erano i capi di questa discordia, de’ Neri; ciò
è messer Rosso dalla Tosa, messer Pazino de’ Pazi, messer Betto Brunelleschi, e messer Geri Spini. Dipoi vi se
ne aggiunse due: cioè messer Teghiaio Frescobaldi, e
messer Gherardo Ventraia, uomo di poca fede.
Questi sei cavalieri strinsono Folcieri, podestà di Firenze, a tagliare la testa a Masino Cavalcanti e a uno de’
Gherardini. Costoro faceano fare i priori a loro modo, e
gli altri ufici dentro e di fuori. Costoro liberavano e condannavano chi e’ voleano, e davano le risposte e faceano
i servigi e’ dispiaceri come voleano.
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Qualità e fine di Rosso della Tosa. Suo parentado (1309...).
Messer Rosso dalla Tosa fu cavaliere di grande animo, principio della discordia de’ Fiorentini, nimico del
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
popolo, amico de’ tiranni. Questi fu quello, che la intera
Parte guelfa di Firenze divise e i Bianchi e’ Neri; questi
fu, che le discordie cittadinesche accese; questi fu quello, che con sollicitudine con giure e promesse gli altri tenea sotto di sé. Costui a Parte nera fu molto leale, e i
Bianchi perseguitò; con costui si confidavano le terre
dattorno di Parte nera, e con lui avevano composizioni.
Costui, aspettato da Dio lungo tempo, però che avea
più che anni LXXV, uno dì andando, uno cane li si attraversò tra’ piè e fecelo cadere, per modo si ruppe il ginocchio: il quale infistellì; e martoriandolo i medici, di
spasimo si morì: e con grande onore fu sepulto, come a
gran cittadino si richiedeva.
Lasciò due figliuoli, Simone e Gottifredi; che dalla
Parte furono fatti cavalieri, e con loro un giovane loro
parente, chiamato Pinuccio, e molti danari furono donati loro. E chiamavansi i cavalieri del filatoio; però che i
danari, che si dierono loro, si toglievan alle povere femminelle che filavano a filatoio.
Questi due cavalieri suoi figliuoli, volendo tener gran
vita per esser onorati, perché parea loro che l’opere del
padre il meritassono, cominciorono a calare, e messer Pino a sormontare; il quale in poco tempo si fece grande.
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Qualità e fine di Betto Brunelleschi (1311).
Messer Betto Brunelleschi e la sua casa erano di progenie ghibellina. Fu ricco di molte possessione e d’avere; fu in grande infamia del popolo, però che ne’ tempi
delle carestie serrava il suo grano, dicendo: «O aronne
tal pregio, o non si venderà mai». Molto trattava male i
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
Bianchi e i Ghibellini sanza niuna piatà, per due cagioni:
la prima, per esser meglio creduto da quelli che reggevano; l’altra, perché non aspettava mai di tal fallo misericordia. Molto era aoperato in anbascerie, perché era
buono oratore: familiare fu assai con papa Bonifazio;
con messer Napoleone Orsino cardinale, quando fu Legato in Toscana, fu molto dimestico, e tennelo a parole,
togliendoli ogni speranza di mettere pace tra i Bianchi e’
Neri di Firenze.
Questo cavaliere fu in gran parte cagione della morte
di messer Corso Donati; e a tanto male s’era dato, che
non curava né Dio né ’l mondo, trattando accordo co’
Donati, scusando sé e accusando altri. Un giorno, giucando a scacchi, due giovani de’ Donati con altri loro
compagni vennono a lui da casa sua, e fedironlo di molte ferite per lo capo, per modo lo lasciarono per morto:
ma un suo figliuolo fedì un figliuolo di Biccicocco, per
modo che pochi dì ne visse. Messer Betto alquanti dì
stette per modo che si credea campasse; ma dopo alquanti dì, arrabbiato, sanza penitenzia o soddisfazione a
Dio e al mondo, e con gran disgrazia di molti cittadini,
miseramente morì: della cui morte molti se ne rallegrorono, perché fu pessimo cittadino.
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Qualità e fine di Pazzino de’ Pazzi (1312, gennaio...).
Messer Pazzino de’ Pazzi, uno de’ IIII principali governatori della città, cercò pace co’ Donati per sé e per
messer Pino, benché poco fusse colpevole della morte di
messer Corso, perché era stato gran suo amico, e d’altro
non si curava. Ma i Cavalcanti, che era potente famiglia,
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
e circa LX uomini erano da portare arme, aveano molto
in odio questi sei cavalieri governatori, i quali aveano
stretto Folcieri podestà a tagliare la testa a Masino Cavalcanti, e sanza dimostrazione alcuna il soportavano.
Un giorno, sentendo il Paffiera Cavalcanti, giovane di
grande animo, che messer Pazino era ito sul greto d’Arno da Santa Croce con uno falcone e con un solo famiglio, montò a cavallo con alcuni compagni, e andoronlo
a trovare. Il quale, come gli vide, cominciò a fuggire verso Arno; e seguitandolo, con una lancia li passò le reni, e
caduto nell’acqua gli segorono le vene, e fuggirono verso Val di Sieve. E così miseramente morì.
I Pazzi e’ Donati s’armorono, e corsono al palagio: e
col gonfalone della giustizia, e con parte del popolo,
corsono in Mercato Nuovo a casa i Cavalcanti, e con stipa misono fuoco in tre loro palagi: e volsonsi verso la casa di messer Brunetto, credendo l’avesse fatto fare.
Messer Attaviano Cavalcanti soccorso fu dai figliuoli
di messer Pino e da altri suoi amici: e feciono serragli, e
con cavalli e pedoni s’afforzorono, per modo niente feciono; ché dentro al serraglio era messer Gottifredi e
messer Simone dalla Tosa, il Testa Tornaquinci e alcuni
loro consorti, e alcuni degli Scali, degli Agli e de’ Lucardesi, e di più altre famiglie, che francamente li difesono,
fin che constretti furono di disarmarsi.
Quietato il popolo, i Pazzi accusorono i Cavalcanti,
de’ quali ne furono condannati XLVIII nell’avere e nella
persona. Messer Attaviano si rifuggì in uno spedale, a fidanza de’ Rossi; di poi n’andò a Siena.
Di messer Pazino rimasono più figliuoli: de’ quali due
ne furon fatti cavalieri dal popolo, e due loro consorti; e
dati furono loro fiorini IIIIm, e XL moggia di grano.
Letteratura italiana Einaudi
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
41
Morti atrocemente i principali capi de’ Neri, rimane a triste vita un d’essi, Geri Spini (1312).
In quanto poco spazio di terreno sono morti cinque
crudeli cittadini, dove la giustizia si fa e punisconsi i malifattori di mala morte! i quali furono messer Corso Donati, messer Nicola de’ Cerchi, messer Pazino de’ Pazi,
Gherardo Bordoni, e Simone di messer Corso Donati: e
di mala morte, messer Rosso dalla Tosa e messer Betto
Brunelleschi: e de’ loro errori furono puniti.
Messer Geri Spini senpre dipoi stette in gran guardia,
perché furono ribanditi i Donati e i loro sequaci e i Bordoni con grande onore, a cui poco innanzi furono le case disfatte dal popolo con gran vergogna loro e danno.
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Conchiusione.
Così sta la nostra città tribolata! Così stanno i nostri
cittadini ostinati a malfare! E ciò che si fa l’uno dì, si
biasima l’altro. Soleano dire i savi uomini: «L’uomo savio non fa cosa che se ne penta». E in quella città e per
quelli cittadini non si fa cosa sì laudabile, che in contrario non si reputi e non si biasimi. Gli uomini vi si uccidono; il male per legge non si punisce; ma come il malfattore à degli amici, e può moneta spendere, così è
liberato dal malificio fatto.
O iniqui cittadini, che tutto il mondo avete corrotto e
viziato di mali costumi e falsi guadagni! Voi siete quelli
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Dino Compagni - Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi
che nel mondo avete messo ogni malo uso. Ora vi si ricomincia il mondo a rivolgere addosso: lo Imperadore
con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per
terra.
Letteratura italiana Einaudi
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